SeedLinked: una piattaforma e un’app per prove varietali biologiche

SeedLinked: una piattaforma e un’app per prove varietali biologiche

In agricoltura biologica l’interazione tra ambiente e varietà ha un ruolo fondamentale per la buona riuscita delle coltivazioni. La scelta varietale è quindi particolarmente importante, ma i dati necessari per fare scelte consapevoli sono difficilmente reperibili a causa dell’inadeguatezza per le esigenze del biologico del sistema ufficiale di prove varietali.

Per rispondere a questa necessità, nell’ambito del progetto Breed4Bio (vedi box a pag. 7), dopo una attenta valutazione delle opzioni disponibili, si è scelto di adottare, adattandolo al contesto italiano, un sistema sviluppato negli Stati Uniti dalla collaborazione tra organizzazioni di ricerca per le sementi biologiche, ditte sementiere biologiche e università. 
SeedLinked (www.seedlinked.com) è una piattaforma e un’app di citizen-science creata per la condivisione di informazioni su varietà adattate all’agricoltura biologica e a basso input. La piattaforma ha lo scopo di mettere in contatto ricercatori, breeder e ditte sementiere con agricoltori che cercano varietà e popolazioni adatte al proprio contesto agricolo, nonché con consumatori interessati agli aspetti qualitativi e organolettici dei prodotti da queste derivate. 
Come tutti gli strumenti di citizen-science e crowdsourcing, SeedLinked è progettato per sfruttare l’intelligenza di un’ampia rete. Le reti di grandi dimensioni sono complesse da gestire e di solito richiedono una struttura gerarchica: la tecnologia utilizzata in questa piattaforma permette di capovolgere tale struttura, permettendo agli utilizzatori di impostare e gestire in autonomia le prove varietali. In questo modo si generano informazioni e dati sulle varietà e sulle popolazioni, altamente rilevanti per gli agricoltori nei diversi contesti geografici e pedo-climatici, contribuendo così alla trasparenza del settore sementiero biologico. Gli agricoltori e i tecnici possono infatti cercare sulla piattaforma SeedLinked varietà e popolazioni e immediatamente accedere ai dati delle valutazioni fatte degli utenti, con geo-localizzazione delle aziende che hanno partecipato alle prove. Per motivare la partecipazione e il completamento delle prove varietali, sono stati integrati nella piattaforma sistemi di monitoraggio, come la possibilità di condivisione in tempo reale di immagini, commenti tra partecipanti e messaggi con indicazioni su quando svolgere determinati rilievi da parte del facilitatore della prova. 

L’adattamento di SeedLinked al contesto italiano è avvenuto in varie fasi. Come primo passo è stato necessario intervenire sull’architettura informatica del sistema, aggiungendo la funzionalità multilingua ed espandendo la copertura geografica all’Italia e all’Europa.  Successivamente, si è proceduto alla traduzione di tutto il sistema, piattaforma sito web e app Android e iOs, adottando una combinazione di traduzione meccanica (interfaccia Lokalise) e manuale. Infine, si è proceduto a formare un gruppo di tecnici e agricoltori, con cui testare il sistema impostando e seguendo prove varietali. Grazie a quest’ultimo passaggio è stato possibile acquisire familiarità con la piattaforma e fornire feedback utili agli sviluppatori che hanno permesso di aggiungere alla lista dei caratteri valutabili alcuni parametri importanti per le prove sensoriali di prodotti derivati dai cereali, nonché alcune funzioni che hanno permesso di rendere l’uso dell’app più fruibile (scelta ordine varietà, inserimento di una nuova varietà, determinazione areale di appartenenza).
SeedLinked permette di impostare prove varietali secondo diversi disegni sperimentali, in cui gli agricoltori partecipano come protagonisti valutando le varietà o popolazioni che coltivano in azienda. Sono disponibili 4 tipologie di prove:

  1. Set completo: ogni agricoltore coltiva e valuta nella propria azienda le stesse varietà/popolazioni
  2. Sottoinsieme: un grande numero di varietà è distribuito in pacchetti di tre a una rete di agricoltori (metodologia Tricot)
  3. Unica località: le varietà o popolazioni si trovano in un’unica località e gli agricoltori invitati partecipano alla valutazione
  4. Degustazione: prova sensoriale in un’unica località di prodotti derivati dalle varietà o popolazioni.

Nell’ambito del progetto Breed4Bio, si è proceduto all’impostazione di una prova varietale on-farm con il modello “Set Completo” nelle tre aziende agricole biologiche del gruppo operativo, con l’aggiunta dell’azienda sperimentale Stuard di Parma. Dopo il primo incontro di formazione, in cui è stata impostata la prova e installata l’app, ciascuno ha provveduto a valutare le quattro popolazioni di frumento tenero nella propria azienda, generando dati di valutazione che sono già accessibili a tutti gli utilizzatori della piattaforma. SeedLinked è inoltre diventato uno strumento chiave per le valutazioni sensoriali di pane e pasta derivate da popolazioni evolutive del progetto Cereali Resilienti 3.0 (misura 16.2 Regione Toscana).

Seguito il lavoro pioneristico di traduzione e adattamento al contesto italiano di SeedLinked fatto da Rete Semi Rurali, il progetto europeo LIVESEEDING (www.liveseeding.eu) sta lavorando a un ulteriore sviluppo della piattaforma per rispondere alle esigenze del settore sementiero biologico europeo, con l’obiettivo di far diventare SeedLinked lo strumento di riferimento per le prove varietali in biologico in Europa. Ad oggi si sono aggiunte le traduzioni in tedesco, francese, spagnolo, greco, portoghese e ungherese, mentre prosegue il lavoro per espandere le possibilità di disegni sperimentali, raccolta e analisi di dati e inter-operabilità con altri strumenti informatici per la gestione delle sementi biologiche.

Questo lavoro è stato possibile grazie al progetto Breed4Bio (PSR misura 16.2 regione Emilia-Romagna) e al contributo della fondazione Cariplo (progetto New Farmer Citizen).

DIVERSITAS, l’ecosistema digitale di Rete Semi Rurali

DIVERSITAS, l’ecosistema digitale di Rete Semi Rurali

Un insieme di strumenti per descrivere e valutare le varietà, le popolazioni e il materiale eterogeneo, per raccogliere i dati di campo e per seguire tutta la filiera dal seme al cibo.

Nel 2023 la Casa delle Sementi di Rete Semi Rurali ha compiuto 11 anni e la maggior parte del materiale che custodisce è frutto di attività di ricerca, di moltiplicazione e di recupero presso agricoltori e banche del germoplasma.

Da quando la Casa delle Sementi di RSR si è spostata nella sua sede definitiva presso la Casa dell’Agrobiodiversità in piazza Brunelleschi a Scandicci, sono successe molte cose che la hanno strutturata e resa più accessibile. Tra le novità più significative c’è stata la sua dislocazione in altre due sedi, in Lombardia e in Valcamonica, in modo da essere più funzionale alle attività che si svolgono su riso, cereali di montagna e legumi. La quantità di sementi che ogni anno entra ed esce ormai richiede una gestione complessa e una delle prime necessità è stata la creazione di un database per la gestione delle sementi che, allo stato attuale, consistono in 979 varietà e popolazioni di 14 specie differenti, per un totale di 2.320 chili di semi.

Il database è in funzione dal 2021 ed è raggiungibile attraverso il sito rsr.bio tramite una pagina di accesso che consente a chi si occupa di sementi di aggiornare le informazioni anche se non è fisicamente dentro una delle sedi della Casa delle Sementi. Il DB ha anche una pagina pubblica dove per ora è riportata unicamente la consistenza di ciascuna specie. Nel prossimo futuro è prevista la gestione delle richieste di semente direttamente dal sito dove sarà possibile consultare le disponibilità di ciascuna specie.

La gestione delle sementi tramite database però non è sufficiente a raccogliere le informazioni che la loro coltivazione ci fornisce. Abbiamo quindi attivato uno strumento digitale per la raccolta dei dati di campo, la App open-source per android FieldBook. Si tratta del quaderno di campagna semplificato che per molti anni abbiamo compilato manualmente e che è stato codificato in modo da velocizzare la raccolta dei dati e integrarli, tramite il database, direttamente tra le informazioni che abbiamo per ogni materiale coltivato. L’accuratezza di questi dati è di fondamentale importanza sia per le attività di ricerca che per la valutazione delle varietà ai fini della costituzione di popolazioni e miscele. Saltare quindi i vari passaggi di scrittura manuale in campo, spesso in condizioni complicate, e di trascrizione su supporto informatico, ci aiuta a fare meno errori e ad avere dati il più possibile aggiornati.


Diagramma per l’organizzazione delle
risorse genetiche nel database RSR

Logo ufficiale DIVERSITAS

Un altro strumento digitale che abbiamo attivato negli ultimi due anni è la piattaforma Seedlinked, un’applicazione per prove varietali collaborative e decentralizzate in agricoltura biologica. L’obiettivo principale di questo strumento è il coinvolgimento degli attori sociali nella gestione della biodiversità, aumentandone le conoscenze e le capacità di mantenere le risorse genetiche vegetali sia in-situ che on-farm tramite la realizzazione di prove di campo, degustazioni di prodotti e mappatura delle risorse. Per rendere la piattaforma più accessibile ne abbiamo fatto una traduzione dall’inglese all’italiano e abbiamo chiesto di introdurre alcune specie che sono molto in uso in Italia, soprattutto cereali. La piattaforma permette di effettuare valutazioni semplificate per le sementi e per le prove organolettiche e di gradimento su campioni di popolazioni evolutive e materiale eterogeneo biologico (MEB, ai sensi del nuovo regolamento biologico 848/2018) e mettere a disposizione di tutti i risultati ottenuti.

I sistemi sementieri si stanno evolvendo verso una maggiore flessibilità al fine di poter mettere a disposizione degli agricoltori la più ampia biodiversità disponibile pur mantenendo adeguati standard qualitativi delle sementi. SeedLinked può essere un importante supporto per venire incontro a queste necessità portando tutte le parti interessate a essere coinvolte attivamente nella gestione dinamica delle risorse genetiche vegetali.

Un requisito fondamentale per l’integrazione e il buon funzionamento di questi strumenti è la loro interoperabilità con le altre banche dati in modo da permettere la tracciabilità del materiale anche al di fuori della banca dati di RSR.

Un requisito fondamentale per il buon funzionamento di questi strumenti è la loro interoperabilità con le altre banche dati.

Attualmente questo è possibile introducendo nel sistema informativo l’utilizzo di un codice identificativo univoco e globale per i semi che entrano ed escono dalla Casa delle Sementi, il DOI (vedi Notiziario 32 “L’importanza dei DOI” di Marco Marsella – Segretariato Trattato) e di un accordo di trasferimento materiale, l’EasyMTA, che è il documento standard che stabilisce i termini e le condizioni garantendo che le disposizioni pertinenti del Trattato Internazionale sulle Risorse Genetiche (Trattato FAO) siano seguite durante il trasferimento di materiale genetico vegetale da un ente a un altro.

Infine, per aumentare la possibilità dei fruitori di sementi che desiderano ricevere anche informazioni sulle altre attività della Rete, in particolare quelle che si svolgono nelle aziende e collegate alla gestione delle sementi, abbiamo adottato un sistema di gestione dei contatti e delle comunicazioni tramite CRM integrandolo nel database della Casa delle Sementi.

La complessità apparente dell’insieme di tutti gli strumenti digitali che abbiamo deciso di adottare è in realtà articolata in un insieme logico che abbiamo chiamato Diversitas, ecosistema digitale di RSR che è funzionale agli obiettivi che sono alla base di tutta la nostra azione: descrivere e valutare le varietà, le popolazioni e il materiale eterogeno tramite l’osservazione e la raccolta di informazioni e dati di campo in modo da conoscere, seguire e raccontare tutta la filiera agricola – dalla semente al cibo e la comunità che la fa vivere!

BOX Breed4Bio

BOX Breed4Bio

Il Progetto Breed4Bio (2021-2023) è stato finanziato sulla Misura 16.1.01 – 3A del Programma di Sviluppo Rurale dell’Emilia-Romagna. Il gruppo operativo (GO) era costituito da 12 partner: Open Fields (capofila), CREA Difesa e Certificazione, Az. agricola Cà di Bartoletto di Alessandro Ropa (Loiano, BO), Az. agricola Terrasanta di Daniele Mornini (Catelnovo Ne’ Monti, RE), Az. agricola Marzocchi Arianna (Novafeltria, RN), Azienda agraria Sperimentale Stuard (Parma), Arcoiris, Cooperativa Agricola Cesenate, Rete Semi Rurali, Molino Pransani, Centoform e AIAB Emilia-Romagna.
L’obiettivo del GO era di contribuire alla costruzione di un modello di filiera sementiera di materiale eterogeneo biologico che garantisca la tracciabilità e la qualità della semente. A tal fine, tre popolazioni di frumento tenero sono state coltivate presso tre aziende agricole nell’appennino emiliano-romagnolo e la semente in natura raccolta è stata sottoposta a processi di pulizia adattati alla tipologia di materiale e a test di laboratorio per garantirne la qualità ed il mantenimento della biodiversità intrinseca. Tre popolazioni di frumento tenero (Mix Tenero Toscana 1, Mix Tenero Toscana PA1 e Furat Tenero Floriddia) sono state coltivate in pieno campo su 1.200 m2 ciascuna per la produzione di semente in tre aziende agricole situate a Loiano (BO) (714 m s.l.m.), Castelnovo Ne’ Monti (RE) (700 m s.l.m.) e Novafeltria (RN) (275 m s.l.m.) in regime biologico, durante la stagione colturale 2020/2021. Le ispezioni ai campi sono state effettuate per valutare la presenza di piante di specie diversa da quella moltiplicata e la presenza di fitopatie quali carbone (Ustilago tritici) e carie (Tilletia tritici). I rilievi agronomici sono stati eseguiti su quattro aree di saggio da 1 m2 ciascuno. L’altezza della pianta e la lunghezza della spiga sono state misurate su 10 piante per area di saggio. La semente in natura di ciascuna popolazione è stata mantenuta separata per ciascuna azienda agricola ed è quindi stata sottoposta a specifici passaggi di pulizia su una linea di selezione (Cimbria) presso la Cooperativa Agricola Cesenate, al fine di essere impiegata come semente presso la medesima azienda agricola nell’annata successiva (secondo anno di progetto). Per ogni popolazione e per ogni azienda agricola è stato effettuato un campionamento del seme in natura e un campionamento successivo alla lavorazione del seme.
I campioni sono stati infine analizzati per verificare la presenza di semi estranei e la germinabilità.
Per maggiori informazioni sul progetto e gli atti del convegno finale: www.gobreedforbio.it/

Il gioco delle tre carte nella governance dei sistemi agricoli

Il gioco delle tre carte nella governance dei sistemi agricoli

di Claudio Pozzi | Rete Semi Rurali

Luglio 2023. Una grande incertezza ci attanaglia: diamo risalto al risicato successo nell’approvazione della Nature Restauration Law, seppur depotenziata, o il codice etico ci impone la riservatezza del lutto e il risanamento delle ferite per il precedente voto al Parlamento Europeo? La direttiva sulle emissioni industriali (IED) esclude infatti i grandi allevamenti dagli obblighi di autorizzazione e dall’adozione di buone pratiche.
Risultati, almeno apparentemente, schizofrenici.
Chi ha il controllo dell’informazione e delle attività di lobbying sui parlamentari italiani nel Parlamento nazionale e anche in Europa?
Coldiretti naturalmente. Forse per questo non abbiamo tempo di brindare alle mezze vittorie o di lenire il dolore della sconfitta.
Non fai in tempo a girarti per vedere chi ti tira per la manica a destra che ti sgambettano a sinistra: infatti l’ultima assemblea di Federbio, invece che nella sede storica di Bologna, si è svolta a Roma, a Palazzo Rospigliosi, sede di Coldiretti.
Riunione che sancisce l’enorme influenza che Coldiretti esercita sul destino di Federbio: il  più potente paladino dell’agroindustria, la stessa struttura sindacale che, in barba agli interessi dei piccoli agricoltori che dice di rappresentare, manovra a favore della conservazione dello status quo legato ai potentati agroindustriali e relativi latifondi.
Ecco chi tiene il banco nel gioco delle tre carte: lo stesso sindacato che, rappresentato a livello europeo da COPA-COGECA, tenta la demolizione del Green Deal, sdogana le nuove tecniche genomiche (e i relativi brevetti) e passa con la mano sinistra a batter cassa dopo gli eventi climatici straordinari di cui con la mano destra disconosce, favorendola, la genesi.

In questo contesto l’Associazione Biodinamica, in allarme per la propria indipendenza, ha lanciato un appello per trovare protezione da chi vuole appropriarsi della sua identità, mentre UP BIO (così come ANAPROBIO) è uscita da Federbio con una lettera al Consiglio Direttivo in cui sottolinea le sue motivazioni e preoccupazioni. Gli altri Soci di RSR presenti in Federbio mantengono una posizione più prudente e ottimista, confidando nella democraticità dello Statuto, che dovrebbe consentire un’ opportuna rotazione nella gestione della Federazione (smentita però dall’operazione esercitata sulla cessione delle quote di Federbio Servizi), ma soprattutto nel caparbio tutoraggio di Maria Grazia Mammuccini, almeno fino a scadenza del suo mandato di Presidenza.
Ma la domanda che ci intriga è: cosa attira Coldiretti a spadroneggiare anche nelle storiche rappresentanze del Bio, mai tenuto in considerazione fino ad oggi? Di sicuro la ricca dotazione di fondi per  il potenziamento del biologico è una parte della risposta.

Fondi, latifondi, tre carte e asso pigliatutto una logica ferrea e un apparato apparentemente indistruttibile che gestisce il banco.

Le alleanze su Consorzi, Bonifiche Ferraresi, SIS, che vanno in direzione ben diversa dalla protezione delle piccole e medie aziende, non bastano più. Si punta all’en plein. Tutto questo è cronaca. Non abbiamo resistito e abbiamo voluto anche noi metterla in luce.

Regola indiscutibile del gioco delle tre carte è non partecipare se non vuoi esserne vittima.
Possiamo e dobbiamo osservarne le mosse dall’esterno, esserne attenti e concentrati testimoni, esercitando l’antica arte del non guardare il dito bensì alla luna: in tale prospettiva essere pronti e efficaci nel mettere a nudo il trucco e perseverare nell’opera educativa, formativa e informativa per garantire alternative al sistematico tritacarne di governo e sottogoverno delle politiche agricole istituzionali. 
Le strategie dal basso costruite con pazienza negli anni e le coalizioni che le hanno generate devono trovare urgentemente spazio nell’attenzione della società civile: una volta di più, se non poniamo rimedio, le scelte dissennate di Coldiretti & Co. potrebbero far franare definitivamente quanto di buono stava nelle strategie della Commissione EU uscente, con sempre più probabili nefasti e incalcolabili esiti.

Ancora ci attendono numerose tenzoni: riduzione dei pesticidi, riforma del regolamento sementiero, NBT / TEA sono alcune fra queste. Vi chiediamo di seguirci con attenzione e reagire con tempestività perché la voce della società civile dovrà farsi sentire forte e chiara.

La proprietà privata sulle sementi frena l’innovazione, sempre

La proprietà privata sulle sementi frena l’innovazione, sempre

La sessione dell’organo di governo del Trattato Fao sulle risorse fitogenetiche è un’occasione da non perdere per dare riconoscimento e dignità di esistenza alle comunità che producono e detengono la biodiversità

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 264 – Novembre 2023

Dal 20 al 24 novembre 2023 Roma ospita la decima sessione dell’organo di governo del Trattato Fao sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione. Si tratta della riunione di tutti i 150 Paesi aderenti che ogni due anni negoziano e definiscono attività e politiche, monitorando lo stato di avanzamento dell’implementazione nei singoli Stati membri. È importante ricordarsi che siamo all’interno del mondo delle Nazioni unite: un sistema di negoziato multilaterale dove le decisioni sono prese per consenso, con il principio “un Paese un voto”. Un esercizio di democrazia non irrilevante in un mondo sempre più dominato da gruppi di influenza come il G7, il G20 o da contesti dove a contare è soprattutto il peso economico dei membri, come il Brics formato per il momento da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

Ma di che cosa si occupa il Trattato Fao? Per capirlo dobbiamo tornare al 1983 quando durante la Conferenza della Fao, alcuni Stati del Sud del mondo chiesero un accordo internazionale sulle sementi. La domanda non era peregrina: com’era possibile che l’agrobiodiversità presente nei campi e sviluppata dagli agricoltori fosse considerata patrimonio comune dell’umanità a libero accesso e, invece, le varietà migliorate dalla ricerca erano protette da proprietà intellettuale? Da allora è passata tanta acqua sotto i ponti.

La Convenzione sulla diversità biologica (Cbd), approvata nel 1992 a Rio de Janeiro ed entrata in vigore nel 1994, si è illusa di trovare una soluzione a questa domanda, ancora più rilevante per il settore della biodiversità naturale: le risorse diventano di proprietà degli Stati e l’accesso viene negoziato con loro bilateralmente.

Facciamo un esempio: prima del 1994 una multinazionale poteva andare in Amazzonia, prelevare campioni o dati liberamente, tornare a “casa”, sviluppare un prodotto nuovo, brevettarlo e metterlo sul mercato. Il tutto senza nessun riconoscimento al Paese o alla comunità di origine della risorsa. Che invece, dal 1994, hanno un ruolo decisivo: la multinazionale, infatti, prima di andare a fare bioprospezione deve negoziare un accordo che stabilirà i benefici economici riconosciuti ai “proprietari” di quel bene. Questo modello si definisce Abs (acronimo di Access and benefit sharing) ed è stato formalizzato dal Protocollo di Nagoya entrato in vigore nel 2014, accordo interno alla Convenzione sulla diversità biologica frutto di ben vent’anni di discussioni.

Un simile sistema, basato su negoziati bilaterali tra “proprietari” della risorsa e utilizzatori, è una follia per l’innovazione varietale in agricoltura, frutto dello scambio continuo di varietà e del lavoro incrementale tra generazioni e attori. Far fronte a questa specificità è uno degli obiettivi del Trattato, che ha creato una specie di bene comune globale in cui i singoli Stati, abdicando alla loro sovranità, hanno deciso di mettere un set di colture in quello che si chiama Sistema multilaterale. Insomma, non più il libero accesso di quando erano patrimonio comune dell’umanità, ma un sistema facilitato, multilaterale, dove le risorse circolano sulla base di un accordo uguale per tutti e che non prevede scambi in denaro.

In un momento storico in cui abbiamo maggiore bisogno di biodiversità, questa è sempre più chiusa da recinti che ne rendono difficile, se non impossibile, l’uso

Nel frattempo la proprietà intellettuale ha esteso il suo dominio sulla ricerca agricola, con strumenti sempre più stringenti come il brevetto industriale che, grazie a pratiche scorrette dell’Ufficio brevetti europeo (Epo), finisce per andare a proteggere anche le varietà vegetali e i geni in esse contenute, disattendendo le indicazioni del Parlamento europeo. “Il sospetto è che la forzatura delle metafore meccanicistiche, inadeguate a descrivere la biologia di oggi, sia un alibi per giustificare la privatizzazione del vivente. I brevetti -scriveva nel 2003 la giurista Maria Chiara Tallacchini- sono strumenti che nascono in un altro ambito e con altri scopi: forse è ora di inventarci strumenti giuridici nuovi”. Purtroppo, invece di cercare vie innovative, siamo finiti a mettere bandierine, dare patenti di proprietà a una pletora di soggetti, con il risultato di rendere ancora più difficile lo scambio delle risorse, tanto che alcuni autori descrivono questa epoca come quella della tragedia degli anticommons. La tesi è semplice: quando troppe persone possiedono pezzi di una cosa, nessuno può usarla.

Un’eccessiva proprietà privata riduce l’innovazione e porta al sottoutilizzo della risorsa, in un meccanismo per cui si riduce la cooperazione e tutti perdono. Risolvere la tragedia degli anticommons sarà la sfida fondamentale per continuare a promuovere l’innovazione nelle nostre società. Dovendo fare un bilancio emerge un vincitore: gli avvocati esperti di negoziati Access and benefit sharing. Al contrario sono molto pochi gli esempi che dimostrano che il modello della Convenzione sulla diversità biologica -accesso in cambio di soldi- abbia davvero funzionato.

Nel settore agricolo le multinazionali sementiere si sono sviluppate le loro collezioni private di sementi, riducendo la necessità di accedere a quelle in pubblico dominio conservate dalle banche pubbliche del germoplasma e, di conseguenza, anche la disponibilità delle varietà. E, ovviamente, l’idea di avere un ritorno economico verso quelle comunità, rurali o indigene, che avevano sviluppato o conservato le risorse è rimasto solo un miraggio. In un momento storico in cui per rispondere alle sfide dei cambiamenti climatici avremmo maggiore bisogno di biodiversità, questa è sempre più chiusa da recinti e steccati che ne rendono difficile se non impossibile l’uso. Un controsenso legato alla polarizzazione tra Nord e Sud del mondo, di cui non si vede all’orizzonte una facile soluzione.

Ecco perché il Trattato è importante. È l’unico luogo multilaterale in cui trovare un compromesso tra mondi distanti e discutere non solo di accesso alle sementi, ma anche di quelle politiche che dovrebbero rendere pienamente operativo questo strumento di diritto internazionale. Politiche legate ai diritti degli agricoltori e all’uso sostenibile dell’agrobiodiversità, con l’obiettivo di dare riconoscimento e dignità di esistenza alle comunità che hanno prodotto, producono e detengono la diversità. Non soldi in cambio di risorse, ma costruzione di un ambiente scientifico, giuridico, sociale ed economico pluralistico: humus fondamentale dove far crescere nuovi sistemi agroalimentari diversificati e agroecologici.

CREDIT ALTRECONOMIA

Dalla monocoltura alla diversità agricola

Dalla monocoltura alla diversità agricola

Superare il dogma dell’uniformità in campo richiede un cambiamento sociale, economico, tecnico e culturale che avrà vincitori e vinti. Non c’è tempo da perdere.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 263 – Ottobre 2023

Mi è capitato sottomano un articolo di Le Scienze del 1987 dal titolo “La monocoltura”, in cui si legge che uniformità colturale e monocolture (la successione della stessa specie, anno dopo anno, nello stesso campo) sono uno degli effetti della modernizzazione agricola che ha permesso la crescita di produttività, grazie al supporto della chimica di sintesi. La specializzazione colturale ha permesso l’aumento delle superfici aziendali e scollegato definitivamente allevamento e agricoltura. Questo legame, fondamentale per assicurare la fertilità del suolo, infatti non è più necessario proprio grazie ai fertilizzanti. Tra le cause individuate nella diffusione delle monocolture gli autori ricordano la meccanizzazione e le economie di scala.

L’articolo, però, già allora avanzava alcune critiche al modello, indicando effetti collaterali come l’erosione del suolo e la perdita di sostanza organica. E proponeva una serie di tecniche alternative come le rotazioni, appropriati avvicendamenti colturali e una copertura del suolo continua.

Insomma, anche 35 anni fa era evidente la strada che aveva intrapreso l’agricoltura e come fosse necessaria una drastica correzione di rotta. Da allora, altri fattori sono diventati rilevanti nel favorire la specializzazione colturale e le monocolture in una corsa senza senso verso l’uniformità. La grande distribuzione organizzata, con il suo sistema di logistica, e la concentrazione del mercato dei fattori produttivi (sementi, fertilizzanti e pesticidi) lasciano sempre meno scelte agli agricoltori. Nel 1987 gli autori dell’articolo non potevano ancora annoverare tra gli effetti perversi dell’uniformità colturale una minore capacità di far fronte ai cambiamenti climatici.

A questa conclusione, invece, sono giunti i ricercatori che hanno scritto “Crop diversity buffers the impact of droughts and high temperatures on food production”, pubblicato a giugno 2023 sulla rivista Environmental research letter. Attraverso l’analisi di 58 anni di dati su clima, produzioni e redditi di 109 colture in 127 Paesi, gli autori affermano che “una maggiore diversità delle colture riduce gli impatti negativi della siccità e delle alte temperature sulle produzioni agricole”, evidenziando “il potenziale non ancora sfruttato della diversità delle colture per una maggiore resilienza alle condizioni meteorologiche”.

Sono state 109 le colture prese in esame per un periodo di 58 anni in uno studio scientifico dedicato agli impatti dell’agrodiversità su siccità e aumento delle temperature

Insomma, in pieno antropocene e in balia dei cambiamenti climatici il settore agricolo non può più nascondersi. Deve accettare la responsabilità di essere uno dei maggiori responsabili della crisi odierna, e allo stesso tempo prendere su di sé la sfida di svolgere un nuovo ruolo per favorire la sua transizione agroecologica. Si tratta di un passaggio non facile. Anni di ubriacatura tecnologica, basati sull’illusione del progresso unidimensionale dei modelli agricoli hanno creato un baratro culturale che è difficile recuperare in così poco tempo.

Passare dal dogma dell’uniformità e della monocoltura alla diversità richiede un processo sociale, economico, tecnico, scientifico, culturale e politico di cambiamento che avrà vincitori e vinti. Un processo che dovrà ridistribuire il potere all’interno delle filiere alimentari e anche nella ricerca agricola. Non si tratta solo di democratizzare o spezzare monopoli e oligopoli economici, ma di decolonizzare le nostre menti.

Realizzare che il progresso agricolo non è una linea retta che va dal passato al futuro, dai contadini agli imprenditori agricoli, dall’agricoltura familiare a quella capitalistica, è innanzitutto un processo culturale. Tante sarebbero le strade e i modelli possibili se avessimo la capacità di ascoltare le innovazioni che nascono nei diversi territori, cercando soluzioni fuori dai percorsi già battuti, e aprendo le nostre realtà sociali alla reciproca contaminazione.

CREDIT ALTRECONOMIA