Nonostante i numerosi vantaggi che le consociazioni possono apportare a livello agronomico, ecosistemico e produttivo, la loro diffusione nei terreni coltivati a seminativo rimane limitata.
Le barriere che ne ostacolano l’impiego sono diverse e possono essere ricondotte alle seguenti categorie:
• Carenza di conoscenze: l’agricoltore non possiede più le conoscenze per praticare le consociazioni, non sa quali colture abbinare e quali varietà scegliere (mancando anche percorsi di miglioramento genetico dedicati alle consociazioni), deve sperimentare nei propri terreni le giuste dosi di semina, fatica a trovare un’assistenza tecnica competente su questi temi. Risulta difficile anche trovare la collaborazione dei terzisti.
• Mancanza di macchinari specifici: nella maggior parte dei casi si adattano macchinari per le colture in purezza, ma seminatrici a tramogge separate o mietitrebbie con sistemi di regolazione specifici sarebbero molto utili.
• Difficoltà nella gestione del post raccolta: è difficile trovare laboratori per la separazione di piccole quantità di granelle e i costi incidono in modo rilevante sul prodotto finale. I trasformatori faticano ad accettare prodotti ottenuti da consociazioni per paura di impurità.
• Maggiori costi di produzione: l’acquisto delle sementi, la separazione delle granelle, la mancanza di una filiera dedicata determinano maggiori costi di produzione non compensati dal prezzo del prodotto finale.
• Mancata valorizzazione del prodotto finale: nella maggior parte dei casi il consumatore non sa cosa significhi consociare e quali vantaggi agroecologici comporti l’adozione di questa pratica. Il prodotto finale non viene riconosciuto sul mercato ed è equiparato, anche a livello di prezzo finale, a un prodotto convenzionale. Nel Caso Studio Co-Innovativo (CICS) italiano del progetto IntercropVALUES molte di queste barriere sono state rimosse dagli agricoltori stessi, in tutto o in parte, rendendo la consociazione una realtà del loro fare agricoltura. Questo si è reso possibile per diversi fattori:
• Predisposizione alla sperimentazione empirica in campo: le piccole dimensioni delle aziende agricole e la maggiore flessibilità e indipendenza nelle decisioni ha permesso ad agricoltori, tecnici e terzisti di acquisire esperienza.
• Investimento per realizzare un laboratorio di pulizia: due aziende agricole a produzione vegetale si sono dotate di un laboratorio di pulizia per la separazione delle granelle, rendendosi così indipendenti da lavorazioni esterne e avendo modo di lavorare piccole quantità seguendo tempistiche più consone. Tali laboratori operano anche in conto terzi, servendo le piccole aziende biologiche del territorio.
• Filiera corta: i prodotti delle consociazioni sono venduti tramite spacci aziendali, negozi specializzati ed e-commerce sul sito aziendale. Questo permette un contatto diretto coi consumatori che, informati, sono disponibili ad accettare un certo grado di impurità nelle granelle ottenute da consociazione.
• Predisposizione al contatto con la cittadinanza e alla collaborazione con realtà del territorio: si tratta di aziende “comunicative” in grado di creare reti con altri agricoltori, informare la cittadinanza attraverso canali social e giornate aperte in campo. Questo permette di creare consapevolezza su cosa significa consociare e aiuta a valorizzare il prodotto finale.
• Gestione agroecologica dell’azienda agricola: sono aziende certificate biologiche che mettono in pratica strategie agroecologiche per la gestione aziendale. Questo le identifica come particolarmente attente e sensibili al mantenere elevati livelli di biodiversità e complessità del sistema agricolo. I maggiori costi di produzione che le consociazioni comportano sono compensati dalla riduzione di quelli legati a input esterni, dal reimpiego della semente aziendale e dalla capitalizzazione della fertilità del terreno e dell’equilibrio a cui tende l’agroecosistema aziendale. Vi è un’unica barriera alla diffusione delle consociazioni, su cui l’agricoltore non riesce a intervenire direttamente: quella burocratica/amministrativa. Al momento, infatti, le consociazioni da granella non possono essere rappresentate nel fascicolo aziendale, dove è possibile indicare una sola coltura per particella. Si indica solo la specie prevalente, ossia quella con la densità di semina maggiore. Ciò implica due aspetti: l’agricoltore che pratica la consociazione ha un fascicolo aziendale che non ritrae la sua realtà, con problemi legati soprattutto alla tracciabilità delle produzioni; per le autorità, le consociazioni da granella non esistono, per cui non vengono riconosciute né supportate. Nel Piano di Sviluppo Rurale (PSR) 2013-2027 solo Toscana e Marche, sostengono questa pratica, limitandosi a includere la bulatura. Non è possibile neppure avere dati ufficiali sulla diffusione delle consociazioni da granella sul territorio italiano, perché questo dato non emerge nelle rilevazioni statistiche.
Rete Semi Rurali, insieme a CIA Toscana e ANABIO CIA, ha cercato una soluzione a questo problema, anche grazie a un confronto con il mondo della certificazione e il Ministero. La proposta è di inserire nel fascicolo aziendale il codice “consociazione da granella” declinato nelle diverse combinazioni fra cereali, leguminose e oleaginose. Sarebbe un primo passo per fare emergere questa importante pratica, sostenerla e facilitarne la diffusione.
Per capire se è possibile ridurre le lavorazioni di pulizia in post raccolta e al contempo offrire un prodotto proteico aperto a nuove possibilità di mercato, nell’ambito del progetto IntercropVALUES sono state effettuate delle prove per osservare come cambiano le caratteristiche tecnologiche dell’impasto aumentando la percentuale di farina di legume. FiBL (Svizzera) ha studiato come cambia il processo di panificazione aumentando la percentuale di farina di fava nella ricetta. Partendo da una farina di forza, con un contenuto proteico superiore al 12% si è visto che all’aumentare della percentuale della farina di fava era necessaria una maggior idratazione dell’impasto per compensare la riduzione della sua elasticità e l’uso della pasta madre. Dal punto di vista sensoriale, aumentando la percentuale di farina di fava la crosta diventa più scura e morbida, la mollica risulta meno alveolata e si sbriciola facilmente, il sapore acquisisce sentore di legume. L’università UniKassel (Germania), invece, ha approfondito il valore nutrizionale del pane realizzato con crescenti percentuali di farina di pisello mescolate alla farina di frumento integrale e farina raffinata, studiandone le variazioni di volume nel prodotto finale. I risultati sono i seguenti: nel pane con farina integrale, aggiungendo il 10% di farina di fave, si osserva un incremento del contenuto in minerali dello 0,1%. Valutando il volume del pane (cm3/100gr di farina), l’aggiunta di farina di piselli fino al 10% comporta minime variazioni, mentre nei panini prodotti con farina di frumento raffinata, aggiungendo fino al 7% di farina di piselli, si osserva un lieve aumento di volume. Il 21 giugno 2026, nell’incontro svoltosi in Toscana presso l’azienda agricola bio di Sara Passerini, una delle aziende del caso studio italiano, è stato allestito un laboratorio di analisi sensoriale che ha messo a confronto pani realizzati con farina di tipo 2 di frumento tenero della varietà Sieve con aggiunte di diverse percentuali di farine di pisello e di cicerchia. Il pane è stato realizzato con pasta madre. Su una scala da 1 a 5, tutti i campioni hanno superato il valore 3 per i parametri valutati. Il campione più gradito è stato quello con l’aggiunta del 10% di farina di pisello, mentre quello col 30% di cicerchia è risultato meno apprezzato. È possibile quindi immaginare lo sviluppo di nuovi prodotti che non comportino la separazione delle granelle, o che quantomeno riducano i passaggi di pulizia, e che valorizzino il contenuto proteico apportato dalle leguminose. Si prospettano in futuro attività legate all’analisi sensoriale e allo studio di processi tecnologici che accompagnino le sperimentazioni in campo.
degustazione pane proteico presso az. Sara Passerinivalutazione su pane proteico con app SeedLinked
Le consociazioni sono una tecnica con radici antiche ma estremamente attuale e in linea con i requisiti della Politica Agricola comunitaria. RSR le ha analizzate attraverso un Caso Studio Co-innovativo (CICS), nell’ambito del progetto IntercropVALUES, costituito da sette aziende agricole, quattro situate nel Nord e tre nel Centro Italia.
Tutte le aziende sono a conduzione biologica, di piccole-medie dimensioni e vantano una pluriennale esperienza nella pratica della consociazione. Nel caso studio italiano, due aziende zootecniche nella pianura padana coltivano sorgo e fagiolo dall’occhio da insilare, loietto e trifoglio da affienare, orzo e pisello proteico da sfarinare. L’obiettivo principale è quello di ottenere un prodotto per l’alimentazione zootecnica il più possibile completo ed equilibrato.
Un’azienda zootecnica e due aziende a produzione vegetale coltivano cereale bulato con leguminosa (frumento con trifoglio e avena con mix di trifogli in Nord Italia, grano duro con sulla in Centro Italia). In questo caso i vantaggi sono: facilitare il controllo delle infestanti, migliorare la fertilità e la gestione dell’umidità del terreno, e anticipare la produzione dei foraggi. Più interessanti risultano le consociazioni da granella per alimentazione umana praticate da due aziende agricole a produzione vegetale. Si tratta di cereali consociati a leguminose (frumento con fava, pisello o cicerchia, grano duro con cece, monococco con lenticchia nel caso di colture autunno vernine e miglio con fagiolo dall’occhio, lino e grano saraceno nel caso di colture primaverili estive). I vantaggi di queste consociazioni, oltre a quelli elencati in precedenza, sono quelli di ridurre l’allettamento, in particolare della leguminosa, diversificare le produzioni e, in alcuni casi, migliorare le rese, come dimostra l’indice LER (Land Equivalent Ratio).
Nel caso di frumento con pisello, se la leguminosa da granella costituisce la coltura principale, la funzione del frumento sarà principalmente quella di fornire sostegno e ridurre l’allettamento; nel caso in cui il cereale sia prevalente, la leguminosa favorirà la fertilità del terreno. I semi mescolati nella tramoggia, vengono seminati contemporaneamente con una seminatrice da frumento.
Importante sarà la regolazione della mietitrebbia, in particolare della distanza tra battitore e controbattitore, oltre alla velocità di avanzamento, in modo da ridurre il più possibile le rotture del legume La consociazione estiva grano saraceno con lino nasce da un’osservazione empirica in un’azienda agricola toscana con problemi di infestazione di cuscuta. Nei campi consociati con il lino, la cuscuta non si sviluppava, mentre nei campi in purezza costituiva un problema di difficile gestione. La consociazione estiva miglio con fagiolo dall’occhio è destinata all’alimentazione umana, le granelle hanno dimensioni diverse e sono facilmente separabili con un pulitore. Nelle annate con calore estremo e siccità, il fagiolo dall’occhio è soggetto ad aborto fiorale. Il miglio riesce a creare uno strato ombreggiante, favorendo l’allegagione del legume ed evitando il calo delle rese.
Grano saraceno con lino, Az. agr. Passerini Miglio con fagiolo dall’occhio, Cascina Bosco Fornasara
di Enrico Cresta – Bioleft, Pampaorganica Norte e Almendra Cremaschi- Centre for Research on Transformations, CONICET, Bioleft
In Argentina, nell’azienda agricola Altos Verdes si sta lavorando, in collaborazione con il gruppo di ricerca universitario Bioleft (bioleft. org), al miglioramento genetico di una varietà di mais a impollinazione libera (Open Pollinated – OP), sviluppando anche un sistema pratico per individuare ed eliminare inquinamenti con Organismi Geneticamente Modificati
La mancanza di offerta di sementi biologiche di mais costringe i produttori argentini a utilizzare gli ibridi convenzionali non-OGM e senza trattamenti, tutti materiali migliorati geneticamente in condizioni convenzionali, cioè con fertilizzanti e trattamenti chimici, non adatti quindi alle necessità e le caratteristiche del sistema biologico. Nel mondo del bio questo svantaggio di partenza si presenta in maggior o minor misura in molte coltivazioni in quasi tutti i Paesi, uno dei motivi per cui importanti organizzazioni internazionali come la IFOAM Seed Platform (https://seeds.ifoam. bio), il progetto di ricerca europeo Liveseeding (https://liveseeding.eu), l’Organic Seed Alliance in USA (https://seedalliance.org) promuovono lo sviluppo di sementi bio come passo fondamentale per la crescita del settore. Ma in Argentina la situazione è più complessa per la crescita esponenziale delle coltivazioni OGM iniziata a fine degli anni Novanta, che per il mais oggi raggiunge quasi il 99% della superficie (https://argenbio.org/cultivos-transgenicos/), creando un contesto dove poche ditte sementiere possono offrire materiali con i controlli necessari per garantire la condizione di non-OGM dentro i limiti di tolleranza (0,1%) che richiede la catena commerciale in Argentina. Questi materiali vengono principalmente destinati alla produzione di mais non-OGM convenzionale e seguono modalità di contratti commerciali restrittivi con sementi chimicamente trattate, che non facilitano certo la domanda, quantitativamente marginale, dei produttori bio.
Quindi uno scenario con una assai limitata disponibilità di sementi ibride non adattate e di elevato costo (oggi rappresenta più del 35% del totale della produzione del mais bio), che si presenta ancora più incerto per l’introduzione già in corso delle sementi sviluppate attraverso le NGT (New Genetic Techniques), che per la legislazione argentina non sono considerate OGM: le potenziali difficoltà per individuare e tracciare dette modificazioni genetiche, oltre ad aumentare ulteriormente i costi, potrebbero rappresentare un grave rischio sulla sostenibilità stessa della produzione bio.
La selezione si realizza in condizioni biologiche e non irrigue in modo di ottenere un miglioramento graduale e accumulativo in termini di comportamento produttivo in un ambiente caratterizzato da un’alta pressione selettiva
Produci i tuoi propri semi
Enrico Cresta e German Cravero, responsabili del progetto bio dell’azienda, ispirati dalle popolazioni evolutive, dal 2016 stanno sviluppando un processo di selezione di una varietà di mais OP adattato alle condizioni locali di produzione biologica e non-OGM. L’integrazione con l’iniziativa Bioleft facilita lo scambio di informazioni ed esperienze con altri produttori e tecnici consolidando il processo di miglioramento genetico partecipativo di mais. La popolazione iniziale si costruisce con la semina simultanea dei materiali non OGM disponibili in quel momento per la produzione bio più l’aggiunta di una varietà di uso locale (fornita dall’agroecologo Claudio Demo di Rio Cuarto) permettendo la libera impollinazione. Ogni annata si realizza la selezione massale sempre in condizioni biologiche e non irrigue in modo da ottenere un miglioramento graduale e accumulativo in termini di comportamento produttivo in un ambiente caratterizzato da un’alta pressione selettiva di infestanti e predatori. La decisione di sviluppare una varietà OP piuttosto che un ibrido risponde a criteri tanto pratici come strategici. Da un lato permette una maggior semplicità di gestione agronomica e dall’altro la sua più ampia diversità genetica ben si adatta alla selezione massale, che potrà essere attuata ogni anno cercando di ottenere risposte alla selezione (a livello genetico ed epigenetico) in grado di far fronte alla crescente variabilità ambientale legata ai cambiamenti climatici.
Oggi l’azienda dispone già di questo materiale (vedi foto) per utilizzarlo dentro il proprio schema di produzione di mais sostituendo, per ora in modo parziale, gli ibridi commerciali. Questa scelta permette di ampliare le opportunità di semina su campi di minor fertilità, con date precoci o tardive, e con usi foraggeri come insilati di pianta intera o pascolo diretto, molto utili nello schema integrato tra agricoltura e allevamento brado caratteristico del biologico estensivo argentino. I dati preliminari indicano una resa inferiore di circa il 30% rispetto agli ibridi commerciali, con test effettuati in condizioni convenzionali. Sarà, quindi, molto importante valutare in futuro il comportamento agronomico della varietà di mais OP, chiamata Originales24, in condizioni di produzione biologica, ambiente nel quale questo materiale è selezionato. Inoltre, sono in corso le prove per registrare la nuova varietà presso l’INASE (Instituto Nacional de Semillas) come primo passo per arrivare alla commercializzazione dell’Originales24.
Una procedura per mantenere i semi di mais liberi da OGM
Il rischio costante di inquinamenti con OGM provenienti dai semi utilizzati nel costruire la popolazione iniziale e/o dal polline di coltivazioni di mais transgenici circostanti, ha portato a sviluppare una strategia semplice e pratica alla portata tecnica di un produttore, come viene spiegato nello schema sopra. Nella fase iniziale della selezione circa 700 piante vengono coltivate in una parcella isolata e, prima della fioritura, sono analizzate per determinare presenza (positive) o assenza (negative) di OGM in gruppi identificati di circa 80 piante ognuno. Se un gruppo risulta positivo le 80 piante corrispondenti sono eliminate e dai gruppi con risultato negativo si selezionano le piante per la successiva moltiplicazione. Questa tecnica è stata alla base dello sviluppo della varietà Originales24 OGM-free. Ogni annata, in parallelo alle semine a pieno campo, viene ripetuta questa procedura in modo da individuare e eliminare qualsiasi contaminazione di eventi transgenici, assicurando una riserva strategica di sementi non-OGM.
Conclusioni
Lo sviluppo di sementi adattate alle condizioni della produzione biologica si presenta oggi come una delle principali sfide per l’espansione sostenibile di questo sistema agricolo a livello mondiale. In Argentina, con la terza superficie più vasta sotto certificazione bio, questa problematica si presenta in una coltivazione di rilievo come il mais, a causa dell’espansione dominante degli OGM e il minaccioso sbarco delle NGT. L’esperienza dell’azienda bio Altos Verdes con Bioleft offre una risposta concreta a questo problema ottenendo una varietà a impollinazione aperta di mais adattato al biologico, in continua evoluzione e libera da OGM.
Il miglioramento genetico partecipativo si presenta come una strategia pratica ed efficiente che potrebbe contribuire a risolvere in modo sostanziale i suddetti problemi di disponibilità di sementi adattate e migliorate per il biologico e l’agroecologia. Non come sostituzione dei sempre necessari programmi pubblici di miglioramento genetico, ma come un’azione complementare, valida, come in questo caso, dove il mercato ha fallito sistematicamente nel dare risposte, ma che permette all’agricoltore, in collaborazione con i tecnici, di riprendere in mano le conoscenze della genetica come potente strumento per risolvere i problemi specifici del proprio sistema produttivo. Produrre i propri semi vuol dire rompere la dipendenza dell’agricoltore moderno dalle innovazioni genetiche dettate dai mercati internazionali, per sostenere sistemi biodiversi di diversi agricoltori, aumentare la diversità genetica e promuovere la sovranità e la sicurezza alimentare.
La consociazione applicata ai seminativi sta suscitando un rinnovato interesse. Se già Columella nel suo De Re Rustica (scritto tra il 60 e il 65 d.C.) ne sottolineava l’importanza, e se in passato veniva diffusamente praticata, con l’avvento dell’agricoltura industriale, e la conseguente semplificazione dei sistemi colturali, il suo uso si è progressivamente ridotto. Le competenze tecniche si sono disperse al punto che oggi persino una semplice bulatura – ovvero la trasemina del trifoglio in un campo di frumento – rappresenta una sfida. Eppure, i vantaggi di questa tecnica sono molteplici e pienamente allineati con gli obiettivi di sostenibilità promossi dall’Europa. La consociazione non solo diversifica e incrementa la produzione, ma riduce il ricorso a input esterni, migliora il controllo della flora spontanea e dei patogeni, incrementa la fertilità del suolo e ottimizza la gestione della risorsa idrica. A questi benefici si aggiungono gli importanti servizi ecosistemici che derivano da un sistema agricolo più complesso: maggiore biodiversità coltivata e, di conseguenza, un aumento della biodiversità naturale. Oggi, tuttavia, solo il 2% della superficie europea a seminativo è coltivata con consociazioni. E il motivo non è soltanto la perdita di conoscenze. Gli ostacoli sono numerosi e riguardano la meccanizzazione, le operazioni post-raccolta, la trasformazione e, non ultima, la valorizzazione commerciale del prodotto finale. La ricerca scientifica sta affrontando queste criticità con crescente attenzione: attualmente sono 74 i progetti europei attivi su questi temi. In Italia, è difficile quantificare la superficie destinata a consociazioni da granella. Non esistono report statistici ufficiali e i dati non emergono dai documenti amministrativi. Nel fascicolo aziendale, ad esempio, è possibile indicare una sola coltura per appezzamento, fatta eccezione per gli erbai misti. Rete Semi Rurali partecipa al progetto di ricerca europeo IntercropVALUES, occupandosi del monitoraggio di un caso studio co-innovativo che coinvolge sette aziende agricole biologiche esperte in consociazioni, sia per la zootecnia che per l’alimentazione umana, distribuite tra pianura Padana e Centro Italia. Abbiamo seguito da vicino la sperimentazione condotta dagli agricoltori nei loro campi, documentando soluzioni talvolta creative per affrontare le difficoltà quotidiane. Abbiamo osservato i benefici agronomici e supportato le prove di trasformazione e l’organizzazione della filiera. Abbiamo affiancato gli agricoltori nella comunicazione verso la cittadinanza e le istituzioni. Niente di più errato, quindi, che considerare la consociazione una tecnica del passato, relegata a un’agricoltura arcaica ormai superata. Pur affondando le sue radici nella storia, essa è estremamente attuale e innovativa, e rappresenta forse l’approccio più efficace per una gestione agroecologica dei seminativi. In questo Notiziario analizzeremo le consociazioni dal punto di vista agronomico, esplorando alcuni casi studio nati dalla sperimentazione diretta degli agricoltori. Ci addentreremo, poi, negli ostacoli che chi sceglie questa strada deve affrontare e, infine, scopriremo alcune esperienze di panificazione con grani ottenuti da consociazioni.
Anche quest’anno i campi sperimentali di Rete Semi Rurali hanno rappresentato un laboratorio a cielo aperto per la ricerca partecipativa in agricoltura biologica, con sperimentazioni che intrecciano microbiologia del suolo, conservazione della biodiversità e miglioramento genetico partecipativo. Le raccolte nei campi cerealicoli si sono concentrate nel mese di luglio.
Peccioli: il campo più grande dell’anno
Il fulcro delle attività 2026 è stato il campo dell’Azienda Agricola Rosario Floriddia, a Peccioli (PI), con circa 230 parcelle dedicate a moltiplicazioni e trial sperimentali di diversa natura.
TRIBIOME, progetto europeo Horizon partito nel 2023, ha chiuso qui il suo secondo anno di sperimentazione sui meccanismi di interazione tra microrganismi del suolo e popolazioni di grano tenero e duro. Il progetto ha già isolato e caratterizzato diversi modulatori biologici — alcuni a base di microrganismi, altri da estratti fenolici vegetali — capaci di agire come regolatori positivi dello sviluppo delle piante di grano, con particolare attenzione alla resilienza contro siccità e stress termico.
Il progetto COUSIN ha occupato quattro campi distinti, ciascuno con un obiettivo di breeding specifico: un campo di incroci tra grano tenero e duro con diverse parentali selvatici; un campo di 10 parcelle dedicato al Timopheevi; un campo di incroci tra Monococco e Boeoticum affiancato da popolazioni di monococco; e un campo di moltiplicazione di materiale genetico di interesse, per lo più orzi. Complessivamente sono state seguite decine di accessioni provenienti da collezioni internazionali (es. linee MVCUS e MVGB, popolazioni di monococco Benedettelli, incroci Boeoticum, Thinophyrum, Nigrum Abissinia, e varietà di orzo come Agello, Palmira e i miscugli Sharid e Damasco), a testimonianza dell’ampiezza del lavoro di conservazione e valorizzazione delle parentali selvatiche.
Nello stesso campo si è svolto il trial in condizioni reali del Piano Nazionale delle Sementi Biologiche, condotto insieme al CREA, che sta sperimentando nuovi protocolli di valutazione per l’iscrizione al registro varietale biologico. Le prove riguardano varietà da conservazione e nuove accessioni non ancora presenti sul mercato, valutate su parametri specifici per il biologico come vigoria, capacità di copertura del suolo e comportamento all’allettamento.
A completare il quadro delle attività di Peccioli: la notifica e il controllo dell’eterogeneità, mantenimento e creazione dei MEB (Materiali Eterogenei Biologici); le moltiplicazioni di varietà autoctone toscane in collaborazione con la BGRT (Banca del Germoplasma della Regione Toscana) — Andriolo, Autonomia A, Autonomia B, Bianco Nostrale, Gentil Bianco, Gentil Rosso e Frassineto; le parcelle dell’ottavo anno del trial di epigenetica condotto con il CREA, su Villa Glori, Vilmorin, Frassineto, Abbondanza, Leone, Bologna, Solibam Floriddia e Solibam Li Rosi; e la moltiplicazione di materiali destinati alla Casa delle Sementi.
Torrita di Siena: i ceci del progetto EVA Legumes
Presso l’Azienda Agricola Passerini, a Torrita di Siena (SI), si è tenuto il trial su varietà di cece nell’ambito del progetto europeo EVA Legumes Network. La semina, avvenuta il 24 marzo 2026, ha riguardato 60 parcelle di cece della collezione IBBR. Il progetto coordina la valutazione di sette colture leguminose (fagiolo, cece, fava, lenticchia, lupino, pisello e leguminose minori) in ambienti diversificati, incluse aziende in aree marginali, con l’obiettivo di ampliare la disponibilità di proteine vegetali per una dieta più sostenibile in Europa.
Baratti: oltre 160 parcelle di cece da collezioni internazionali
Nell’Azienda Agricola SUN, a Baratti (LI), è stata condotta la moltiplicazione di cece da due importanti collezioni internazionali: 100 parcelle della collezione ICRISAT, ripartite in 50 a semina autunnale e 50 a semina primaverile, e 68 parcelle della collezione IBBR a semina primaverile. Un’attività che amplia significativamente il patrimonio di diversità genetica disponibile per la ricerca partecipativa sul cece.
Un mosaico di ricerca condivisa
Dalla rizosfera del grano alle parentali selvatiche, dalle sementi biologiche certificate ai ceci provenienti da collezioni internazionali: i campi 2026 di Rete Semi Rurali confermano il ruolo dell’associazione come piattaforma di connessione tra ricerca scientifica, aziende agricole e conservazione della biodiversità coltivata, in un lavoro che unisce breeding partecipativo e transizione agroecologica.
In totale, tra le tre aziende agricole coinvolte quest’anno, sono state messe a terra oltre 450 parcelle sperimentali distribuite su cinque progetti di ricerca europei e nazionali (TRIBIOME, COUSIN, EVA Legumes, Piano Nazionale delle Sementi Biologiche, oltre alle attività con BGRT e CREA) — un dato che racconta la scala e la continuità del lavoro di conservazione e breeding partecipativo portato avanti da Rete Semi Rurali insieme alle aziende agricole e ai centri di ricerca.