Riforma del materiale riproduttivo vegetale (PRM): agricoltori, piccoli allevatori e organizzazioni per la diversità delle sementi chiedono ai deputati europei di difendere l’agrobiodiversità 

Riforma del materiale riproduttivo vegetale (PRM): agricoltori, piccoli allevatori e organizzazioni per la diversità delle sementi chiedono ai deputati europei di difendere l’agrobiodiversità 

Il 4 marzo, agricoltori e selezionatori del mondo del biologico, seeds saver e organizzazioni ambientaliste si sono riuniti a Bruxelles per inviare un messaggio chiaro ai responsabili politici: le nuove leggi europee sulla commercializzazione delle sementi devono salvaguardare la diversità delle piante coltivate, attuare i diritti degli agricoltori e sostenere i piccoli allevatori biologici.

L’evento si è svolto presso il Parlamento europeo ospitato da Herbert Dorfmann (PPE, relatore), Martin Häusling (Verdi/EFA, relatore ombra) e Christophe Clergeau (S&D, relatore per la commissione Ambiente) e ha riunito rappresentanti del Parlamento, del Consiglio e della Commissione e professionisti del settore per uno scambio di opinioni sulla proposta del nuovo regolamento UE relativo alla produzione e alla commercializzazione del materiale di riproduzione vegetale (PRM). L’evento si è svolto un mese dopo l’avvio dei negoziati trilaterali. In tale occasione, la presidenza cipriota del Consiglio ha confermato l’obiettivo di raggiungere un accordo entro la fine di giugno.

Il relatore e i relatori ombra hanno sottolineato la necessità di dare spazio alla diversità nel testo finale, in particolare per quanto riguarda i diritti degli agricoltori e le varietà da conservazione. La presidenza cipriota si è detta fiduciosa nella ricerca di compromessi.
“Le preoccupazioni di alcuni Stati membri secondo cui norme più flessibili creerebbero mercati paralleli e indebolirebbero gli standard di qualità delle sementi non dovrebbero essere sopravvalutate, né utilizzate per giustificare una limitazione indebita e sproporzionata della scelta degli agricoltori e dei giardinieri, nonché del lavoro dei selezionatori biologici e delle aziende sementiere. Riteniamo che sia possibile per tutte le istituzioni trovare un terreno comune per soddisfare le esigenze dei diversi sistemi agricoli e lasciare spazio alla biodiversità, nell’interesse comune”, ha affermato Eric Gall, vicedirettore di IFOAM Organics Europe.

Le attuali direttive di commercializzazione del materiale riproduttivo vegetale (PRM) hanno storicamente favorito varietà uniformi e standardizzate, rendendo difficile l’accesso al mercato per le varietà eterogenee e adattate alle condizioni locali e limitando i diritti degli agricoltori. La nuova normativa PRM deve correggere questa situazione:

  • Riconoscendo i diritti degli agricoltori, e in particolare gli scambi di PRM tra agricoltori.
  • Garantendo un accesso reale al mercato per varietà non uniformi e biologiche.
  • Fornendo un forte sostegno alla conservazione dinamica della diversità delle piante coltivate.
  • Elaborando norme proporzionate che non escludano dal mercato i piccoli operatori a causa di oneri amministrativi eccessivi.

Durante l’evento, diversi soggetti interessati hanno presentato il valore della diversità delle piante coltivate e dei diritti degli agricoltori, sia per preservare il patrimonio culturale alimentare europeo che per rafforzare la resilienza dell’agricoltura. Gli interventi hanno chiarito che, alla luce delle varie sfide che l’agricoltura deve affrontare oggi, una normativa moderna in materia di commercializzazione non dovrebbe limitare i tipi di varietà che possono essere immesse in commercio a causa di un attaccamento obsoleto al concetto di uniformità genetica, ma piuttosto sostenere sistemi sementieri decentralizzati basati su una ampia diversità di varietà, e attori coinvolti.

Le organizzazioni partecipanti invitano i negoziatori del Trilogo ad apportare le modifiche necessarie alla proposta legislativa per sostenere questi obiettivi.


Qui di seguito viene riportato l’intervento del nostro direttore tecnico Riccardo Bocci invitato alla discussione:

Sono il direttore tecnico di Rete Semi Rurali, la rete italiana delle sementi che conta 40 organizzazioni affiliate, tra cui due aziende produttrici di sementi biologiche. Insieme ad altre organizzazioni presenti in questa sala, siamo partner del progetto Horizon LIVESEEDING sul miglioramento genetico biologico.

La mia presentazione parlerà delle varietà da conservazione, una delle categorie più promettenti migliorate dalla proposta della Commissione.

Come sapete, la Commissione ha proposto di aprire la categoria delle varietà da conservazione alle varietà di nuova selezione adattate alle condizioni locali. Ha tenuto conto dei nostri precedenti progetti Horizon, come LIVESEED, DYNAVERSITY o DIVERSIFOOD.

Il Parlamento europeo ha poi migliorato la proposta, introducendo il concetto di landraces – vecchie e nuove – derivate dalla selezione in azienda. Ha anche modificato il livello di diversità di questo materiale rendendolo “soddisfacente”.

A dicembre il Consiglio ha modificato la proposta limitando la categoria delle varietà di nuova selezione a frutta e ortaggi, aggiungendo una nuova definizione di varietà locali.

Riteniamo importante mantenere il nuovo testo semplice, utilizzando, se possibile, un’unica definizione per le landraces e le varietà di nuova selezione. Siamo flessibili su questa definizione, ma ciò che è davvero rilevante è lasciare aperta questa categoria di varietà di nuova selezione ai cereali e alle specie agricole. Questo punto sarà cruciale per le specie autoimpollinanti, come il grano, al fine di avere una categoria per le varietà di nuova selezione che non siano così diverse da soddisfare i requisiti dei materiali eterogenei biologici.

È inoltre importante giustificare questa apertura collegandola al concetto di uso sostenibile dell’agrobiodiversità per l’alimentazione e l’agricoltura.

Non dovremmo perdere l’opportunità di rendere questo nuovo regolamento il più innovativo al mondo, definendo norme adeguate e flessibili per la commercializzazione delle sementi, ma lasciando allo stesso tempo spazio sufficiente alla diversità e all’evoluzione locale delle varietà nei campi degli agricoltori. Non solo per il futuro dei sistemi agricoli dell’UE, ma anche del Sud del mondo, dove stanno copiando le nostre leggi sulle sementi.”

Nuovi Ogm e brevetti. L’anno della resistenza

Nuovi Ogm e brevetti. L’anno della resistenza

Le multinazionali sementiere spingono su proprietà intellettuale e tecnologie genetiche. Saranno mesi chiave. Dalla parte del biologico.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 289 – Febbraio 2026

Il 2025 si è chiuso con alcune decisioni dell’Unione europea che avranno un forte impatto sul futuro dell’agricoltura.

Si tratta dei negoziati sui nuovi Ogm e sul nuovo regolamento sementiero. Nel primo caso il trilogo, che vede all’opera Consiglio, Commissione e Parlamento, ha finalizzato il testo che per essere definitivamente approvato dovrà essere votato di nuovo dal Parlamento europeo a marzo.

Nel secondo il Consiglio ha finito la sua lettura e quindi nel corso del 2026 comincerà il trilogo. In ambedue i casi la posizione del Consiglio è stata molto conservativa: spingendo per la deregolamentazione dei nuovi Ogm, noti anche come New genomic techniques (Ngt), e riducendo il sistema di deroghe in favore della biodiversità previste nel testo sementiero. I ministeri nazionali si confermano con posizioni a favore del modello agroindustriale con minori capacità della Commissione e del Parlamento di ascoltare le voci della società civile fuori dal coro dei sindacati.

Per quanto riguarda i nuovi Ogm possiamo già immaginarci lo scenario futuro a meno che il Parlamento non riesca a votare un emendamento al testo in grado di riaprire il negoziato. La buona notizia è il mantenimento del divieto esplicito dell’uso delle Ngt di categoria 1 e 2 nella produzione biologica. La difficoltà sarà capire come attuarlo nella pratica visto che non è prevista nessuna tracciabilità o etichettatura per le Ngt1, solo le sementi dovranno esserlo. La contaminazione accidentale nella produzione biologica non costituirà una non conformità, ma non ci sono ancora tutele adeguate per garantire la coesistenza.

Sono 40 i brevetti concessi nel 2025 dall’Ufficio europeo dei brevetti che sono basati sul miglioramento genetico convenzionale e su sequenze geniche presenti in natura

L’altro tema caldo è quello dei brevetti. Qui il Consiglio si è allontanato molto dalle richieste del Parlamento, che aveva chiesto il divieto esplicito dell’uso del brevetto. Al contrario il trilogo si è chiuso con la vittoria della posizione del Consiglio, che prevede alcune misure di salvaguardia volontarie volte a evitare la concentrazione del settore e l’introduzione di un Codice di condotta sulla brevettabilità per facilitare l’accesso al materiale di riproduzione brevettato, che dovrà essere definito entro 18 mesi dall’entrata in vigore del regolamento. Sono tutti strumenti non vincolanti che poco potranno fare per limitare le politiche aggressive in tema di proprietà intellettuale delle multinazionali sementiere.

Come ci racconta infatti il rapporto della campagna No Patents on Seeds! sull’andamento dei brevetti nel 2025, l’Ufficio europeo dei brevetti continua a concederne su geni vegetali presenti in natura trattati come invenzioni, andando contro la Direttiva europea sulla proprietà intellettuale e le indicazioni del Parlamento europeo. Ad esempio un brevetto del dicembre scorso concesso all’azienda Bayer rivendica varianti genetiche naturali che presumibilmente rendono la lattuga resistente ad alcuni afidi.

Che cosa fare in questa situazione? Una prima azione dovrà essere la difesa e la promozione del biologico che per ora resta l’unico sistema agricolo libero dai nuovi Ogm. Dovremo immaginarlo come il sistema di base su cui innestare processi e pratiche volontarie più virtuose, come ad esempio l’agroecologia o l’agricoltura rigenerativa. I distretti biologici in quest’ottica possono giocare un ruolo strategico aumentando la superficie coltivata a bio e aiutando gli agricoltori nella gestione della coesistenza. In secondo luogo sarà necessario lavorare sulle diverse filiere a partire dalle sementi e dai processi di ricerca e innovazione che producono le nuove varietà. La sfida sarà capire come collaborare con la ricerca agricola pubblica sempre più affascinata dalle sirene delle nuove tecnologie genetiche.

Pesticidi, appello di 11 associazioni al Governo italiano: «Fermate la deregolamentazione in Europa»

Pesticidi, appello di 11 associazioni al Governo italiano: «Fermate la deregolamentazione in Europa»

Appello di 11 Associazioni nazionali al Governo italiano per una posizione contraria alla semplificazione delle regole europee su autorizzazioni e uso dei pesticidi

11 Associazioni nazionali (ACU – Associazione Consumatori e Utenti, AIDA – Associazione Italiana di Agroecologia, Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, Federazione Nazionale Pro Natura, Greenpeace, ISDE-Italia Medici per l’Ambiente, Lipu, Rete Semi Rurali, Terra!, UPBio – Unione Produttori Biologico, WWF Italia) hanno inviato una lettera ai Ministri dell’Agricoltura, della Salute e dell’Ambiente per esprimere la loro preoccupazione per la proposta di regolamento “Omnibus” sulla sicurezza di alimenti e mangimi presentata dalla Commissione Europea. Le 11 Associazioni denunciano come la proposta, presentata con il pretesto della semplificazione normativa, rappresenti in realtà un pericoloso arretramento per la protezione della salute pubblica e dell’ambiente, in continuità, anche se in modo non trasparente, con una deriva normativa inaccettabile. 

Il provvedimento rischia di smantellare un impianto normativo costruito in decenni di legislazione europea per garantire la sicurezza dei cittadini e la salvaguardia dell’ambiente. Un percorso lungo e complesso, motivato dalla crescente consapevolezza dei danni causati dall’uso indiscriminato dei prodotti chimici di sintesi in agricoltura e sostenuto dalle numerose mobilitazioni della società civile, che ha portato all’adozione di criteri rigorosi per valutare la pericolosità dei principi attivi dei prodotti fitosanitari prima della loro immissione sul mercato.

Con questo ennesimo provvedimento Omnibus verrebbe introdotta la possibilità di concedere approvazioni illimitate per le sostanze attive, eliminando le revisioni sistematiche necessarie per ritirare dal mercato pesticidi la cui pericolosità emerge da nuove evidenze scientifiche. Contemporaneamente, si limiterebbe la capacità degli Stati membri di basarsi sulle più recenti ricerche scientifiche per autorizzare prodotti fitosanitari a livello nazionale, contraddicendo la giurisprudenza europea e il ruolo degli Stati nella tutela dei propri cittadini. Sarebbero inoltre estesi i periodi delle deroghe per l’utilizzo di sostanze non più autorizzate, normalizzando di fatto l’impiego di pesticidi dannosi fino a tre anni dopo la loro messa al bando, e si amplierebbero le deroghe per autorizzare sostanze pericolose in nome della salvaguardia della produzione agricola, contraddicendo la gerarchia degli obiettivi del Regolamento UE che pone salute e ambiente al primo posto. Un principio, quest’ultimo, che richiama quanto sancito dall’articolo 41 della Costituzione italiana, il quale stabilisce che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla salute e all’ambiente, ponendo la salvaguardia di questi beni fondamentali al di sopra del mero guadagno economico. 

A tutto questo si aggiunge la mancata correzione dello scandalo dei residui di pesticidi vietati nell’UE nei prodotti importati, perpetuando un inaccettabile doppio standard e incoraggiando di fatto l’uso di sostanze pericolose in paesi terzi, a danno delle comunità locali, creando un mercato per l’export di veleni da parte di aziende europee. La definizione vaga di “bio-controllo” rischia inoltre di includere sostanze chimiche dall’impatto sconosciuto, mentre la facilitazione all’uso dei pesticidi tramite droni solleva nuovi interrogativi su esposizione e contaminazione ambientale. 

“Questa proposta non semplifica, ma deregolamenta. È un cavallo di Troia dell’industria chimica che, spacciandosi per un provvedimento a favore degli agricoltori, in realtà tradisce le aspettative dei cittadini europei che chiedono più ambiente e più salute”, dichiarano le 11 Associazioni firmatarie. “Chiediamo con forza al Governo italiano di opporsi e respingere integralmente questo provvedimento in tutte le sedi europee, difendendo l’integrità della legislazione UE e il principio di precauzione”.  

La mobilitazione delle Associazioni italiane si inserisce nel solco delle preoccupazioni già espresse a livello europeo da 139 organizzazioni in una lettera inviata nell’ottobre 2025 alla Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, a dimostrazione di un fronte ampio e coeso contro questo tentativo di indebolire le garanzie per la tutela dell’ambiente e la salute delle persone. 

Roma, 18 febbraio 2026

Le 11 Associazioni: ACU – Associazione Consumatori e Utenti; AIDA – Associazione Italiana di Agroecologia; Associazione Italiana Agricoltura Biodinamica; Federazione Nazionale Pro Natura; Greenpeace Italia; ISDE Medici per l’Ambiente; Lipu; UPBIO – Unione Produttori Biologici; Rete Semi Rurali ETS; Terra!; WWF Italia

Contro l’oleografia del cibo

Contro l’oleografia del cibo

Abitare la complessità

Alex Giordano – Università Federico II di Napoli, Università Giustino Fortunato

Il recente riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità offre un’occasione preziosa, ma anche ambigua


Può essere letto come un atto di responsabilità culturale oppure come l’ennesima operazione di rassicurazione identitaria, che congela il cibo in un’immagine oleografica e profondamente depoliticizzata. È un rischio che conosciamo bene: trasformare processi vivi in icone immobili, separando il cibo dai territori, dai suoli, dai semi e dalle relazioni che lo
rendono possibile.
Se prendiamo sul serio la parola patrimonio, dobbiamo però sottrarla alla logica del museo. La cucina italiana non è autentica perché pura, antica o immutabile. È autentica perché è stata, ed è ancora, un processo meticcio, innovazione permanente, dispositivo di continua ibridazione tra culture, climi, specie, tecniche e saperi. Pomodori, mais, patate, varietà agricole, fermentazioni e pratiche alimentari raccontano una storia fatta di migrazioni, adattamenti e negoziazioni, non di confini chiusi. Il gastronazionalismo banale tradisce proprio questa storia.
Viviamo in un tempo in cui il futuro viene immaginato quasi esclusivamente come un problema tecnologico: più dati, più controllo, più automazione. Anche l’agricoltura rischia di essere risucchiata in questa narrazione, trasformata in un settore da ottimizzare attraverso soluzioni estrattive, spesso disancorate dai contesti ecologici e sociali. In questo scenario, la domanda sbagliata è: quanto le tecnologie possono dare all’agricoltura?
La domanda giusta, forse, è un’altra: quanto l’agricoltura può insegnarci a ripensare l’idea stessa di f uturo?
Un’agricoltura evolutiva, partecipativa, radicata nei territori e aperta alla sperimentazione collettiva, non è un residuo del passato. È un laboratorio avanzato di pensiero sistemico. È uno spazio in cui la complessità non viene ridotta, ma abitata; in cui la conoscenza non è separata dall’esperienza; in cui il sapere nasce dall’interazione tra mente, mani e corpo, tra esseri umani e non-umani.
In questa prospettiva, anche le tecnologie possono trovare un posto, ma solo a una condizione: che vengano addomesticate dentro una nuova cosmologia. Non più tecnologie del dominio, della previsione totale, dell’estrazione di valore, ma strumenti capaci di ascoltare, di adattarsi, di accompagnare processi viventi. Tecnologie che non pretendano di sostituire le relazioni, ma che le rendano più intelligibili; che non cancellino la diversità, ma la rendano praticabile. Tecnologie che sanno ascoltare, più che imporre.
Un’agricoltura di questo tipo, capace di tenere insieme conoscenza scientifica e saperi situati, mostra che la complessità non va semplificata, ma abitata. Che la salute non è una variabile isolata, ma una relazione, come ci ricorda chiaramente l’approccio One Health richiamato in questo numero del Notiziario. La salute del suolo, delle piante, degli animali e delle persone non è separabile senza produrre nuove fragilità.
Allo stesso modo, la riflessione sul microbioma e sull’olobionte ci costringe a ridimensionare l’illusione di autonomia dell’essere umano e dei suoi sistemi produttivi. Siamo sistemi viventi dentro altri sistemi viventi. L’agricoltura lo sa da sempre, quando non viene forzata dentro modelli riduzionisti ed estrattivi.
Separare l’agricoltura del futuro dalla terra e dai territori sarebbe un errore profondo, così come separare il cibo dai corpi e dai saperi che lo producono. In un Paese ecologicamente e culturalmente variegato come l’Italia, il futuro non può essere pensato in termini di standardizzazione, ma di simpatia: sentire-con, vivere-con, trasformarsi-con.
Se il riconoscimento UNESCO saprà aprire questo spazio di riflessione — e non chiuderlo in una retorica identitaria— allora potrà diventare qualcosa di più di un titolo onorifico. Potrà aiutarci a comprendere che il f uturo non è un orizzonte da conquistare, ma un equilibrio da negoziare continuamente. E che l’agricoltura, quando resta viva e condivisa, non è il problema da modernizzare, ma una delle chiavi più fertili per dirottare di senso l’idea di futuro che abbiamo davanti. E, per come stanno evolvendo le cose, è probabilmente questa l’urgenza più grande.

Torna oggi 5 febbraio la giornata nazionale per la prevenzione allo spreco alimentare

Torna oggi 5 febbraio la giornata nazionale per la prevenzione allo spreco alimentare

Sfamare 9 miliardi di persone entro il 2050 è una delle sfide più grandi del nostro secolo.
Ma la risposta non può essere semplicemente produrre di più a ogni costo, se poi ogni anno, solo nell’Unione Europea, sprechiamo oltre 58 milioni di tonnellate di cibo, pari a circa 130 kg a persona.

In occasione della Giornata Nazionale per la prevenzione dello Spreco Alimentare, è necessario guardare in faccia la realtà: lo spreco non è un incidente di percorso, ma il risultato di un modello alimentare complesso che deve essere trasformato su più fronti, dalla produzione ai sistemi di distribuzione e consumo, per renderlo più sostenibile, più equo e più salutare.
Questo significa innanzitutto ripensare l’agricoltura, sostenendo la produzione biologica, tutelando la salute del suolo e la biodiversità, ma anche riducendo il peso dell’allevamento intensivo. Orientare una parte maggiore della produzione verso legumi e cereali destinati direttamente al consumo umano è una scelta fondamentale per ridurre l’impatto ambientale e migliorare la sicurezza alimentare.

Significa poi valorizzare le filiere corte: meno passaggi tra chi produce e chi consuma vuol dire meno sprechi lungo la catena, maggiore programmazione, prezzi più equi per agricoltori e produttori locali e un sostegno concreto alle economie e alle comunità del territorio.

Infine, è indispensabile adottare ed educare a consumi più consapevoli, legati alla stagionalità, al territorio e al reale fabbisogno. Ridurre gli sprechi significa anche imparare a pianificare meglio la spesa, dare valore al cibo e riconoscere
la responsabilità che ognuno di noi ha nelle proprie scelte quotidiane.

Contrastare lo spreco alimentare non è solo una questione di produzione: è una scelta sociale, economica e culturale, che riguarda il futuro di tutti.

Recupera l’articolo scritto per la rubrica “Semi in Viaggio” per altreconomia: https://rsr.bio/cambiare-i-sistemi-alimentari-per-sfamare-il-mondo/

Sementi, biodiversità e politiche pubbliche: dallo Zimbabwe una traiettoria Africa–Europa

Sementi, biodiversità e politiche pubbliche: dallo Zimbabwe una traiettoria Africa–Europa

di Fulvio Vicenzo – responsabile transizione ecologica di Cospe ETS e Riccardo Bocci – Rete semi rurali ETS

I sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori (Farmers’ Managed Seed Systems – FMSS) e le case delle sementi comunitarie rappresentano una delle infrastrutture più importanti – e al tempo stesso meno riconosciute – per la sicurezza alimentare globale e per la costruzione della sovranità alimentare delle comunità e territori. In molte regioni rurali del mondo sono questi sistemi a garantire l’accesso a sementi adattate ai contesti locali, la conservazione della biodiversità coltivata e la capacità di risposta a shock climatici sempre più frequenti. Eppure, proprio tali sistemi continuano a operare in una zona grigia dal punto di vista normativo e politico, tanto in Europa come nel continente africano dove Cospe, Terre des Hommes Italia, Rete Semi Rurali (RSR), Sustainable Agriculture Technology (SAT), Community Technology Development Organisation (CTDT) e Women and Land Zimbabwe (WLZ), hanno realizzato e concluso, in Zimbabwe, nella provincia di Masvingo – distretti di Masvingo, Chiredzi, Mwenezi, durante il 2025, il progetto Semi per il futuro – agricoltura sostenibile per la resilienza delle comunità rurali, cofinanziato da AICS.

Condizioni climatiche imprevedibili, kit tecnologici basati su input chimici e sementi migliorate, accesso limitato a risorse finanziarie e a servizi di assistenza tecnica formati in pratiche sostenibili ed agroecologiche, ma soprattutto quadri legislativi pensati quasi esclusivamente per il sistema sementiero formale rendono difficile la sopravvivenza e la valorizzazione delle varietà locali. Le normative nazionali, in Africa come in Europa, continuano infatti a basarsi su criteri di registrazione delle varietà – il sistema basato su Distinzione, Uniformità e Stabilità (DUS) – che mal si adattano a materiali eterogenei e a processi di selezione partecipativa e decentralizzata, pratica che il progetto Semi per il futuro ha voluto sostenere ed ampliare, grazie soprattutto ai partner Rete Semi Rurali e CTDO. In Africa, il paradosso è evidente:

il sistema formale copre mediamente solo il 20% della domanda di sementi, mentre l’80% è soddisfatto dai sistemi gestiti dagli agricoltori, che garantiscono una maggiore diversità genetica e un più forte adattamento locale. È a partire da questa contraddizione che, dal 25 al 27 novembre 2024, ad Harare, si è svolto il workshop regionale promosso dal progetto Seeds for the Future, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e coordinato da COSPE, Rete Semi Rurali e CTDT insieme ad altri partner europei ed africani.
Il seminario, dal titolo “Dalla selezione per la diversità alle normative sulle sementi: come promuovere un ambiente favorevole ai sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori

, ha riunito agricoltori e agricoltrici, ricercatori, funzionari pubblici e rappresentanti di reti della società civile provenienti da diversi Paesi africani ed europei. L’obiettivo non era solo tecnico, ma apertamente politico: creare uno spazio di dialogo tra livelli locali, nazionali e internazionali per ripensare le regole del gioco che governano l’accesso alle sementi.

Come ha sottolineato Riccardo Bocci, direttore tecnico di Rete Semi Rurali, in apertura dei lavori, “la diversità coltivata non è un residuo del passato, ma una risorsa strategica per il futuro. Se le regole riconoscono solo l’uniformità, finiscono per escludere proprio ciò che rende resilienti i sistemi agricoli di fronte al cambiamento climatico”.

Il workshop si è svolto nel quadro del Trattato Internazionale sulle Risorse Fitogenetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura (ITPGRFA), con il supporto della FAO e del Segretariato del Trattato. Un elemento tutt’altro che formale: infatti, anche se non molti operatori della cooperazione internazionale non ne sono consapevoli, il Trattato riconosce esplicitamente, da un lato, i Farmers’ Rights (Art. 9) e l’uso sostenibile dell’agrobiodiversità (art. 6), e dall’altro il ruolo della cooperazione internazionale e del capacity building (Art. 7) come leve per sostenere sistemi sementieri equi e sostenibili.
Durante l’incontro sono emerse convergenze significative tra Africa ed Europa. I modelli legislativi sono sorprendentemente simili, perchè molti

molti Paesi africani hanno storicamente adottato il paradigma europeo tradizionale, centrato su uniformità e certificazione. Tuttavia, mentre diversi Stati africani continuano a rafforzare questo approccio, l’Unione Europea sta attraversando una fase di profonda revisione della propria legislazione sementiera, aprendo – almeno potenzialmente – maggiori spazi per la diversità, le varietà da conservazione e i sistemi gestiti dagli agricoltori, in modo particolare nell’ambito delle normative relative all’agricoltura biologica.

È in questo scarto temporale e politico che si inserisce il valore strategico del lavoro avviato in Zimbabwe. Il workshop di Harare non si è limitato a un confronto di esperienze, ma ha prodotto raccomandazioni condivise su temi chiave: il riconoscimento giuridico dei sistemi sementieri contadini, il rafforzamento delle case delle sementi comunitarie, il passaggio da sistemi rigidi di registrazione a meccanismi più flessibili e l’adozione di sistemi di qualità e certificazione partecipata.

Secondo Andrew Mushita, direttore di CTDT in Zimbabwe, “in molti Paesi africani il seme contadino è la norma, non l’eccezione. Senza un riconoscimento legale e investimenti mirati, il sistema che oggi garantisce la maggior parte delle sementi rischia di diventare fragile proprio nel momento in cui il cambiamento climatico ne rende il ruolo ancora più cruciale”.

Le raccomandazioni elaborate ad Harare sono state quindi utilizzate come input nel processo in corso dell’Unione Africana sui sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori e sono state presentate come buona pratica regionale all’undicesima sessione dell’Organo Direttivo del Trattato FAO, svoltasi a Lima nel novembre 2025. In questo senso, il progetto Seeds for the Future ha contribuito alla nascita di una vera e propria “comunità di pratica” Africa–Europa, capace di dialogare con i processi politici continentali.

È in questa traiettoria che si colloca la prospettiva del nuovo incontro regionale previsto ad Harare tra nel 2026. L’obiettivo non sarà solo fare il punto sui progressi normativi, ma consolidare un’agenda condivisa tra reti contadine, istituzioni pubbliche, organismi regionali e cooperazione internazionale. L’evento punta a rafforzare il legame tra politiche sementiere, adattamento climatico e sicurezza alimentare, creando uno spazio strutturato di confronto tra Africa ed Europa in un momento di profondo cambiamento dei quadri regolatori globali.

Per la Cooperazione italiana, questa prospettiva apre opportunità rilevanti. Come sottolinea Fulvio Vicenzo, responsabile della transizione ecologica di COSPE, “il Trattato FAO non è un tema per addetti ai lavori: parla di cooperazione internazionale, di diritti dei contadini e di responsabilità condivise, e inoltre l’Italia è uno dei principali finanziatori. Oggi, mentre l’Europa riscrive le regole sulle sementi, è fondamentale che il sistema della cooperazione italiana investa su questi processi, costruendo coerenza tra politiche agricole, commercio e sicurezza alimentare nelle relazioni tra continenti”.

In un contesto segnato da crisi climatiche, instabilità dei mercati e tensioni geopolitiche, sostenere sistemi sementieri diversificati e gestiti dagli agricoltori e soprattutto dalle donne protagoniste in tale percorso, non è solo una scelta tecnica, ma una scelta strategica. L’esperienza dello Zimbabwe dimostra che progetti di cooperazione ben radicati possono incidere su politiche regionali e continentali, contribuendo a ridisegnare le regole che governano il futuro del cibo.

L’esperienza avviata in Zimbabwe suggerisce alcune piste operative concrete che la cooperazione italiana potrebbe consolidare nei prossimi anni, in coerenza con le priorità strategiche di AICS su clima, sistemi alimentari sostenibili, parità di genere

e sviluppo territoriale. Una prima direttrice riguarda l’integrazione strutturale dei Farmers’ managed seed systems nei programmi su adattamento climatico e agroecologia, riconoscendoli come infrastrutture chiave per la resilienza dei sistemi agricoli. In termini operativi, ciò dovrebbe tradursi in azioni specifiche all’interno dei bandi su sicurezza alimentare e cambiamento climatico, capaci di sostenere case delle sementi comunitarie, programmi di selezione partecipativa e reti di scambio sementiero a livello territoriale, in sinergia e complementarietà con il Benefit-sharing Fund (Fondo per la condivisione dei benefici) gestito dal Trattato stesso.

Un secondo ambito riguarda il rafforzamento del dialogo tra ricerca, politiche pubbliche e pratiche di campo. Attraverso partenariati strutturati FAO–AICS e collaborazioni con università, centri di ricerca, come il CIHEAM per esempio, specializzato nell’agricoltura biologica, e reti contadine, la Cooperazione italiana potrebbe sostenere linee guida operative su FMSS e agroecologia, utili sia ai progetti che ai decisori pubblici nei Paesi partner. Questo approccio consentirebbe di collegare in modo più sistematico gli interventi locali ai processi normativi nazionali e regionali, contribuendo a riforme legislative più inclusive e coerenti con i farmers’ rights.

Un terzo asse strategico riguarda il nesso tra biodiversità, genere e inclusione socio-economica. In molti contesti, le donne svolgono un ruolo centrale nella selezione, conservazione e circolazione delle sementi locali. Rendere questo contributo visibile e sostenuto – ad esempio attraverso criteri di genere espliciti nei bandi, supporto a organizzazioni di donne e giovani e investimenti mirati nelle economie locali – permetterebbe di rafforzare l’impatto sociale degli interventi su FMSS e agroecologia.

Infine, collegare i sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori allo sviluppo territoriale e alle filiere locali rappresenta una leva fondamentale per rendere la biodiversità un motore di sviluppo e la trasformazione agroecologica dei sistemi agroalimentari a livello locale, e non solo un tema di conservazione. Il sostegno a catene del valore territoriali, mercati locali e sistemi alimentari sostenibili può trasformare i semi in un punto di ingresso per politiche integrate su clima, occupazione rurale e coesione sociale. In questo quadro, AICS con l’intero sistema Italia, avrebbe l’opportunità di posizionarsi come attore di riferimento nel promuovere un approccio ai sistemi alimentari che tenga insieme biodiversità, agroecologia e giustizia sociale, rafforzando il ruolo della cooperazione italiana nei processi regionali e multilaterali in corso.