Per una “ricontadinizzazione” dell’agricoltura

Per una “ricontadinizzazione” dell’agricoltura

L’idea degli agricoltori-condottieri delle loro imprese nei mari del libero mercato è illusoria. Servono modelli collettivi e lo sguardo ai territori.

a cura di Rete Semi Rurali – Tratto da Altreconomia 291 – Aprile 2026

Fare l’economista agrario, oggi, è molto difficile. Prendo in prestito e riadatto la frase di apertura dell’editoriale uscito a febbraio 2026 sull’Informatore agrario, in cui l’economista Angelo Frascarelli riflette sulle difficoltà di lavorare come imprenditore agricolo e dispensa consigli per sopravvivere nel mondo di incertezze in cui il settore si trova a vivere oggi: tra cambiamenti climatici, mercati instabili e prezzi in discesa.

Il tutto mentre aumentano i costi di produzione. In questo caos il professore si chiede che cosa fare, quando anche l’ultimo baluardo di difesa del modello agricolo industriale, la tanto amata e odiata Politica agricola comune (Pac), mostra preoccupanti segnali di ridimensionamento sotto la pressione da un lato della rinazionalizzazione e dall’altro del drenaggio di risorse verso altri comparti come la difesa. La risposta dell’economista agrario segnala tutta la difficoltà di questa disciplina nel ridefinire sé stessa in una realtà che non è più quella del secondo dopoguerra. Infatti Frascarelli delinea una strada già vecchia: gli agricoltori devono fare impresa in maniera più professionale e “smettere di guidare il trattore per dedicare più tempo a guidare l’impresa”.

A parte la fascinazione di immaginare le migliaia di agricoltori come condottieri delle loro imprese che veleggiano nei mari del libero mercato, questa risposta non sta più in piedi nei fatti. Come chiedere più impresa quando è proprio il modello dell’impresa come soggetto individuale che oggi sta entrando in crisi? Non a caso anni fa il sociologo olandese Van Der Ploeg scriveva che la risposta più resiliente alla crisi dell’agricoltura viene da quegli imprenditori agricoli che tornano a essere contadini, smettendo di vedersi come impresa connessa al mercato dei fattori produttivi e a quello internazionale dei prodotti, dove non controllano né i prezzi di acquisto dei mezzi tecnici né quello di vendita dei loro prodotti.

Per capire i limiti e le possibilità di questa “ricontadinizzazione” avremmo bisogno di nuovi quadri teorici e analitici in grado di comprendere le innovazioni in corso che lavorano su modelli collettivi di fare agricoltura, superando la dimensione singola dell’impresa per creare una dinamica di relazioni con il territorio di cui e in cui vive la stessa azienda. Ad esempio dobbiamo sfatare la favola raccontata all’università per cui il prezzo è legato all’incontro tra domanda e offerta ma capire come si possa legare il giusto costo con il valore e il lavoro contenuti in un prodotto; oltre che affrontare il tema dell’accesso alla terra per gestire un ricambio generazionale non basato su rendita e proprietà. Per fare questi passaggi, però, è essenziale che l’economia agraria smetta di ridurre la sua analisi alla microeconomia -l’impresa e la sua allocazione efficiente dei fattori- e allarghi lo sguardo al contesto esterno in cui l’azienda opera.

Le aziende che secondo l’Inps nel 2024 occupavano operai agricoli dipendenti: un numero che tra il 2019 e il 2024 si è complessivamente ridotto del 9%

Questo significa interrogarsi sulla concentrazione di potere a monte e a valle dell’agricoltore, sull’illusione di un libero mercato dominato da oligopoli, sulle nuove forme di subordinazione del lavoro agricolo migrante e sul controllo delle filiere da parte di conglomerati industriali, trainati dalla grande distribuzione organizzata o da attori come i consorzi agrari italiani e Bonifiche Ferraresi (BF). È necessario studiare, capire e descrivere queste dinamiche che stanno ristrutturando i sistemi agroalimentari, comprimendo diritti e democrazia, non solo per gli agricoltori ma anche per noi cittadini.

È quanto mai attuale il monito dell’economista Manlio Rossi Doria, contenuto nei suoi “Scritti per il Mezzogiorno” del 1982: “Solo se ci si avventurerà nella fantasia guardando alla vera natura dei problemi, si potrà risolverli in forme nuove; solo cioè ripassando attraverso l’utopia, la scienza potrà risolvere i problemi dell’agricoltura”.

Il nemico sbagliato dei sindacati agricoli

Il nemico sbagliato dei sindacati agricoli

I trattori protestano contro Mercosur e Green deal. Ma l’attuale crisi è frutto di quel modello che oggi si vuole difendere a qualunque costo.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 290 – Marzo 2026

L’agricoltura è tornata ad affacciarsi sulle copertine dei giornali con le immagini dei trattori che protestano per l’accordo di libero scambio tra Europa e America Latina (Mercosur). La paura è l’arrivo di materie prime a prezzi più bassi, in grado di esercitare una competizione sleale perché gli agricoltori sudamericani non rispettano gli alti standard qualitativi dell’agricoltura europea.

Mentre queste contestazioni sono in atto, l’Unione europea sta definendo la nuova Politica agricola comune (Pac) con l’obiettivo di ridurre il suo bilancio e andare verso una nazionalizzazione. In questo quadro è interessante leggere l’analisi che fa, nelle pagine della rivista di settore L’informatore agrario, Paolo De Castro, ex ministro dell’Agricoltura dei Governi Prodi e oggi, dopo una lunga stagione a Bruxelles nella Commissione agricoltura, approdato alla presidenza di Nomisma. La tensione tra agricoltori e Commissione europea viene imputata, nelle sue origini, alle politiche delGreen deal descritte come spinte “verso un ambientalismo tale da mettere in difficoltà i sistemi produttivi”.

Un secondo elemento di tensione descritto da De Castro è l’asimmetrico accordo Mercosur che penalizza gli agricoltori europei che “rispettano regole ambiziose con alti standard” assenti nel Sud America. Un terzo elemento è ovviamente il nuovo bilancio della Pac che drena risorse dal settore e metterà in crisi gli agricoltori, penalizzati anche dai dazi statunitensi che minano le esportazioni delle nostre eccellenze gastronomiche.

Ma siamo sicuri che siano questi i problemi o piuttosto la crisi del settore non sia dovuta a una mancanza di visione del nuovo ruolo che dovrebbe avere l’agricoltura nelle nostre società, in un mondo alle prese con l’impatto sempre più evidente dei cambiamenti climatici?

Le richieste espresse da De Castro e sostenute dai sindacati agricoli si inseriscono ancora nel modello agricolo produttivista del secolo scorso. L’intensificazione tecnologica, accoppiata alle nuove tecniche genomiche, è la risposta alla crisi in un sistema mondo globalizzato, dominato dalla competizione sui mercati esteri e dall’approvvigionamento di materie prime dalle zone a vocazione più industriale e con costi di produzione bassi. Come se la crisi agricola che stiamo vivendo non sia stata causata anche da questo modello che si vuole portare avanti. Proviamo dunque a rispondere ai tre elementi descritti cambiando prospettiva.

La questione ambientale anziché essere vissuta come un limite, avrebbe dovuto essere vissuta come una sfida per trasformare l’agricoltura e ridurne l’impatto. Niente di impossibile considerato che il biologico esiste da 40 anni ma di questa strada non si trova traccia nella narrazione di De Castro. Questa scelta avrebbe potuto aprire la partita della Pac alla società, facendola diventare una politica alimentare con una maggiore capacità di difendere la sua esistenza e la necessità di un forte budget dedicato. La Pac avrebbe dovuto essere ripensata per sostenere il lavoro agricolo e non la rendita.

Il tema relazioni Nord-Sud non può essere affrontato senza mettere in discussione le nostre politiche di dumping e il fatto che quei prodotti chimici, non più ammessi da noi, ma usati nel Sud globale, vengano proprio dall’Europa. Ancora, è l’Europa che impone le monocolture di soia o mais all’America Latina per alimentare gli allevamenti intensivi. Tutto ciò non si può eludere per il suo devastante impatto sociale, ambientale e sulla salute pubblica. La globalizzazione va riconcepita in un’ottica di riterritorializzazione dei sistemi agricoli per ricollegare produzione e consumo a livello locale. Infine nell’editoriale di De Castro è assente il principale imputato di questa crisi, i sindacati agricoli, che non sono stati capaci di adeguare le loro politiche e strutture alle sfide che dobbiamo affrontare in questo millennio.

Nuovi Ogm e brevetti. L’anno della resistenza

Nuovi Ogm e brevetti. L’anno della resistenza

Le multinazionali sementiere spingono su proprietà intellettuale e tecnologie genetiche. Saranno mesi chiave. Dalla parte del biologico.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 289 – Febbraio 2026

Il 2025 si è chiuso con alcune decisioni dell’Unione europea che avranno un forte impatto sul futuro dell’agricoltura.

Si tratta dei negoziati sui nuovi Ogm e sul nuovo regolamento sementiero. Nel primo caso il trilogo, che vede all’opera Consiglio, Commissione e Parlamento, ha finalizzato il testo che per essere definitivamente approvato dovrà essere votato di nuovo dal Parlamento europeo a marzo.

Nel secondo il Consiglio ha finito la sua lettura e quindi nel corso del 2026 comincerà il trilogo. In ambedue i casi la posizione del Consiglio è stata molto conservativa: spingendo per la deregolamentazione dei nuovi Ogm, noti anche come New genomic techniques (Ngt), e riducendo il sistema di deroghe in favore della biodiversità previste nel testo sementiero. I ministeri nazionali si confermano con posizioni a favore del modello agroindustriale con minori capacità della Commissione e del Parlamento di ascoltare le voci della società civile fuori dal coro dei sindacati.

Per quanto riguarda i nuovi Ogm possiamo già immaginarci lo scenario futuro a meno che il Parlamento non riesca a votare un emendamento al testo in grado di riaprire il negoziato. La buona notizia è il mantenimento del divieto esplicito dell’uso delle Ngt di categoria 1 e 2 nella produzione biologica. La difficoltà sarà capire come attuarlo nella pratica visto che non è prevista nessuna tracciabilità o etichettatura per le Ngt1, solo le sementi dovranno esserlo. La contaminazione accidentale nella produzione biologica non costituirà una non conformità, ma non ci sono ancora tutele adeguate per garantire la coesistenza.

Sono 40 i brevetti concessi nel 2025 dall’Ufficio europeo dei brevetti che sono basati sul miglioramento genetico convenzionale e su sequenze geniche presenti in natura

L’altro tema caldo è quello dei brevetti. Qui il Consiglio si è allontanato molto dalle richieste del Parlamento, che aveva chiesto il divieto esplicito dell’uso del brevetto. Al contrario il trilogo si è chiuso con la vittoria della posizione del Consiglio, che prevede alcune misure di salvaguardia volontarie volte a evitare la concentrazione del settore e l’introduzione di un Codice di condotta sulla brevettabilità per facilitare l’accesso al materiale di riproduzione brevettato, che dovrà essere definito entro 18 mesi dall’entrata in vigore del regolamento. Sono tutti strumenti non vincolanti che poco potranno fare per limitare le politiche aggressive in tema di proprietà intellettuale delle multinazionali sementiere.

Come ci racconta infatti il rapporto della campagna No Patents on Seeds! sull’andamento dei brevetti nel 2025, l’Ufficio europeo dei brevetti continua a concederne su geni vegetali presenti in natura trattati come invenzioni, andando contro la Direttiva europea sulla proprietà intellettuale e le indicazioni del Parlamento europeo. Ad esempio un brevetto del dicembre scorso concesso all’azienda Bayer rivendica varianti genetiche naturali che presumibilmente rendono la lattuga resistente ad alcuni afidi.

Che cosa fare in questa situazione? Una prima azione dovrà essere la difesa e la promozione del biologico che per ora resta l’unico sistema agricolo libero dai nuovi Ogm. Dovremo immaginarlo come il sistema di base su cui innestare processi e pratiche volontarie più virtuose, come ad esempio l’agroecologia o l’agricoltura rigenerativa. I distretti biologici in quest’ottica possono giocare un ruolo strategico aumentando la superficie coltivata a bio e aiutando gli agricoltori nella gestione della coesistenza. In secondo luogo sarà necessario lavorare sulle diverse filiere a partire dalle sementi e dai processi di ricerca e innovazione che producono le nuove varietà. La sfida sarà capire come collaborare con la ricerca agricola pubblica sempre più affascinata dalle sirene delle nuove tecnologie genetiche.

Sulla sovranità alimentare la sinistra ha perso

Sulla sovranità alimentare la sinistra ha perso

Inebriati dalla sbornia neoliberista i progressisti hanno “regalato” il tema alla destra. Oggi è diventata una sterile difesa di un fantasioso “Made in Italy”

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 288 — Gennaio 2026

A novembre 2026 saranno passati trent’anni dalla Conferenza mondiale sull’alimentazione tenutasi a novembre 1996 presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) a Roma, voluta dall’allora neo direttore generale, il senegalese Jacques Diouf, primo africano a presiedere l’Agenzia. Dopo più di due decenni dall’ultima Conferenza del 1974, Diouf riteneva inaccettabile “la tragedia umana di 800 milioni di persone senza un adeguato accesso al cibo” e per questo chiedeva un cambio di passo alla sua organizzazione. Purtroppo, come abbiamo visto anche nell’ultima rubrica del 2025 dedicata alla Fao, da allora la situazione non ha registrato molti progressi.

Di quel momento vorrei però ricordare non tanto l’evento ufficiale ma quello parallelo organizzato dalla società civile, con il coordinamento della Via Campesina, presso la stazione Ostiense. Infatti è in questa occasione che viene coniato il concetto di “sovranità alimentare” che dal 1996 ha animato un fecondo dibattito tra organizzazioni del Nord e del Sud globale e marcato la sua presenza nei vari consessi in cui le istituzioni internazionali si incontravano: dai vari G8 o G20 passando dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) fino alle famose Conferenze delle parti (Cop) delle Convenzioni su ambiente e cambiamenti climatici.

Il percorso nazionale, europeo e globale dei movimenti sociali espresso nei social forum di inizio anni Duemila non può essere raccontato senza considerare l’importanza che la sovranità alimentare e i movimenti a essa associati hanno giocato nel muovere le coscienze e mobilitare le persone.

La questione agricola era tornata prepotentemente nell’agenda politica dei movimenti sociali e, con più fatica, si faceva strada anche nella politica. Allora era ancora attivo un canale di comunicazione e reciproco ascolto con una parte della sinistra parlamentare che sosteneva anche economicamente i processi in corso. L’edizione del social forum a Firenze nel 2002 può essere vista come il momento di massimo splendore di questo percorso.

Le persone senza adeguato accesso al cibo nel 1996 erano 800 milioni. Una tragedia umana che dopo trent’anni non si è ancora conclusa

Che cosa resta di quegli anni? Via Campesina ha dedicato tre Forum mondiali alla sovranità alimentare (in Mali, a Nyéléni, nel 2007 e nel 2015 e in Sri Lanka nel 2025) ma questi eventi sono diventati quasi per “addetti ai lavori”, un bel castello arroccato a cui mancano le connessioni vitali con il territorio circostante. I movimenti sociali che la alimentavano e di cui si nutriva sono invecchiati, appassiti nel frattempo.

La sovranità alimentare invece di essere capita, tradotta e praticata dalla sinistra politica, inebriata dalla sbornia neoliberista, è stata sdoganata a destra dando il nome al nuovo ministero dell’Agricoltura coniugata come difesa ideologica, sterile e commerciale di un fantasioso “Made in Italy”.

L’agricoltura è così scomparsa dal dibattito pubblico come tema sociale, animato, vissuto e praticato da chi la crisi agricola, frutto della tensione irrisolta tra tradizione e modernità, la vive tutti i giorni. Non sono scomparsi i conflitti, sono semplicemente diventati invisibili. Le nuove tecnologie, dai droni ai nuovi Ogm, sono diventate l’orizzonte salvifico e mediatico dentro cui è stato incanalato il futuro dell’agricoltura con una saldatura tra mondo sindacale, politico e scientifico. E, ironia della sorte, quasi come una vendetta del capitalismo che tutto mangia e digerisce, la stazione Ostiense che ha dato i natali alla sovranità alimentare oggi è diventata la sede di Eataly, il negozio emblema del “Made in Italy buonista”.

Un nuovo protagonismo della società civile nella Fao

Un nuovo protagonismo della società civile nella Fao

Il processo di riforma dell’agenzia si concluderà nel 2027. Se si limiterà a un riordino burocratico sarà un’occasione persa. L’Europa, Italia in primis, faccia di tutto per evitarlo. 

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 286 – Dicembre2025

Il 16 ottobre 2025 la Food and agriculture organisation (Fao), agenzia delle Nazioni Unite con sede a Roma, ha festeggiato gli ottant’anni dalla sua fondazione. Ma al di là di celebrarne l’esistenza a distanza di quasi un secolo, qual è il suo impatto rispetto gli scopi prefissati? Ha ancora un ruolo nel guidare i sistemi alimentari verso le sfide che li aspettano? 

A leggere i numeri del rapporto “The state of food security and nutrition in the world 2025”, pubblicato dalla Fao stessa, la strada per eradicare la fame e l’insicurezza alimentare entro il 2030 (obiettivo di sviluppo sostenibile 2.1) è ancora lunga, così come appare lontano l’obiettivo 2.2 che dovrebbe porre fine a tutte le forme di malnutrizione.

Il documento individua l’elevata inflazione come una delle principali cause dell’aumento dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione infantile e chiede azioni coordinate per raggiungere i target nei prossimi cinque anni. Il problema è che sul fronte delle proposte il report resta molto legato al tema della trasparenza dei mercati e relativi prezzi, cioè le politiche monetarie e fiscali da parte degli Stati, senza analizzare la concentrazione dei mercati agricoli, chi li controlla e come immaginare mercati diversi in grado di garantire la sicurezza alimentare a livello locale.

Non è un caso che si limiti a promuovere in maniera generica “un commercio aperto e resiliente che protegga le popolazioni vulnerabili”. I giganti del commercio mondiale Archer Daniels Midland (Adm), Bunge, Cargill e (Louis) Dreyfus non sono considerati, sebbene giochino un ruolo più importante dei singoli Stati grazie alle loro riserve alimentari. 

Il rapporto evidenzia dunque che quanto fatto finora non basta, ma le soluzioni proposte sono molto parziali perché non prendono in considerazione il diritto al cibo e il tema della giustizia sociale.

Se sul fronte dei risultati la Fao non brilla, la sua posizione vacilla anche per gli scossoni che sta ricevendo il sistema multilaterale. I tagli del governo statunitense alle Nazioni Unite, infatti, stanno avendo un forte impatto anche su questa agenzia che vedrà un suo ridimensionamento, a meno che attori come l’Europa non si facciano carico, politicamente ed economicamente, del mancato supporto degli Usa.

Un recente articolo sul sito Food tank scritto da Pat Mooney, Shalmali Guttal e Sofia Monsalve Suarez, membri del Panel internazionale di esperti sui sistemi alimentari sostenibili (Ipes-Food), dal titolo “Il sistema alimentare globale è rotto e ripararlo richiederà più che buone intenzioni”, analizza i motivi degli insuccessi della Fao e delinea una possibile via d’uscita.

Tra 638 e 720 milioni di persone anno sofferto la fame nel 2024 nel mondo. Quasi il 50% sono in Africa.

Il punto centrale secondo gli autori è che “il mandato originario si è disperso tra diverse agenzie, e le collaborazioni con grandi multinazionali dell’agrochimica e dell’agribusiness hanno sollevato dubbi sui conflitti d’interesse, mettendo in discussione l’indipendenza e la credibilità dell’istituzione”.

È necessario ricostruire la sua missione pubblica, rinforzando le relazioni con l’Alto commissariato per i diritti umani e il Relatore speciale sul diritto al cibo, e aprendosi a una partecipazione maggiore della società civile, vista come parte fondamentale del sistema e non come accessorio. 

Il Consiglio della Fao ha avviato il processo di riforma che si concluderà nel 2027 ma avrà successo solo se terrà conto di queste considerazioni e non si limiterà a un riordino burocratico o amministrativo. L’Europa potrebbe giocare un ruolo chiave in questa transizione con l’Italia in prima fila. Non solo perché ospitiamo la sede della Fao ma anche perché da gennaio 2021 il vicedirettore generale della Fao è italiano, nella persona di Maurizio Martina.

Lo stallo internazionale sull’accesso alle sementi di cui non parla nessuno

Lo stallo internazionale sull’accesso alle sementi di cui non parla nessuno

Il settore privato non ha mai pagato le compensazioni previste dal Trattato Fao. A Lima a fine novembre c’è una riunione chiave con 154 Paesi. 

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 286 – Novembre 2025

Dal 24 al 29 novembre si terrà a Lima, in Perù, l’undicesima riunione dell’Organo di governo del Trattato Fao sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione. L’incontro vedrà la partecipazione di 154 Paesi, riuniti per discutere del futuro della risorsa alla base dei nostri sistemi agricoli: la biodiversità che troviamo espressa nelle piante coltivate e nelle migliaia di varietà di ogni singola specie.

Il Trattato è stato approvato nel 2001 e dalla sua ratifica nel 2004 si occupa di gestire l’accesso alle risorse conservate nei frigoriferi delle banche pubbliche delle sementi con un approccio multilaterale e facilitato. Non bisogna negoziare o stabilire un compenso per avere accesso alle sementi ma semplicemente aderire al cosiddetto Accordo di trasferimento materiale (Atm), che è standard e uguale per tutti.

Grazie a questo sistema specifico per la diversità agricola più di sette milioni di accessioni (campioni conservati nelle banche) sono disponibili e ogni anno vengono firmati più di centomila Atm. Inoltre, il Trattato si occupa di favorire politiche sui diritti degli agricoltori sulle sementi e sulla conservazione e l’uso sostenibile della diversità agricola.

Purtroppo, però, uno degli obiettivi del Trattato in questi venti anni di funzionamento non si è realizzato. Si tratta della compensazione monetaria che dovrebbe arrivare dal settore privato per avere accesso alle sementi conservate e che dovrebbe finanziare il Fondo di ripartizione dei benefici gestito dal Trattato stesso. Una sorta di bilanciamento dei diritti di proprietà intellettuale sulle sementi, pensato anche come risarcimento per aver usato per decenni le varietà locali come materia prima per la ricerca senza nessuna compensazione. Fino ad oggi le risorse arrivate dal settore privato sono irrisorie e il Fondo è stato alimentato da contribuzioni volontarie degli Stati, in particolare Italia e Norvegia.

I Paesi industrializzati hanno sostenuto molto poco questo strumento, non capendo il valore simbolico che avrebbe potuto avere, anche in un’ottica di risarcimento rispetto al nostro passato coloniale estrattivista. Come dire: finora abbiamo usato le risorse del Sud globale in maniera gratuita ma da oggi contribuiamo al Fondo per sostenere lo spirito multilaterale del Trattato e riconoscere il lavoro degli agricoltori nello sviluppo della diversità agricola nel corso della storia.

Sono sette milioni i campioni conservati nelle banche delle sementi e accessibili grazie al Trattato Fao sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione

L’Europa avrebbe dovuto giocare ben altro ruolo, facendo proprie le aspettative dei Paesi del Sud e sostenendo finanziariamente sia il Fondo sia il Trattato con contribuzioni volontarie dei singoli Stati in assenza di quelle del settore sementiero privato. Si è invece limitata a difendere l’accesso facilitato in faticosi negoziati giocati sulle virgole, senza nessuna visione di lungo periodo. E senza capire che la posta in gioco è troppo alta per lasciare queste scelte in mano ad avvocati esperti di proprietà intellettuale che si preoccupano di difendere gli interessi consolidati dei singoli Paesi o dei loro operatori economici.

Sarebbe bastato poco in termini economici ma avrebbe significato tanto in termini politici. Mettere risorse economiche sul Fondo, anche in maniera volontaria, avrebbe permesso di arrivare alla riunione di novembre con meno conflitti tra Paesi del Nord e del Sud del mondo e una visione condivisa sull’importanza del Trattato come strumento multilaterale di accesso alle sementi e ripartizione dei benefici. Al contrario: vedremo le due parti su posizioni sempre più polarizzate, il Nord in difesa dell’accesso alle sementi per la ricerca e il suo mondo sementiero privato e il Sud in difesa della sovranità nazionale sulle risorse genetiche e di una ripartizione economica derivante dal loro uso. Uno stallo da cui è difficile prevedere una via d’uscita.