Nonostante i numerosi vantaggi che le consociazioni possono apportare a livello agronomico, ecosistemico e produttivo, la loro diffusione nei terreni coltivati a seminativo rimane limitata.
Le barriere che ne ostacolano l’impiego sono diverse e possono essere ricondotte alle seguenti categorie:
• Carenza di conoscenze: l’agricoltore non possiede più le conoscenze per praticare le consociazioni, non sa quali colture abbinare e quali varietà scegliere (mancando anche percorsi di miglioramento genetico dedicati alle consociazioni), deve sperimentare nei propri terreni le giuste dosi di semina, fatica a trovare un’assistenza tecnica competente su questi temi. Risulta difficile anche trovare la collaborazione dei terzisti.
• Mancanza di macchinari specifici: nella maggior parte dei casi si adattano macchinari per le colture in purezza, ma seminatrici a tramogge separate o mietitrebbie con sistemi di regolazione specifici sarebbero molto utili.
• Difficoltà nella gestione del post raccolta: è difficile trovare laboratori per la separazione di piccole quantità di granelle e i costi incidono in modo rilevante sul prodotto finale. I trasformatori faticano ad accettare prodotti ottenuti da consociazioni per paura di impurità.
• Maggiori costi di produzione: l’acquisto delle sementi, la separazione delle granelle, la mancanza di una filiera dedicata determinano maggiori costi di produzione non compensati dal prezzo del prodotto finale.
• Mancata valorizzazione del prodotto finale: nella maggior parte dei casi il consumatore non sa cosa significhi consociare e quali vantaggi agroecologici comporti l’adozione di questa pratica. Il prodotto finale non viene riconosciuto sul mercato ed è equiparato, anche a livello di prezzo finale, a un prodotto convenzionale. Nel Caso Studio Co-Innovativo (CICS) italiano del progetto IntercropVALUES molte di queste barriere sono state rimosse dagli agricoltori stessi, in tutto o in parte, rendendo la consociazione una realtà del loro fare agricoltura. Questo si è reso possibile per diversi fattori:
• Predisposizione alla sperimentazione empirica in campo: le piccole dimensioni delle aziende agricole e la maggiore flessibilità e indipendenza nelle decisioni ha permesso ad agricoltori, tecnici e terzisti di acquisire esperienza.
• Investimento per realizzare un laboratorio di pulizia: due aziende agricole a produzione vegetale si sono dotate di un laboratorio di pulizia per la separazione delle granelle, rendendosi così indipendenti da lavorazioni esterne e avendo modo di lavorare piccole quantità seguendo tempistiche più consone. Tali laboratori operano anche in conto terzi, servendo le piccole aziende biologiche del territorio.
• Filiera corta: i prodotti delle consociazioni sono venduti tramite spacci aziendali, negozi specializzati ed e-commerce sul sito aziendale. Questo permette un contatto diretto coi consumatori che, informati, sono disponibili ad accettare un certo grado di impurità nelle granelle ottenute da consociazione.
• Predisposizione al contatto con la cittadinanza e alla collaborazione con realtà del territorio: si tratta di aziende “comunicative” in grado di creare reti con altri agricoltori, informare la cittadinanza attraverso canali social e giornate aperte in campo. Questo permette di creare consapevolezza su cosa significa consociare e aiuta a valorizzare il prodotto finale.
• Gestione agroecologica dell’azienda agricola: sono aziende certificate biologiche che mettono in pratica strategie agroecologiche per la gestione aziendale. Questo le identifica come particolarmente attente e sensibili al mantenere elevati livelli di biodiversità e complessità del sistema agricolo. I maggiori costi di produzione che le consociazioni comportano sono compensati dalla riduzione di quelli legati a input esterni, dal reimpiego della semente aziendale e dalla capitalizzazione della fertilità del terreno e dell’equilibrio a cui tende l’agroecosistema aziendale. Vi è un’unica barriera alla diffusione delle consociazioni, su cui l’agricoltore non riesce a intervenire direttamente: quella burocratica/amministrativa. Al momento, infatti, le consociazioni da granella non possono essere rappresentate nel fascicolo aziendale, dove è possibile indicare una sola coltura per particella. Si indica solo la specie prevalente, ossia quella con la densità di semina maggiore. Ciò implica due aspetti: l’agricoltore che pratica la consociazione ha un fascicolo aziendale che non ritrae la sua realtà, con problemi legati soprattutto alla tracciabilità delle produzioni; per le autorità, le consociazioni da granella non esistono, per cui non vengono riconosciute né supportate. Nel Piano di Sviluppo Rurale (PSR) 2013-2027 solo Toscana e Marche, sostengono questa pratica, limitandosi a includere la bulatura. Non è possibile neppure avere dati ufficiali sulla diffusione delle consociazioni da granella sul territorio italiano, perché questo dato non emerge nelle rilevazioni statistiche.
Rete Semi Rurali, insieme a CIA Toscana e ANABIO CIA, ha cercato una soluzione a questo problema, anche grazie a un confronto con il mondo della certificazione e il Ministero. La proposta è di inserire nel fascicolo aziendale il codice “consociazione da granella” declinato nelle diverse combinazioni fra cereali, leguminose e oleaginose. Sarebbe un primo passo per fare emergere questa importante pratica, sostenerla e facilitarne la diffusione.
di Enrico Cresta – Bioleft, Pampaorganica Norte e Almendra Cremaschi- Centre for Research on Transformations, CONICET, Bioleft
In Argentina, nell’azienda agricola Altos Verdes si sta lavorando, in collaborazione con il gruppo di ricerca universitario Bioleft (bioleft. org), al miglioramento genetico di una varietà di mais a impollinazione libera (Open Pollinated – OP), sviluppando anche un sistema pratico per individuare ed eliminare inquinamenti con Organismi Geneticamente Modificati
La mancanza di offerta di sementi biologiche di mais costringe i produttori argentini a utilizzare gli ibridi convenzionali non-OGM e senza trattamenti, tutti materiali migliorati geneticamente in condizioni convenzionali, cioè con fertilizzanti e trattamenti chimici, non adatti quindi alle necessità e le caratteristiche del sistema biologico. Nel mondo del bio questo svantaggio di partenza si presenta in maggior o minor misura in molte coltivazioni in quasi tutti i Paesi, uno dei motivi per cui importanti organizzazioni internazionali come la IFOAM Seed Platform (https://seeds.ifoam. bio), il progetto di ricerca europeo Liveseeding (https://liveseeding.eu), l’Organic Seed Alliance in USA (https://seedalliance.org) promuovono lo sviluppo di sementi bio come passo fondamentale per la crescita del settore. Ma in Argentina la situazione è più complessa per la crescita esponenziale delle coltivazioni OGM iniziata a fine degli anni Novanta, che per il mais oggi raggiunge quasi il 99% della superficie (https://argenbio.org/cultivos-transgenicos/), creando un contesto dove poche ditte sementiere possono offrire materiali con i controlli necessari per garantire la condizione di non-OGM dentro i limiti di tolleranza (0,1%) che richiede la catena commerciale in Argentina. Questi materiali vengono principalmente destinati alla produzione di mais non-OGM convenzionale e seguono modalità di contratti commerciali restrittivi con sementi chimicamente trattate, che non facilitano certo la domanda, quantitativamente marginale, dei produttori bio.
Quindi uno scenario con una assai limitata disponibilità di sementi ibride non adattate e di elevato costo (oggi rappresenta più del 35% del totale della produzione del mais bio), che si presenta ancora più incerto per l’introduzione già in corso delle sementi sviluppate attraverso le NGT (New Genetic Techniques), che per la legislazione argentina non sono considerate OGM: le potenziali difficoltà per individuare e tracciare dette modificazioni genetiche, oltre ad aumentare ulteriormente i costi, potrebbero rappresentare un grave rischio sulla sostenibilità stessa della produzione bio.
La selezione si realizza in condizioni biologiche e non irrigue in modo di ottenere un miglioramento graduale e accumulativo in termini di comportamento produttivo in un ambiente caratterizzato da un’alta pressione selettiva
Produci i tuoi propri semi
Enrico Cresta e German Cravero, responsabili del progetto bio dell’azienda, ispirati dalle popolazioni evolutive, dal 2016 stanno sviluppando un processo di selezione di una varietà di mais OP adattato alle condizioni locali di produzione biologica e non-OGM. L’integrazione con l’iniziativa Bioleft facilita lo scambio di informazioni ed esperienze con altri produttori e tecnici consolidando il processo di miglioramento genetico partecipativo di mais. La popolazione iniziale si costruisce con la semina simultanea dei materiali non OGM disponibili in quel momento per la produzione bio più l’aggiunta di una varietà di uso locale (fornita dall’agroecologo Claudio Demo di Rio Cuarto) permettendo la libera impollinazione. Ogni annata si realizza la selezione massale sempre in condizioni biologiche e non irrigue in modo da ottenere un miglioramento graduale e accumulativo in termini di comportamento produttivo in un ambiente caratterizzato da un’alta pressione selettiva di infestanti e predatori. La decisione di sviluppare una varietà OP piuttosto che un ibrido risponde a criteri tanto pratici come strategici. Da un lato permette una maggior semplicità di gestione agronomica e dall’altro la sua più ampia diversità genetica ben si adatta alla selezione massale, che potrà essere attuata ogni anno cercando di ottenere risposte alla selezione (a livello genetico ed epigenetico) in grado di far fronte alla crescente variabilità ambientale legata ai cambiamenti climatici.
Oggi l’azienda dispone già di questo materiale (vedi foto) per utilizzarlo dentro il proprio schema di produzione di mais sostituendo, per ora in modo parziale, gli ibridi commerciali. Questa scelta permette di ampliare le opportunità di semina su campi di minor fertilità, con date precoci o tardive, e con usi foraggeri come insilati di pianta intera o pascolo diretto, molto utili nello schema integrato tra agricoltura e allevamento brado caratteristico del biologico estensivo argentino. I dati preliminari indicano una resa inferiore di circa il 30% rispetto agli ibridi commerciali, con test effettuati in condizioni convenzionali. Sarà, quindi, molto importante valutare in futuro il comportamento agronomico della varietà di mais OP, chiamata Originales24, in condizioni di produzione biologica, ambiente nel quale questo materiale è selezionato. Inoltre, sono in corso le prove per registrare la nuova varietà presso l’INASE (Instituto Nacional de Semillas) come primo passo per arrivare alla commercializzazione dell’Originales24.
Una procedura per mantenere i semi di mais liberi da OGM
Il rischio costante di inquinamenti con OGM provenienti dai semi utilizzati nel costruire la popolazione iniziale e/o dal polline di coltivazioni di mais transgenici circostanti, ha portato a sviluppare una strategia semplice e pratica alla portata tecnica di un produttore, come viene spiegato nello schema sopra. Nella fase iniziale della selezione circa 700 piante vengono coltivate in una parcella isolata e, prima della fioritura, sono analizzate per determinare presenza (positive) o assenza (negative) di OGM in gruppi identificati di circa 80 piante ognuno. Se un gruppo risulta positivo le 80 piante corrispondenti sono eliminate e dai gruppi con risultato negativo si selezionano le piante per la successiva moltiplicazione. Questa tecnica è stata alla base dello sviluppo della varietà Originales24 OGM-free. Ogni annata, in parallelo alle semine a pieno campo, viene ripetuta questa procedura in modo da individuare e eliminare qualsiasi contaminazione di eventi transgenici, assicurando una riserva strategica di sementi non-OGM.
Conclusioni
Lo sviluppo di sementi adattate alle condizioni della produzione biologica si presenta oggi come una delle principali sfide per l’espansione sostenibile di questo sistema agricolo a livello mondiale. In Argentina, con la terza superficie più vasta sotto certificazione bio, questa problematica si presenta in una coltivazione di rilievo come il mais, a causa dell’espansione dominante degli OGM e il minaccioso sbarco delle NGT. L’esperienza dell’azienda bio Altos Verdes con Bioleft offre una risposta concreta a questo problema ottenendo una varietà a impollinazione aperta di mais adattato al biologico, in continua evoluzione e libera da OGM.
Il miglioramento genetico partecipativo si presenta come una strategia pratica ed efficiente che potrebbe contribuire a risolvere in modo sostanziale i suddetti problemi di disponibilità di sementi adattate e migliorate per il biologico e l’agroecologia. Non come sostituzione dei sempre necessari programmi pubblici di miglioramento genetico, ma come un’azione complementare, valida, come in questo caso, dove il mercato ha fallito sistematicamente nel dare risposte, ma che permette all’agricoltore, in collaborazione con i tecnici, di riprendere in mano le conoscenze della genetica come potente strumento per risolvere i problemi specifici del proprio sistema produttivo. Produrre i propri semi vuol dire rompere la dipendenza dell’agricoltore moderno dalle innovazioni genetiche dettate dai mercati internazionali, per sostenere sistemi biodiversi di diversi agricoltori, aumentare la diversità genetica e promuovere la sovranità e la sicurezza alimentare.
La consociazione applicata ai seminativi sta suscitando un rinnovato interesse. Se già Columella nel suo De Re Rustica (scritto tra il 60 e il 65 d.C.) ne sottolineava l’importanza, e se in passato veniva diffusamente praticata, con l’avvento dell’agricoltura industriale, e la conseguente semplificazione dei sistemi colturali, il suo uso si è progressivamente ridotto. Le competenze tecniche si sono disperse al punto che oggi persino una semplice bulatura – ovvero la trasemina del trifoglio in un campo di frumento – rappresenta una sfida. Eppure, i vantaggi di questa tecnica sono molteplici e pienamente allineati con gli obiettivi di sostenibilità promossi dall’Europa. La consociazione non solo diversifica e incrementa la produzione, ma riduce il ricorso a input esterni, migliora il controllo della flora spontanea e dei patogeni, incrementa la fertilità del suolo e ottimizza la gestione della risorsa idrica. A questi benefici si aggiungono gli importanti servizi ecosistemici che derivano da un sistema agricolo più complesso: maggiore biodiversità coltivata e, di conseguenza, un aumento della biodiversità naturale. Oggi, tuttavia, solo il 2% della superficie europea a seminativo è coltivata con consociazioni. E il motivo non è soltanto la perdita di conoscenze. Gli ostacoli sono numerosi e riguardano la meccanizzazione, le operazioni post-raccolta, la trasformazione e, non ultima, la valorizzazione commerciale del prodotto finale. La ricerca scientifica sta affrontando queste criticità con crescente attenzione: attualmente sono 74 i progetti europei attivi su questi temi. In Italia, è difficile quantificare la superficie destinata a consociazioni da granella. Non esistono report statistici ufficiali e i dati non emergono dai documenti amministrativi. Nel fascicolo aziendale, ad esempio, è possibile indicare una sola coltura per appezzamento, fatta eccezione per gli erbai misti. Rete Semi Rurali partecipa al progetto di ricerca europeo IntercropVALUES, occupandosi del monitoraggio di un caso studio co-innovativo che coinvolge sette aziende agricole biologiche esperte in consociazioni, sia per la zootecnia che per l’alimentazione umana, distribuite tra pianura Padana e Centro Italia. Abbiamo seguito da vicino la sperimentazione condotta dagli agricoltori nei loro campi, documentando soluzioni talvolta creative per affrontare le difficoltà quotidiane. Abbiamo osservato i benefici agronomici e supportato le prove di trasformazione e l’organizzazione della filiera. Abbiamo affiancato gli agricoltori nella comunicazione verso la cittadinanza e le istituzioni. Niente di più errato, quindi, che considerare la consociazione una tecnica del passato, relegata a un’agricoltura arcaica ormai superata. Pur affondando le sue radici nella storia, essa è estremamente attuale e innovativa, e rappresenta forse l’approccio più efficace per una gestione agroecologica dei seminativi. In questo Notiziario analizzeremo le consociazioni dal punto di vista agronomico, esplorando alcuni casi studio nati dalla sperimentazione diretta degli agricoltori. Ci addentreremo, poi, negli ostacoli che chi sceglie questa strada deve affrontare e, infine, scopriremo alcune esperienze di panificazione con grani ottenuti da consociazioni.
Questo Notiziario, come ogni anno a maggio, esce anche come inserto della rivista TerraNuova a conferma di una proficua collaborazione editoriale tra la rivista e Rete Semi Rurali, che include anche una rubrica bimestrale all’interno di TerraNuova.
Abbiamo dedicato questo numero a raccontare gli ultimi negoziati del Trattato Internazionale sulle Risorse Genetiche Vegetali per l’Alimentazione e l’Agricoltura (ITPGRFA) della FAO. Infatti, nel novembre 2025 si è tenuta a Lima l’undicesima riunione dell’Organo di Governo del Trattato, dove si riuniscono tutti i delegati dei 155 Stati che hanno ratificato l’accordo. Le discussioni in Perù hanno visto il fallimento del tentativo di riforma del sistema, ma, allo stesso tempo, hanno portato avanti una serie di processi che sono politicamente importanti per il nostro mondo. Nelle prossime pagine presentiamo i dettagli dei negoziati su Sistema multilaterale, Conservazione e uso sostenibile, e Diritti degli agricoltori, con l’obiettivo di calare queste discussioni internazionali nelle nostre realtà.
Avendo partecipato in prima persona al negoziato, come racconto nell’articolo a pagina 9, un primo elemento che è emerso dalle giornate di Lima è stato il nuovo corso diplomatico della delegazione statunitense. Infatti, abbiamo toccato con mano cosa vuol dire rimettere in discussione i cambiamenti climatici. Ogni riferimento a questo tema è stato modificato in “cambiamenti imprevedibili del clima”, dopo lunghe ed estenuanti discussioni in cui i delegati USA portavano avanti questa richiesta di modifica del testo facendo presente che per loro quella era una linea rossa che non potevano superare.
L’effetto Trump è arrivato anche in questi ambiti, dove, fino a ieri, ci si poteva dividere sulle politiche da attuare, ma non certo sulla realtà dei cambiamenti climatici e come la diversità agricola possa costituire una delle strategie di resilienza. Anche la scienza diventa negoziabile in un terreno minato dalla politica. In effetti, diversi articoli comparsi nel 2025 segnalavano come il Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE) degli Stati Uniti abbia tagliato risorse e personale al settore delle banche del germoplasma pubbliche mettendo a rischio le collezioni stesse e il sistema di distribuzione connesso.
Se tutto quanto presentiamo in questa pagine non ha un racconto sui mezzi di comunicazione, stessa sorte sta toccando a un altro processo negoziale fondamentale per il futuro delle sementi a livello europeo. Si tratta del nuovo regolamento sulla commercializzazione delle sementi, che da febbraio è passato alla fase del Trilogo, tra Commissione, Parlamento e Consiglio. Entro l’estate il negoziato dovrebbe essere concluso, ma ancora ci sono dei nodi critici su cui come Rete Semi Rurali stiamo cercando di influenzare la presa di decisioni. Ad esempio, l’interessante concetto di nuove varietà da conservazione, promosso da Commissione e Parlamento, è stato limitato dal Consiglio solamente a fruttiferi e ortive. Allo stesso modo il Consiglio ha eliminato il riferimento alla gestione dinamica da parte degli agricoltori, perchè non riesce a capire il senso di questa pratica. Inoltre, con il Programma Cooperativo Europeo per le Risorse Genetiche Vegetali (ECPGR), la rete di tutte le banche del germoplasma pubbliche, abbiamo proposta una nuova definizione di “genebank”, includendo nelle sue attività anche la cessione di campioni di sementi per uso diretto da parte degli agricoltori. Queste sono aperture che dobbiamo mantenere nel nuovo regolamento per poter costruire in futuro nuovi sistemi sementieri diversificati.
Innovazione, tecniche, regole, politiche e sementi non sono neutrali ma devono essere adattate ai diversi contesti in cui sono inserite.
Il suolo è un ecosistema vivo, dinamico, popolato da comunità microbiche estremamente complesse che svolgono un ruolo chiave nel funzionamento degli agroecosistemi.
Il progetto europeo TRIBIOME nasce con l’obiettivo di comprendere come queste comunità microbiche, e in particolare il microbioma del suolo e della rizosfera delle piante, contribuiscano alla resilienza dei sistemi agricoli di fronte a stress ambientali come la siccità. Nel corso del progetto, sono stati analizzati suoli e rizosfere di coltivazioni di frumento in diverse aree europee, caratterizzate da condizioni pedoclimatiche differenti. Attraverso tecniche avanzate di sequenziamento del DNA batterico/fungino e approcci di modellizzazione basati su reti microbiche, è stato possibile descrivere non solo la composizione delle comunità microbiche, ma anche le relazioni funzionali tra i microrganismi che le compongono. I risultati mostrano che il microbioma del suolo non risponde alla siccità in modo casuale. Al contrario, emergono moduli microbici ricorrenti, ovvero gruppi di microrganismi che tendono a co-variare e a interagire tra loro in modo coordinato. All’interno di questi moduli sono stati identificati taxa chiave, definiti keystone, che occupano posizioni centrali nelle reti di interazione e che sembrano svolgere un ruolo importante nel mantenimento della stabilità del sistema. In condizioni di elevata aridità, sia nei suoli sia nella rizosfera, si osserva un arricchimento ricorrente di specifici generi batterici e fungini, molti dei quali sono noti per la loro capacità di tollerare stress ambientali, modulare la disponibilità dei nutrienti o interagire positivamente con le piante. Questi microrganismi non agiscono isolatamente, ma come parte di consorzi funzionali, la cui struttura cambia nel tempo e in funzione dello stadio di sviluppo della coltura. Un aspetto particolarmente rilevante emerso dal progetto TRIBIOME è che le interazioni tra microrganismi sono altamente specifiche e dipendenti dal contesto. Questo significa che la semplice presenza di un determinato taxon non è sufficiente a predirne la funzione: è la rete funzionale in cui esso è inserito a determinarne l’impatto sull’ecosistema suolo-pianta.
Modellizzazione delle reti microbiche (Wiggum Plot) della rizosfera di Triticum aestivum (Figura a sinistra) e Triticum durum (Figura a destra) in campioni raccolti presso l’azienda Floriddia (Toscana) nell’ambito del progetto TRIBIOME. Ogni nodo rappresenta un genere batterico (presente in almeno il 20% dei campioni) in connessione con gli altri microrganismi tramite correlazioni positive (si influenzano positivamente l’un l’altro – linee rosse) o negative (si influenzano negativamente l’un l’altro – linee blu). Network analysis realizzata da Dr. D. Scicchitano.
Il progetto europeo TRIBIOME (Horizon) è iniziato nel 2023 e finirà a dicembre 2026. I partner sono Università e Centri di ricerca di 6 paesi EU e del Sud Africa.
I due ambiti principali di TRIBIOME sono lo studio delle relazioni microbiche tra piante di frumento e suolo e lo sviluppo di modulatori del suolo. RSR partecipa sia alla sperimentazione che allo sviluppo di un sistema decisionale basato su una rete di agricoltori. Lo studio della microdiversità è stato condotto in diverse località rappresentative di agroecosistemi mediterranei per un totale di 11 campi sperimentali, gestiti con pratiche agricole locali e distribuiti lungo un gradiente climatico ed edafico tra nord e sud di Spagna e Italia. In ogni campo, ognuno di 3000 metri quadri, la campagna di campionamento ha riguardato le piante di frumento (spigatura, maturità, raccolta), la rizosfera e il suolo (primavera, estate, autunno). Il campionamento ha permesso di catturare le dinamiche stagionali delle comunità microbiche in base ad attività enzimatica e diversità funzionale in risposta allo sviluppo delle colture e alle condizioni climatiche. L’analisi dei dati “omics” (genomica, proteomica, metabolomica) si è focalizzata sulle relazioni tra microbiota, ambiente, persone e cibo con lo scopo di indagare il legame tra mondo microscopico e qualità degli alimenti: se il suolo è fertile e vivo anche la salute delle piante e delle persone ne guadagna (si veda l’articolo successivo). Un altro obiettivo di TRIBIOME è lo sviluppo di modulatori del suolo e biostimolanti basati su microrganismi o sostanze fitochimiche che agiscono sull’interfaccia pianta- suolo. Negli ultimi anni, il mercato globale dei biostimolanti ha registrato una rapida crescita e l’Europa è il più grande mercato con 8 milioni di ettari trattati (2016). Il nuovo regolamento EU 2019/1009 sui fertilizzanti, in vigore dal 16 luglio 2022, rappresenta una svolta normativa fondamentale per i biostimolanti vegetali microbici in Europa, introducendo una definizione armonizzata, criteri di sicurezza rigorosi e la possibilità di ottenere la marcatura CE.
Un biostimolante vegetale è un prodotto che stimola i processi di nutrizione delle piante, indipendentemente dal contenuto di nutrienti del prodotto, con l’unico scopo di migliorare una o più delle seguenti caratteristiche della pianta o della rizosfera: efficienza nell’utilizzo dei nutrienti, tolleranza allo stress abiotico, caratteristiche qualitative, disponibilità di nutrienti confinati nel suolo o nella rizosfera. I biostimolanti vegetali sono microbici (MPB) o non microbici (NMPB). I MPB possono essere costituiti da un microrganismo o da un consorzio di microrganismi, compresi microrganismi morti o con cellule vuote ed elementi residui non nocivi del mezzo in cui sono stati prodotti, che non abbiano subito alcun tipo di trattamento, esclusa l’essiccazione o la liofilizzazione.
Gli unici microrganismi consentiti con marchio CE sono: i funghi micorrizici, Azotobacter, Rhizobium e Azospirillum. Qualsiasi altra specie microbica non può essere commercializzata con il marchio CE ma solo applicando legislazioni nazionali. I NMPB sono sostanze di origine naturale che stimolano i processi fisiologici delle piante, senza fornire nutrienti, per migliorare l’efficienza nell’assorbimento dei nutrienti, la tolleranza agli stress (siccità, salinità, temperature estreme) e la qualità della produzione, agendo come promotori della crescita e della resilienza. TRIBIOME ha isolato, caratterizzato e identificato con successo 10 modulatori a base di microrganismi che presentano attività di promozione della crescita delle piante appartenenti al gruppo di rischio 1 (rischio minimo per ambiente e salute umana) e 3 modulatori a base di estratti fenolici botanici ottenuti da residui di broccoli, cipolla e foglie di canna gigante utilizzando solo acqua e condizioni di lavorazione delicate. Tramite prove di campo, in serra e in vitro, i modulatori TRIBIOME risultano regolatori positivi dello sviluppo delle piante di grano. In particolare, è stato scoperto che Solibacillus silvestris aumenta significativamente l’accumulo di biomassa in T. durum sottoposto a stress idrico. Buttiauxella agrestis, Pseudomonas antarctica e Bacillus phsychrophilus hanno dimostrato di favorire la formazione delle foglie in T. aestivum in condizioni di siccità. Inoltre, Pseudomonas antarctica e Pseudomonas cedrina hanno anche mostrato effetti positivi sulla formazione di radici secondarie in T. aestivum in condizioni di stress idrico. Sebbene nessun singolo modulatore sia stato identificato come efficace per tutti i parametri studiati, molti hanno mostrato una regolazione statisticamente significativa di specifici tratti fisiologici, giustificando la loro selezione per ulteriori indagini.