La ricerca agricola europea si trova oggi dinanzi a un bivio che non riguarda soltanto le tecniche disponibili, ma il quadro di riferimento epistemologico entro cui la conoscenza viene prodotta, valutata e legittimata.
Ogni tradizione scientifica si regge su un insieme di assunzioni condivise, i paradigmi, che definiscono non solo le domande di ricerca considerate legittime, ma anche i criteri con cui si giudicano i risultati. Nel corso del Novecento il paradigma dominante nel miglioramento genetico vegetale ha orientato metodi, obiettivi di ricerca, investimenti e istituzioni verso la standardizzazione varietale e l’uniformità dei processi. Questo modello, durante la Rivoluzione Verde, ha portato a incrementi produttivi rilevanti ma ha anche determinato una drastica riduzione dell’agrobiodiversità, compromettendo la resilienza e la stabilità dei sistemi agricoli dinanzi agli stress climatici. La ricerca che lo ha sostenuto era centralizzata: le varietà venivano sviluppate nelle stazioni sperimentali, in ambienti controllati e uniformi, con input elevati di fertilizzanti, acqua e pesticidi. Una volta completato il ciclo di selezione, il risultato veniva sottoposto agli agricoltori, considerati principalmente utilizzatori finali e non interlocutori all’interno del processo. Questa distanza tra gli ambienti di selezione e i diversi contesti reali di coltivazione ha prodotto varietà inadatte a sistemi colturali a bassa intensità di input esterno e a quelli situati in contesti pedoclimatici marginali dove le condizioni standardizzate delle stazioni sperimentali non sono riproducibili.
Il limite di questo modello non è soltanto tecnico, ma epistemologico: l’idea che la validità della ricerca coincida con la capacità di standardizzare condizioni e risultati ha escluso come “non scientifiche” molte altre forme di conoscenza e di valutazione, in particolare quelle relative ai saperi indigeni e contadini. L’imposizione di un unico regime di validazione ha dato forma a quella che Santos chiama “monocultura della conoscenza”: un dispositivo che non solo marginalizza i saperi locali ma li espropria della loro capacità di definire criteri di verità e di valore, inscrivendoli in una posizione di subalternità epistemica. La crisi dell’attuale paradigma non dipende quindi soltanto dai suoi limiti produttivi, ma anche dalla sua incapacità di rendere conto della complessità ecologica e sociale in cui l’agricoltura è immersa.
Negli ultimi decenni, accanto al modello dominante del miglioramento genetico vegetale, centrato su varietà uniformi e sperimentazioni standardizzate, si sono sviluppate pratiche di ricerca che operano secondo logiche differenti. Tra queste, nel miglioramento genetico partecipativo (ParticipatoryPlantBreeding, PPB), i criteri di validazione non sono ancorati all’omogeneità dei contesti di prova, ma alla capacità di riflettere e integrare la diversità ecologica, sociale e culturale dei sistemi colturali. La specificità epistemica del PPB risiede nella sua dimensione partecipativa e decentralizzata, che rappresenta una rottura rispetto al paradigma convenzionale del miglioramento genetico, storicamente basato sulla centralizzazione della ricerca nelle stazioni sperimentali e sulla standardizzazione degli ambienti di prova. Nel PPB, invece, la selezione e la valutazione delle varietà avvengono direttamente nei campi degli agricoltori, negli stessi ambienti in cui le varietà saranno coltivate. I criteri di selezione dell’agricoltore potranno quindi variare da quelli del ricercatore e sono spesso diversi da quelli degli agricoltori in altre aree con condizioni e obiettivi produttivi diversi.
La biodiversità agricola non è solo un insieme di tratti genetici o fenotipici, ma va concepita come una realtà bioculturale, generata dall’intreccio storico tra processi ecologici e sistemi di sapere.
In questo modo, il miglioramento genetico partecipativo ridefinisce le condizioni di validazione della conoscenza, riconoscendo i saperi locali come componenti fondamentali dei criteri di selezione, e aprendo la ricerca a forme pluraliste e localizzate, capaci di cogliere le interdipendenze socio-ambientali in gioco. In altre parole, queste conoscenze vengono riconosciute come prospettive capaci di individuare e definire le caratteristiche rilevanti in una varietà e di stabilire come vada inteso un risultato significativo all’interno del percorso di miglioramento vegetale. In questa prospettiva la biodiversità agricola non può essere concepita unicamente come insieme di tratti genetici o fenotipici, ma come una realtà bioculturale, generata dall’intreccio storico tra processi ecologici e sistemi di sapere.
Perché questi approcci partecipativi possano funzionare efficacemente, è necessario che si collochino entro strutture organizzative adeguate che facilitino l’incontro e la collaborazione tra attori diversi. Le comunità di pratica (communities of practice, CoP) rappresentano una forma organizzativa che può rendere possibile questo coordinamento. Le CoP sono luoghi di apprendimento collettivo e multi-attore, in cui agricoltori, ricercatori, tecnici e cittadini costruiscono insieme percorsi di conoscenza e validazione. Funzionano come luoghi di negoziazione istituzionale: mettono in discussione norme consolidate e aprono spazi per modelli di governance più inclusivi. La loro efficacia dipende dalla capacità di promuovere un coordinamento più stretto tra attori pubblici e privati, sviluppando strategie di finanziamento che sostengano approcci transdisciplinari a lungo termine.
Il successo della transizione agroecologica dipenderà quindi dalla capacità di costruire un ecosistema di ricerca che assuma la pluralità dei saperi come condizione di rigore. Ciò implica investire nella formazione di ricercatori capaci di lavorare nell’intersezione tra ecologia, agronomia, economia e scienze sociali, in grado di facilitare processi partecipativi e comprendere le dinamiche socio-ecologiche. Ma implica anche riconoscere che la produzione di conoscenza non è mai neutra: è un processo politico ed epistemico, in cui si decide non soltanto quali varietà coltiveremo, ma quali futuri agricoli e sociali riteniamo desiderabili.
di Adriano Didonna, Massimiliano Renna e Pietro Santamaria – Università di Bari Aldo Moro
La Puglia è una regione ricca di diversità. Non solo nei paesaggi, nei dialetti o nelle tradizioni culinarie, ma anche, e soprattutto, nelle sue colture orticole.
Da secoli, agricoltori e comunità locali selezionano e custodiscono varietà orticole adattate a suoli, microclimi e bisogni locali: pomodori dalla forma e dal gusto unici (fig. 1), melanzane e carote dai colori cangianti, antiche popolazioni di fava per il consumo fresco e/o secco, peperoni dolci e piccanti dalle mille sfumature, cicorie di cui si utilizzano soprattutto gli steli (fig. 2), cime di rapa, meloni immaturi e… tanto altro. Un patrimonio inestimabile di biodiversità, oggi al centro di una nuova stagione di attenzione anche grazie ai progetti BiodiverSO (“Biodiversità delle Specie Orticole della Puglia”).
Queste iniziative, finanziate dagli ultimi due PSR, sono coordinate dal Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, e condividono l’obiettivo di recuperare, caratterizzare, conservare e valorizzare la biodiversità orticola pugliese, partendo dal lavoro degli agricoltori custodi e aprendo la strada alla cittadinanza attiva e alla valorizzazione agroalimentare delle varietà locali.
Attraverso una ricerca estesa sul territorio e un dialogo continuo con i portatori di conoscenza (agricoltori, tecnici, appassionati) (figg. 3-5), i progetti hanno individuato, descritto e conservato (nelle banche del germoplasma) numerose varietà locali di ortaggi pugliesi, molte delle quali rischiavano l’oblio. Ogni varietà è stata documentata con schede morfologiche, descrizioni agronomiche e, quando possibile, anche analisi genetiche. Il lavoro svolto è reso accessibile e partecipativo grazie a due portali web (karpos.biodiversitapuglia.it e veg.biodiversitapuglia.it), che offrono banche dati, fotografie, mappe interattive, strumenti per segnalare nuove varietà e news, nonché da canali social dove vengono pubblicate ogni giorno “pillole” di agrobiodiversità (Facebook: facebook.com/BiodiverSO; Instagram: @biodiverso_biodiversitapuglia). Non mancano prodotti editoriali a carattere divulgativo resi accessibili in forma gratuita sia in formato cartaceo, sia in formato digitale.
A differenza del primo progetto BiodiverSO (PSR Puglia 2007-2013), l’azione dei progetti BiodiverSO Karpos e BiodiverSO Veg (PSR Puglia 2014-2020) non si ferma alla conservazione. Infatti, è proprio grazie alle attività di ricerca sul campo, alla promozione e ai progetti di valorizzazione ad hoc che le varietà locali diventano protagoniste anche delle filiere corte, dei mercati contadini e delle cucine del territorio. Per alcune di esse è stata possibile l’iscrizione nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali di Puglia (ad esempio la “Cima di cola” e la “Carota di Polignano”) (figg. 6, 7), per altre (ad esempio la “Melanzana Violetta di Ostuni”) (fig. 8) l’iscrizione nel Registro regionale delle risorse genetiche autoctone (che poi confluisce nell’Anagrafe nazionale). Alcune varietà locali, inoltre, sono state caratterizzate non solo dal punto di vista morfologico e genetico ma anche per le loro qualità nutrizionali, sensoriali e l’attitudine alla trasformazione, favorendo così percorsi di valorizzazione commerciale legati al concetto di identità territoriale (fig. 9).
In questo quadro articolato si inserisce anche la Settimana della Biodiversità Pugliese (settimanabiodiversitapugliese.it), iniziativa annuale nata proprio in co-progettazione con i progetti dedicati all’agrobiodiversità della Puglia. Organizzata nel mese di maggio con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Puglia, la Settimana, giunta alla sua VIII edizione, propone eventi, laboratori, convegni, mercati e attività educative su tutto il territorio regionale, con l’obiettivo di coinvolgere scuole, enti pubblici, agricoltori e cittadini in una riflessione collettiva sulla biodiversità come bene comune.
Questo evento regionale si inserisce, a sua volta, in un più ampio calendario di iniziative (Eventi in Rete per la Biodiversità) promosse in tutta Italia sotto il coordinamento di Rete Semi Rurali a testimonianza del forte legame (necessario) tra esperienze locali e visione nazionale per la salvaguardia della biodiversità agricola e alimentare.
Il successo della Settimana, così come dei progetti BiodiverSO, dimostra che l’agrobiodiversità non è materia per soli addetti ai lavori: è una questione che riguarda la qualità del cibo, la resilienza dei sistemi agricoli, la libertà e i diritti degli agricoltori, la cultura dei luoghi e il futuro delle comunità.
L’agrobiodiversità non è materia per soli addetti ai lavori: è una questione che riguarda la qualità del cibo, la resilienza dei sistemi agricoli, la libertà e i diritti degli agricoltori, la cultura dei luoghi e il futuro delle comunità.
Riscoprire, coltivare e valorizzare le varietà locali significa costruire un’agricoltura più sostenibile, sana e giusta.
Il lavoro avviato in Puglia è oggi un esempio replicabile, fatto di strumenti concreti, reti territoriali, risorse digitali e politiche pubbliche intelligenti. Ma soprattutto è il frutto di un’alleanza viva tra chi conserva i semi (i cosiddetti “agricoltori custodi” o “biopatriarchi”) e chi costruisce visioni, tra chi produce cibo e chi difende i beni comuni. Una biodiversità, insomma, non solo da preservare, ma da far conoscere… e crescere.
di Angelo Santoro – Cooperativa sociale Semi di Vita
Nelle mani che lavorano la terra c’è un sapere concreto, costruito sull’esperienza. Un dialogo silenzioso che è fatto di attesa, cura e fiducia. Per noi della cooperativa sociale Semi di Vita, questo lavoro quotidiano non è solo un mestiere, è il centro del nostro progetto. È il linguaggio con cui costruiamo percorsi di riscatto su un terreno che, prima di noi, raccontava solo di violenza e sfruttamento.
I nostri campi si trovano in Puglia, su un terreno confiscato alla mafia: 28 ettari. Quando siamo arrivati, la terra era segnata dall’abbandono e da un passato ingombrante: erano tutti a pascolo. Nel 1988 c’erano circa 10.000 ulivi. Nel 2019, all’inizio del nostro percorso, ne abbiamo trovati 600 e salvati 200. La nostra prima sfida è stata rigenerare quel luogo. Oggi l’azienda agricola è interamente certificata bio: una scelta agronomica, ma anche una presa di posizione. Crediamo che gli esseri umani vadano coltivati con la stessa cura e rispetto che dedichiamo alle piante, senza alcuna “chimica” che ne alteri la natura. Abbiamo scelto di lavorare in ascolto della terra, costruendo un ecosistema sano e vitale. Per questo, tra ortaggi, alberi da frutto e seminativi, abbiamo introdotto i sovesci per nutrire il suolo e tutelare la biodiversità.
Nei nostri campi coltiviamo il pomodoro Regina al filo, il cece italiano, il carosello di Polignano: varietà locali che rischiavano di scomparire. Recuperare questi semi per noi significa salvaguardare un’identità, un gusto, una storia che appartiene a tutto il territorio. Ogni pianta che cresce è una piccola vittoria contro l’omologazione.
Il raccolto più importante, però, non si misura in cassette di ortaggi, ma nei legami che si creano attorno a questa terra ritrovata. Fare agricoltura sociale, per noi, significa trasformare il campo in uno spazio di accoglienza e crescita. In questo contesto persone con vissuti complessi trovano un’occupazione e l’opportunità di ricoprire un ruolo attivo e riconosciuto. Il lavoro nei campi, con i suoi ritmi e le sue regole, contribuisce a costruire stabilità e senso di responsabilità.
Questo impegno a offrire percorsi di crescita si è esteso anche oltre il nostro terreno, fino all’istituto penale per minorenni “Fornelli” di Bari, dove abbiamo realizzato una serra che oggi rappresenta uno spazio formativo concreto, anche in un contesto complesso come quello carcerario.
Il lavoro agricolo è insieme terapia e formazione. Si impara la pazienza, la resilienza e la soddisfazione per un risultato che ripaga ogni fatica. Chi entra nel progetto partecipa a tutte le fasi, dalla semina alla vendita nel nostro emporio solidale.
Davide Primucci – Tecnico del Settore Verde, Parchi e Agricoltura Urbana del Comune di Padova
Dal 2022, con l’approvazione del Piano del Verde, il Comune di Padova ha delineato una strategia volta a valorizzare l’agricoltura urbana e periurbana, integrando progressivamente pratiche agroecologiche all’interno della pianificazione territoriale. Tra queste, l’agroforestazione è stata riconosciuta come pratica innovativa per la gestione sostenibile dell’agroecosistema urbano che è così diventata parte integrante del progetto di agroforestazione comunale.
L’attuazione di queste misure presenta tuttora delle criticità, in quanto l’intervento diretto in ambito agricolo non rientra nelle competenze operative usuali degli enti locali e richiede l’elaborazione di strumenti amministrativi adeguati. Il Comune di Padova continua a muoversi attivamente per promuovere l’agroforestazione: da un lato, attraverso la diffusione della conoscenza della pratica tramite eventi pubblici – come la presentazione del bando Complementi regionali per lo Sviluppo Rurale della politica agricola comune 2023-2027 – e, dall’altro, mediante la predisposizione della sistemazione fondiaria secondo i principi dell’agroforestazione su alcune terre agricole pubbliche prossime all’affidamento. In questa cornice si colloca anche la partecipazione del Comune al progetto europeo SAUR – Suoli Agricoli Urbani Rigenerati, avviato nel 2024, volto a sviluppare e testare strumenti operativi per la rigenerazione del suolo urbano, rafforzando il ruolo degli enti locali nella transizione agroecologica.
L’efficacia di queste iniziative sarà misurabile solo nel medio-lungo periodo. Il loro avvio, tuttavia, rappresenta un punto di partenza significativo per lo studio e lo sviluppo di strumenti operativi potenzialmente utili peraltri enti locali interessati a promuovere l’adozione di pratiche agroecologiche, come l’agroforestazione, nei rispettivi territori.
Rigenerazione agroecologica e sociale su un bene comune
Intervista a Ginevra Errico // a cura di Chiara Brusatin – Rete Semi Rurali
XFarm, Agricoltura Prossima è il progetto agricolo della cooperativa sociale “Qualcosa di Diverso”, attiva a San Vito dei Normanni (BR). L’azienda agricola opera su 50 ettari di terreno confiscato alla mafia, sviluppandosi come laboratorio di rigenerazione agroecologica e sociale, sperimentando modelli di coltivazione diversificati e sistemi agroforestali.
Abbiamo incontrato Ginevra Errico, una delle socie fondatrici e lavoratrici della cooperativa, per conoscere la storia, la visione e gli obiettivi di questo importante progetto.
Come nasce XFarm e perché avete scelto di investire proprio nell’agricoltura e nella gestione di un bene confiscato?
Tutto è iniziato nel 2017, quando – mentre gestivamo un centro culturale a San Vito dei Normanni – il Comune ha pubblicato un bando per l’assegnazione di 50 ettari di terreni agricoli confiscati alla mafia. Era un’occasione rivolta alle cooperative sociali: per curiosità abbiamo partecipato, ci siamo recati a fare un sopralluogo e, alla fine, abbiamo vinto il bando. Siamo stati gli unici a candidarci. Questo dice molto su quanto poco valore venga attribuito a un terreno. Da lì a poco la nostra vita è cambiata. Entrando in quell’azienda agricola abbiamo capito da subito l’enorme lavoro da fare e quante competenze ci mancavano. Eravamo due economisti, io e Marco, e un sociologo, Roberto. Sul posto abbiamo conosciuto Dylaver e Burbuque, due signori albanesi che vivevano stabilmente nei terreni e che in passato si erano occupati di curare la parte agricola per il precedente proprietario, il confiscato. Abbiamo deciso di considerare questa situazione come una risorsa: 50 ettari abbandonati simbolo di illegalità potevano trasformarsi in 50 ettari che danno lavoro a più persone, diventando manifesto di legalità e buone pratiche. Questo ha significato riconoscere in Dylaver e Burbuque due persone che conoscono a fondo il territorio, che possono mettersi a disposizione per lavorare e prendere parte al progetto, proprio perché è anche il loro progetto di vita. Così è nato XFarm. Siamo partiti in 5, oggi siamo circa 12-15 persone in una realtà che è multifunzionale e aperta al cambiamento.
Gestire un bene confiscato comporta sfide simboliche e operative. Quali sono state le principali difficoltà che avete incontrato?
Era chiaro che fosse un enorme simbolo negativo in quanto bene confiscato e perché rappresentazione dell’agricoltura intensiva, dello sfruttamento delle risorse e del paesaggio monoculturale. Le sfide poi sono state innumerevoli, quella agricola è stata enorme, ci siamo trovati a lavorare su coltivazioni abbandonate, vigne non potate, ulivi segnati dalla Xylella e senza alcun mezzo a disposizione. E non avevamo alcun tipo di competenza, non tanto per lavorare, quanto per dirigere. Quindi la difficoltà è stata mettere le mani in qualcosa che non conoscevamo affatto. Dopodiché, sul lungo termine l’ambizione è stata far sì che XFarm potesse diventare, come lo era stato prima col centro culturale, uno strumento di cambiamento sociale. Per noi il tema non è l’azienda agricola di per sé, ma usarla come strumento di innovazione del territorio, di sostenibilità, di creazione di valore e di lavoro. Fai una formazione e la fai per tutti, non cerchi di far star bene solo l’albero ma cerchi di sperimentare sulla terra con allevamenti avicoli, utilizzi i cavalli del vicino per fertilizzare il suolo, semini senape e trifoglio per cercare di aumentare la biodiversità. E laddove c’erano solo ulivi malati abbiamo immaginato un’agroforesta e siamo riusciti a farcela finanziare. Dunque, la difficoltà più grande è stata alla fine riuscire a fare un’azienda agricola multifunzionale agroecologica e sociale all’interno di un bene comune.
L’agroforestazione, però, implica una visione di lungo periodo. Come avete affrontato questa sfida, sapendo di operare su un terreno con una concessione a tempo determinato?
L’idea era che, dopo i primi 3-4 anni di accompagnamento, l’agroforesta potesse diventare un sistema autonomo, capace di auto-sostenersi anche senza irrigazione. Sapevamo già che molti dei frutti non li avremmo raccolti, e ci andava bene così. Con questo volevamo anche dare un segnale, cioè che non ci interessava “curare” gli alberi affetti da Xylella o rincorrere la nostalgia di un paesaggio passato che non c’è più, ma piuttosto costruirne uno nuovo. La nostra non è una visione palliativa, ma trasformativa. Questo ha significato rompere con la logica della monocoltura dell’olivo, non per eliminarlo, ma per integrarlo all’interno di un sistema produttivo che consenta di immaginare un futuro in queste terre che vada oltre l’olio di oliva.Ciò che ci interessava era ragionare sull’incremento di biodiversità, per cui da qui è nato il nostro primo prototipo di agroforestazione sintropica integrato a un uliveto secolare. Questo progetto, in seguito, è presto diventato uno dei principali ambiti di sperimentazione e di ricerca di XFarm.
Quali strumenti vi hanno permesso di sostenere l’impianto agroforestale? Avete avuto accesso a bandi, fondi pubblici o altri canali di finanziamento?
Il nostro è un progetto finanziato, e questo è importante dirlo perché significa che questi temi che parlano di innovazione agricola e di paesaggio suscitano interesse e vengono supportati. Il primo passo è stato con la Scuola Radicale, un corso per giovani under 35 finanziato dalla Regione Puglia, durante il quale abbiamo progettato il primo prototipo grazie anche a un finanziamento di ZeroCO2. Da questa prima esperienza è sorta l’idea di allargare l’impronta agroforestale agli altri terreni limitrofi: il secondo prototipo è stato sostenuto dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e realizzato grazie alla collaborazione con Deafal ONG. Questo ci ha permesso di implementare ulteriori 2,5 ettari dandoci quindi la possibilità di dare al progetto un respiro nazionale, sia per il tipo di finanziamento che per il tipo di collaborazione avviata. Ha permesso di far uscire il lavoro che abbiamo fatto qui sul territorio come progetto portatore di novità e innovazione anche rispetto ai territori in cui ci troviamo.
Quali condizioni sono necessarie affinché esperienze come la vostra non restino eccezioni isolate? Che futuro vedete per chi lavora la terra oggi puntando su modelli agroecologici, comunitari e non estrattivi?
Personalmente non credo nella replicabilità rigida dei modelli perché ogni contesto ha le sue risorse e le sue criticità. Quello che è necessario è la capacità di saper leggere il contesto territoriale, riuscire a percepirne le risorse e saperlo trasformare. E fare questo non solo per sé ma per gli altri, renderlo cioè una piattaforma di arrivo dove le persone possono portare le loro competenze, idee ed energie. Questo lo abbiamo imparato con l’esperienza del centro culturale: se tu apri le porte a qualcuno, quella persona ti porterà altre persone. L’unica maniera per fare bene le cose è essere in tanti.
Oggi quello che stiamo facendo ha una forte valenza ispirativa ma non siamo gli unici. In questi anni stanno emergendo diverse “isole” che stanno provando a mettere in pratica delle strategie alternative di sopravvivenza, di costruzione di modelli economici alternativi, di produzione e di gestione del paesaggio. È vero che c’è molto fermento, ma c’è anche molto fallimento. La produzione agricola, già di per sé complessa, è ogni anno messa in crisi da problemi differenti, spesso legati ai cambiamenti climatici. Quello che stiamo cercando di fare è rendere la nostra isola quanto più efficiente possibile e far sì che sia in contatto con le isole che già esistono, ma soprattutto che possa stimolare la nascita di nuove.
Questo numero del Notiziario è dedicato a raccontare due esperienze pugliesi intorno al tema della biodiversità coltivata e dell’agricoltura sociale, in particolare esperienze di cooperative che hanno in gestione terreni confiscati alla mafia. Quello che ci interessava mettere in evidenza non era solo l’importanza di far tornare un bene mafioso alla collettività, ma come questo percorso fosse intrinsecamente collegato a un modo diverso di fare agricoltura. Due cesure, quindi, una sociale dalle pratiche consolidate del sistema malavitoso, e una tecnica dalla monocoltura intensiva. Sfide non facili, processi dinamici in continua evoluzione che mescolano azione collettiva e creazione di nuove conoscenze basate sulla diversificazione dei sistemi agricoli. È in questi luoghi che si sta ricostruendo l’agricoltura del futuro, in grado sia di rispondere ai cambiamenti climatici, sia di ridare un senso sociale al lavoro nelle campagne.
Il terzo articolo presenta il lavoro di recupero della biodiversità vegetale pugliese fatto attraverso alcuni progetti del Piano di Sviluppo Rurale. Anche in questo caso l’aspetto sociale è centrale. La ricchezza delle varietà ancora coltivate è legata al loro uso non ad un’astratta idea di conservazione museale. In Puglia troviamo ancora uno stretto legame tra varietà e tradizioni culinarie di tutti i giorni. Queste pratiche agricole non sono diventate solo la facciata di cartapesta delle tante sagre paesane per turisti. L’aspetto interessante è che a fronte di questa diversità, la Puglia ha poche varietà nell’Anagrafe nazionale e nessuna varietà da conservazione registrata. Ci sono altre regioni italiane che soffrono la situazione opposta: varietà iscritte nei diversi cataloghi, ma ormai scomparse dalla pratica agricola.
L’ideologia modernizzatrice portata avanti dalla normativa sementiera degli anni ’60 che ha cercato di rendere tutte le varietà distinte, uniformi e stabili, in Puglia non è stata così efficace. La forza del legame tra varietà e il suo uso ha saputo resistere in un sistema sementiero informale, ricco di biodiversità. Certo si tratta di nicchie sopravvissute all’interno di un sistema agricolo industriale e specializzato.
La sfida è capire come traghettare queste nicchie nel futuro, come non soffocarle sotto il peso del sistema agroindustriale sempre più monopolistico. Infatti, si tratta di luoghi di innovazione in cui si sperimenta un’altra agricoltura, da mettere in rete tra di loro. La stessa FAO ha riconosciuto il ruolo centrale dei sistemi sementieri informali non solo nella conservazione della biodiversità ma nella creazione di nuova diversità a partire dalle condizioni locali. Un’agricoltura ancora in evoluzione dinamica con il suo contesto ambientale.
Rispetto a venti anni fa, l’ambito normativo offre nuove e interessanti opportunità. Oltre alle varietà da conservazione, infatti, c’è la possibilità di notificare alcune varietà più diversificate come Materiale Eterogeneo Biologico (MEB). Inoltre, sono all’orizzonte alcune possibilità contenute nel regolamento sementiero in negoziazione a Bruxelles, che, se approvate, potrebbero ampliare lo spettro delle opzioni per far emergere una parte del sistema informale rispettandone le sue caratteristiche.
Saremo capaci di continuare a gettare semi al vento per far fiorire il cielo come si auspica il murales nell’azienda di XFarm?