Il suolo è un ecosistema vivo, dinamico, popolato da comunità microbiche estremamente complesse che svolgono un ruolo chiave nel funzionamento degli agroecosistemi.
Il progetto europeo TRIBIOME nasce con l’obiettivo di comprendere come queste comunità microbiche, e in particolare il microbioma del suolo e della rizosfera delle piante, contribuiscano alla resilienza dei sistemi agricoli di fronte a stress ambientali come la siccità. Nel corso del progetto, sono stati analizzati suoli e rizosfere di coltivazioni di frumento in diverse aree europee, caratterizzate da condizioni pedoclimatiche differenti. Attraverso tecniche avanzate di sequenziamento del DNA batterico/fungino e approcci di modellizzazione basati su reti microbiche, è stato possibile descrivere non solo la composizione delle comunità microbiche, ma anche le relazioni funzionali tra i microrganismi che le compongono. I risultati mostrano che il microbioma del suolo non risponde alla siccità in modo casuale. Al contrario, emergono moduli microbici ricorrenti, ovvero gruppi di microrganismi che tendono a co-variare e a interagire tra loro in modo coordinato. All’interno di questi moduli sono stati identificati taxa chiave, definiti keystone, che occupano posizioni centrali nelle reti di interazione e che sembrano svolgere un ruolo importante nel mantenimento della stabilità del sistema. In condizioni di elevata aridità, sia nei suoli sia nella rizosfera, si osserva un arricchimento ricorrente di specifici generi batterici e fungini, molti dei quali sono noti per la loro capacità di tollerare stress ambientali, modulare la disponibilità dei nutrienti o interagire positivamente con le piante. Questi microrganismi non agiscono isolatamente, ma come parte di consorzi funzionali, la cui struttura cambia nel tempo e in funzione dello stadio di sviluppo della coltura. Un aspetto particolarmente rilevante emerso dal progetto TRIBIOME è che le interazioni tra microrganismi sono altamente specifiche e dipendenti dal contesto. Questo significa che la semplice presenza di un determinato taxon non è sufficiente a predirne la funzione: è la rete funzionale in cui esso è inserito a determinarne l’impatto sull’ecosistema suolo-pianta.
Modellizzazione delle reti microbiche (Wiggum Plot) della rizosfera di Triticum aestivum (Figura a sinistra) e Triticum durum (Figura a destra) in campioni raccolti presso l’azienda Floriddia (Toscana) nell’ambito del progetto TRIBIOME. Ogni nodo rappresenta un genere batterico (presente in almeno il 20% dei campioni) in connessione con gli altri microrganismi tramite correlazioni positive (si influenzano positivamente l’un l’altro – linee rosse) o negative (si influenzano negativamente l’un l’altro – linee blu). Network analysis realizzata da Dr. D. Scicchitano.
Il progetto europeo TRIBIOME (Horizon) è iniziato nel 2023 e finirà a dicembre 2026. I partner sono Università e Centri di ricerca di 6 paesi EU e del Sud Africa.
I due ambiti principali di TRIBIOME sono lo studio delle relazioni microbiche tra piante di frumento e suolo e lo sviluppo di modulatori del suolo. RSR partecipa sia alla sperimentazione che allo sviluppo di un sistema decisionale basato su una rete di agricoltori. Lo studio della microdiversità è stato condotto in diverse località rappresentative di agroecosistemi mediterranei per un totale di 11 campi sperimentali, gestiti con pratiche agricole locali e distribuiti lungo un gradiente climatico ed edafico tra nord e sud di Spagna e Italia. In ogni campo, ognuno di 3000 metri quadri, la campagna di campionamento ha riguardato le piante di frumento (spigatura, maturità, raccolta), la rizosfera e il suolo (primavera, estate, autunno). Il campionamento ha permesso di catturare le dinamiche stagionali delle comunità microbiche in base ad attività enzimatica e diversità funzionale in risposta allo sviluppo delle colture e alle condizioni climatiche. L’analisi dei dati “omics” (genomica, proteomica, metabolomica) si è focalizzata sulle relazioni tra microbiota, ambiente, persone e cibo con lo scopo di indagare il legame tra mondo microscopico e qualità degli alimenti: se il suolo è fertile e vivo anche la salute delle piante e delle persone ne guadagna (si veda l’articolo successivo). Un altro obiettivo di TRIBIOME è lo sviluppo di modulatori del suolo e biostimolanti basati su microrganismi o sostanze fitochimiche che agiscono sull’interfaccia pianta- suolo. Negli ultimi anni, il mercato globale dei biostimolanti ha registrato una rapida crescita e l’Europa è il più grande mercato con 8 milioni di ettari trattati (2016). Il nuovo regolamento EU 2019/1009 sui fertilizzanti, in vigore dal 16 luglio 2022, rappresenta una svolta normativa fondamentale per i biostimolanti vegetali microbici in Europa, introducendo una definizione armonizzata, criteri di sicurezza rigorosi e la possibilità di ottenere la marcatura CE.
Un biostimolante vegetale è un prodotto che stimola i processi di nutrizione delle piante, indipendentemente dal contenuto di nutrienti del prodotto, con l’unico scopo di migliorare una o più delle seguenti caratteristiche della pianta o della rizosfera: efficienza nell’utilizzo dei nutrienti, tolleranza allo stress abiotico, caratteristiche qualitative, disponibilità di nutrienti confinati nel suolo o nella rizosfera. I biostimolanti vegetali sono microbici (MPB) o non microbici (NMPB). I MPB possono essere costituiti da un microrganismo o da un consorzio di microrganismi, compresi microrganismi morti o con cellule vuote ed elementi residui non nocivi del mezzo in cui sono stati prodotti, che non abbiano subito alcun tipo di trattamento, esclusa l’essiccazione o la liofilizzazione.
Gli unici microrganismi consentiti con marchio CE sono: i funghi micorrizici, Azotobacter, Rhizobium e Azospirillum. Qualsiasi altra specie microbica non può essere commercializzata con il marchio CE ma solo applicando legislazioni nazionali. I NMPB sono sostanze di origine naturale che stimolano i processi fisiologici delle piante, senza fornire nutrienti, per migliorare l’efficienza nell’assorbimento dei nutrienti, la tolleranza agli stress (siccità, salinità, temperature estreme) e la qualità della produzione, agendo come promotori della crescita e della resilienza. TRIBIOME ha isolato, caratterizzato e identificato con successo 10 modulatori a base di microrganismi che presentano attività di promozione della crescita delle piante appartenenti al gruppo di rischio 1 (rischio minimo per ambiente e salute umana) e 3 modulatori a base di estratti fenolici botanici ottenuti da residui di broccoli, cipolla e foglie di canna gigante utilizzando solo acqua e condizioni di lavorazione delicate. Tramite prove di campo, in serra e in vitro, i modulatori TRIBIOME risultano regolatori positivi dello sviluppo delle piante di grano. In particolare, è stato scoperto che Solibacillus silvestris aumenta significativamente l’accumulo di biomassa in T. durum sottoposto a stress idrico. Buttiauxella agrestis, Pseudomonas antarctica e Bacillus phsychrophilus hanno dimostrato di favorire la formazione delle foglie in T. aestivum in condizioni di siccità. Inoltre, Pseudomonas antarctica e Pseudomonas cedrina hanno anche mostrato effetti positivi sulla formazione di radici secondarie in T. aestivum in condizioni di stress idrico. Sebbene nessun singolo modulatore sia stato identificato come efficace per tutti i parametri studiati, molti hanno mostrato una regolazione statisticamente significativa di specifici tratti fisiologici, giustificando la loro selezione per ulteriori indagini.
Cibo, ecosistemi e salute globale nella visione One Health
di Giuseppe De Santis – Rete Semi Rurali
Il concetto One Health è un modello di conoscenza che riconosce come la salute umana, quella animale e la salubrità degli ecosistemi siano un unico sistema indivisibile, e si rivela uno strumento essenziale per decifrare e prevenire le crisi globali.
Il divulgatore e ricercatore David Quammen nel suo libro Spillover. L’evoluzione delle pandemie (Adelphi, 2017) ha, tra altri, descritto come il salto di specie dei patogeni non sia un evento casuale, ma la conseguenza prevedibile dell’invasione della specie umana negli ecosistemi naturali. La pandemia del COVID-19 ha reso tangibile questa interconnessione sostanziando come l’agricoltura industriale moderna rappresenta uno dei principali motori di questa dinamica tossica. I grandi allevamenti intensivi, caratterizzati dall’enorme concentrazione di animali geneticamente uniformi tenuti in condizioni di stress e prossimità, costituiscono nicchie privilegiate per l’evoluzione e la diffusione di patogeni. In questi ambienti confinati, virus di specie selvatiche, come quelli dell’influenza aviaria, possono superare le barriere fisiche, circolare, combinarsi con altri genomi e trasformarsi, aumentando il rischio di trasmissione ad altre specie prossime, compreso l’uomo. Parallelamente, la trasformazione degli ecosistemi per far spazio a monocolture e pascoli su vasta scala distrugge gli habitat naturali, eliminando barriere ecologiche e costringendo specie selvatiche, serbatoio di innumerevoli virus sconosciuti, a un contatto forzato e ripetuto con gli animali domestici e le comunità umane, creando ponti perfetti per il salto di specie.
L’uso sistematico di antibiotici, necessario per contenere le infezioni in condizioni di allevamento intensivo, alimenta poi l’altra enorme crisi sanitaria silente: l’antibiotico resistenza, che incide subdolamente sulla salute del bioma che ci abita e che sta rendendo inefficaci farmaci salvavita. Applicare il paradigma One Health all’agricoltura è una necessità strategica per la sostenibilità dei nostri sistemi agroalimentari mondiali. Significa superare definitivamente il modello industriale e lineare, che consuma risorse e genera rischi sistemici, per raggiungere un modello circolare basato sulla prevenzione e rigenerazione degli ecosistemi. L’innovazione in agricoltura cambia scopo, non è più solo finalizzata all’aumento della produttività a breve termine, ma diventa lo strumento per costruire salute a tutti i livelli del sistema. La frontiera più promettente è l’agroecologia, che va ben oltre la semplice agricoltura biologica. Si tratta di progettare il sistema primario attraverso un sistema agricolo che mimi le funzioni degli ecosistemi naturali attraverso la diversificazione delle colture, le rotazioni complesse, l’integrazione tra allevamento e agricoltura (come i sistemi silvo-pastorali) e il ripristino degli elementi funzionali del paesaggio. Un sistema di produzione basato sulla diversità crea un effetto “diluizione” dei patogeni, ostacolando la loro diffusione massiva; un suolo ricco di vita e materia organica costituisce la base per piante più sane e quindi per cibi nutrienti. Sul fronte dell’allevamento, l’innovazione One Health coincide con una rivoluzione basata sul benessere animale: allevamenti estensivi, all’aperto, con densità ridotte e diete appropriate sono un importante strumento di prevenzione e profilassi. Animali meno stressati, in grado di esprimere il loro comportamento naturale, sviluppano sistemi immunitari più efficaci, riducendo drasticamente la necessità di interventi farmacologici e il rischio di focolai. La gestione del territorio che ne consegue, con pascoli razionali e integrati, contribuisce a rigenerare i suoli e a sequestrare carbonio, disegnare un ciclo di salute universale che si prenda cura dell’olobionte in cui siamo immersi. La visione One Health richiede di ripensare l’intera catena alimentare, favorendo diete più equilibrate che sostengono la transizione verso fonti proteiche alternative a basso impatto, come le leguminose. Questa strategia riduce alla fonte la pressione sugli ecosistemi e sul sistema degli allevamenti intensivi. Investire in un’agricoltura One Health è quindi un investimento in sicurezza sanitaria globale. La sfida è epocale ed è necessaria a proteggere la nostra stessa salute, in un’unica prospettiva di benessere condiviso. In estrema sintesi: integrare invece di separare, rigenerare invece di estrarre, prevenire invece di curare.
Alex Giordano – Università Federico II di Napoli, Università Giustino Fortunato
Il recente riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità offre un’occasione preziosa, ma anche ambigua
Può essere letto come un atto di responsabilità culturale oppure come l’ennesima operazione di rassicurazione identitaria, che congela il cibo in un’immagine oleografica e profondamente depoliticizzata. È un rischio che conosciamo bene: trasformare processi vivi in icone immobili, separando il cibo dai territori, dai suoli, dai semi e dalle relazioni che lo rendono possibile. Se prendiamo sul serio la parola patrimonio, dobbiamo però sottrarla alla logica del museo. La cucina italiana non è autentica perché pura, antica o immutabile. È autentica perché è stata, ed è ancora, un processo meticcio, innovazione permanente, dispositivo di continua ibridazione tra culture, climi, specie, tecniche e saperi. Pomodori, mais, patate, varietà agricole, fermentazioni e pratiche alimentari raccontano una storia fatta di migrazioni, adattamenti e negoziazioni, non di confini chiusi. Il gastronazionalismo banale tradisce proprio questa storia. Viviamo in un tempo in cui il futuro viene immaginato quasi esclusivamente come un problema tecnologico: più dati, più controllo, più automazione. Anche l’agricoltura rischia di essere risucchiata in questa narrazione, trasformata in un settore da ottimizzare attraverso soluzioni estrattive, spesso disancorate dai contesti ecologici e sociali. In questo scenario, la domanda sbagliata è: quanto le tecnologie possono dare all’agricoltura? La domanda giusta, forse, è un’altra: quanto l’agricoltura può insegnarci a ripensare l’idea stessa di f uturo? Un’agricoltura evolutiva, partecipativa, radicata nei territori e aperta alla sperimentazione collettiva, non è un residuo del passato. È un laboratorio avanzato di pensiero sistemico. È uno spazio in cui la complessità non viene ridotta, ma abitata; in cui la conoscenza non è separata dall’esperienza; in cui il sapere nasce dall’interazione tra mente, mani e corpo, tra esseri umani e non-umani. In questa prospettiva, anche le tecnologie possono trovare un posto, ma solo a una condizione: che vengano addomesticate dentro una nuova cosmologia. Non più tecnologie del dominio, della previsione totale, dell’estrazione di valore, ma strumenti capaci di ascoltare, di adattarsi, di accompagnare processi viventi. Tecnologie che non pretendano di sostituire le relazioni, ma che le rendano più intelligibili; che non cancellino la diversità, ma la rendano praticabile. Tecnologie che sanno ascoltare, più che imporre. Un’agricoltura di questo tipo, capace di tenere insieme conoscenza scientifica e saperi situati, mostra che la complessità non va semplificata, ma abitata. Che la salute non è una variabile isolata, ma una relazione, come ci ricorda chiaramente l’approccio One Health richiamato in questo numero del Notiziario. La salute del suolo, delle piante, degli animali e delle persone non è separabile senza produrre nuove fragilità. Allo stesso modo, la riflessione sul microbioma e sull’olobionte ci costringe a ridimensionare l’illusione di autonomia dell’essere umano e dei suoi sistemi produttivi. Siamo sistemi viventi dentro altri sistemi viventi. L’agricoltura lo sa da sempre, quando non viene forzata dentro modelli riduzionisti ed estrattivi. Separare l’agricoltura del futuro dalla terra e dai territori sarebbe un errore profondo, così come separare il cibo dai corpi e dai saperi che lo producono. In un Paese ecologicamente e culturalmente variegato come l’Italia, il futuro non può essere pensato in termini di standardizzazione, ma di simpatia: sentire-con, vivere-con, trasformarsi-con. Se il riconoscimento UNESCO saprà aprire questo spazio di riflessione — e non chiuderlo in una retorica identitaria— allora potrà diventare qualcosa di più di un titolo onorifico. Potrà aiutarci a comprendere che il f uturo non è un orizzonte da conquistare, ma un equilibrio da negoziare continuamente. E che l’agricoltura, quando resta viva e condivisa, non è il problema da modernizzare, ma una delle chiavi più fertili per dirottare di senso l’idea di futuro che abbiamo davanti. E, per come stanno evolvendo le cose, è probabilmente questa l’urgenza più grande.
La ricerca agricola europea si trova oggi dinanzi a un bivio che non riguarda soltanto le tecniche disponibili, ma il quadro di riferimento epistemologico entro cui la conoscenza viene prodotta, valutata e legittimata.
Ogni tradizione scientifica si regge su un insieme di assunzioni condivise, i paradigmi, che definiscono non solo le domande di ricerca considerate legittime, ma anche i criteri con cui si giudicano i risultati. Nel corso del Novecento il paradigma dominante nel miglioramento genetico vegetale ha orientato metodi, obiettivi di ricerca, investimenti e istituzioni verso la standardizzazione varietale e l’uniformità dei processi. Questo modello, durante la Rivoluzione Verde, ha portato a incrementi produttivi rilevanti ma ha anche determinato una drastica riduzione dell’agrobiodiversità, compromettendo la resilienza e la stabilità dei sistemi agricoli dinanzi agli stress climatici. La ricerca che lo ha sostenuto era centralizzata: le varietà venivano sviluppate nelle stazioni sperimentali, in ambienti controllati e uniformi, con input elevati di fertilizzanti, acqua e pesticidi. Una volta completato il ciclo di selezione, il risultato veniva sottoposto agli agricoltori, considerati principalmente utilizzatori finali e non interlocutori all’interno del processo. Questa distanza tra gli ambienti di selezione e i diversi contesti reali di coltivazione ha prodotto varietà inadatte a sistemi colturali a bassa intensità di input esterno e a quelli situati in contesti pedoclimatici marginali dove le condizioni standardizzate delle stazioni sperimentali non sono riproducibili.
Il limite di questo modello non è soltanto tecnico, ma epistemologico: l’idea che la validità della ricerca coincida con la capacità di standardizzare condizioni e risultati ha escluso come “non scientifiche” molte altre forme di conoscenza e di valutazione, in particolare quelle relative ai saperi indigeni e contadini. L’imposizione di un unico regime di validazione ha dato forma a quella che Santos chiama “monocultura della conoscenza”: un dispositivo che non solo marginalizza i saperi locali ma li espropria della loro capacità di definire criteri di verità e di valore, inscrivendoli in una posizione di subalternità epistemica. La crisi dell’attuale paradigma non dipende quindi soltanto dai suoi limiti produttivi, ma anche dalla sua incapacità di rendere conto della complessità ecologica e sociale in cui l’agricoltura è immersa.
Negli ultimi decenni, accanto al modello dominante del miglioramento genetico vegetale, centrato su varietà uniformi e sperimentazioni standardizzate, si sono sviluppate pratiche di ricerca che operano secondo logiche differenti. Tra queste, nel miglioramento genetico partecipativo (ParticipatoryPlantBreeding, PPB), i criteri di validazione non sono ancorati all’omogeneità dei contesti di prova, ma alla capacità di riflettere e integrare la diversità ecologica, sociale e culturale dei sistemi colturali. La specificità epistemica del PPB risiede nella sua dimensione partecipativa e decentralizzata, che rappresenta una rottura rispetto al paradigma convenzionale del miglioramento genetico, storicamente basato sulla centralizzazione della ricerca nelle stazioni sperimentali e sulla standardizzazione degli ambienti di prova. Nel PPB, invece, la selezione e la valutazione delle varietà avvengono direttamente nei campi degli agricoltori, negli stessi ambienti in cui le varietà saranno coltivate. I criteri di selezione dell’agricoltore potranno quindi variare da quelli del ricercatore e sono spesso diversi da quelli degli agricoltori in altre aree con condizioni e obiettivi produttivi diversi.
La biodiversità agricola non è solo un insieme di tratti genetici o fenotipici, ma va concepita come una realtà bioculturale, generata dall’intreccio storico tra processi ecologici e sistemi di sapere.
In questo modo, il miglioramento genetico partecipativo ridefinisce le condizioni di validazione della conoscenza, riconoscendo i saperi locali come componenti fondamentali dei criteri di selezione, e aprendo la ricerca a forme pluraliste e localizzate, capaci di cogliere le interdipendenze socio-ambientali in gioco. In altre parole, queste conoscenze vengono riconosciute come prospettive capaci di individuare e definire le caratteristiche rilevanti in una varietà e di stabilire come vada inteso un risultato significativo all’interno del percorso di miglioramento vegetale. In questa prospettiva la biodiversità agricola non può essere concepita unicamente come insieme di tratti genetici o fenotipici, ma come una realtà bioculturale, generata dall’intreccio storico tra processi ecologici e sistemi di sapere.
Perché questi approcci partecipativi possano funzionare efficacemente, è necessario che si collochino entro strutture organizzative adeguate che facilitino l’incontro e la collaborazione tra attori diversi. Le comunità di pratica (communities of practice, CoP) rappresentano una forma organizzativa che può rendere possibile questo coordinamento. Le CoP sono luoghi di apprendimento collettivo e multi-attore, in cui agricoltori, ricercatori, tecnici e cittadini costruiscono insieme percorsi di conoscenza e validazione. Funzionano come luoghi di negoziazione istituzionale: mettono in discussione norme consolidate e aprono spazi per modelli di governance più inclusivi. La loro efficacia dipende dalla capacità di promuovere un coordinamento più stretto tra attori pubblici e privati, sviluppando strategie di finanziamento che sostengano approcci transdisciplinari a lungo termine.
Il successo della transizione agroecologica dipenderà quindi dalla capacità di costruire un ecosistema di ricerca che assuma la pluralità dei saperi come condizione di rigore. Ciò implica investire nella formazione di ricercatori capaci di lavorare nell’intersezione tra ecologia, agronomia, economia e scienze sociali, in grado di facilitare processi partecipativi e comprendere le dinamiche socio-ecologiche. Ma implica anche riconoscere che la produzione di conoscenza non è mai neutra: è un processo politico ed epistemico, in cui si decide non soltanto quali varietà coltiveremo, ma quali futuri agricoli e sociali riteniamo desiderabili.
di Adriano Didonna, Massimiliano Renna e Pietro Santamaria – Università di Bari Aldo Moro
La Puglia è una regione ricca di diversità. Non solo nei paesaggi, nei dialetti o nelle tradizioni culinarie, ma anche, e soprattutto, nelle sue colture orticole.
Da secoli, agricoltori e comunità locali selezionano e custodiscono varietà orticole adattate a suoli, microclimi e bisogni locali: pomodori dalla forma e dal gusto unici (fig. 1), melanzane e carote dai colori cangianti, antiche popolazioni di fava per il consumo fresco e/o secco, peperoni dolci e piccanti dalle mille sfumature, cicorie di cui si utilizzano soprattutto gli steli (fig. 2), cime di rapa, meloni immaturi e… tanto altro. Un patrimonio inestimabile di biodiversità, oggi al centro di una nuova stagione di attenzione anche grazie ai progetti BiodiverSO (“Biodiversità delle Specie Orticole della Puglia”).
Queste iniziative, finanziate dagli ultimi due PSR, sono coordinate dal Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, e condividono l’obiettivo di recuperare, caratterizzare, conservare e valorizzare la biodiversità orticola pugliese, partendo dal lavoro degli agricoltori custodi e aprendo la strada alla cittadinanza attiva e alla valorizzazione agroalimentare delle varietà locali.
Attraverso una ricerca estesa sul territorio e un dialogo continuo con i portatori di conoscenza (agricoltori, tecnici, appassionati) (figg. 3-5), i progetti hanno individuato, descritto e conservato (nelle banche del germoplasma) numerose varietà locali di ortaggi pugliesi, molte delle quali rischiavano l’oblio. Ogni varietà è stata documentata con schede morfologiche, descrizioni agronomiche e, quando possibile, anche analisi genetiche. Il lavoro svolto è reso accessibile e partecipativo grazie a due portali web (karpos.biodiversitapuglia.it e veg.biodiversitapuglia.it), che offrono banche dati, fotografie, mappe interattive, strumenti per segnalare nuove varietà e news, nonché da canali social dove vengono pubblicate ogni giorno “pillole” di agrobiodiversità (Facebook: facebook.com/BiodiverSO; Instagram: @biodiverso_biodiversitapuglia). Non mancano prodotti editoriali a carattere divulgativo resi accessibili in forma gratuita sia in formato cartaceo, sia in formato digitale.
A differenza del primo progetto BiodiverSO (PSR Puglia 2007-2013), l’azione dei progetti BiodiverSO Karpos e BiodiverSO Veg (PSR Puglia 2014-2020) non si ferma alla conservazione. Infatti, è proprio grazie alle attività di ricerca sul campo, alla promozione e ai progetti di valorizzazione ad hoc che le varietà locali diventano protagoniste anche delle filiere corte, dei mercati contadini e delle cucine del territorio. Per alcune di esse è stata possibile l’iscrizione nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali di Puglia (ad esempio la “Cima di cola” e la “Carota di Polignano”) (figg. 6, 7), per altre (ad esempio la “Melanzana Violetta di Ostuni”) (fig. 8) l’iscrizione nel Registro regionale delle risorse genetiche autoctone (che poi confluisce nell’Anagrafe nazionale). Alcune varietà locali, inoltre, sono state caratterizzate non solo dal punto di vista morfologico e genetico ma anche per le loro qualità nutrizionali, sensoriali e l’attitudine alla trasformazione, favorendo così percorsi di valorizzazione commerciale legati al concetto di identità territoriale (fig. 9).
In questo quadro articolato si inserisce anche la Settimana della Biodiversità Pugliese (settimanabiodiversitapugliese.it), iniziativa annuale nata proprio in co-progettazione con i progetti dedicati all’agrobiodiversità della Puglia. Organizzata nel mese di maggio con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Puglia, la Settimana, giunta alla sua VIII edizione, propone eventi, laboratori, convegni, mercati e attività educative su tutto il territorio regionale, con l’obiettivo di coinvolgere scuole, enti pubblici, agricoltori e cittadini in una riflessione collettiva sulla biodiversità come bene comune.
Questo evento regionale si inserisce, a sua volta, in un più ampio calendario di iniziative (Eventi in Rete per la Biodiversità) promosse in tutta Italia sotto il coordinamento di Rete Semi Rurali a testimonianza del forte legame (necessario) tra esperienze locali e visione nazionale per la salvaguardia della biodiversità agricola e alimentare.
Il successo della Settimana, così come dei progetti BiodiverSO, dimostra che l’agrobiodiversità non è materia per soli addetti ai lavori: è una questione che riguarda la qualità del cibo, la resilienza dei sistemi agricoli, la libertà e i diritti degli agricoltori, la cultura dei luoghi e il futuro delle comunità.
L’agrobiodiversità non è materia per soli addetti ai lavori: è una questione che riguarda la qualità del cibo, la resilienza dei sistemi agricoli, la libertà e i diritti degli agricoltori, la cultura dei luoghi e il futuro delle comunità.
Riscoprire, coltivare e valorizzare le varietà locali significa costruire un’agricoltura più sostenibile, sana e giusta.
Il lavoro avviato in Puglia è oggi un esempio replicabile, fatto di strumenti concreti, reti territoriali, risorse digitali e politiche pubbliche intelligenti. Ma soprattutto è il frutto di un’alleanza viva tra chi conserva i semi (i cosiddetti “agricoltori custodi” o “biopatriarchi”) e chi costruisce visioni, tra chi produce cibo e chi difende i beni comuni. Una biodiversità, insomma, non solo da preservare, ma da far conoscere… e crescere.