Analisi delle barriere che ostacolano le consociazioni

Analisi delle barriere che ostacolano le consociazioni

Nonostante i numerosi vantaggi che le consociazioni possono apportare a livello agronomico, ecosistemico e produttivo, la loro diffusione nei terreni coltivati a seminativo rimane limitata.

Le barriere che ne ostacolano l’impiego sono diverse e possono essere ricondotte alle seguenti categorie:

Carenza di conoscenze: l’agricoltore non possiede più le conoscenze per praticare le consociazioni, non sa quali colture abbinare e quali varietà scegliere (mancando anche percorsi di miglioramento genetico dedicati alle consociazioni), deve sperimentare nei propri terreni le giuste dosi di semina, fatica a trovare un’assistenza tecnica competente su questi temi. Risulta difficile anche trovare la collaborazione dei terzisti.

Mancanza di macchinari specifici: nella maggior parte dei casi si adattano macchinari per le colture in purezza, ma seminatrici a tramogge separate o mietitrebbie con sistemi di regolazione specifici sarebbero molto utili.

Difficoltà nella gestione del post raccolta: è difficile trovare laboratori per la separazione di piccole quantità di granelle e i costi incidono in modo rilevante sul prodotto finale. I trasformatori faticano ad accettare prodotti ottenuti da consociazioni per paura di impurità.

Maggiori costi di produzione: l’acquisto delle sementi, la separazione delle granelle, la mancanza di una filiera dedicata determinano maggiori costi di produzione non compensati dal prezzo del prodotto finale.

Mancata valorizzazione del prodotto finale: nella maggior parte dei casi il consumatore non sa cosa significhi consociare e quali vantaggi agroecologici comporti l’adozione di questa pratica. Il prodotto finale non viene riconosciuto sul mercato ed è equiparato, anche a livello di prezzo finale, a un prodotto convenzionale.
Nel Caso Studio Co-Innovativo (CICS) italiano del progetto IntercropVALUES molte di queste barriere sono state rimosse dagli agricoltori stessi, in tutto o in parte, rendendo la consociazione una realtà del loro fare agricoltura. Questo si è reso possibile
per diversi fattori:

• Predisposizione alla sperimentazione empirica in campo: le piccole dimensioni delle aziende agricole e la maggiore flessibilità e indipendenza nelle decisioni ha permesso ad agricoltori, tecnici e terzisti di acquisire esperienza.


Investimento per realizzare un laboratorio di pulizia: due aziende agricole a produzione vegetale si sono dotate di un laboratorio di pulizia per la separazione delle granelle, rendendosi così indipendenti da lavorazioni esterne e avendo modo di lavorare piccole quantità seguendo tempistiche più consone. Tali laboratori operano anche in conto terzi, servendo le piccole aziende biologiche del territorio.

Filiera corta: i prodotti delle consociazioni sono venduti tramite spacci aziendali, negozi specializzati ed e-commerce sul sito aziendale. Questo permette un contatto diretto coi consumatori che, informati, sono disponibili ad accettare un certo grado di impurità nelle granelle ottenute da consociazione.

Predisposizione al contatto con la cittadinanza e alla collaborazione con realtà del territorio: si tratta di aziende “comunicative” in grado di creare reti con altri agricoltori, informare la cittadinanza attraverso canali social e giornate aperte in campo. Questo permette di creare consapevolezza su cosa significa consociare e aiuta a valorizzare il prodotto finale.

Gestione agroecologica dell’azienda agricola: sono aziende certificate biologiche che mettono in pratica strategie agroecologiche per la gestione aziendale. Questo le identifica come particolarmente attente e sensibili al mantenere elevati livelli di biodiversità e complessità del sistema agricolo.
I maggiori costi di produzione che le consociazioni comportano sono compensati dalla riduzione di quelli legati a input esterni, dal reimpiego della semente aziendale e dalla capitalizzazione della fertilità del terreno e dell’equilibrio a cui tende l’agroecosistema aziendale.
Vi è un’unica barriera alla diffusione delle consociazioni, su cui l’agricoltore non riesce a intervenire direttamente: quella burocratica/amministrativa. Al momento, infatti, le consociazioni da granella non possono essere rappresentate nel fascicolo aziendale, dove è possibile indicare una sola coltura per particella. Si indica solo la specie prevalente, ossia quella con la densità di semina maggiore. Ciò implica due aspetti: l’agricoltore che pratica la consociazione ha un fascicolo aziendale che
non ritrae la sua realtà, con problemi legati soprattutto alla tracciabilità delle produzioni; per le autorità, le consociazioni da granella non esistono, per cui non vengono riconosciute né supportate. Nel Piano di Sviluppo Rurale (PSR) 2013-2027 solo Toscana e Marche, sostengono questa pratica, limitandosi a includere la bulatura. Non è possibile neppure avere dati ufficiali
sulla diffusione delle consociazioni da granella sul territorio italiano, perché questo dato non emerge nelle rilevazioni statistiche.

Rete Semi Rurali, insieme a CIA Toscana e ANABIO CIA, ha cercato una soluzione a questo problema, anche grazie a un confronto con il mondo della certificazione e il Ministero. La proposta è di inserire nel fascicolo aziendale il codice “consociazione da granella” declinato nelle diverse combinazioni fra cereali, leguminose e oleaginose.
Sarebbe un primo passo per fare emergere questa importante pratica, sostenerla e facilitarne la diffusione.

Valorizzare le consociazioni: prove di pane proteico

Valorizzare le consociazioni: prove di pane proteico

di Daniela Ponzini – Rete Semi Rurali

Per capire se è possibile ridurre le lavorazioni di pulizia in post raccolta e al contempo offrire un prodotto proteico aperto a nuove possibilità di mercato, nell’ambito del progetto IntercropVALUES sono state effettuate delle prove per osservare come cambiano le caratteristiche tecnologiche dell’impasto aumentando la percentuale di farina di legume.
FiBL (Svizzera) ha studiato come cambia il processo di panificazione aumentando la percentuale di farina di fava nella ricetta. Partendo da una farina di forza, con un contenuto proteico superiore al 12% si è visto che all’aumentare della percentuale della farina di fava era necessaria una maggior idratazione dell’impasto per compensare la riduzione della sua elasticità e l’uso della pasta madre. Dal punto di vista sensoriale, aumentando la percentuale di farina di fava la crosta diventa più scura e morbida, la mollica risulta meno alveolata e si sbriciola facilmente, il sapore acquisisce sentore di legume.
L’università UniKassel (Germania), invece, ha approfondito il valore nutrizionale del pane realizzato con crescenti percentuali di farina di pisello mescolate alla farina di frumento integrale e farina raffinata, studiandone le variazioni di volume nel prodotto finale.
I risultati sono i seguenti: nel pane con farina integrale, aggiungendo il 10% di farina di fave, si osserva un incremento del contenuto in minerali dello 0,1%. Valutando il volume del pane (cm3/100gr di farina), l’aggiunta di farina di piselli fino al 10% comporta minime variazioni, mentre nei panini prodotti con farina di frumento raffinata, aggiungendo fino al 7% di farina di piselli, si osserva un lieve aumento di volume. Il 21 giugno 2026, nell’incontro svoltosi in Toscana presso l’azienda agricola bio di Sara Passerini, una delle aziende del caso studio italiano, è stato allestito un laboratorio di analisi sensoriale che ha messo a confronto pani realizzati con farina di tipo 2 di frumento tenero della varietà Sieve con aggiunte di diverse percentuali di farine di pisello e di cicerchia. Il pane è stato realizzato con pasta madre. Su una scala da 1 a 5, tutti i campioni hanno superato il valore 3 per i parametri valutati. Il campione più gradito è stato quello con l’aggiunta del 10% di farina di pisello, mentre quello col 30% di cicerchia è risultato meno apprezzato.
È possibile quindi immaginare lo sviluppo di nuovi prodotti che non comportino la separazione delle granelle, o che quantomeno riducano i passaggi di pulizia, e che valorizzino il contenuto proteico apportato dalle leguminose. Si prospettano in futuro attività legate all’analisi sensoriale e allo studio di processi tecnologici che accompagnino le sperimentazioni in campo.

Consociazioni: un caso studio italiano

Consociazioni: un caso studio italiano

di Daniela Ponzini – Rete Semi Rurali

Le consociazioni sono una tecnica con radici antiche ma estremamente attuale e in linea con i requisiti della Politica Agricola comunitaria. RSR le ha analizzate attraverso un Caso Studio Co-innovativo (CICS), nell’ambito del progetto IntercropVALUES, costituito da sette aziende agricole, quattro situate nel Nord e tre nel Centro Italia.

Tutte le aziende sono a conduzione biologica, di piccole-medie dimensioni e vantano una pluriennale esperienza nella pratica della consociazione. Nel caso studio italiano, due aziende zootecniche nella pianura padana coltivano sorgo e fagiolo dall’occhio da insilare, loietto e trifoglio da affienare, orzo e pisello proteico da sfarinare. L’obiettivo principale è quello di ottenere un prodotto per l’alimentazione zootecnica il più possibile completo ed equilibrato.

Un’azienda zootecnica e due aziende a produzione vegetale coltivano cereale bulato con leguminosa (frumento con trifoglio e avena con mix di trifogli in Nord Italia, grano duro con sulla in Centro Italia). In questo caso i vantaggi sono: facilitare il controllo delle infestanti, migliorare la fertilità e la gestione dell’umidità del terreno, e anticipare la produzione dei foraggi.
Più interessanti risultano le consociazioni da granella per alimentazione umana praticate da due aziende agricole a produzione vegetale. Si tratta di cereali consociati a leguminose (frumento con fava, pisello o cicerchia, grano duro con cece, monococco con lenticchia nel caso di colture autunno vernine e miglio con fagiolo dall’occhio, lino e grano saraceno nel caso di colture primaverili estive). I vantaggi di queste consociazioni, oltre a quelli elencati in precedenza, sono quelli di ridurre l’allettamento, in particolare della leguminosa, diversificare le produzioni e, in alcuni casi, migliorare le rese, come dimostra l’indice LER (Land Equivalent Ratio).

Nel caso di frumento con pisello, se la leguminosa da granella costituisce la coltura principale, la funzione del frumento sarà principalmente quella di fornire sostegno e ridurre l’allettamento; nel caso in cui il cereale sia prevalente, la leguminosa favorirà la fertilità del terreno. I semi mescolati nella tramoggia, vengono seminati contemporaneamente con una seminatrice da frumento.

Importante sarà la regolazione della mietitrebbia, in particolare della distanza tra battitore e controbattitore, oltre alla velocità di avanzamento, in modo da ridurre il più possibile le rotture del legume La consociazione estiva grano saraceno con lino nasce da un’osservazione empirica in un’azienda agricola toscana con problemi di infestazione di cuscuta. Nei campi consociati con il lino, la cuscuta non si sviluppava, mentre nei campi in purezza costituiva un problema di difficile gestione.
La consociazione estiva miglio con fagiolo dall’occhio è destinata all’alimentazione umana, le granelle hanno dimensioni diverse e sono facilmente separabili con un pulitore. Nelle annate con calore estremo e siccità, il fagiolo dall’occhio è soggetto ad aborto fiorale. Il miglio riesce a creare uno strato ombreggiante, favorendo l’allegagione del legume ed evitando il calo delle rese.

Miglioramento genetico partecipativo di una varietà OP di mais per l’agricoltura biologica in Argentina

Miglioramento genetico partecipativo di una varietà OP di mais per l’agricoltura biologica in Argentina

di Enrico Cresta – Bioleft, Pampaorganica Norte
e Almendra Cremaschi- Centre for Research on Transformations, CONICET, Bioleft

In Argentina, nell’azienda agricola Altos Verdes si sta lavorando, in collaborazione con il gruppo di ricerca universitario Bioleft (bioleft. org), al miglioramento genetico di una varietà di mais a impollinazione libera (Open Pollinated – OP), sviluppando anche un sistema pratico per individuare ed eliminare inquinamenti con Organismi Geneticamente Modificati

La mancanza di offerta di sementi biologiche di mais costringe i produttori argentini a utilizzare gli ibridi convenzionali non-OGM e senza trattamenti, tutti materiali migliorati geneticamente in condizioni convenzionali, cioè con fertilizzanti e trattamenti chimici, non adatti quindi alle necessità e le caratteristiche del sistema biologico. Nel mondo del bio questo svantaggio di partenza si presenta in maggior o minor misura in molte coltivazioni in quasi tutti i Paesi, uno dei motivi per cui importanti organizzazioni internazionali come la IFOAM Seed Platform (https://seeds.ifoam. bio), il progetto di ricerca europeo Liveseeding (https://liveseeding.eu), l’Organic Seed Alliance in USA (https://seedalliance.org) promuovono lo sviluppo di sementi bio come passo fondamentale per la crescita del settore. Ma in Argentina la situazione è più complessa per la crescita esponenziale delle coltivazioni OGM iniziata a fine degli anni Novanta, che per il mais oggi raggiunge quasi il 99% della superficie (https://argenbio.org/cultivos-transgenicos/), creando un contesto dove poche ditte sementiere possono offrire materiali con i controlli necessari per garantire la condizione di non-OGM dentro i limiti di tolleranza (0,1%) che richiede la catena commerciale in Argentina. Questi materiali vengono principalmente destinati alla produzione di mais non-OGM convenzionale e seguono modalità di contratti commerciali restrittivi con sementi chimicamente trattate, che non facilitano certo la domanda, quantitativamente marginale, dei produttori bio.

Quindi uno scenario con una assai limitata disponibilità di sementi ibride non adattate e di elevato costo (oggi rappresenta più del 35% del totale della produzione del mais bio), che si presenta ancora più incerto per l’introduzione già in corso delle sementi sviluppate attraverso le NGT (New Genetic Techniques), che per la legislazione argentina non sono considerate OGM: le potenziali difficoltà per individuare e tracciare dette modificazioni genetiche, oltre ad aumentare ulteriormente i costi, potrebbero rappresentare un grave rischio sulla sostenibilità stessa della produzione bio.

La selezione si realizza in condizioni biologiche e non irrigue in modo di ottenere un miglioramento graduale e accumulativo in termini di comportamento produttivo in un ambiente caratterizzato da un’alta pressione selettiva

Produci i tuoi propri semi

Enrico Cresta e German Cravero, responsabili del progetto bio dell’azienda, ispirati dalle popolazioni evolutive, dal 2016 stanno sviluppando un processo di selezione di una varietà di mais OP adattato alle condizioni locali di produzione biologica e non-OGM. L’integrazione con l’iniziativa Bioleft facilita lo scambio di informazioni ed esperienze con altri produttori e tecnici consolidando il processo di miglioramento genetico partecipativo di mais.
La popolazione iniziale si costruisce con la semina simultanea dei materiali non OGM disponibili in quel momento per la produzione bio più l’aggiunta di una varietà di uso locale (fornita dall’agroecologo Claudio Demo di Rio Cuarto) permettendo la libera impollinazione. Ogni annata si realizza la selezione massale sempre in condizioni biologiche e non irrigue in modo da ottenere un miglioramento graduale e accumulativo in termini di comportamento produttivo in un ambiente caratterizzato da un’alta pressione selettiva di infestanti e predatori. La decisione di sviluppare una varietà OP piuttosto che un ibrido risponde a criteri tanto pratici come strategici. Da un lato permette una maggior semplicità di gestione agronomica e dall’altro la sua più ampia diversità genetica ben si adatta alla selezione massale, che potrà essere attuata ogni anno cercando di ottenere risposte alla selezione (a livello genetico ed epigenetico) in grado di far fronte alla crescente variabilità ambientale legata ai cambiamenti climatici.

Oggi l’azienda dispone già di questo materiale (vedi foto) per utilizzarlo dentro il proprio schema di produzione di mais sostituendo, per ora in modo parziale, gli ibridi commerciali. Questa scelta permette di ampliare le opportunità di semina su campi di minor fertilità, con date precoci o tardive, e con usi foraggeri come insilati di pianta intera o pascolo diretto, molto utili nello schema integrato tra agricoltura e allevamento brado caratteristico del biologico estensivo argentino. I dati preliminari indicano una resa inferiore di circa il 30% rispetto agli ibridi commerciali, con test effettuati in condizioni convenzionali. Sarà, quindi, molto importante valutare in futuro il comportamento agronomico della varietà di mais OP, chiamata Originales24, in condizioni di produzione biologica, ambiente nel quale questo materiale è selezionato. Inoltre, sono in corso le prove per registrare la nuova varietà presso l’INASE (Instituto Nacional de Semillas) come primo passo per arrivare alla commercializzazione dell’Originales24.

Una procedura per mantenere i semi di mais liberi da OGM

Il rischio costante di inquinamenti con OGM provenienti dai semi utilizzati nel costruire la popolazione iniziale e/o dal polline di coltivazioni di mais transgenici circostanti, ha portato a sviluppare una strategia semplice e pratica alla portata tecnica di un produttore, come viene spiegato nello schema sopra. Nella fase iniziale della selezione circa 700 piante vengono coltivate in una parcella isolata e, prima della fioritura, sono analizzate per determinare presenza (positive) o assenza (negative) di OGM in gruppi identificati di circa 80 piante ognuno. Se un gruppo risulta positivo le 80 piante corrispondenti sono eliminate e dai gruppi con risultato negativo si selezionano le piante per la successiva moltiplicazione. Questa tecnica è stata alla base dello sviluppo della varietà Originales24 OGM-free. Ogni annata, in parallelo alle semine a pieno campo, viene ripetuta questa procedura in modo da individuare e eliminare qualsiasi contaminazione di eventi transgenici, assicurando una riserva strategica di sementi non-OGM.

Conclusioni

Lo sviluppo di sementi adattate alle condizioni della produzione biologica si presenta oggi come una delle principali sfide per l’espansione sostenibile di questo sistema agricolo a livello mondiale. In Argentina, con la terza superficie più vasta sotto certificazione bio, questa problematica si presenta in una coltivazione di rilievo come il mais, a causa dell’espansione dominante degli OGM e il minaccioso sbarco delle NGT. L’esperienza dell’azienda bio Altos Verdes con Bioleft offre una risposta concreta a questo problema ottenendo una varietà a impollinazione aperta di mais adattato al biologico, in continua evoluzione e libera da OGM.

Il miglioramento genetico partecipativo si presenta come una strategia pratica ed efficiente che potrebbe contribuire a risolvere in modo sostanziale i suddetti problemi di disponibilità di sementi adattate e migliorate per il biologico e l’agroecologia. Non come sostituzione dei sempre necessari programmi pubblici di miglioramento genetico, ma come un’azione complementare, valida, come in questo caso, dove il mercato ha fallito sistematicamente nel dare risposte, ma che permette all’agricoltore, in collaborazione con i tecnici, di riprendere in mano le conoscenze della genetica come potente strumento per risolvere i problemi specifici del proprio sistema produttivo. Produrre i propri semi vuol dire rompere la dipendenza dell’agricoltore moderno dalle innovazioni genetiche dettate dai mercati internazionali, per sostenere sistemi biodiversi di diversi agricoltori, aumentare la diversità genetica e promuovere la sovranità e la sicurezza alimentare.

Segale e frumento: al via la raccolta per il progetto Cerea+ Connect

Segale e frumento: al via la raccolta per il progetto Cerea+ Connect

Kick Off Meeting ProecoRice

Kick Off Meeting ProecoRice

Tra il 28 giugno e il 2 luglio si è svolto il Kick Off Meeting del progetto ProEcoRice, mirato alla valorizzazione delle esperienze di ricerca di sistemi risicoli a basso impatto ambientale in base ad un approccio transdisciplinare, in quanto frutto della partecipazione complessiva di diversi soggetti diversificati.

L’evento è stata una fondamentale occasione di conoscenza, coordinamento e disseminazione delle migliori esperienze internazionali di risicoltura sostenibile, con particolare attenzione in riferimento alle emissione di gas climalteranti in ambito risicolo, in monocoltura in confronto a sistemi includenti consociazioni con piante avventizie.

Il ricco programma ha incluso sessioni di confronto e disseminazione dei primi risultati dei gruppi di lavoro, visite in campo e in archivio, oltre a momenti conviviali.

Rete Semi Rurali in collaborazione col Biodistretto del Riso Piemontese ha contribuito in modo decisivo all’organizzazione dell’evento, tramite una visita in campo nell’ambito di una sessione dedicata alla valorizzazione delle varietà storiche e dei MEB di riso contenute nelle collezioni varietali in situ. Momenti chiave nella valorizzazione e nella ricerca attorno al tema della diversità coltivata anche in ambito risicolo e nella creazione di ponti tra aziende agricole ed enti di ricerca pubblici e del terzo settore.