da Manuele Bartolini | Giu 3, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali
Un nuovo studio ne mostra gli effetti positivi per ambiente, redditi degli agricoltori e territori marginali. Altro che “non ci sono alternative ai pesticidi”.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 270 – Maggio 2024
Negli ultimi mesi, i tentativi fatti dalla Commissione europea per rendere l’agricoltura un po’ più sostenibile sono finiti sotto attacco. Le misure per mettere in pratica le strategie “Farm to fork” e “Biodiversità 2030” sono state messe sotto scacco dalle proteste dei trattori che si sono svolte in tutta Europa e dalle richieste dei sindacati agricoli, che hanno trovato nuovo slancio per mantenere lo status quo. Tali esigenze saranno all’attenzione della politica in grado di influenzare, da destra, le elezioni europee dell’8 e 9 giugno.
Per demolire il Green Deal dell’Unione europea si sono usati diversi argomenti, tra cui quello secondo cui non è possibile fare agricoltura senza pesticidi o input chimici di sintesi. Se si vuole essere produttivi e sfamare il mondo l’unica strada è quella battuta negli ultimi settant’anni. E la risposta alla crisi del settore agricolo viene indicata proprio nell’aumentare l’intensificazione e favorire i processi di modernizzazione.
Nasce in questo humus culturale la proposta dell’Agricoltura 4.0, in cui digitale, robotica e genetica sono sempre più integrati in un mondo che lascia sempre meno autonomia agli agricoltori e a noi cittadini.
Ma siamo sicuri che non ci sia nulla all’orizzonte a parte il business as usual? Per fortuna c’è una scienza che ci racconta una strada alternativa alla monocoltura industriale e sostiene la capacità di trasformare l’agricoltura rendendola più sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale, tecnico produttivo ed economico
Va in questa direzione lo studio “The socio-economic performance of agroecology. A review”, pubblicato a marzo 2024 dalla rivista Agronomy for sustainable development. Gli autori hanno analizzato circa 13mila articoli scientifici per arrivare a dimostrare, dati alla mano, la validità delle tecniche agroecologiche. Finalmente esiste un’evidenza scientifica e documentata che c’è un’alternativa al modello produttivista, che viene già praticata ma viene ignorata dalle politiche o dai cosiddetti portatori di interesse (ma quali interessi? E di chi?)
L’articolo indaga l’impatto socio-economico dell’agroecologia trovando in letteratura il 51% di riscontri positivi, a fronte di un 30% di negativi e dei restanti con conclusioni non rilevanti. Inoltre, vengono studiate una serie di pratiche, come l’agroforestazione e le consociazioni, mettendo in evidenza il loro impatto economico positivo sulle aziende.
51%: sono i riscontri positivi ricevuti in letteratura dall’articolo “The socio-economic performance of agroecology. A review” (marzo 2024) che indaga i vantaggi dell’agroecologia
Se dal lato agronomico, quindi, è evidente la validità di questa pratica, il punto dolente emerge dall’impatto sul lavoro: il cambiamento di modello agricolo richiede più manodopera e una maggiore capacità da parte degli agricoltori di interagire con il proprio ambiente di riferimento (fisico, sociale ed economico).
Insomma, dobbiamo riconsiderare il ruolo della forza lavoro in agricoltura e rivedere il dogma delle scienze economiche secondo cui un Paese con un alto numero di occupati in agricoltura è sottosviluppato. Per farlo è necessario mettere in atto politiche attive che favoriscano l’intensificazione della manodopera invece che dei capitali o degli investimenti.
D’altronde riportare persone nelle campagne, e di conseguenza nelle nostre zone collinari o montuose, aiuterebbe a contrastare quel fenomeno di spopolamento che sta desertificando le aree rurali italiane. Insomma, l’agroecologia avrebbe un impatto benefico sull’ambiente, sui redditi degli agricoltori, ma anche a livello sociale creando opportunità economiche in territori marginali. Aumentare le capacità degli agricoltori, invece, comporta rivedere i modelli di ricerca e assistenza tecnica, mandando in pensione, finalmente, l’abusato concetto di trasferimento tecnologico. Questi sarebbero i punti da mettere nell’agenda della prossima Commissione europea.
CREDITS ALTRAECONOMIA
da Manuele Bartolini | Mag 29, 2024 | Notiziari, Personaggi
Una vita spesa per l’agricoltura mondiale
Fra le figure di spicco dell’innovazione varietale e del tentativo di coniugare l’evoluzione delle tecniche con la tutela degli agricoltori troviamo sicuramente M. S. Swaminathan (1925- 2023). Dagli anni ’50 del secolo scorso lo scienziato indiano è stato protagonista in India della Rivoluzione verde, senza però dimenticarne le implicazioni sociali.
Dopo una laurea in zoologia, studiò agraria presso l’Università di Madras e svolse i primi lavori di ricerca all’Indian Agricultural Research Institute (IARI) di Nuova Delhi, dedicandosi in particolare allo studio delle patate. Giunto in Europa alla fine degli anni ‘40, Swaminathan lavorò per 8 mesi a Wageningen cercando di adattare alcune varietà di patate a resistere ai nematodi manifestatisi durante il conflitto mondiale. Nello stesso anno si trasferì a Cambridge e conseguì il dottorato
con una tesi sulla differenziazione delle specie e la poliploidia nel genere Solanum. A questo punto il giovane scienziato fece il grande salto e spostatosi negli Stati Uniti contribuì a costruire una stazione di ricerca sulla patata presso il laboratorio di genetica dell’Università del Wisconsin guidato dal premio Nobel Joshua Lederberg. Tornato in India nel 1954, lavorò presso il Central Rice Research Institute di Cuttack come assistente botanico nelle ricerche sull’ibridazione del riso Indica con il riso Iaponica. Sulla base di questi studi, nei mesi successivi, si dedicò ad ottenere varietà nane di grano da adottare in India e per questo nel 1954 tornò presso lo IARI di New Delhi. È qui che Swaminathan incontrò Norman Borlaug con il quale iniziò una proficua collaborazione scientifica che portò all’incrocio di varietà a bassa taglia di grano, messicane e giapponesi, per l’agricoltura indiana. A metà degli anni ‘60, si arrivò a semine in pieno campo di alcune nuove varietà con ottimi risultati: nel 1968 la produzione granaria indiana arrivò a 17 milioni di tonnellate, 5 in più rispetto al raccolto precedente. La Rivoluzione verde aveva dato i suoi frutti e nel giro di pochi anni, l’India si avviò verso un percorso di autosufficienza alimentare che fu raggiunto in poco tempo, fermo restando lo sforzo di lavorare su accesso e disponibilità di cibo per i cittadini indiani.
Nel frattempo, la carriera di Swaminathan prese ulteriori strade. Nel 1972 fu nominato direttore generale del Consiglio indiano per la ricerca agricola e, nel 1979, Segretario del governo. Fu, anche, vicepresidente del WWF e dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), mentre, nel 1987, vinse il World Food Prize, e utilizzò il premio per costruire la MS Swaminathan Research Foundation. Nel 2007 divenne presidente della Commissione Nazionale sugli agricoltori dell’India, dando ulteriore impulso al riconoscimento del lavoro degli agricoltori, anche attraverso la prima normativa a livello internazionale sui Diritti degli agricoltori, sanciti dal Trattato FAO sulle Risorse Genetiche per l’Agricoltura e l’Alimentazione.
Il suo sforzo scientifico, orientato alla creazione di nuove varietà per ridurre la fame nel mondo, ha lasciato un profondo segno nell’agricoltura indiana e mondiale, ma Swaminathan sarà anche ricordato per l’enorme contributo per la difesa del ruolo degli agricoltori nella conservazione dell’agrobiodiversità.
da Manuele Bartolini | Mag 29, 2024 | Articoli, Notiziari, Seminare il cambiamento
di Johanna Eckhardt – No Patents on Seeds
La legge Europea sui brevetti ne vieta l’uso su varietà vegetali e razze animali e sui metodi di miglioramento genetico convenzionali: un brevetto può essere concesso soltanto se un carattere viene inserito nel genoma attraverso tecniche di ingegneria genetica.
Tuttavia, nonostante i richiami da parte dell’UE, negli ultimi 10 anni l’Ufficio europeo dei brevetti (EPO) ha concesso circa 200 brevetti su metodi di miglioramento convenzionali. Tali brevetti riguardano ormai oltre 1.000 varietà di piante selezionate in modo convenzionale. Il numero crescente di brevetti concessi in questo modo e la conseguente incertezza giuridica minacciano il miglioramento genetico delle piante, compreso quello portato avanti dagli agricoltori, nonché la sovranità alimentare europea. L’UE deve fermare questa tendenza e garantire che le leggi europee siano interpretate correttamente. La diversità biologica deve continuare a essere disponibile per il miglioramento genetico futuro!
Fin dall’introduzione della Direttiva 98/44/CE, in Europa sono stati concessi migliaia di brevetti su piante e animali geneticamente modificati. L’EPO, un’organizzazione indipendente dall’UE, ha adottato questa normativa comunitaria, che è quindi diventata effettiva nei suoi 39 stati aderenti. Con l’introduzione delle nuove tecniche genomiche (NGT), il numero di brevetti è in drastico aumento, con le grandi multinazionali (Corteva – ex DowDupont e Bayer, tra le altre) in testa alla corsa. Le ditte sementiere europee di minori dimensioni che desiderano utilizzare le nuove tecnologie sono pertanto costrette a firmare contratti con aziende più grandi e a dipendere da loro.
Come già in passato, anche nel caso delle NGT, la portata dei brevetti non si limita alle piante geneticamente modificate, ma spesso include rivendicazioni sulle modifiche genetiche stesse, anche quando queste sono il risultato di una mutazione casuale: per esempio, sono stati concessi brevetti alla ditta sementiera KWS su mais ottenuto da miglioramento genetico tradizionale e poi “reingegnerizzato” con CRISPR/Cas.
È di somma importanza, invece, mantenere l’indipendenza del miglioramento genetico in Europa: l’accesso alla diversità biologica non deve essere controllato o bloccato, soprattutto di fronte ai cambiamenti climatici e all’erosione della biodiversità. I brevetti su processi di semplice incrocio e selezione, su variazioni genetiche naturali o risultanti da mutagenesi casuale devono essere vietati. Deve essere vietata anche l’estensione delle rivendicazioni contenute nei brevetti a piante e animali con caratteri simili a quelli brevettati ma ottenuti con metodi convenzionali.
Il Parlamento europeo e gli Stati membri sono consapevoli di questo problema. Ma è soprattutto l’ EPO, tramite il suo Consiglio di amministrazione (che si riunisce quattro volte l’anno) a dover interpretare correttamente la legge. A livello nazionale, gli stati membri potrebbero adeguare la loro legislazione, inviando un forte segnale politico. In Austria, per esempio, la legge nazionale sui brevetti è stata rivista nel 2023, limitandone strettamente l’applicazione alle sole sementi geneticamente modificate.
Per quanto riguarda la riforma in corso sulle NGT, è stato proposto che l’UE potrebbe vietarne la brevettabilità. Con questa mossa si dà l’impressione che le piante NGT, in quanto deregolamentate, non potranno più essere brevettate. Tuttavia, la (de)regolamentazione delle NGT non ha nulla a che fare con la legge sui brevetti. Le piante NGT restano brevettabili nell’UE, anche qualora non dovessero essere più sottoposte alla valutazione del rischio: verrebbero escluse dalla brevettabilità solo allorquando i 39 membri dell’EPO si accordassero all’unanimità per modificare le leggi esistenti. Ma questa strada è bloccata dall’industria, dalle lobby e da diversi stati membri stessi.
Non si tratta insomma di cambiare le leggi, ma di interpretare correttamente i divieti esistenti. Sarebbe sufficiente una maggioranza di tre quarti dei voti in seno al Consiglio dell’EPO; l’UE potrebbe già portare circa 27 dei 30 voti necessari per una maggioranza. Una tale iniziativa per vietare i brevetti sulla riproduzione convenzionale sarebbe estremamente urgente: se non ci sarà un’interpretazione chiara e giuridicamente sicura, le multinazionali saranno presto in grado di controllare tutte le sementi – prodotte con o senza ingegneria genetica.
La campagna di NO PATENTS ON SEEDS! manda un messaggio alla Commissione Europea e chiedi che si mobiliti! https://www.no-patents-on-seeds.org/en/campaign
da Manuele Bartolini | Mag 29, 2024 | Articoli, Notiziari, Seminare il cambiamento
La proposta per la deregolamentazione delle piante ottenute da NGT di categoria 1 si basa sul presupposto della loro equivalenza con le piante ottenute dal miglioramento convenzionale. Per valutare questa equivalenza, nell’Allegato 1 la proposta delinea una serie di criteri, basati essenzialmente su dimensione, numero o tipo di mutazioni a carico del DNA.
L’ANSES, Agenzia francese per l’Alimentazione, la Salute, la Sicurezza Ambientale e sul Lavoro, ha chiesto al suo gruppo di lavoro sulle biotecnologie di esaminare la base scientifica di questi criteri. Secondo il rapporto che ne è uscito, questi criteri hanno diverse limitazioni. Prima di tutto, la terminologia non è sempre univoca: mancano definizioni chiare di termini importanti come “sito bersaglio” o “piante convenzionali” con le quali comparare le piante NGT. Ma il punto critico più importante è la debolezza, dal punto di vista scientifico, del basare l’equivalenza tra piante NGT e convenzionali esclusivamente su dimensione o numero delle modifiche al DNA.
Difatti, la proposta stabilisce una soglia massima di 20 mutazioni, entro la quale una pianta NTG è considerata equivalente a una pianta convenzionale. Secondo il rapporto ANSES sarebbe prima di tutto più corretto che tale soglia fosse correlata con la dimensione del genoma delle diverse specie piuttosto che essere fissata in termini assoluti. Inoltre, la scelta di tale numero è stato giustificato confrontandolo con il numero di mutazioni potenzialmente ottenibili tramite mutagenesi casuale (una tecnica non NGT) con cui, dice il documento tecnico che accompagna la proposta legislativa, si possono ottenere tra le 30 e 100 mutazioni. Tuttavia, dicono gli esperti ANSES, il confronto con la mutagenesi casuale non è molto pertinente in quanto il numero di mutazioni ottenute con questa tecnica varia in base all’intensità del trattamento mutageno; inoltre, le mutazioni casuali indesiderate vengono poi eliminate dal processo di selezione successivo, cosa che non necessariamente accade a seguito di una mutagenesi mirata tramite NGT. Ancora a proposito di mutazioni indesiderate, queste verrebbero conteggiate tra le 20 modifiche accettabili, senza nessuna considerazione dei potenziali effetti negativi in termini funzionali o biologici. Basare il ragionamento sull’equivalenza su una semplice analisi molecolare della presenza di un certo numero di mutazioni, in qualsiasi punto del genoma esse avvengano, perde completamente di vista la questione del rischio per la pianta, l’ambiente o la salute.
Il gruppo di lavoro raccomanda pertanto di riformulare i criteri di equivalenza, adottando una prospettiva più ampia e meno riduttiva, che tenga conto di più variabili e di tutti i possibili rischi.
da Manuele Bartolini | Mag 29, 2024 | Articoli, Notiziari
Le difficoltà nel mantenere il biologico OGM-free
David Gould – Segretario generale Piattaforma Sementi IFOAM
A differenza dell’Unione Europea, gli OGM negli Stati Uniti sono stati in gran parte un “selvaggio west” non regolamentato sin dal 1996, anno di inizio della loro produzione commerciale.
Da allora, le colture GM con resistenza agli erbicidi e/o pesticidi dominano la superficie coltivata a soia, mais, cotone e barbabietole da zucchero degli Stati Uniti. Le leggi sull’etichettatura sono praticamente inesistenti. National Bioengineered Foods Disclosure Standard (NBFDS), entrato in vigore all’inizio del 2022, è quanto di più lontano si possa immaginare da una legge sull’etichettatura, in quanto copre solo una minima percentuale dei prodotti contenenti OGM effettivamente presenti sul mercato.
Le normative statunitensi sugli NGT si stanno dimostrando altrettanto poco rigorose, se non addirittura più deboli. Non esiste obbligo di etichettatura, tracciabilità o trasparenza. La notifica alle agenzie governative del rilascio di NGT nell’ambiente è più o meno volontaria. Si prevede quindi che nei prossimi anni un numero sempre maggiore di NGT entrerà sul mercato, dando inizio a un’era di sconvolgimenti genetici mai visti prima.
Il settore biologico, invece, ha adottato alcune misure relative a tutti i tipi di OGM, vecchi e nuovi. Tuttavia, le regole dell’USDA National Organic Program non li hanno mai chiamati “OGM”, bensì “metodi esclusi/non ammessi” . Se un tempo questo termine infastidiva molte persone del movimento biologico (perché non chiamarli semplicemente OGM?), ora è diventato una garanzia di salvezza di fronte alle NGT. Tutte le nuove tecniche genomiche che rientrano nel termine NGT sono state esplicitamente indicate come “metodi esclusi” dal National Organic Standards Board, che fornisce pareri giuridicamente vincolanti all’USDA sulle regole del biologico. Almeno sul fronte del bio, questo annulla la strategia dell’industria biotecnologica di non considerare le NGT alla stregua dei precedenti OGM. Naturalmente, si tratta di una protezione solo parziale, poiché la minaccia di una contaminazione involontaria è sempre presente.
Convivendo con gli OGM non regolamentati per così tanto tempo e praticamente senza alcun sostegno da parte del governo, il settore privato in Nord America (la situazione del Canada non è molto diversa da quella degli Stati Uniti) ha avviato iniziative significative per individuare gli OGM, e costruire filiere prive di OGM a tutela dei consumatori e degli attori intermedi. Una di queste iniziative è il Progetto “Non-GMO” che aggiunge al certificato biologico un sigillo che garantisce l’assenza di OGM. Sebbene alcune parti ritengano che il Progetto sia in concorrenza con il biologico o possa confondere, il sentimento predominante tra i consumatori è che i due bollini sianocomplementari.
Con la nuova e amplificata minaccia degli NGT, altre iniziative, come la National Organic Coalition negli Stati Uniti e la Canada Organic Trade Association, hanno intensificato i loro sforzi per sensibilizzare l’opinione pubblica, influenzare i responsabili politici e stimolare misure proattive per assicurare che le opzioni non OGM rimangano disponibili. La Piattaforma Sementi di IFOAM svolge un ruolo di coordinamento e di creazione di reti tra organizzazioni e individui coinvolti in questi sforzi. Il suo Protocollo di valutazione del rischio e della sicurezza globale per le nuove tecnologie genomiche, pubblicato di recente, viene utilizzato come base di conversazione per coloro che sostengono il rilascio non regolamentato delle NGT o che credono ciecamente nella loro sicurezza senza serie prove scientifiche. Un’altra iniziativa in corso è un database coordinato per il monitoraggio delle biotecnologie, per analizzare continuamente le NGT in tutte le fasi di sviluppo, aiutare a preparare i dispositivi regolatori, e informare gli organismi di controllo e gli attori della filierain modo che possano valutare e controllare il rischio e assicurare che le catene di approvvigionamento non OGM siano monitorate costantemente.
Indipendentemente dal luogo, la trasparenza è fondamentale. L”etichettatura e la tracciabilità, l’accesso alle informazioni suorigine, nonché al materiale genetico ingegnerizzato, sono elementi fondamentali per garantire una corretta valutazione del rischio e dell’autenticità delle filiere , così comeper sviluppare protocolli analitici per le NGT che finora non esistono o non sono facilmente accessibili. La tecnologia di rilevamento migliorerà con il tempo. Nel frattempo, la Piattaforma Sementi di IFOAM ha in programma lo sviluppo di materiali didattici e di formazione sulla valutazione del rischio per gli attori delle filieree per le autorità di regolamentazione, al fine di continuare a proteggere il settore biologico e quello più ampio dei prodotti non OGM.
per maggiori informazioni: www.seeds.ifoam.bio
ITALIA/ Approvata la sperimentazione della prima pianta NGT!
L’Italia è uno strano paese: grazie al decreto di urgenza in tema di siccità e bacini idrici (convertito nella legge 68 del 13 giugno 2023) sono state semplificate le procedure per i test in campo dei nuovi OGM e questa primavera l’Università di Milano ha chiesto di potere sperimentare una varietà di riso resistente al brusone, un fungo che attacca questa coltura. Niente a che vedere con l’emergenza siccità, ma è così che funziona la politica. Mentre a livello europeo si discute come regolamentare queste colture, l’Italia fa da apripista approvando la coltivazione di una parcella di 28 mq di una pianta di riso denominato Telemaco e classificato come NGT-1 perché modificato in 3 geni il cui silenziamento, attuato con la tecnologia CRIPR-Cas9, si suppone dovrebbe aumentare la tolleranza al brusone.Per aggiornamenti sulla campagna Stop Nuovi OGM: https://cambiareilcampo.noblogs.org.