da Manuele Bartolini | Lug 9, 2024 | Articoli, Ricerca azione
Trasparenti filiere come innovazione delle relazioni nei territori
di Claudio Pozzi e Rachele Stentella – Rete Semi Rurali
“Filigrane – Trasparenti filiere” è un format fortunato che ha permesso negli anni di animare e stimolare il confronto fra gli attori di una filiera in divenire. Nei primi anni duemila, la corsa che ha coinvolto RSR, anche come testimone nelle occasioni di incontro, era finalizzata all’acquisizione dell’indipendenza nella produzione della semente.
“Filigrane – Trasparenti filiere” è un format fortunato che ha permesso negli anni di animare e stimolare il confronto fra gli attori di una filiera in divenire. Nei primi anni duemila, la corsa che ha coinvolto RSR, anche come testimone nelle occasioni di incontro, era finalizzata all’acquisizione dell’indipendenza nella produzione della semente. Il fascino evocato dalle varietà locali, ben presto accomunate dall’infausta denominazione di “grani antichi” era grande. Molte energie sono state dedicate all’esercizio della moltiplicazione delle poche quantità di semi che venivano reintrodotti in modo da favorire:
- individuazione di varietà adatte al contesto in cui venivano coltivate;
- acquisizione di nuove tecniche di preparazione del suolo, semina e raccolta;
- corretto stoccaggio del raccolto nelle singole aziende;
- collaborazione nei processi di pulizia e molitura, grazie a mugnai già organizzati o investendo in competenze e nuove strutture;
- collaborazione nella successiva trasformazione in pane o pasta.
Così, alcuni anni più tardi, i tempi sono sembrati maturi perché i protagonisti dei vari passaggi della filiera si confrontassero per condividere problemi e soluzioni su tre diversi tavoli.
Il primo tavolo è dedicato alla fase che va dalla semina, alla raccolta e allo stoccaggio.
Il secondo tavolo si concentra dalla molitura alla trasformazione nel prodotto finito.
Il terzo, infine, vede il confronto fra i protagonisti sui temi che riguardano la valorizzazione del prodotto, dall’etichetta alla vendita, la quale garantisce equità nella costruzione del prezzo e nella redistribuzione del valore.
Per questo sono invitate tutte le figure coinvolte nelle filiere locali: agricoltori, ricercatori, agronomi, mugnai, pastai e fornai. Senza trascurare il ruolo fondamentale delle persone che, attraverso l’acquisto e il consumo, sostengono economicamente la filiera e confermano la validità delle scelte fatte dalla e per la comunità locale.
Nel febbraio 2023, grazie alle sinergie costruite nel progetto Mixwheat, sono maturati i tempi perché la comunità Siciliana convocasse un tavolo di Filigrane che RSR ha contribuito ad animare: sono momenti di grande crescita umana e culturale!
Per questo articolo si è scelto di focalizzarsi su ciò che è emerso fra i partecipanti al tavolo della valorizzazione. Il primo passo identificato come necessario per “la costruzione dei valori lungo la filiera” è la ricostruzione dell’identità e della consapevolezza per accrescere i saperi e i valori connessi al patrimonio di biodiversità. Questo anche sul piano materiale, organizzando la filiera in modo comunitario, dalla produzione, alla costruzione del prezzo, alla commercializzazione e fino alla logistica, consapevoli che sia i costi di molitura che di trasformazione delle popolazioni evolutive e delle varietà locali, così come i costi di distribuzione, sono superiori a quelli delle varietà commerciali.
Per favorire questo processo di transizione e ricostruzione identitaria, la filiera andrebbe ri-umanizzata costruendo legami di fiducia che vadano oltre l’etichetta. Quest’ultima potrebbe essere ideata in modo da descrivere tutta la filiera per far comprendere al meglio ciò che sta dietro la costruzione del prezzo di un prodotto e facilitare un prezzo sorgente, che tenga conto delle fluttuazioni di mercato o delle variazioni produttive legate al clima.
Affinché i meccanismi concorrenziali non soffochino i piccoli produttori è necessario costituire dei patti di filiera che consentano al meccanismo del prezzo di trasformarsi in valore e soprattutto di mantenere la qualità elevata. La concorrenza costringe ad aumentare le produzioni, causando una perdita di qualità e un maggiore impatto sull’ambiente. I patti di filiera o le organizzazioni in rete invertono questo paradigma e permettono la sopravvivenza delle realtà più piccole grazie a interazioni e sinergie degli attori coinvolti.
È fondamentale che il processo sia accompagnato da una comunicazione genuina e una formazione costante, che consentano di ri-innovare tutte le fasi. La comunicazione dovrebbe restituire valori e non ridursi a mera pubblicità, oltre ad accrescere il senso di appartenenza e di responsabilità in modo che il cittadino si senta parte dell’intero processo.
Andrebbe favorita una formazione dedicata, partendo dalle scuole per arrivare sino agli adulti, che spieghi e valorizzi le peculiarità delle popolazioni evolutive in tutti i suoi aspetti. Il prodotto non standardizzato, per esempio rispetto al contenuto proteico, può essere un valore aggiunto anche se richiede una messa in discussione delle competenze dei trasformatori e dei cittadini.
Quale è allora la vera sfida? Su cosa costruire questa identità?
Ripartire dalla trasformazione agroecosistema nella sua interezza, secondo un approccio agro-ecologico, permetterebbe di superare gli ostacoli strettamente legati al sistema produttivo sopra identificati, a cui si aggiungono ostacoli culturali, normativi e politici.
La collaborazione, il confronto, la comunicazione su un territorio ben identificato sono la soluzione per garantire la transizione verso un nuovo paradigma socio-ambientale.
da Manuele Bartolini | Lug 9, 2024 | Articoli, Notiziari, Seminare il cambiamento
il Gruppo Operativo Mixwheat
di Paolo Caruso – Rete Semi Rurali
Il progetto Mixwheat – Miscuglio evolutivo di frumento per l’adattamento ai cambiamenti climatici, inserito nella sottomisura 16.1 del PSR Sicilia 2014-2020, è nato per offrire una soluzione alla fragilità dei sistemi agricoli siciliani, tipicamente a clima semiarido e interessati da una progressiva riduzione delle precipitazioni e contemporaneo aumento delle temperature.
L’adattamento locale delle specie agrarie è considerato un fattore chiave per modulare la gravità degli impatti futuri dei cambiamenti climatici sulla produzione agroalimentare, dal momento che gli attuali sistemi agricoli monocolturali mal si prestano a fronteggiarli.
Tutte queste premesse, sommate alla vocazione cerealicola della Sicilia, all’esigenza di incrementare l’agrobiodiversità e alla necessità di dare vita a filiere complete, hanno indotto a sperimentare la popolazione evolutiva di grano tenero denominata “Furat tenero Li Rosi”, introdotta in Italia dal prof. Salvatore Ceccarelli, coltivata continuativamente in Sicilia dal 2010 e disponibile come semente certificata dal CREA-DC dal 2018.
Le popolazioni evolutive sono il risultato del miglioramento genetico evolutivo, una metodologia che ricolloca la ricerca dalle stazioni sperimentali alle aziende agricole, mantenendo lo stesso rigore scientifico, con lo scopo di adattare le piante all’ambiente senza che questo debba essere modificato. La popolazione Furat in origine contava su circa 2000 incroci.
Il progetto Mixwheat, della durata di tre anni, ha visto protagoniste l’Università di Catania (Di3A) e Rete Semi Rurali per gli aspetti scientifici. Per la parte agricola sono state coinvolte 5 aziende agricole siciliane, tutte operanti in regime di agricoltura biologica certificata, situate in differenti areali pedoclimatici. Ciascuna di esse, a partire dal secondo anno di progetto, è stata affiancata da aziende “satelliti” situate nello stesso territorio, per collaudare più compiutamente la popolazione. Al termine del progetto, l’innovazione di processo verrà gestita direttamente dagli agricoltori e diffusa con una licenza open source per garantirne il più ampio accesso.
La scelta di aziende certificate biologiche nasce dalla necessità di raggiungere uno degli obiettivi del progetto: incrementare la fertilità del suolo attraverso pratiche colturali ecosostenibili e a bassi input tali da permettere agli agricoltori di conseguire anche la riduzione dei costi di produzione ed il conseguente incremento del reddito aziendale.
La popolazione Furat, per le sue caratteristiche peculiari, necessita della creazione e dello sviluppo di filiere proprie, capaci di intercettare un pubblico attento alla sostenibilità e alla salubrità degli alimenti. La costruzione di specifiche filiere è una precondizione per l’introduzione e la coltivazione di questa tipologia di frumento.
Le aziende agricole coinvolte nel progetto hanno conferito la granella ottenuta al Molino Quaglia, anch’esso partner del progetto, in possesso di una metodologia di molitura innovativa che consente di ottenere un prodotto apprezzato da una vasta platea di valorizzatori di elevato standard.
Mixwheat è stato di ispirazione a due aziende agricole partner del progetto, provviste di un mulino a pietra di proprietà, per commercializzare le farine ottenute dalla popolazione, chiudendo in questo modo piccole filiere locali. Ci sembra quest’ultima notizia, un ottimo viatico per la diffusione ulteriore delle popolazioni evolutive.
da Manuele Bartolini | Lug 9, 2024 | Articoli, Notiziari
Storie di uomini e donne e di grani evolutivi
di Giuseppe Li Rosi – Azienda agricola Terre Frumentarie
In questa epoca stiamo assistendo ad un tentativo di rivolgimento da parte degli agricoltori sia in Europa che nella nostra Penisola. I problemi affrontati sono molteplici ma si possono riassumere in una semplice considerazione: l’agricoltore non vuole più essere un recettore passivo di un insieme generico di regole.
Uno dei problemi che ha spinto gli agricoltori a presentarsi con i trattori nelle città è stato quello del mercato che non remunera più come dovrebbe l’agricoltore: il valore aggiunto è stato eroso da un sistema produttivo e distributivo “monotematico” ed agroindustriale. La via che dal seme porta al cibo è andata smarrita o, meglio, ha perduto ogni tracciabilità ed è scaduta nella monopolizzazione di un Sistema che si appropria di ogni valore in essa prodotto.
Però, quando nei campi nasce una collaborazione reale e diretta tra chi produce e chi trasforma, con la possibilità di raggiungere direttamente il consumatore, ogni tentativo di deregolamentazione e rallentamento, cade nel vuoto.
Se poi, durante il cammino dal seme al cibo, si genera una storia di uomini e donne, che in collaborazione con i quattro elementi della natura, producono qualcosa di nuovo, nascono spazi e linguaggi insoliti e freschi.
L’esperienza con le popolazioni evolutive di grano, chiamate anche – in modo freddo – “materiale eterogeneo”, sta dando dei risultati a tutti i livelli, sia dal punto di vista agronomico che da quello reologico, innescando rapporti di filiera che sembrano preparare un nuovo modo di fare agricoltura.
La popolazione evolutiva ha avviato, infatti, un processo innovativo in agricoltura biologica, spingendo gruppi di agricoltori a collaborare tra loro per produrre una materia prima nuova che ha prontamente coinvolto le aziende di trasformazione, come i molini, che hanno visto nelle popolazioni evolutive di grano tenero e duro un’occasione per distinguersi nel mercato; esse si propongono quindi, come novelty che ha tutte le caratteristiche per sostituire il concetto di commodity, in cui è stata racchiusa la produzione dei cereali in questi ultimi 70 anni.
Il grano al di fuori delle mercuriali, divenuto anche novità di mercato, è metafora del nuovo contadino che in questo periodo sta riconsiderando la sua posizione in una società in profonda trasformazione dove è a rischio, altresì, il rapporto con la Natura ed il Creato.
Diversità e multifunzionalità, sperimentate in azienda e collegate ad altre realtà di trasformazione quali molini, forni e pastifici, hanno sollevato l’agricoltore dalla semplice funzione di produttore primario, fino ad oggi considerato semplice carta da parati, e lo pongono come attore principale insieme al suo senso della terra.
Il convegno del progetto Mixwheat in programma a maggio 2024 all’Università di Catania sarà la sintesi dell’esperienza di 15 anni vissuta dagli agricoltori con le popolazioni evolutive che ha trasformato anche la parola, il verbo, tanto che la definizione di compravendita ha assunto il significato di accordo tra persone di settori diversi che, insieme, hanno deciso di prendere una materia prima, trasformarla in cibo e portarla a tavola.
La voce prezzo a sua volta è cambiata in valore, condiviso dagli attori della filiera affinché ognuno possa continuare a produrre, trasformare e servire a tavola il prodotto figlio di questa esperienza.
Insomma, una nuova economia reale, affrancata dal Sistema monopolizzante, che si manifesta cogliendo il rapporto tra gli elementi diversi di un campo di grano evolutivo e suggerendo una nuova ed auspicabile società umana dove la diversità non è un errore.
da Manuele Bartolini | Lug 4, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
La nuova Politica agricola comune -affossata poco prima del voto- non discuteva il modello dominante, anzi. Riuscirà la nuova Ue a resistere alle lobby?
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 272 – Luglio 2024
Come abbiamo già raccontato in questa rubrica, l’agricoltura è uno dei temi centrali nel definire il futuro dell’Unione europea. La Politica agricola comune (Pac), non a caso, nel 2022 rappresentava un terzo del budget complessivo dell’Unione. Negli ultimi mesi, le manifestazioni dei trattori nei vari Paesi europei, le immagini della loro presenza a Bruxelles fuori dai luoghi del potere hanno polarizzato gli animi, alimentando un divario, del tutto strumentale, tra agricoltura e ambiente. E, ovviamente, tra portatori d’interesse dei rispettivi mondi.
Questo clima di conflitto, basato su una reale crisi di senso che vive tutto il mondo agricolo ancora senza soluzione, ha portato la Commissione e il Parlamento europeo a fare vari passi indietro rispetto ai target ambientali stabiliti nelle strategie “From farm to fork” e “Biodiversità”, e nella loro implementazione tramite la Pac.
Votando a favore di queste modifiche a fine mandato il Partito popolare europeo, con una parte del gruppo liberale Renew Europe e dei socialisti europei, ha cercato di placare le ire del mondo agricolo industriale a fini elettorali. Si è trattato di un tentativo mal riuscito a giudicare dal voto delle elezioni di giugno, che, però, ha acuito il conflitto tra agricoltura e ambiente, con il riconoscimento implicito che non si può prescindere dal modello industrialista sviluppato nel secondo dopoguerra.
Ma erano veramente così dirompenti (o ideologiche) le misure previste dalla Pac? In realtà, anche se nei suoi obiettivi figurava quello di promuovere “la transizione verso l’agricoltura sostenibile”, dando come esempi di sostenibilità “l’agricoltura biologica, la gestione integrata delle malattie, l’agroecologia, l’agroforestazione e l’agricoltura di precisione”, nessuno di questi era indicato come modello. Al contrario, avrebbero potuto servire da guida agli Stati membri per identificare gli obiettivi da raggiungere nei loro Piani strategici nazionali (Psn). Ricordiamo, infatti, che la nuova Pac era stata nazionalizzata dando agli Stati la possibilità di adattare le misure alle loro necessità attraverso i Psn.
A loro spettava, quindi, la responsabilità di tradurre in pratica la visione del Green Deal e gli obiettivi strategici della Pac, il tutto all’interno di una serie di indicatori in grado di misurare l’impatto degli strumenti adottati. Al di là di questo riferimento alla “transizione”, di cui non si definiva né una fine né un chiaro orizzonte, la nuova Pac, quindi, non ha mai messo in dubbio il modello dell’aiuto diretto a ettaro, che fa sì che lo 0,5% degli agricoltori prenda il 16,45% degli aiuti e non è intervenuta nel direzionare i soldi verso un altro modello produttivo, sostanzialmente lasciando inalterato il fatto che circa l’80% delle risorse finisca a supportare la produzione animale.
Lo 0,5% è la quota di agricoltori che con l’attuale Politica agricola comune europea si assicura in modo del tutto squilibrato il 16,45% degli aiuti diretti a ettaro
Inoltre queste misure sono in gran parte volontarie: in nessun modo l’Unione europea obbliga gli agricoltori a cambiare il proprio sistema aziendale. I famigerati ecoschemi, oggetto degli attacchi delle manifestazioni, rappresentano meno del 25% degli aiuti diretti ed erano, comunque, soggetti a interpretazione e applicazione da parte dei singoli Stati.
Insomma, la Pac non era rivoluzionaria né dirompente nei confronti del modello dominante. Gli attacchi sono stati ideologici e strumentali con il fine di rinforzare il peso delle lobby industriali a Bruxelles, in primis i sindacati agricoli, mettendo nero su bianco che senza di loro non si negozia. Il Parlamento appena votato e la futura maggioranza che darà vita alla Commissione dovranno lavorare su questo campo minato, cercando di svelenire il dibattito.
da Manuele Bartolini | Giu 14, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
La proposta di regolamento europeo sulle sementi disegna sistemi non più basati sul dogma dell’uniformità. Non dobbiamo averne paura.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 271 – Giugno 2024
Il 24 aprile 2024 il Parlamento europeo ha chiuso il suo mandato con un’ultima votazione che ha approvato una serie di atti a tema agricolo, dalla semplificazione della Politica agricola comune, al regolamento sui nuovi Ogm, per finire con quello sulla commercializzazione delle sementi. In quest’ultimo caso, il Parlamento si è espresso sostanzialmente approvando la visione e l’impianto proposti dalla Commissione, apportando una serie di modifiche che risolvono positivamente alcune delle criticità contenute nel testo.
Ad esempio, le attività di accesso alle sementi conservate nelle banche del germoplasma, ma anche nelle case delle sementi, sono state messe fuori dal campo di azione della normativa; come anche, finalmente, tutte le attività di scambio tra hobbisti. Lo scambio dei semi tra agricoltori, invece, ha per la prima volta un articolo dedicato per consentirlo a livello locale. Inoltre, alle organizzazioni non profit che lavorano per la conservazione dell’agrobiodiversità sarà permesso di vendere sementi di varietà non iscritte.
Queste sono solo alcune delle novità più eclatanti contenute nel testo. Il quadro che emerge dalla lettura del regolamento approvato dal Parlamento è quello di una normativa che non ha più un sistema unico e una tipologia unica di varietà: le classiche varietà distinte, uniformi e stabili (Dus), prodotte dalle ditte sementiere, certificate (controllate per qualità) e quindi messe sul mercato. Al contrario, il panorama si presenta articolato e differenziato, in funzione degli operatori, dei mercati, degli attori coinvolti e del tipo di varietà. Anche il sistema di controllo, pubblico o fatto dagli stessi operatori sotto sorveglianza pubblica, sarà legato a queste variabili.
Insomma, sembra che il lavoro fatto in questi anni a livello europeo da realtà come Arche Noah, Rete Semi Rurali e Pro Specie Rara, per citarne alcune, abbia dato i suoi frutti. Non è un caso che tra gli obiettivi del nuovo regolamento si trovi anche la conservazione dell’agrobiodiversità, la sua gestione dinamica da parte degli agricoltori e che il concetto di varietà da conservazione (fino ad oggi relegato alle vecchie varietà o a quelle locali) venga allargato fino a includere nuove varietà sviluppate con il miglioramento genetico partecipativo per adattamento a condizioni particolari.
Dus. Varietà distinte, uniformi e stabili. Il nuovo regolamento europeo sulla commercializzazione delle sementi supera il sistema unico delle varietà. È una buona notizia
Ovviamente una tale diversità di opzioni può spaventare chi finora ha lavorato nell’uniformità, seguendo l’approccio “one size fits all”. Infatti, il comunicato stampa della federazione Euroseeds (ne fanno parte tra gli altri Bayer, Corteva, Syngenta), uscito dopo il voto parlamentare, paventa la distruzione del sistema sementiero convenzionale, che, ricordano, “rappresenta il 95% della semente prodotta in Europa”. Dal loro punto di vista i parlamentari europei si sarebbero fatti abbagliare dai discorsi del mondo alternativo che ha presentato la questione come una battaglia di Davide contro Golia, cioè il piccolo agricoltore contro la grande e cattiva multinazionale. E, messi di fronte a questa scelta, scrive Euroseeds, i parlamentari hanno compiuto la scelta sbagliata. In realtà, il tema è più complesso. Se di sicuro la retorica contro i monopoli sementieri ha avuto un ruolo nell’indirizzare il dibattito, la reale novità del regolamento è aver concepito un approccio pluralistico che non indirizza i sistemi sementieri verso un unico orizzonte: il modello uniforme industriale. La proposta cerca di trovare uno spazio legale per la diversità e la sua gestione dinamica nelle aziende agricole. Poco importa se, come sostiene Euroseeds, questi approcci, ad oggi, siano molto marginali. Si tratta di gettare i semi per un’agricoltura del futuro, in cui la parola d’ordine sia diversificazione: delle varietà, delle colture coltivate, dei paesaggi e, in ultimo, dei sistemi alimentari e delle diete. Non dobbiamo aver paura di affrontare questa sfida.