Luglio 2023. Una grande incertezza ci attanaglia: diamo risalto al risicato successo nell’approvazione della Nature Restauration Law, seppur depotenziata, o il codice etico ci impone la riservatezza del lutto e il risanamento delle ferite per il precedente voto al Parlamento Europeo? La direttiva sulle emissioni industriali (IED) esclude infatti i grandi allevamenti dagli obblighi di autorizzazione e dall’adozione di buone pratiche. Risultati, almeno apparentemente, schizofrenici. Chi ha il controllo dell’informazione e delle attività di lobbying sui parlamentari italiani nel Parlamento nazionale e anche in Europa? Coldiretti naturalmente. Forse per questo non abbiamo tempo di brindare alle mezze vittorie o di lenire il dolore della sconfitta. Non fai in tempo a girarti per vedere chi ti tira per la manica a destra che ti sgambettano a sinistra: infatti l’ultima assemblea di Federbio, invece che nella sede storica di Bologna, si è svolta a Roma, a Palazzo Rospigliosi, sede di Coldiretti. Riunione che sancisce l’enorme influenza che Coldiretti esercita sul destino di Federbio: il più potente paladino dell’agroindustria, la stessa struttura sindacale che, in barba agli interessi dei piccoli agricoltori che dice di rappresentare, manovra a favore della conservazione dello status quo legato ai potentati agroindustriali e relativi latifondi. Ecco chi tiene il banco nel gioco delle tre carte: lo stesso sindacato che, rappresentato a livello europeo da COPA-COGECA, tenta la demolizione del Green Deal, sdogana le nuove tecniche genomiche (e i relativi brevetti) e passa con la mano sinistra a batter cassa dopo gli eventi climatici straordinari di cui con la mano destra disconosce, favorendola, la genesi.
In questo contesto l’Associazione Biodinamica, in allarme per la propria indipendenza, ha lanciato un appello per trovare protezione da chi vuole appropriarsi della sua identità, mentre UP BIO (così come ANAPROBIO) è uscita da Federbio con una lettera al Consiglio Direttivo in cui sottolinea le sue motivazioni e preoccupazioni. Gli altri Soci di RSR presenti in Federbio mantengono una posizione più prudente e ottimista, confidando nella democraticità dello Statuto, che dovrebbe consentire un’ opportuna rotazione nella gestione della Federazione (smentita però dall’operazione esercitata sulla cessione delle quote di Federbio Servizi), ma soprattutto nel caparbio tutoraggio di Maria Grazia Mammuccini, almeno fino a scadenza del suo mandato di Presidenza. Ma la domanda che ci intriga è: cosa attira Coldiretti a spadroneggiare anche nelle storiche rappresentanze del Bio, mai tenuto in considerazione fino ad oggi? Di sicuro la ricca dotazione di fondi per il potenziamento del biologico è una parte della risposta.
Fondi, latifondi, tre carte e asso pigliatutto una logica ferrea e un apparato apparentemente indistruttibile che gestisce il banco.
Le alleanze su Consorzi, Bonifiche Ferraresi, SIS, che vanno in direzione ben diversa dalla protezione delle piccole e medie aziende, non bastano più. Si punta all’en plein. Tutto questo è cronaca. Non abbiamo resistito e abbiamo voluto anche noi metterla in luce.
Regola indiscutibile del gioco delle tre carte è non partecipare se non vuoi esserne vittima. Possiamo e dobbiamo osservarne le mosse dall’esterno, esserne attenti e concentrati testimoni, esercitando l’antica arte del non guardare il dito bensì alla luna: in tale prospettiva essere pronti e efficaci nel mettere a nudo il trucco e perseverare nell’opera educativa, formativa e informativa per garantire alternative al sistematico tritacarne di governo e sottogoverno delle politiche agricole istituzionali. Le strategie dal basso costruite con pazienza negli anni e le coalizioni che le hanno generate devono trovare urgentemente spazio nell’attenzione della società civile: una volta di più, se non poniamo rimedio, le scelte dissennate di Coldiretti & Co. potrebbero far franare definitivamente quanto di buono stava nelle strategie della Commissione EU uscente, con sempre più probabili nefasti e incalcolabili esiti.
Ancora ci attendono numerose tenzoni: riduzione dei pesticidi, riforma del regolamento sementiero, NBT / TEA sono alcune fra queste. Vi chiediamo di seguirci con attenzione e reagire con tempestività perché la voce della società civile dovrà farsi sentire forte e chiara.
Sagacia e intelligenza al servizio dell’agricoltura
Al termine della guerra dei Sette anni (1756-1763), un giovane medico, di ritorno dalla sua ennesima prigionia in Prussia, ebbe modo di vedere i disastri di una guerra che scatenata da Federico II, il re filosofo, per conquistare la ricca regione della Slesia, avrebbe insanguinato tutta l’Europa centrale per anni. Nel corso del suo viaggio Antoine Parmentier, ebbe modo di osservare come la carestia avesse colpito le campagne francesi e avesse ridotto in condizioni miserabili gran parte della popolazione. Lui ed i suoi commilitoni, nonostante la prigionia, stavano meglio delle popolazioni che non avevano visto il passaggio degli eserciti e l’unica spiegazione possibile era da ricercare in quelle zuppe che i prussiani sembravano apprezzare moltissimo, con
dentro un tubero, la patata, che normalmente costituiva l’alimentazione dei maiali. Il merito non poteva essere che di questo tubero arrivato quasi due secoli prima in Europa. Quest’aneddoto – e la sua vita ne è piena – rivela uno dei tratti caratteristici di questo personaggio dalla intelligenza pronta e sagace, nato a Montdidier – nelle Somme – nel 1737, e morto a Parigi nel 1813. Arruolatosi come farmacista nell’esercito francese dedicandosi, quando poteva, ad esperimenti di chimica con grande passione. Catturato durante la guerra dei Sette anni per ben cinque volte, grazie al fatto che i farmacisti e medici erano rari nell’esercito francese, venne sempre liberato in occasione di scambi di prigionieri. La sua detenzione in Prussia fu fondamentale per fargli comprendere il valore nutrizionale della patata. Osservando con cura come i soldati e gli ufficiali incarcerati con lui, alimentati con le patate, non subissero un visibile deperimento fisico con conseguenti malattie mortali, Parmentier ebbe chiaro che questo prodotto così osteggiato nell’area mediterranea poteva avere un importante ruolo alimentare. Purtroppo l’uso della patata, almeno in Francia, era vietato fin dal 1748 perché il tubero era accusato di trasmettere la lebbra. Abile e scaltro, Parmentier riuscì a convincere la corte di Luigi XVI nel promuoverne prima la coltivazione e poi l’uso nell’alimentazione umana. Nel 1780, in collaborazione con un altro chimico e agronomo francese, Cadet de Vaux, aprì una scuola di panetteria a Parigi usando la farina di patate. Nel 1786, ebbe l’autorizzazione a provare la coltivazione della patata in un piccolo terreno a Sablons e poi, nel 1787, una grande area di oltre 20 ettari a Grenelle, vicino a Parigi. Per convincere i paysans che la coltivazione era importante Parmentier la faceva sorvegliare di giorno dalla gendarmeria. La notte, incustodito, il campo veniva saccheggiato e le patate consumate dai contadini. Per accattivarsi Luigi XVI donò un bouquet di fiori di patate dal colore bianco e blu come omaggio alla casa di Borbone che aveva gli stessi colori nello stemma. Negli stessi anni Parmentier provò varie ricette a base di patate invitando al suo tavolo personaggi importanti, come Benjamin Franklin, per convincerli della bontà del consumo di patate arrivando infine a organizzare una cena tutta a base di patate per il Re e la sua ristretta corte. Celibe e prototipo del filantropo erudito che si dedica al benessere delle classi più deboli, Parmentier dedicò tutta la sua vita alla ricerca sugli alimenti, sull’igiene e sull’agricoltura e fu eletto socio di molte accademie dell’epoca fra cui quella dei Georgofili di Firenze.
L’esperienza di Mondeggi ha avvicinato tantissime persone suscitando in loro la voglia di avvicinarsi alla terra e intraprendere percorsi agricoli.
La scuola, arrivata alla sua quinta edizione, si terrà nel periodo dicembre 2023 – maggio 2024 presso la tenuta di Mondeggi, in località Bagno a Ripoli (FI), in collaborazione con l’APS Mondeggi Bene Comune. La tenuta di Mondeggi si estende per quasi duecento ettari e comprende circa dieci ettari di vigneto, diecimila piante di olivo, sessanta ettari di seminativo, una villa medicea del XIV secolo e otto case coloniche.
Ogni due anni Mondeggi ospita la scuola contadina, un’iniziativa che si estende per alcuni mesi e mette a disposizione corsi e lezioni sui saperi contadini e le autoproduzioni. Saranno presenti agronomi, contadini, tecnici, professori e professionisti scegliendo noi stessi chi invitare e gli argomenti da trattare. L’offerta formativa è stata ampliata con nuovi docenti grazie alla collaborazione con UBI (Unione Buddhista Italiana) che ha sostenuto anche economicamente questo progetto.
L’obiettivo della scuola, libera e gratuita, è garantire un accesso popolare ai saperi legati alla terra e all’autodeterminazione alimentare. Mondeggi metterà a disposizione diversi spazi per ospitare gli studenti e i pasti durante i weekend saranno forniti con prodotti della fattoria o del mercato contadino locale a prezzi accessibili. Tutto il ricavato proveniente dalle offerte libere e dai pasti verrà investito all’interno della fattoria.
Contattare il responsabile del corso per info e per segnalare la vostra presenza.
Conosciamoci, impariamo insieme e facciamo rete per collaborare ad affermare la sovranità alimentare.
Se non diversamente indicato tutti gli incontri si terranno nella sala assemblee in via di Mondeggi n.4 Bagno a Ripoli (Fi)
Una campagna internazionale chiede alle istituzioni Europee di riconsiderare la proposta di riforma della legislazione sementiera
17 Novembre 2023 – Comunicato stampa
Bruxelles, Firenze, Schiltern – Oggi, diverse reti e organizzazioni che si occupano di sementi e agrobiodiversità lanciano la campagna europea “La tua voce per la diversità!”. La petizione richiede che siano apportate modifiche importanti alla proposta legislativa sulla commercializzazione delle sementi presentata dalla Commissione europea nel luglio 2023. Ai membri del Parlamento europeo e ai ministri dell’Agricoltura dell’UE chiediamo di garantire che la legge sementiera promuova la coltivazione e la circolazione dell’agrobiodiversità e ponga le basi per la costruzione di sistemi sementieri, agricoli e alimentari resilienti e diversificati. “La riforma della legge europea sulle sementi sarà cruciale per definire il futuro della nostra agricoltura e del cibo che arriva sulle nostre tavole. Dobbiamo mobilitarci in modo che tale legislazione favorisca la circolazione di sementi e varietà diverse e si opponga agli interessi dell’agroindustria”, chiedono le organizzazioni: “I tempi del negoziato europeo sulla proposta sono stretti: ogni contributo, ogni singola firma a sostegno della diversità, conta!” La richiesta fondamentale della campagna è che la diversità sia la priorità principale della legge sementiera Europea! Invece, la proposta attualmente in fase di discussione e livello Europeo, minaccia la conservazione e la circolazione dell’agrobiodiversità e non rispetta i diritti degli agricoltori rispetto alle sementi. Le norme attualmente in vigore per regolamentare il mercato sementiero Europeo risalgono, nella loro struttura fondamentale, agli anni Sessanta e sono state pensate per il modello sementiero e agricolo agro-industriale. I sistemi sementieri locali, diversificati (con le varietà localmente adattate che vi circolano), sono state da quel momento marginalizzati e sottoposti ad un eccessivo carico burocratico. Il mondo dell’agroindustria sta cercando di chiudere più strettamente le maglie della legislazione sementiera, per favorire ulteriormente il sistema sementiero agro-industriale e ridurre ancor più gli spazi per la circolazione di sementi e varietà diversificate. “Con questa proposta, corriamo il rischio che le corporazioni agroindustriali acquisiscano il controllo pressoché totale del nostro sistema alimentare. Le nuove regole sottopongono ad un eccessivo carico burocratico il lavoro di chi conserva, scambia e riproduce sementi e varietà locali e non tengono in considerazione il diritto che hanno gli agricoltori di scambiare e vendere le sementi. Molti di questi attori, impegnati nella conservazione e l’uso sostenibile della diversità, sarebbero costretti a smettere, con conseguenze disastrose sul mantenimento della diversità genetica delle specie coltivate. Le nuove regole sono inoltre del tutto inadeguate considerando la crisi climatica ed ambientale. La proposta è inaccettabile” sono le parole di Magdalena Prieler, esperta di politiche sementiere per l’organizzazione austriaca ARCHE NOAH. “I Ministri dell’Agricoltura ed il Parlamento Europeo devono agire adesso, per promuovere la diversificazione dei sistemi sementieri introducendo specifiche deroghe all’interno del nuovo regolamento. La proposta deve favorire la conservazione on-farm (nei campi degli agricoltori) e l’uso sostenibile dell’agrobiodiversità, comprese le varietà tradizionali, e quelle sviluppate tramite processi decentralizzati e partecipativi con gli agricoltori, per adattarsi alle loro specifiche condizioni locali” spiega Riccardo Bocci, direttore tecnico di Rete Semi Rurali, associazione che unisce più di 40 organizzazioni dedicate alla conservazione e la gestione dinamica dell’agrobiodiversità in Italia. “La diversità è la chiave per costruire sistemi alimentari sani e sostenibili. Grazie a questa campagna, ognuno di noi può far sentire la sua voce per sostenere l’agrobiodiversità ed il diritto degli agricoltori ad utilizzarla”.
La campagna chiede che:
La conservazione e l’uso sostenibile della diversità locale siano una priorità delle leggi sementiere europee
Il diritto degli agricoltori alla riproduzione, l’uso, lo scambio e la vendita delle sementi sia pienamente rispettato
La commercializzazione di varietà diverse e localmente adattate sia facilitata
Le varietà immesse sul mercato non dipendano da pesticidi e fertilizzanti
La campagna è attualmente disponibile in inglese, olandese, tedesco e italiano. Sarà tradotta in altre lingue nel prossimo futuro. La versione italiana è disponibile qui:LA TUA VOCE PER LA DIVERSITÀ
La sessione dell’organo di governo del Trattato Fao sulle risorse fitogenetiche è un’occasione da non perdere per dare riconoscimento e dignità di esistenza alle comunità che producono e detengono la biodiversità
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 264 – Novembre 2023
Dal 20 al 24 novembre 2023 Roma ospita la decima sessione dell’organo di governo del Trattato Fao sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione. Si tratta della riunione di tutti i 150 Paesi aderenti che ogni due anni negoziano e definiscono attività e politiche, monitorando lo stato di avanzamento dell’implementazione nei singoli Stati membri. È importante ricordarsi che siamo all’interno del mondo delle Nazioni unite: un sistema di negoziato multilaterale dove le decisioni sono prese per consenso, con il principio “un Paese un voto”. Un esercizio di democrazia non irrilevante in un mondo sempre più dominato da gruppi di influenza come il G7, il G20 o da contesti dove a contare è soprattutto il peso economico dei membri, come il Brics formato per il momento da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.
Ma di che cosa si occupa il Trattato Fao? Per capirlo dobbiamo tornare al 1983 quando durante la Conferenza della Fao, alcuni Stati del Sud del mondo chiesero un accordo internazionale sulle sementi. La domanda non era peregrina: com’era possibile che l’agrobiodiversità presente nei campi e sviluppata dagli agricoltori fosse considerata patrimonio comune dell’umanità a libero accesso e, invece, le varietà migliorate dalla ricerca erano protette da proprietà intellettuale? Da allora è passata tanta acqua sotto i ponti.
La Convenzione sulla diversità biologica (Cbd), approvata nel 1992 a Rio de Janeiro ed entrata in vigore nel 1994, si è illusa di trovare una soluzione a questa domanda, ancora più rilevante per il settore della biodiversità naturale: le risorse diventano di proprietà degli Stati e l’accesso viene negoziato con loro bilateralmente.
Facciamo un esempio: prima del 1994 una multinazionale poteva andare in Amazzonia, prelevare campioni o dati liberamente, tornare a “casa”, sviluppare un prodotto nuovo, brevettarlo e metterlo sul mercato. Il tutto senza nessun riconoscimento al Paese o alla comunità di origine della risorsa. Che invece, dal 1994, hanno un ruolo decisivo: la multinazionale, infatti, prima di andare a fare bioprospezione deve negoziare un accordo che stabilirà i benefici economici riconosciuti ai “proprietari” di quel bene. Questo modello si definisce Abs (acronimo di Access and benefit sharing) ed è stato formalizzato dal Protocollo di Nagoya entrato in vigore nel 2014, accordo interno alla Convenzione sulla diversità biologica frutto di ben vent’anni di discussioni.
Un simile sistema, basato su negoziati bilaterali tra “proprietari” della risorsa e utilizzatori, è una follia per l’innovazione varietale in agricoltura, frutto dello scambio continuo di varietà e del lavoro incrementale tra generazioni e attori. Far fronte a questa specificità è uno degli obiettivi del Trattato, che ha creato una specie di bene comune globale in cui i singoli Stati, abdicando alla loro sovranità, hanno deciso di mettere un set di colture in quello che si chiama Sistema multilaterale. Insomma, non più il libero accesso di quando erano patrimonio comune dell’umanità, ma un sistema facilitato, multilaterale, dove le risorse circolano sulla base di un accordo uguale per tutti e che non prevede scambi in denaro.
In un momento storico in cui abbiamo maggiore bisogno di biodiversità, questa è sempre più chiusa da recinti che ne rendono difficile, se non impossibile, l’uso
Nel frattempo la proprietà intellettuale ha esteso il suo dominio sulla ricerca agricola, con strumenti sempre più stringenti come il brevetto industriale che, grazie a pratiche scorrette dell’Ufficio brevetti europeo (Epo), finisce per andare a proteggere anche le varietà vegetali e i geni in esse contenute, disattendendo le indicazioni del Parlamento europeo. “Il sospetto è che la forzatura delle metafore meccanicistiche, inadeguate a descrivere la biologia di oggi, sia un alibi per giustificare la privatizzazione del vivente. I brevetti -scriveva nel 2003 la giurista Maria Chiara Tallacchini- sono strumenti che nascono in un altro ambito e con altri scopi: forse è ora di inventarci strumenti giuridici nuovi”. Purtroppo, invece di cercare vie innovative, siamo finiti a mettere bandierine, dare patenti di proprietà a una pletora di soggetti, con il risultato di rendere ancora più difficile lo scambio delle risorse, tanto che alcuni autori descrivono questa epoca come quella della tragedia degli anticommons. La tesi è semplice: quando troppe persone possiedono pezzi di una cosa, nessuno può usarla.
Un’eccessiva proprietà privata riduce l’innovazione e porta al sottoutilizzo della risorsa, in un meccanismo per cui si riduce la cooperazione e tutti perdono. Risolvere la tragedia degli anticommons sarà la sfida fondamentale per continuare a promuovere l’innovazione nelle nostre società. Dovendo fare un bilancio emerge un vincitore: gli avvocati esperti di negoziati Access and benefit sharing. Al contrario sono molto pochi gli esempi che dimostrano che il modello della Convenzione sulla diversità biologica -accesso in cambio di soldi- abbia davvero funzionato.
Nel settore agricolo le multinazionali sementiere si sono sviluppate le loro collezioni private di sementi, riducendo la necessità di accedere a quelle in pubblico dominio conservate dalle banche pubbliche del germoplasma e, di conseguenza, anche la disponibilità delle varietà. E, ovviamente, l’idea di avere un ritorno economico verso quelle comunità, rurali o indigene, che avevano sviluppato o conservato le risorse è rimasto solo un miraggio. In un momento storico in cui per rispondere alle sfide dei cambiamenti climatici avremmo maggiore bisogno di biodiversità, questa è sempre più chiusa da recinti e steccati che ne rendono difficile se non impossibile l’uso. Un controsenso legato alla polarizzazione tra Nord e Sud del mondo, di cui non si vede all’orizzonte una facile soluzione.
Ecco perché il Trattato è importante. È l’unico luogo multilaterale in cui trovare un compromesso tra mondi distanti e discutere non solo di accesso alle sementi, ma anche di quelle politiche che dovrebbero rendere pienamente operativo questo strumento di diritto internazionale. Politiche legate ai diritti degli agricoltori e all’uso sostenibile dell’agrobiodiversità, con l’obiettivo di dare riconoscimento e dignità di esistenza alle comunità che hanno prodotto, producono e detengono la diversità. Non soldi in cambio di risorse, ma costruzione di un ambiente scientifico, giuridico, sociale ed economico pluralistico: humus fondamentale dove far crescere nuovi sistemi agroalimentari diversificati e agroecologici.