Si sono svolte a Roma dal 25 al 27 febbraio 2025, presso la sede della FAO, le sessioni supplementari della COP16 della Convenzione sulla Diversità Biologica, dopo la battuta di arresto registrata a Cali, in Colombia, a fine ottobre 2024. Un evento internazionale fondamentale per il destino della biodiversità del Pianeta che si è svolto nella preoccupante indifferenza dei media e della politica, nonostante oltre il 50% del PIL globale sia direttamente collegato ad attività dipendenti dalla biodiversità. Le Parti della COP (i Governi) hanno trovato un accordo per fare in modo che il Quadro Globale per la Biodiversità deciso nella COP15 svoltasi a Kunming-Montreal nel 2022 non resti solo una bella dichiarazione d’intenti, ma venga supportato dalle risorse economiche adeguate a raggiungere i 23 target individuati come fondamentali per fermare e invertire la perdita di biodiversità. Non è nato un nuovo fondo per la biodiversità, come chiedevano i paesi del Sud globale per ottenere maggiore rappresentanza nei paludati meccanismi delle conferenze internazionali, ma le risorse finanziarie sono state comunque trovate.
Alla fine, si è deciso di inserire provvisoriamente il nuovo strumento finanziario nella cornice dell’esistente Gef (Global environment facility). È stato confermato l’obiettivo di mobilitare per la biodiversità almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. I paesi sviluppati dovranno stanziare almeno 20 miliardi all’anno a favore di quelli in via di sviluppo, per arrivare ad almeno 30 miliardi entro il 2030. A Roma è stato, inoltre, approvato un pacchetto di indicatori, fondamentale per misurare i progressi nel raggiungimento dei 23 obiettivi del Quadro Globale per la Biodiversità. Nelle prossime COP17 (2027) e COP18 (2028) sono previste decisioni chiave sullo sviluppo dello strumento finanziario deciso a Roma (cioè i dettagli operativi) e la possibilità di crearne, eventualmente, uno nuovo e separato. L’operatività è, però, prevista solo con la COP19 del 2030, data di scadenza di molti obiettivi del Quadro Globale per la Biodiversità. I tempi, quindi, si allungano, mentre prosegue la perdita del capitale naturale del nostro Pianeta.
Il 19 febbraio 2025 il Commissario europeo Hansen, in una conferenza stampa congiunta con il vicepresidente Fitto, ha presentato la Visione per l’Agricoltura e l’Alimentazione della UE, che definisce i piani per il sistema agroalimentare verso il 2040 e oltre.
Il documento avrebbe dovuto fare seguito a quanto emerso dal Dialogo strategico per l’agricoltura. La visione ha, però, cambiato direzione, tradendo l’accordo raggiunto, come sottolineato da un gruppo di organizzazioni della società civile che esprimono insoddisfazione per un documento che sottovaluta i problemi ambientali e sociali connessi ai sistemi agroalimentari, puntando in modo miope solo sulla competitività delle imprese a breve termine.
La Visione della Commissione non cita mai gli obiettivi delle due Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, ignorando che i problemi ambientali e sociali restano senza soluzioni e avranno certamente impatti negativi sull’agricoltura dei 27 Paesi europei, in primis per le piccole e medie aziende, che continueranno inesorabilmente a chiudere (dal 2010 al 2020 il numero di aziende agricole è diminuito di ben 487.000 unità).
“Auspicavamo che con questo documento la Commissione promuovesse piani concreti per dare attuazione alle raccomandazioni del Dialogo strategico – affermano le 11 Associazioni italiane – ma purtroppo questo non è avvenuto. I pochi elementi positivi presenti nella Visione non bastano ad avviare il necessario e urgente cambio dei modelli di produzione e consumo nelle filiere agroalimentari della UE. Ancora una volta ha prevalso la volontà di mantenere lo status quo in difesa degli interessi delle grandi aziende e corporazioni agricole a spese di medi e piccoli agricoltori europei”. Le associazioni, pur apprezzando alcuni aspetti della Visione, come l’attenzione al riconoscimento del giusto prezzo per i produttori, al biologico, al ricambio generazionale favorendo l’ingresso dei giovani in agricoltura, l’impegno per un’etichettatura più trasparente e per una reciprocità delle regole ambientali e sociali negli scambi commerciali, insieme al richiamo seppur vago alle soluzioni basate sulla natura, sottolineano come non vengano affrontati i grandi problemi che determinano gli impatti ambientali e sociali dei settori agroalimentari nel continente. Il documento della Commissione non prevede una dismissione dei pagamenti della Politica Agricola Comune (PAC) non mirati, come invece indicato nelle conclusioni del Dialogo strategico, e conferma anzi la scelta dei pagamenti diretti basati sulla superficie delle aziende agricole, ignorando la necessità di sostenere gli agricoltori più bisognosi di aiuto e più virtuosi. Il documento non cita in alcun modo la possibilità di considerare tra i criteri per i pagamenti diretti della PAC anche l’intensità del lavoro e i risultati degli interventi per il clima e l’ambiente. “Pur comprendendo il disagio del mondo agricolo rispetto alla grande mole di burocrazia, che va certamente ridotta, non crediamo che l’indebolimento delle regole e degli impegni per la tutela dell’ambiente sia la strada da perseguire” continuano le associazioni. La Visione, infatti propone di semplificare ulteriormente la PAC, rinunciando a un controllo ancora maggiore su ciò che accade a un terzo del bilancio dell’UE. Con meno regole vincolanti ci saranno meno probabilità che i Paesi dell’UE promuovano un’agricoltura sostenibile, come è avvenuto dopo la semplificazione della PAC del 2024. Poco incisivo per le associazioni anche l’approccio al sistema zootecnico. Se è vero che nella Visione si propone di migliorare le norme sul benessere degli animali e di eliminare gradualmente le gabbie negli allevamenti, il settore zootecnico viene in gran parte assolto dal suo impatto sul clima e sulla salute dei cittadini. Il documento non indica con chiarezza la necessità di promuovere una transizione agroecologica della zootecnia, con obiettivi di riduzione degli allevamenti intensivi e la promozione di una zootecnia estensiva collegata alla gestione della superficie agricola utilizzata. Una transizione agroecologica della zootecnia che dovrebbe essere accompagnata da una riduzione dei consumi di carne e proteine di origine animale, attraverso la promozione di diete sane ed equilibrate. “La Visione rimane ancora troppo vaga su come incoraggiare uno spostamento a diete più sostenibili e salutari. Se non si affronta seriamente una strategia che miri alla modifica del modello alimentare, i buoni propositi rimarranno, di nuovo, solo sulla carta” concludono le associazioni.
di Giampiero Mazzocchi – CREA-PB; Rete Italiana Politiche Locali del Cibo
Dal 30 gennaio al 1° febbraio si è tenuto a Torino, presso il Campus Luigi Einaudi, l’8° Incontro Nazionale della Rete Italiana Politiche Locali del Cibo (Rete PLC).
Si tratta di un evento che riunisce annualmente un’ampia collettività che si occupa di ricerca, amministrazione, formazione e terzo settore, interessata a incontrarsi, dibattere, scambiare pratiche e conoscenze, creare alleanze intorno alla transizione dei sistemi alimentari locali verso modelli più equi e resilienti. Il tema dell’Incontro di quest’anno ruotava intorno alla diffusione del sapere e alle sinergie tra ricerca, istituzioni e società civile verso rinnovate forme di governance territoriale. Si tratta di un argomento alquanto dibattuto non solamente all’interno della Rete PLC, ma in tutti gli ambiti nei quali la trasformazione dei modelli dominanti passa attraverso la ridefinizione di concetti e politiche, e attraverso la sistematizzazione e diffusione di pratiche innovative. In questo contesto, le Politiche Locali del Cibo (PLC) sono state, negli ultimi dieci anni, oggetto di ricerca, formazione, istituzionalizzazione e ri-concettualizzazione, con numerosi soggetti, enti, eventi, iniziative, che ne hanno rimodellato i confini, la portata e il significato. Durante l’evento di Torino, sia nelle sessioni scientifiche che nell’ambito dei seminari tematici organizzati dai Tavoli di Lavoro, è emerso un panorama di pratiche, messe in atto dalle amministrazioni locali, dagli enti del terzo settore, o da partenariati misti, dove è evidente il ruolo catalizzatore della ricerca. In particolare, in alcuni contesti, come Toscana e Piemonte, si sono creati nel tempo centri di competenza, riflessione e ricerca che hanno creato un virtuoso effetto “domino” proprio a partire dalle Università, e coinvolgendo i Comuni, le Regioni e le organizzazioni della società civile, anche grazie a importanti ed efficaci momenti di formazione.
D’altronde, negli ultimi anni in Italia il tema della governabilità dei sistemi locali del cibo è stato portato a un livello di analisi e proposta politica proprio nell’ambito delle scienze dell’economia politica, della pianificazione territoriale e della geografia umana, rafforzato ulteriormente dai filoni di ricerca sulle politiche del cibo urbane nell’ambito del cluster 6 “Cibo, Bioeconomia, Risorse Naturali, Agricoltura e Ambiente” del programma Horizon Europe. Emerge, dunque, un’inevitabile ibridazione fra ricerca e politica, nella quale diversi soggetti sono impegnati in entrambi i ruoli, affiancando all’analisi tecnico-scientifica attivismo e advocacy. Questo appare, da un lato, come un elemento di forza, dal momento in cui la spinta alla trasformazione viene dai soggetti che riescono ad attingere idee, metodi e risorse da una comunità scientifica allargata; dall’altro, in molti casi emergono i limiti di un’estrema prossimità, se non addirittura sovrapposizione, fra ruoli, con rischi legati a conflitti di interesse e approcci ideologici. Le sfide che si presentano oggi, dunque, nel rapporto fra scienza e politica, sono particolarmente evidenti nelle PLC, che nel loro essere un ambito di ricerca e azione non ancora definito da norme specifiche, lascia spazio a interpretazioni e forme innovative di governance. Tali dinamiche hanno generato un notevole fermento, non solamente scientifico ma anche e soprattutto amministrativo.
Tuttavia, come attivisti della Rete PLC abbiamo assistito, in alcuni casi alla sussunzione di pratiche già esistenti – spesso lodevoli ma dalla portata sistemica molto limitata – all’interno del concetto più ampio di PLC, limitandone dunque le potenzialità nel senso di una vera trasformazione dei sistemi alimentari, a partire dai modelli teorici, culturali e politici.
È per questo motivo che, in concomitanza all’Incontro Nazionale di Torino, si è avviato un percorso che ha portato alla pubblicazione di un documento di posizionamento e di indirizzo concettuale rispetto alle PLC dal titolo “Cosa sono le politiche locali del cibo: definizioni, principi e approcci per la trasformazione dei sistemi alimentari locali”.
Il documento sintetizza in tre sezioni (definizioni, principi, approcci e ruolo della Rete) gli elementi essenziali che, come Rete, crediamo debbano ispirare e orientare le PLC. È stato costruito in maniera tale da essere una “bussola” per chiunque lavori, faccia ricerca, o sia impegnato a vario modo sulle PLC, enunciando alcuni riferimenti concettuali che restituiscono l’ambizione sistemica delle stesse.
La Rete Italiana Politiche Locali del Cibo è un gruppo composto da quasi 600 tra accademici, ricercatori, amministratori e attivisti coinvolti, per finalità di ricerca o professionali, nella pianificazione di sistemi del cibo territoriali sostenibili.
La Rete nasce dalla convinzione, sempre più confermata dalle crescenti spinte dei movimenti dal basso e dall’interesse di vari livelli delle amministrazioni locali che
lavorare per un sistema alimentare sostenibile è oggi una priorità per garantire il benessere della popolazione urbana, periurbana e rurale.
Rete Italiana Politiche Locali Del Cibo
La Rete Italiana Politiche Locali del Cibo (Rete PLC) nasce nel 2018 a Roma, ereditando la precedente Rete dei Ricercatori Agri- coltura Urbana e Periurbana e della Pianificazione Alimentare. La sua costituzione risponde alla necessità di mettere in rete persone esperte e interessate ai sistemi alimentari che lavorano su tutto il territorio italiano, in un contesto internazionale in cui le città diventano laboratori che sperimentano differenti processi partecipativi per sviluppare politiche del cibo.
Ad oggi, riunisce un gruppo di seicento persone con differenti background e competenze, favorendo l’interazione tra politica, ricerca e società civile, e rappresentando un veicolo di scambio di conoscenze, buone pratiche ed esperienze in atto nelle città italiane. L’obiettivo è promuovere la coerenza tra politiche, programmi e strategie implementate a livello municipale e fornire linee guida in termini di policy-making, al fine di favorire la pianificazione di sistemi alimentari sostenibili e lo sviluppo di politiche del cibo che tengano conto della connessione urbana-rurale.
In questi otto anni la Rete ha avuto un ruolo propulsivo, e ha animato numerosi incontri, iniziative, tavoli di discussione al fine di creare terreno fertile per una profonda riconsiderazione culturale dei sistemi del cibo. La Rete PLC opera attraverso undici Tavoli di Lavoro, gruppi multidisciplinari che provano a restituire la complessità dei sistemi alimentari locali, attraverso attività parallele su temi quali la povertà alimentare, le mense e la ristorazione collettiva, la lotta alle perdite e allo spreco alimentare, il rapporto con i paesaggi agricoli e urbani, i consumi, le comunità e i distretti, le relazioni internazionali, la valutazione delle politiche, e altro. In fase di avviamento è un Tavolo di coordinamento fra le amministrazioni impegnate sulle Politiche del Cibo in Italia. È attiva, inoltre, la rivista Re|Cibo che nasce all’interno della Rete PLC. La rivista ospita articoli scientifici (primi piatti), articoli divulgativi (secondi piatti), una serie di rubriche che anticipano temi di ricerca e progetti (antipasti) e recensioni di buone pratiche (caffè e ammazzacaffè). A marzo 2025, grazie alla firma di 31 tra accademie, enti di ricerca e associazioni legate alla Rete PLC, è stato ratificato l’Osservatorio sulle Politiche Locali del Cibo.
Politiche dedicate alla diversità agricola sono assenti in molti Paesi o non coinvolgono in maniera adeguata tutti gli attori. L’Italia è purtroppo un caso di scuola.
a cura di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 281 – Maggio 2025
Maggio è il mese della biodiversità. Il 20 è la Giornata italiana della biodiversità coltivata e il 22 è quella mondiale della biodiversità. Due appuntamenti che finora, purtroppo, sono rimasti appannaggio degli addetti ai lavori, senza veramente arrivare alle orecchie e ai cuori dei cittadini. La vicinanza tra queste due giornate dovrebbe anche ricordarci della prossimità tra biodiversità agricola e naturale, confinate, invece, dalla burocrazia amministrativa in due diversi ministeri che non comunicano tra loro.
Questa mancanza di coordinamento tra il ministero dell’Ambiente e quello dell’Agricoltura è una delle debolezze sottolineate nel terzo “Rapporto sullo stato delle risorse genetiche vegetali mondiali per l’alimentazione e l’agricoltura”, pubblicato a marzo 2025 dalla Fao (fao.org) a distanza di 15 anni dal secondo, con l’obiettivo di monitorare e mappare lo stato di salute della biodiversità agricola. Anche se i numeri del materiale conservato ex situ (nei frigoriferi delle banche) sembra rassicurante, in realtà emerge che circa il 20% delle accessioni (le sementi collezionate, ndr) andrebbe rigenerato per garantirne la germinabilità e che, troppo spesso, le informazioni su quelle conservate sono mancanti. Inoltre le conoscenze tradizionali legate alle sementi non sono quasi mai documentate.
Questa situazione è dovuta a uno scarso interesse degli Stati per la conservazione e, infatti, il Rapporto evidenzia come il supporto pubblico a queste strutture sia insufficiente, con finanziamenti limitati o sporadici, e una mancanza di infrastrutture e di personale sufficientemente qualificato. Molta enfasi è messa sulla necessità di rafforzare la collaborazione tra ex situ, in situ (nell’ambiente naturale, ndr) e on farm (nell’azienda agricola, ndr), e tra i molti e nuovi attori che stanno giocando un ruolo importante nella conservazione e nell’uso sostenibile della diversità agricola, come le Case delle sementi. Queste realtà -organizzazioni della società civile, movimenti sociali o reti sulle sementi- hanno forti legami con gli agricoltori e le comunità rurali e sempre più spesso svolgono un ruolo centrale nel coinvolgere i cittadini.
Il Rapporto, purtroppo, registra una scarsa interazione tra attori e istituzioni nazionali, perché le “organizzazioni della società civile sono di solito non sufficientemente sostenute e non ben integrate nei programmi nazionali”. Politiche dedicate alla diversità agricola sono assenti in molti Paesi o non coinvolgono in maniera adeguata tutti gli attori. Per capire quanto tutto ciò sia vero basta guardare all’Italia dove si sta scrivendo il Piano nazionale della diversità di interesse agrario, che resta, però, un mero esercizio di stile di ministero, Regioni e università senza nessun confronto con il mondo della società civile.
Sono 5,9 milioni le “accessioni” conservate in più di 850 banche del germoplasma nel mondo
Rispetto ai sistemi sementieri, è importante registrare come in tutti i 128 Paesi che hanno contribuito all’indagine emerga la presenza di quelli formali e informali. Non si tratta di un passaggio di poco conto, ma della presa d’atto che le politiche attuate negli ultimi quarant’anni per eliminare i sistemi informali in nome del progresso non hanno funzionato ed erano profondamente sbagliate. In tutti i Paesi, anche quelli industrializzati, questi due sistemi coesistono, in funzione delle colture e dei sistemi agricoli.
Se il Rapporto registra un maggior interesse rispetto a quindici anni fa per le varietà locali e l’aumento di programmi di miglioramento genetico partecipativo con gli agricoltori, dall’altro lato sottolinea come sia ancora assente un quadro legale in grado di sostenere e far crescere queste iniziative. Insomma, la strada da fare è ancora tanta per riuscire a riportare la diversità in agricoltura. Speriamo che le giornate di maggio non diventino la commemorazione della biodiversità che non è più tra noi.
Sono passati trentuno anni dal lontano 1994 quando è entrata in vigore la Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), eppure con molta difficoltà si riescono a vedere gli impatti nel mondo reale di questo accordo adottato a Rio de Janeiro nel 1992. In Italia, l’opinione pubblica è all’oscuro di cosa viene deciso dalla CBD e di cosa dovrebbe fare il paese per metterla in pratica. La materia è diventata ostaggio di esperti e avvocati, come se non si stesse parlando del futuro del nostro Pianeta e se non fosse necessario avere una forte base popolare per attuare quella rivoluzione necessaria a ridurre la perdita di biodiversità cui stiamo assistendo. Insomma, non saranno solo gli accordi tra i governi presi alle Conferenze delle Parti (COP) a salvare il mondo. Questi resteranno fogli di carta destinati a ingiallire, se non si trasformano in pratiche della società civile, delle istituzioni locali e del mondo economico. E il primo passo in questa direzione è la conoscenza. Purtroppo, sono temi che interessano poco anche i giornalisti, per cui avere informazioni su cosa si discuta in queste famose COP è impresa impossibile. Questo Notiziario vuole colmare questo divario, raccontando come è finita la riunione di Roma della COP16 e cercando di capire come il tema dell’agrobiodiversità possa farsi strada nel mondo delle politiche del cibo e delle municipalità. Va sottolineato che l’Italia, nel 2022, si è dotata di una nuova Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030, gestita dal Ministero della Transizione Ecologica con un sistema complesso di governance, composto da Comitato di gestione (Amministrazioni centrali e territoriali), Segreteria, Tavolo di Consultazione (dove siedono le organizzazioni e la società civile) e Supporto tecnico-scientifico. A dicembre 2024 (due anni dopo l’approvazione della Strategia!) si è insediato il Comitato e con il Tavolo ha iniziato a comporre il Programma di attuazione della Strategia. Come si vede la macchina della burocrazia statale va poco d’accordo con i tempi che sarebbero richiesti per l’urgenza delle sfide che abbiamo davanti. Inoltre, non possiamo dimenticare che dal 2022 la biodiversità, insieme all’ambiente e all’interesse delle generazioni future, è entrata nella Costituzione italiana all’interno dell’articolo 9, che già tutelava il paesaggio. È interessante sottolineare la genesi di questo articolo. I due principali relatori, il comunista Marchesi e il democristiano Moro, presero l’idea dell’articolo 9 studiando le Costituzioni della repubblica di Weimar del 1919 e della breve esperienza della repubblica spagnola del 1931. Come dire che, già allora, era chiaro ai padri costituenti l’orizzonte culturale europeo nel quale si muovevano e nel quale avrebbe dovuto nascere la giovane repubblica italiana. Ma chi indica l’art. 9 come soggetto che deve attuare la tutela? Non sono lo Stato o le Regioni, ma è la Repubblica, soggetto che include l’intera collettività in questa opera di tutela che deve essere intesa come attiva e non meramente passiva o vincolistica. Il 22 maggio, in occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità, ricordiamoci dell’articolo 9 della Costituzione e delle responsabilità che come cittadini ci dà, pensando che, come scrive il sociologo francese Bruno Latour, la Natura non è la vittima da proteggere, ma essa è ciò che ci possiede.