da Manuele Bartolini | Mag 11, 2026 | Personaggi
Microbiologo e biofisico, può essere considerato uno dei padri della biologia e genetica moderna.
Formatosi presso Amherst College in matematica
e fisica, nel 1953 ottenne un dottorato in biofisica a
Yale, lavorando poi presso il General Electric Research Laboratory e l’Istituto Pasteur di Parigi.
Anche grazie al supporto del celebre biologo molecolare Sol Spiegelman, dal 1964 insegnò all’Università dell’Illinois Urbana-Campaign, presso l’Institute of Genomic Biology, che dal 2015 porta il suo nome. I suoi ambiti di studio hanno riguardato principalmente la genomica e l’evoluzione molecolare. Il suo successo di maggior notorietà fu sicuramente l’aver definito il dominio degli Archea nel 1977, attraverso la tassonomia filogenetica dell’RNA ribosomico 16 S.
Infatti, insieme a George E. Fox ebbe il merito di smentire la teoria, allora prevalente, dei 2 regni (Eucarioti e Procarioti) proposta da Stainer e Van Niel nel 1962, suggerendo una suddivisione in 3 regni (poi domini), basata su relazioni filogenetiche piuttosto che su ovvie somiglianze morfologiche, e costituita da Batteri, Eucarioti e Archea. Il loro antenato comune venne ironicamente definito LUCA: the Last Universal Common Ancestor.
L’accettazione della sua teoria da parte della comunità scientifica fu un processo lento, che richiese almeno un decennio, e che gli valse il titolo di “rivoluzionario della microbiologia”. Date le estreme caratteristiche ambientali tollerate dagli Archea, il lavoro di Woese e Fox fu estremamente rilevante per quanto riguarda le implicazioni sullo studio della nascita delle prime forme di vita, e le forme di vita su altri pianeti.
Negli anni successivi lavorò sui meccanismi di trasferimento genetico orizzontale a diversi gradi di fedeltà, da quelli imprecisi, cosiddetti “rumorosi”, sino a quelli precisi in grado di mantenere la fedeltà genetica e quindi la nascita di forme di vita stabili
(“Soglia Darwiniana”), con l’obiettivo più generale di spiegare come i 3 domini da lui proposti si siano evoluti da uno stato ancestrale di mondo a RNA.
Innumerevoli i riconoscimenti ottenuti tra cui la Medaglia Leeuwenhoek, il Selman A. Waksman Award in Microbiologia, la National Medal of Science e il Premio Crafoord. Almeno 3 specie miriche portano il suo nome.
Una figura intermedia tra i pionieri della genetica, forse per questo meno noto, ma altrettanto importante nel definire le attuali conoscenze di base della biologia molecolare.
Norman R. Pace, dell’Università del Colorado e Boulder, ritiene il suo contributo rilevante quanto o addirittura più di quello di Darwin nel definire nel dettaglio i meccanismi dell’evoluzione della vita, soprattutto nelle sue prime fasi.
Infine, Woese considerava la biologia una scienza fondamentale per il suo ruolo sociale: “Occorre che quel che è stato formalmente riconosciuto alla Fisica venga ora riconosciuto alla Biologia: la Scienza ha una duplice funzione. Da una parte
è a servizio della società, affrontando i problemi posti dalla società. Dall’altra, agisce come insegnante della società, aiutandola a comprendere il mondo e sé stessa. Ed è proprio quest’ultima funzione che manca particolarmente oggi.”
da Manuele Bartolini | Feb 6, 2026 | Personaggi
Un pensiero attuale
di Stefano Bocchi (Università degli studi di Milano)
In Italia, Giovanni Haussmann ha rappresentato una voce particolarmente lucida e attenta dell’agronomia del Novecento, capace di coniugare competenza scientifica e ampiezza di visione. Quattro opere, della sua abbondante produzione, testimoniano pienamente il suo valore: L’evoluzione del terreno e l’agricoltura (1950), La Terra e L’Uomo (1964), Il suolo d’Italia nella storia (1972), Suolo e Società (1986). Nato a San Pietroburgo nel 1906 trascorre le prime fasi della sua vita in un vivacissimo ambiente culturale e attraversa i difficili cambiamenti sociali e politici della Russia di quegli anni. Le morti premature dei genitori lo costringono a recarsi in Italia presso la nonna. Si laurea in Scienze Agrarie a Firenze nel 1930, per iniziare la sua vita professionale presso la
Stazione Sperimentale Chimico-agraria di Torino e proseguirla all’Università come libero docente di Agronomia e coltivazioni. Dal 1968 dirige la Stazione Sperimentale di Praticoltura di Lodi e partecipa al dibattito nazionale e internazionale su diversi fronti: dall’agronomia alla pedologia (lavora con il pedologo russo Vladimir R. Williams), dalla chimica del suolo alla fisiologia vegetale, alle coltivazioni erbacee, fino alla sociologia (collabora con il sociologo Danilo Dolci). Muore nel 1980 a Lodi, lasciando L’Uomo Simbionte come testamento scientifico, testo destinato a concludere l’ultimo capitolo di Suolo e Società, uscito postumo, che tuttavia alcuni colleghi non ritengono opportuno pubblicare. Haussmann è una figura unica di ricercatore: multidisciplinare e poliglotta con un forte pensiero critico, alla ricerca di un rapporto diretto e funzionale con chi opera all’interno delle istituzioni, ma soprattutto con tecnici e agricoltori. Con lo sguardo dello storico dell’agricoltura, sa leggere e collegare il susseguirsi dei principali cambiamenti e ne coglie la portata. Così vive intensamente la parabola dell’innovazione dell’agricoltura italiana del periodo compreso fra gli anni ’40 e ’80 del Novecento, durante il quale si diffonde il modello di ispirazione industriale, che diventa il riferimento per la sua supposta efficacia. Il pensiero agronomico, di fronte ai forti rischi di svuotamento di significati e di valori conservati nel mondo rurale nei secoli precedenti, reagisce attraverso alcune voci autorevoli come quella di Haussmann, che scrive in Suolo e Società: “La conoscenza isolata dall’etica diventa ambigua. Una mentalità soggiogata da ideali di arricchimento e di benessere materiale, le cui risorse naturali hanno unicamente da far le spese, non è la più disponibile ad ascoltare la voce della natura”. Le sue pagine costituiscono un vero e proprio modello di epistemologia dell’ecologia, che anticipa alcuni temi dell’odierno dibattito agroecologico. Nei suoi ultimi scritti prefigura il concetto di multifunzionalità dell’azienda agraria, capace anche di offrire servizi alternativi e importanti finalizzati a cura e valorizzazione dei territori. Attualissime sono oggi le sue riflessioni sulla fertilità del terreno, che anticipano il concetto di salute del suolo, collegato alla salute globale. Il richiamo all’etica dimenticata appare oggi ancor più attuale, rivolto a una società sempre più ossessionata dal consumismo ed estremamente affascinata dalle tecnologie. Così, ancora stimolante, il suo campanello d’allarme “sull’inganno scientifico di ricondurre tutta la realtà al piano materiale”. Altrettanto attuale l’incontro fra scienza e arte, a partire dalla poesia (la conclusione de L’Uomo Simbionte è affidata ad alcuni versi), che Haussmann propone in forma discreta. La rilettura de L’Uomo Simbionte resta dunque un utile punto di riferimento per riflettere sul legame fra la nostra società, la salute del suolo e l’agricoltura che vogliamo.
da Manuele Bartolini | Nov 6, 2025 | Personaggi
di Angelo Malcontenti
Alexander Langer (1946–1995) è stato un politico,
pacifista, ecologista e intellettuale italiano di origini
sudtirolesi. Arrivò a Firenze negli anni Sessanta per
studiare Giurisprudenza, e qui conobbe sua moglie,
Valeria Malcontenti. Dopo una militanza in Lotta
Continua, negli anni Ottanta fu tra i fondatori del
movimento ecologista italiano dei Verdi e, proprio
per loro, nel 1989 venne eletto al Parlamento eu-
ropeo. Convinto che “i ponti sono meglio dei muri”,
Langer fu una voce autorevole contro la guerra nei
Balcani, e per tutta la vita si impegnò per il dialogo
tra culture, la giustizia sociale e l’ambiente.
Quest’anno ricorrono i 30 anni dalla sua morte: Langer infatti morì il 3 luglio 1995, a Firenze.
In chiusura al suo messaggio d’addio lasciò un invito: “Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.
Pioveva a tutto spiano, in piazza SS. Annunziata, quella tarda mattinata di una domenica di fine aprile del ’65 (o ’66?). Nella 600 Fiat di mio fratello, che guidava, si stava stretti. Accanto a lui sedeva Alex, il futuro ragazzo di nostra sorella. Io, da brava mascotte, stavo dietro, tutto piegato. Un omino, senza ombrello, si staccò di corsa dal riparo degli spioventi della via di accesso alla piazza: salterellava, qua e là, per cercare di pararsi sia dall’acqua di sopra che da quella di sotto (pozzanghere e affini). “Homunculus contra pluviam se defendens!” sentenziò, ironico, il Langer. Fu il primo insegnamento che mi dette.
La lingua, anche se morta, poteva essere piegata alla nostra voglia di umorismo. E lui, delle lingue, vive o morte che fossero, aveva imparato a farne uso sapiente. Facilitano i rapporti, diceva. Alex si stava laureando e aiutava mia sorella a fare la stessa cosa (con altri tempi, certo), quindi frequentava parecchio casa nostra (nostro padre, ex maresciallo dei CC, lo aveva soprannominato “quel terrorista altoatesino”)… E comunque c’era del tenero fra di loro, si vedeva. Quando il famoso Paolo Barile lo congedò con 110 e lode, bacio accademico e bla, bla, bla, si fece festa anche da noi. “Il terrorista” si era guada-
gnato i galloni. Nonostante tutta questa frequentazione, lui, più vecchio di me di soli 5 anni, aveva pochi rapporti con me. Il dottor Langer era molto autorevole come figura, per me era una specie di fratello maggiore. Io, però, facevo parte di un’altra generazione: ero un sessantottino in piena regola. Loro (Alex, mia sorella e mio fratello) erano “i grandi”; un’altra cosa.
Passarono gli anni. Io, sull’onda di giovanili bollori, entrai a far parte di Lotta Continua. E ce lo ritrovai, con incarichi un bel po’ più elevati dei miei, e se avevo dei dubbi su quel che stavo facendo, politicamente, saperlo in LC me li tolse del tutto. Facilitò anche la tacita accettazione dei miei genitori. Era autorevole anche per loro. Sono diventato padre di due ragazzini, in seguito, e Alex, dall’alto della sua autorevolezza, ne diventò il padrino. Carica molto apprezzata da entrambi, devo dire, anche se vissuta poco perché, asceso a cariche parlamentari di grande rilievo, era sempre via, a giro per il mondo.
E tutte le volte che tornava a Firenze da mia sorella, nel frattempo diventata sua moglie, passava il tempo a scrivere, scrivere, scrivere. Aveva messo mano all’imponente legislazione europea sugli OGM, tuttora in vigore e mal digerita da chi ci governa.
Una sera di luglio del ’95, a cena da mia sorella, in giardino, lui si divertiva con i ragazzini. Giocavano a “Pappagallo l’hai rotto il bicchiere?” (non chiedetemi le regole di questo passatempo: è stupidamente complicato). Finita la cena ci si lasciò, stanchi di urla e risate. Con mia moglie e i bambini ci avviammo verso casa, poco lontano. Prima di svoltare l’angolo della via mi girai: lui era sulla porta di casa che ci guardava. Non l’ho più visto vivo. Il giorno dopo decise di lasciarci.
da Manuele Bartolini | Lug 7, 2025 | Articoli, Personaggi
di Daniele Vergari
Pioniere dell’agronomia coloniale italiana
Romolo Onor (1880 – 1918) nacque a San Donà di Piave il 14 febbraio in una famiglia di modeste condizioni: il padre era maestro elementare. Dopo la precoce scomparsa della madre, riuscì a proseguire la sua formazione grazie a una borsa di studio, frequentando il prestigioso Convitto “Marco Foscarini” di Venezia. Mostrò sin da giovane eccezionali doti intellettuali e si laureò con lode in Agraria alla Scuola Superiore di Agricoltura di Pisa nel 1902 , discutendo una tesi sull’economia rurale del Basso Piave. Fu il primo studente nella storia della scuola a ricevere il massimo dei voti con lode.
Dopo esperienze formative presso diverse cattedre ambulanti di agricoltura, tra cui quelle di Cremona,
Chiavari e Arezzo, Onor si distinse come tecnico competente e divulgatore instancabile. Nel 1910, su incarico del governatore Giacomo De Martino, partì per la Somalia Italiana come consulente agrario, ruolo in cui avrebbe dato il contributo più duraturo della sua carriera.
In Somalia, Onor condusse esplorazioni approfondite e ricognizioni delle aree agricole, in particolare nelle regioni del Giuba e dello Uebi Scebeli. Realizzò la prima vera sistematizzazione delle condizioni agricole del territorio, elaborando progetti e relazioni che avrebbero influenzato profondamente la politica agraria coloniale. Fondò i campi sperimentali di Caitoi e successivamente quello di Genale, introducendo tecniche di coltivazione moderne, esperimenti con nuove varietà agricole e soluzioni per l’irrigazione, ritenendo sempre la sperimentazione scientifica il fondamento per lo sviluppo.
Accanto alla ricerca scientifica, Onor svolse anche una preziosa attività divulgativa, pubblicando articoli, relazioni e opuscoli, molti dei quali ancora oggi sono riconosciuti come testi pionieristici sull’agricoltura tropicale. Le sue osservazioni sul clima, sulle malattie delle piante e sull’organizzazione del lavoro furono frutto di un intenso contatto con l’ambiente somalo e le popolazioni locali, che lo ricordarono a lungo con rispetto e gratitudine. La sua figura, rigorosa, scrupolosa e appassionata, lasciò un’impronta duratura.
Tuttavia, il suo percorso fu segnato anche da difficoltà crescenti: la carenza di risorse, la debolezza amministrativa coloniale, l’isolamento personale e soprattutto le forti divergenze con il governatore De Martino circa la strategia di colonizzazione. Mentre Onor proponeva una colonizzazione graduale, fondata sulla collaborazione con le popolazioni indigene e su solide basi tecniche, il governatore preferiva piani più ambiziosi e accelerati di insediamento italiano, visione che Onor considerava prematura e potenzialmente fallimentare.
Profondamente deluso, indebolito fisicamente e psicologicamente provato dalle tensioni e dal senso di incomprensione, Romolo Onor si tolse la vita tra il 25 e il 30 luglio 1918 a Genale, lasciando un vuoto difficile da colmare. La sua morte segnò una battuta d’arresto nello sviluppo dell’agricoltura somala, ma il suo contributo fu in seguito rivalutato: gli furono dedicati una strada a Mogadiscio e un cippo a Genale, e nel suo paese natale, San Donà di Piave, un istituto scolastico porta oggi il suo nome.
La figura di Romolo Onor, a lungo dimenticata, è oggi riconosciuta come quella di un autentico precursore, un tecnico rigoroso e lungimirante, il cui approccio etico e scientifico all’agronomia coloniale rappresenta un raro esempio di onestà e competenza. Come ricordò un agronomo somalo molti anni dopo: “l’agricoltura somala deve tutto a Romolo Onor”.
da Manuele Bartolini | Giu 3, 2025 | Articoli, Personaggi
Dalle scienze dure all’ambientalismo
Giorgio Nebbia (Bologna 1926 – Roma 2019) è considerato uno dei padri nobili dell’ambientalismo italiano. Interessatosi alla tutela ambientale fin dalla metà degli anni ’60 del secolo scorso, si laureò in chimica nel 1949 e insegnò all’università una materia che stava rapidamente scomparendo, la merceologia. La conoscenza delle merci gli dette la possibilità di esplorare i processi di produzione fino ad arrivare ad affermare che “le cause della crisi ambientale, degli inquinamenti e dell’impoverimento delle riserve di risorse naturali vanno cercate nella produzione di merci sbagliate
con processi sbagliati”. Da buon chimico, contribuì all’origine dell’ambientalismo scientifico. Passato rapidamente alla divulgazione scientifica, Nebbia ebbe una fitta collaborazione con quotidiani locali e nazionali che lo portarono a realizzare un’analisi storica retrospettiva sulle politiche ambientali e i movimenti ambientalisti i cui frutti furono raccolti nell’articolo Breve storia della contestazione ecologica del 1994. Il saggio rappresenta, forse, la più ampia trattazione del pensiero di Nebbia senza dimenticare gli oltre 300 articoli su quotidiani e periodici, e l’archivio da lui lasciato alla Fondazione Micheletti di Brescia dove aveva fondato la rivista Altronovecento. Politicamente impegnato come parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992) e come consigliere comunale a Massa al tempo del caso Farmoplant (1988), Nebbia fu associato e fondatore, in alcuni casi, di gran parte delle associazioni ambientaliste italiane, tra cui ricordiamo Italia Nostra e il WWF. Nebbia fu anche un attivo membro del comitato dell’edizione italiana della rivista Capitalismo Natura Socialismo, fondata da Giovanna Ricoveri nel 1991, e poi diventata Ecologia Politica.
Tra i concetti introdotti da Nebbia ci fu il contributo alla definizione di sviluppo sostenibile, definito come quello che “sa soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni” e il contributo alla definizione dell’economia circolare, che è una delle basi, perlomeno sul piano semantico, dello sviluppo sostenibile. Si rammaricò, spesso, della scarsa cultura scientifica del Paese, oggi ancora più percepibile, e si spese in prima persona nella necessaria divulgazione delle problematiche tecnico-scientifiche che sottostavano alle sue battaglie. Dei chimici lamentò il silenzio, ricordando le parole di Linus Pauling (Nobel per la chimica nel 1954 e per la pace nel 1962) per il quale “bisogna (…) imparare a parlare a qualcuno che non siano le proprie provette”. Della chimica accademica criticò l’incapacità di superare la sua visione produttivistica, arrivando ad auspicare che al chimico, fin dagli studi universitari, si dia “un insegnamento sulle conseguenze socio-economiche della produzione”. In un periodo di grandi trasformazioni del prodotto-merce, Nebbia intravedeva un’espansione della sua materia, la merceologia, verso l’analisi sulla qualità dei processi e dei cicli correlati, sulla valutazione di un maggiore o minore “utilizzo di natura” nella determinazione di valore di prodotto.
L’eredità che Nebbia ci ha lasciato è quel desiderio e quel bisogno di rigore scientifico nell’osservazioneGi del mondo che abbiamo intorno, l’indipendenza di giudizio, l’autonomia dai poteri costituiti, ai quali univa quella competenza necessaria per sostenere quei percorsi “di ribellione” che sono alla base del tentativo di costruire una società più giusta.
a cura di Daniele Vergari
da Manuele Bartolini | Gen 13, 2025 | Articoli, Non categorizzato, Personaggi
La biodiversità come pratica scientifica e politica
A molti il nome di Marcello Buiatti (1938 – 2020) non dirà molto, anche se ha avuto un impatto fondamentale nella costruzione delle relazioni tra scienza e politica in Italia. Genetista e teorico dell’evoluzionismo noto in tutto il mondo per i suoi contributi di biologia teorica, Buiatti si era laureato in Scienze Agrarie all’Università di Pisa e si era specializzato presso la Scuola di Genetica allora da poco creata da Buzzati Traverso all’Università di Pavia negli anni ’60.
Dopo i soggiorni all’estero, presso l’University of Swansea e il Brookhaven National Laboratory, è stato ricercatore del CNR a Pisa e successivamente dal 1981 fino al suo ritiro nel 2010 professore ordinario di genetica all’Università di Firenze. Scienziato di fama mondiale è considerato uno dei
fondatori dell’ambientalismo scientifico contrastando con il suo pensiero e le sue opere, quella cultura e ideologia che vuole l’economia dominare sulle leggi di natura. Le crisi climatiche ne sono un formidabile esempio recente.
Al di là della sua vasta produzione scientifica, con oltre 200 pubblicazioni in gran parte su riviste e in volumi internazionali, Buiatti è stato socio di Legambiente e di Ambiente e Lavoro, con cui ha svolto sempre attività di divulgazione scientifica espressa in modo rigoroso e preciso, come nel 2004 quando il Ministro Moratti cercò di escludere l’evoluzionismo dai programmi ministeriali. Buiatti fu in prima linea a denunciare la stupidità di un tale provvedimento e riuscì con altri a rovesciare quell’azione oscurantista. Lo stesso impegno lo mise, pochi dopo, nella lotta agli OGM.
Il suo approccio alla genetica è sempre stato vissuto e raccontato come uno studio interdisciplinare, in dialogo con le discipline umanistiche, l’epistemologia e la società su cui le pratiche scientifiche incidono. Le sue ampie vedute hanno contribuito a fondare una nuova visione delle scienze biologiche e della biodiversità. Quel “benevolo disordine” era il suo modo per definire la vita e il suo amore per essa, per le infinite vite così differenziate e imprevedibili che aveva studiato per decenni.
La frase attribuitagli più spesso è “siamo vivi per diversi” e questa diversità era stata uno dei frutti più belli che aveva colto nel corso della sua vita. Dall’associazionismo ambientalista e scientifico, che aveva contributo a fondare, alla Scienza con la s maiuscola, alla politica Buiatti si è sempre speso con entusiasmo e passione per contrastare il riduzionismo scientifico e la perdita di biodiversità da lui sempre contrastata, a partire dal suo ruolo di professore universitario.
Nell’infanzia aveva conosciuto le leggi razziali e il rischio di venire deportato sotto il regime fascista perché di madre ebraica. Un’esperienza che lo aveva segnato profondamente trasformandolo in una persona dolce, affabile e sincera, coinvolta attivamente anche nell’associazionismo tanto da diventare presidente dell’ANPI di Pisa ed estensore del Manifesto Antirazzista di San Rossore nel 2008. Vale la pena soffermarsi un attimo su questo manifesto che si apre con un proclama chiaro e inequivocabile: “Le razze umane non esistono. L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze psicologiche e interpretate sulla base di pregiudizi secolari”.
Una chiarezza estrema che oggi sembra dimenticata e superata da un’involuzione pericolosa e perversa alla quale non avremmo voluto mai assistere.