RSR in visita presso il Centro Conservazione Biodiversità Vegetale Abruzzo – Majella Seed Bank

RSR in visita presso il Centro Conservazione Biodiversità Vegetale Abruzzo – Majella Seed Bank

a cura di Manuele Bartolini – Rete Semi Rurali

Nella giornata di venerdì 30 maggio Rete Semi Rurali è stata in visita presso il Centro Conservazione Biodiversità Vegetale Abruzzo – Majella Seed Bank del Parco Nazionale della Maiella, situato presso le strutture del Giardino Botanico “Michele Tenore” a Lama dei Peligni (CH).

La struttura ha la finalità di costituire una riserva di semi delle specie vegetali sia spontanee che coltivate a maggior rischio di scomparsa e attualmente rappresenta un punto di riferimento a livello regionale e nel panorama dei Parchi Nazionali, costituisce un valido esempio di integrazione tra le attività di conservazione ex-situ ed in-situ.

La Banca del Germoplasma è stata istituita nel 2005 ed è socio fondatore di R.I.B.E.S., la Rete Italiana delle Banche del germoplasma d’Italia (https://www.reteribes.it/) e ad oggi può vantare circa 400 accessioni diverse e oltre ad effettuare attività scientifiche e di ricerca svolge un fondamentale ruolo culturale, rappresentando un presidio per le attività di formazione e per esperienze dirette nel campo della conservazione della biodiversità.
Inoltre per la biodiversità agricola, grazie alle sue attività, il centro rappresenta un punto di riferimento della regione Abruzzo per il mantenimento evolutivo e la conservazione di risorse genetiche vegetali (RGV) di interesse alimentare ed agrario locale, soggette a rischio di erosione.
Il materiale vegetale è sottoposto a selezione, test di vitalità e di germinabilità mentre la conservazione a lungo termine avviene tramite disidratazione dei semi in camere controllate e il successivo stoccaggio in celle a -20°C. Nei laboratori si svolgono studi per definire protocolli di germinazione efficaci e utili alla propagazione. I semi conservati possono essere utilizzati in programmi di reintegro o miglioramento delle popolazioni naturali a rischio o a supportare la conservazione on farm attraverso la collaborazione con la rete degli agricoltori custodi.

Ospiti di questa bellissima realtà non possiamo che ringraziare il Parco Nazionale della Maiella, i suoi dipendenti, collaboratori e la Regione Abruzzo per questo importantissimo lavoro di tutela del patrimonio agroalimentare, della biodiversità e dello sviluppo rurale.

Per maggiori info: https://www.parcomajella.it/


Il modello intensivo non salverà l’olio italiano

Il modello intensivo non salverà l’olio italiano

L’innovazione è una delle chiavi di lettura delle guerre del cibo ma senza capacità di declinarla è pura retorica. Il Piano olivicolo nazionale lo dimostra.

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 282 – Giugno 2025

Nel 2004 è uscito il libro dal titolo “Food wars”, scritto da Tim Lang, docente di Politiche del cibo presso la City University di Londra. L’analisi, presentata quasi un quarto di secolo fa, è quanto mai attuale. Infatti Lang descriveva la crisi del modello agricolo industrialista, nato nel Secondo dopoguerra, e individuava due possibili risposte alla crisi. La prima, la più facile, tutta interna allo stesso paradigma risolve la questione promuovendo una maggiore intensificazione; la seconda, più difficile, individua le cause del problema nel modello stesso e quindi propone una transizione del sistema verso modelli agroecologici.

È interessante notare che per l’autore tutte e due le opzioni sono basate sulla scienza, solo che sono portatrici di paradigmi e approcci diversi. Non è una battaglia tra tradizione e progresso, tra esperienza e scienza, ma si tratta di riscrivere la modernità, inventando un’altra traiettoria di sviluppo. Quindi Lang scriveva che questa scelta sul futuro dei sistemi alimentari avrebbe dovuto essere discussa e negoziata in seno alla nostra società, in un complicato tentativo di democratizzazione della scienza.

In questa rubrica ho sempre cercato di raccontare i conflitti e le contraddizioni in agricoltura con questo approccio, in cui la forza innovativa della singola esperienza sta nell’essere capace di farsi narrazione collettiva e, poi, azione politica. L’innovazione è una delle chiavi di lettura delle guerre del cibo, ma bisogna avere la capacità e il coraggio di declinarla e definirla nei contesti, altrimenti resta solo retorica vuota utile per riempire fogli di cartacib. Ma nella pratica come ci aiuta questo approccio a capire la realtà?

Prendo ad esempio alcune notizie recenti sull’andamento dell’olivicoltura italiana. A marzo scorso all’interno della fiera Sol2Expo di Verona dedicata all’olio è stato presentato il Piano olivicolo nazionale. Il settore infatti è in profonda crisi: dal 2015 la produzione si è ridotta di 147mila tonnellate (complice la malattia causata dal batterio xylella in Puglia) e nelle aree collinari circa 200mila ettari di oliveti si trovano in stato di abbandono. Un recente studio sull’area collinare fiorentina, ad esempio, riporta la scomparsa del 40% della superficie a olivo rispetto a 40 anni fa. Che cosa fare di fronte a questa crisi?

È di 147mila tonnellate la perdita di produzione di olio di oliva in Italia dal 2015 al 2024 

Il Piano e le dichiarazioni dei vari portatori di interesse individuano la strada da percorrere e la relativa ricetta: aumento della produttività, aggregazione di prodotto per aumentare la competitività, passaggio a intensivo o super-intensivo, innovazione (agricoltura 4.0 e tecniche di evoluzione assistita) e marchi di qualità. Siamo perfettamente nel primo scenario individuato da Lang: nessuna analisi sulle motivazioni della crisi, nessun cambiamento di modello e una spruzzata di parole d’ordine vuote.

Leggendo tra le righe si capisce che la sfida si gioca con il modello industriale spagnolo, dove l’olivicoltura super-intensiva si è affermata ormai da anni. Qui l’olivo, pianta principe della macchia mediterranea, viene coltivato a spalliera, in modo completamente meccanizzato, e irrigato per produrre un olio competitivo venduto per pochi euro al litro. Nessuno collega l’abbandono degli oliveti con lo spopolamento delle aree interne o individua innovazioni sociali che potrebbero facilitare il lavoro in queste zone. Nessuno si chiede se in un’epoca di cambiamenti climatici, dove l’acqua nel Mediterraneo sta diventando una risorsa scarsa, abbia senso investire in oliveti irrigui super intensivi.

Tanto la tecnologia con il suo potere taumaturgico risolverà ogni problema. Questo è il nodo della questione. A parte piccole voci o esperienze, non stiamo investendo come società in un’altra risposta alla crisi. E senza supporto tecnico, scientifico, politico, sociale ed economico la transizione resta, purtroppo, lettera morta.

Giorgio Nebbia

Giorgio Nebbia

Dalle scienze dure all’ambientalismo

Festival “72ore di Biodiversità”

Festival “72ore di Biodiversità”

Il 22, 24 e 25 maggio 2025, Rete Semi Rurali organizza a Scandicci (Firenze) la 4° edizione del Festival “72 ore di Biodiversità” per portare l’attenzione sulla Giornata mondiale della biodiversità che ricorre il 22 maggio di ogni anno.
Fin dalla sua prima edizione, l’intento del Festival è stato quello di sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza della biodiversità nella vita quotidiana e avviare una riflessione tra cittadini, produttori, istituzioni ed esperti del settore, sulla necessità di modificare i nostri stili di vita, a partire dal cibo che mangiamo.
Anno dopo anno è aumentato il numero dei partecipanti e il successo dell’iniziativa è stato quello di sottolineare come la diversità agricola e biologica sia vitale per la salute e il benessere degli esseri umani, e che la biodiversità deve essere conservata, valorizzata e sviluppata nelle campagne e sulle tavole di tutto il mondo. L’evento si articolerà in numerose iniziative che si svolgeranno lungo l’arco delle tre giornate: un grande mercato agricolo che prevede la partecipazione, a titolo gratuito, di aziende agricole biologiche e artigiani del territorio, con concerti e spettacoli teatrali, ma anche laboratori nelle scuole e la proiezione di un docufilm a tema, oltre a un pranzo sociale aperto alla cittadinanza.
Oltre a trovare il programma della tre giorni del Festival, per connettere le varie realtà e i vari eventi dedicati alla biodiversità sparsi sul territorio italiano, sul sito rsr.bio/72ore ci sarà una mappa dove sarà possibile acquisire video e informazioni per ognuno degli eventi in scaletta, a dimostrazione di quanto il tema della biodiversità stia diventando importante nel nostro paese.

Fanno parte del comitato organizzatore dell’edizione 2025: Rete Semi Rurali, Deafal, Coordinamento Europeo Let’s Liberate Diversity!, WWOOF Italia, Cospe, ManiTese, Società Toscana Orticultura, KmVero, Ricciorto.

Biodiversità coltivata e politiche del cibo

Biodiversità coltivata e politiche del cibo

A che punto siamo?

di María Carrascosa García – Rete Spagnola dei Comuni per l’Agroecologia e Francesca Gori – Rete Semi Rurali

Nel mese dedicato alla biodiversità, è importante analizzare in che misura e con quali modalità essa viene integrata nelle Politiche Locali del Cibo (PLC) e nelle agende urbane. Le politiche del cibo rappresentano un tema sempre più centrale nei programmi di governance urbana e sono oggetto di sperimentazioni che coinvolgono processi e approcci differenziati. Elemento chiave di queste esperienze è la necessità di una transizione agroecologica.
Tuttavia, nell’ambito delle sperimentazioni e delle discussioni su cosa debbano essere le PLC e come dovrebbero strutturarsi, il tema della biodiversità coltivata, delle sementi, della diversificazione produttiva e alimentare rimane ancora troppo marginale. Come rimane marginale la rappresentanza del mondo agronomico rispetto alla presenza di urbanisti, economisti e sociologi negli spazi di discussione dedicati alle politiche del cibo.
Si è da poco concluso (29-30 aprile 2025) il Primo Simposio Europeo “Promuovere la biodiversità coltivata attraverso politiche locali del cibo”, ospitato dalla città di Granollers (Area Metropolitana di Barcellona) e organizzato dallo stesso Comune insieme alla Rete Spagnola dei Comuni per l’Agroecologia (RMAe), nell’ambito del progetto europeo Horizon 2020 LiveSeeding (liveseeding.eu). L’obiettivo del Simposio era proprio quello di avviare un dialogo su possibili azioni che integrano la biodiversità coltivata nelle politiche locali del cibo, poiché sistemi alimentari diversificati sono essenziali per garantire una gestione sostenibile del territorio e tutelare la nostra salute.
Abbiamo avuto il piacere di conversare con María Carrascosa, Project Manager di RMAe e organizzatrice del Simposio, sul ruolo attuale della biodiversità coltivata nelle agende urbane. Il contesto da lei delineato ha scaturito la nascita – all’interno del Simposio – di un Manifesto redatto e approvato come una chiamata condivisa all’azione.

Come mai la biodiversità coltivata non è ancora un tema centrale nelle agende urbane?
Attualmente le politiche locali del cibo sono ancora in una fase iniziale e sperimentale, e sono poche le municipalità che le sviluppano e implementano in modo strutturato ed efficace. A ciò si aggiunga il fatto che la biodiversità coltivata rimane un tema marginale non solo nelle politiche, ma anche all’interno del settore agricolo, della produzione agricola e delle alternative al sistema alimentare dominante. Questa scarsa attenzione si riflette inevitabilmente anche nelle politiche locali.

Non è possibile sviluppare politiche locali del cibo efficaci senza riconoscere l’importanza della biodiversità coltivata

In altre parole, se il tema delle sementi e della biodiversità coltivata è ancora considerato secondario nel settore agricolo, il suo ruolo sarà ancor più marginale nelle politiche del cibo delle città.

Esistono esempi virtuosi di politiche locali che promuovono la biodiversità coltivata?
Un esempio significativo è quello della città spagnola di Granollers, in Catalogna, che ha ospitato il Simposio. Qui, grazie a un’iniziativa della società civile, è stata creata una casa delle sementi, e il comune è attivamente coinvolto nella cogestione di questa struttura, che distribuisce semi a cittadini e produttori locali desiderosi di utilizzare e moltiplicare varietà tradizionali. Inoltre, nel mercato contadino, che si tiene ogni sabato, il comune ha introdotto requisiti relativi all’uso delle sementi per l’assegnazione degli spazi: vengono infatti attribuiti più punti ai produttori che utilizzano i propri semi. La casa delle sementi offre anche semi e piantine di varietà locali per progetti scolastici di orti urbani.

Quali sono le azioni più urgenti che le municipalità dovrebbero adottare per promuovere la biodiversità coltivata?
La priorità è riconoscere che la biodiversità coltivata è parte integrante del sistema alimentare. Non è possibile sviluppare politiche locali del cibo efficaci senza includere questo aspetto.
Una volta compreso questo principio, è possibile mettere in atto diverse azioni mirate a rafforzare la presenza della biodiversità coltivata. Ad esempio, nell’ambito del Patto di Milano (MUFPP), sarebbe fondamentale coinvolgere le organizzazioni che si occupano di biodiversità coltivata nei Consigli del Cibo municipali.
Altrettanto importante potrebbe essere la creazione di case delle sementi per promuovere il recupero delle varietà
locali. Le municipalità potrebbero, inoltre, sostenere la produzione di semi attraverso strutture pubbliche o incubatori per imprese che operano nel settore delle sementi biologiche. Infine, è essenziale incentivare la presenza di prodotti da sementi locali e biologici nelle forniture pubbliche.
Il simposio recentemente concluso ha visto un ampio dibattito su questi temi, con la partecipazione di 110 persone, tra cui rappresentanti di municipalità, istituzioni, ricercatori e organizzazioni della società civile.
L’evento ha gettato le basi per portare la biodiversità coltivata al centro dell’agenda politica dei comuni, con l’auspicio che possa lasciare un’eredità duratura attraverso azioni concrete da parte delle municipalità e una rinnovata consapevolezza tra gli attori coinvolti nelle Politiche Locali del Cibo.