Varietà ortive da conservazione: passato, presente e futuro

Gen 15, 2025 | Articoli, Case sementi

di Francesca Gori – Rete Semi Rurali

Sono passati quasi venti anni dalla prima definizione di varietà da conservazione contenuta nella Direttiva Europea 98/95 (1998) e più di dieci dall’uscita delle direttive specifiche su cereali (62/2008), ortive (145/2009) e foraggere (direttiva 60/2010).

È importante cercare di trarre un bilancio da questa esperienza che è stata la prima deroga alla normativa sementiera, consentendo la registrazione di varietà non rispondenti ai criteri DUS. Inoltre, analizzare il suo impatto si rileva utile in questo momento storico in cui si sta negoziando il nuovo regolamento sementiero, con importanti modifiche proprio per le varietà da
conservazione. Questo articolo riprende un lavoro pubblicato da Adriano Didonna, Riccardo Bocci et al., nel 2024 su Horticulture e si occupa in particolare dell’implementazione della direttiva 145/2009 sulle specie ortive iscritte come varietà da conservazione e non come prive di valore intrinseco. Per capire, infatti, gli effetti che questa normativa ha avuto sul mercato delle sementi è opportuno studiare i dati delle iscrizioni delle varietà da conservazione nella sezione apposita del Catalogo
Comune (CC), sia a livello europeo che nazionale. In Europa, nel 2023 risultano registrate 191 varietà ortive da conservazione appartenenti a 31 specie, distribuite in 18 Paesi, pari a solo lo 0,88% del totale delle varietà ortive incluse nel CC (21.593
varietà). La specie più rappresentata è Phaseolus vulgaris L. con 36 varietà, seguita da Solanum lycopersicum L. con 35 varietà e Capsicum annuum L. con 28 varietà. La quasi totalità delle registrazioni è avvenuta a partire dal 2010, dopo l’entrata in vigore della direttiva 145/2009, con un picco nel 2015 che è stato l’anno in cui è stato registrato il maggior numero di varietà registrate (31), seguito dal 2021 (23). Spagna, Italia e Croazia sono i paesi che hanno iscritto più varietà, arrivando a rappresentare insieme oltre il 65% delle registrazioni totali (Figura 1).

L’Italia si posiziona al secondo posto con 43 varietà orticole registrate appartenenti a 15 specie, tra cui le più rappresentate sono Phaseolus vulgaris (18), Allium cepa var. cepa (5) e Solanum lycopersicum (4). Se andiamo a disaggregare il dato italiano nelle diverse regioni, notiamo che solo sette ad oggi hanno registrato varietà da conservazione, in particolare le regioni del centro-nord. La Toscana guida la classifica con 22 varietà registrate, pari a più della metà delle varietà registrate in Italia (51,26%), seguita da Piemonte (8) e Veneto (5), evidenziando un quadro frammentato (Figura 2) che vede le regioni del sud Italia, seppur più ricche di varietà locali, non in grado di sfruttare appieno le deroghe introdotte dalle direttive per le varietà da conservazione. Analizzando chi ha registrato queste varietà, vediamo che la gestione è nelle mani di solo otto responsabili, tra enti pubblici, collettivi e ditte sementiere. Un caso emblematico è proprio la Toscana che, pur vantando il maggior numero di varietà registrate, vede 21 varietà da conservazione interamente nelle mani di un’unica ditta sementiera. In generale, si può osservare che ogni responsabile gestisce un numero significativo di varietà, con poco spazio alla partecipazione di altri attori.
Alla luce di questi dati, è abbastanza chiaro che le norme in materia non hanno ottenuto i risultati sperati. Infatti, non si è sviluppato un mercato sementiero basato sulle varietà da conservazione di ortive e le deroghe non sono servite per portare diversità nel settore, sia in termini di varietà commercializzate che di attori coinvolti. Ma quali sono le ragioni di questi risultati?
Come RSR, abbiamo cercato di fare chiarezza già in passato (vedi notiziario n. 21, 2019) sugli ostacoli percepiti, spesso alimentati da disinformazione, che hanno frenato l’uso delle varietà da conservazione. Le ragioni principali riguardano requisiti di registrazione troppo severi, difficoltà a livello regionale nell’usare questo strumento, non interesse delle ditte sementiere per queste varietà giudicate non adatte al settore professionale, assenza di attori commerciali in grado di sviluppare un nuovo mercato per hobbisti e, in ultimo, la difficoltà nel reperire informazioni storiche sulle varietà. Inoltre, molti agricoltori vedono le varietà da conservazione come una minaccia piuttosto che un’opportunità, a causa delle restrizioni sull’areale di riferimento, dei limiti quantitativi alla vendita delle sementi, e della burocrazia legata a registrazione e certificazione.
Un altro aspetto che merita attenzione è la confusione legata alle diverse normative che impattano sulle varietà locali. In Italia, infatti, abbiamo la legge 194/2015 che istituisce l’Anagrafe nazionale delle varietà locali e permette la libera circolazione delle sementi di varietà da conservazione nell’ambito della “Rete nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”. Quindi a livello regionale, dove le domande vengono valutate, bisogna decidere se registrare la varietà nella sezione di quelle da conservazione, oppure notificarla all’Anagrafe, o fare tutte e due le cose. Ovviamente, la presenza nell’Anagrafe non autorizza la vendita delle sementi, soggetta alla normativa sementiera e a quella fitosanitaria.
In definitiva, a quindici anni dalla pubblicazione della Direttiva 145/2009/ CE è necessaria una revisione della normativa per facilitare la commercializzazione delle sementi delle varietà da conservazione. La proposta del nuovo regolamento sementiero pubblicata dalla Commissione europea nel luglio del 2023 e il relativo negoziato in corso sul testo (per un approfondimento vedi notiziario n.35, 2023), dovrebbe essere il momento giusto per ripensare le norme sulle varietà da conservazione, tenendo conto delle problematicità emerse in questi anni.
Ad esempio, la proposta della Commissione e approvata dal Parlamento prevede di:

1. semplificare la procedura di registrazione riducendo la documentazione necessaria, eliminando l’obbligo di dimostrare il legame storico con il territorio e richiedendo semplicemente le specifiche condizioni locali in cui la varietà è coltivata;

2. permettere la vendita delle sementi come categoria standard, quindi senza certificazione e controllo in campo;

3. allargare la tipologia di varietà anche alle nuove varietà sviluppate “tramite miglioramento genetico partecipativo e adatte ai contesti locali”.

Quale futuro?
Ad oggi siamo in piena negoziazione e attualmente la proposta è ancora in discussione al Consiglio dell’Unione Europea per poi passare al Trilogo (Commissione/Parlamento/Consiglio) e non è chiaro quale direzione prenderanno queste riforme.
Infatti, se da un lato c’è una pressione per promuovere ed incentivare il mercato delle varietà da conservazione e la tutela dell’agrobiodiversità come uno degli obiettivi della nuova normativa sementiera, dall’altro c’è la paura che tutte le deroghe proposte possano minare il sistema attuale di registrazione e certificazione varietale, favorendo quindi le frodi e mettendo a rischio la qualità delle sementi.
Non si tratta di una scelta facile, ma se è comprensibile la paura, soprattutto di chi finora ha lavorato nel sistema formale, il timore del necessario cambiamento non dovrebbe essere la guida su cui basare i sistemi sementieri del futuro. Andrebbe infatti raccolta la sfida della diversità e delle relative deroghe contenute nel testo.
Questo consentirebbe di sviluppare finalmente sistemi sementieri diversificati, favorire l’uso sostenibile della biodiversità agricola, promuovere i diritti degli agricoltori, e dare anche in Europa piena applicazione al Trattato Fao sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione.


Notiziaro 40

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