da Manuele Bartolini | Mag 29, 2024 | Articoli, Notiziari
I miraggi del riduzionismo
di Riccardo Bocci – Rete Semi Rurali
Dal 2012, quando le ricercatrici Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier hanno pubblicato l’articolo su Nature che spiegava la possibilità di usare non solo nei batteri la tecnica di editing genomico denominata CRISPR, siamo entrati nella CRISPRmania. Il racconto è semplice e potente: il libro dei sogni è a nostra portata. Non è un caso che il libro di Kevin Davies, genetista e fondatore nel 2017 di The CRISPR Journal, che narra le storia di questa scoperta scientifica si intitoli Riscrivere l’umanità. Questa è la presunta sfida, possiamo aggiustare, migliorare, perfezionare la biologia a nostro piacimento. Dalla medicina, all’agricoltura, fino alla zootecnia, non c’è settore che resterà immune da questa innovazione. Ad esempio, è di pochi giorni fa la notizia che negli USA la società Genus sta chiedendo l’autorizzazione per un maiale crisperizzato per resistere al virus che causa la sindrome riproduttiva e respiratoria dei suini, diffuso in tutto il mondo con danni stimati all’industria suinicola di circa 2,7 miliardi di dollari all’anno. In Giappone, invece, sono sugli scaffali i primi pomodori CRISPR, sviluppati per abbassare la pressione sanguigna, alleviare lo stress mentale e migliorare la qualità del sonno.
Insomma, dobbiamo essere pronti a questo nuovo mondo dove scienza, tecnologia e mercato saranno sempre più interconnessi, con la capacità di arrivare al nostro DNA e intervenire sulla linea germinale umana. Come si capisce si aprono nuovi ambiti di discussione per noi cittadini nel dibattito tra scienza e società: quali tecnologie saranno eticamente e socialmente accettabili in un contesto capitalista dove il limite viene definito dalla disponibilità a pagare dei potenziali clienti?
Lo stesso Papa Francesco nel 2018, durante un’audizione per presentare le potenzialità di CRISPR al Vaticano, ha affermato che “non tutto ciò che è tecnicamente fattibile o possibile è per questo eticamente accettabile”. Per definire definire questo orizzonte etico, però, sono necessari un confronto e un dibattito ad oggi inesistenti.
Questo Notiziario offre un punto di vista alternativo sul mondo CRISPR in agricoltura, con l’obiettivo di aprire un dibattito sul futuro della ricerca agricola pubblica. Non vogliamo difendere una posizione ideologica o anti-scientifica, ma rivendicare un pensiero diverso che non si integra nel determinismo genetico ormai imperante. Altrimenti corriamo il rischio di trasferire al genoma il ruolo di demiurgo riservato a Dio nelle religioni, come scrivono i biologi Jean-Jacques Kupiec e Pierre Sonigo nel libro Nè Dio Nè genoma, per un’altra teoria dell’ereditarietà. Al contrario vogliamo sottolineare come oggi sia il mondo scientifico a giocare una battaglia puramente ideologica sulle Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA) o New Genome Techniques (NGT), presentate come la panacea a tutti i problemi: dalla fame del mondo, alla conservazione dell’agrobiodiversità, passando per le resistenze a malattie e insetti. Tutto è possibile grazie a questa tecnologia, perfettamente integrata nel paradigma dell’agricoltura 4.0.
Nell’inseguire questo miraggio riduzionista stiamo perdendo di vista il contesto e l’ambiente (a vari livelli) in cui il genoma è immerso, e con loro, non dimentichiamolo, anche la nostra libertà.
da Manuele Bartolini | Feb 13, 2024 | agrobiodiversità, Articoli, Comunità, Notiziari
Il ruolo delle aree montane per la gestione dinamica dell’agobiodiversità
di Giuseppe De Santis – Rete Semi Rurali
Nel corso di 430 milioni di anni le piante hanno conquistato quasi tutto il globo. L’evoluzione dei vegetali ha avuto un grado di variabilità molto più elevata di quella che si riscontra negli animali. Il significato evolutivo è connesso al fatto che le piante, non potendo spostarsi nello spazio, devono avere tutte le “risposte” per gestire i cambiamenti dell’ambiente in cui si sono installate.
Dopo il collo di bottiglia legato alla domesticazione delle piante coltivate, i viaggi delle colture dai centri di origine e la loro c coltivazione in areali diversi da quelli di partenza hanno prodotto l’enorme diversità di varietà che è stata la base della nostra agricoltura. Tanto più gli ambienti sono estremi, tanto maggiore è stata la diversificazione. La biodiversità delle regioni alpine è stata, quindi, il risultato di un processo di diversificazione che ha creato numerose e particolari nicchie ecologiche, legate, ad esempio, allo sviluppo di specie non competitive in suoli poveri di nutrienti. Nelle regioni alpine e montane accanto ai pascoli, con la loro diversità intrinseca di centinaia di specie vegetali, si coltivavano a “mosaico”: cereali a paglia, ortaggi (fagioli, piselli, cavoli, patate), semi oleosi (papavero) e piante da fibra (canapa, lino). Anche la raccolta e la selezione delle piante spontanee ha contribuito alla diversificazione degli habitat. Una grande quantità di PFNL (Prodotti Forestali Non Legnosi), inoltre, veniva utilizzata come alimento e rimedio medicinale per uomini e animali, nonché come mangime e ricovero. Con il progressivo abbandono di tali nicchie e l’avvento dell’agricoltura industriale si è accelerata la perdita di questi “contesti di diversità”. Anche la trasformazione socio-culturale ha favorito l’erosione di biodiversità che si manifesta nell’impoverimento del paesaggio, nella perdita di conoscenze sulle caratteristiche di piante e specie locali e nell’incapacità di leggere e reagire alle trasformazioni indotte dal riscaldamento globale.
Un recente studio prodotto dall’Università della Montagna (UNIMONT) ha georeferenziato e classificato per famiglie botaniche le informazioni presenti nel registro nazionale dell’agrobiodiversità. Dallo studio emerge che Poaceae, Fabaceae e Solanaceae, che insieme comprendono il 70% di tutte le varietà erbacee, sono per lo più coltivate in aree submontane degli Appennini e delle Alpi, le quali diventano imprescindibili “hotspot” per la promozione dell’agrobiodiversità.
Si conferma così la necessità di coniugare la conservazione nelle banche del germoplasma (ex situ) con politiche attive per favorire uso di piante selvatiche e varietà locali, nell’ottica di rafforzare positivamente l’interazione tra natura e attività umana nelle zone marginali d’Italia e d’Europa.
da Manuele Bartolini | Feb 13, 2024 | Articoli, Comunità, Notiziari
Dall’Arco Alpino un segnale alle aree interne
di Claudio Pozzi – Rete Semi Rurali
L’agricoltura di montagna (delle aree interne / territori fragili più in generale) è un gene che sta nel DNA di Rete Semi Rurali fin dalla sua fondazione.
Personalmente ho trovato spesso ristoro nelle concrete suggestioni di Massimo Angelini, quando parlava e scriveva di prezzi della patata o della farina di castagne coltivate su terrazzamenti o nei ripidi boschi dell’appennino ligure.Prezzi necessariamente avulsi dalle leggi di mercato, ma “parlanti” dell’urgenza di garantire vita dignitosa a chi per tutti noi presidia territori il cui abbandono comporterebbe il disastro anche per chi vive a valle. Il dissesto idrogeologico innanzitutto.
I Soci che vivono e animano territori marginali sono numerosi e spesso siamo stati chiamati a interagire con le comunità rurali da loro rappresentate, quando per raccontarci, quando per animare confronti e laboratori sui temi a noi più congeniali nel percorso dal seme al piatto, quando per compartecipare alla gestione di progetti del PSR.
L’incontro con la comunità della Valcamonica, inizialmente su invito del Parco dell’Adamello Lombardo e poi con le nascenti iniziative del Biodistretto, ci ha consentito di investire su attività più strutturate e su una relazione più stabile anche con altre comunità delle Aree Interne che stanno affrontando simili sfide lungo le filiere, ripartendo non solo dal seme ma anche dalla difficoltà di accesso alla terra. Siamo così tornati a riconoscerne la centralità strategica per Rete Semi Rurali, consapevoli delle grandi difficoltà di comunicazione e incontro fra comunità, complicate dalle condizioni geografiche e spesso deprivate dalle tecnologie che oggi ci rendono la vita più semplice. Proprio per questo riteniamo che la grande ricchezza di specificità culturali e territoriali sia unita da un denominatore comune: la rivendicazione di condizioni di vita non solo possibili ma anche desiderabili (vedi l’articolo “Agrobiodiversità per la Montagna”), che valorizzino la complessità relazionale e di prospettiva in perenne bilico fra restanza, abbandono e ripopolamento.
Il Biodistretto della Valcamonica, parte ormai integrante di RSR, con le sue iniziative è testimonianza concreta che gli incentivi, quando ricadono sulla costruzione di comunità, oltre che sugli indispensabili strumenti produttivi, lasciano tracce di maggior resilienza e dinamicità.
Certo è che la situazione intorno a noi non è delle migliori e tutto sembra remare contro: le difficoltà che si stanno incontrando nell’applicazione delle strategie del Green Deal, ostacolate dalla trasversalità politica e comunicativa che pratica l’accanimento terapeutico sul pozzo senza fondo dell’agroindustria così come è concepita, piuttosto che investire sulla cultura e sulle pratiche sempre più urgenti della transizione agroecologica, non fanno ben sperare.
È proprio per questo che il ruolo di RSR dovrà essere sempre più quello di fornire strumenti di scambio e valorizzazione delle esperienze di comunità, attraversate da un clima di rinascimento diffuso che necessita di riconoscimento e di infusione di nuove energie umane e culturali.
Non sarà facile vincere le difficoltà dovute a un’ apparente autoreferenzialità delle singole iniziative. Lo sforzo di visitarsi, conoscersi, scambiare, può sembrare a volte superfluo nell’imminenza della complicata quotidianità del vivere e del presidiare territori aspri e coinvolgenti: la sfida sta nel rendere proficue le occasioni di incontro. L’evento di novembre in Valcamonica ci restituisce ottimismo. Già se ne vedono alcuni benefici. Le recenti collaborazioni di RSR con Agroecology Europe, A.I.D.A. o con il movimento Paesi dell’Acqua possono essere una via per raggiungere con più slancio una maggiore capacità di penetrazione.
da Manuele Bartolini | Gen 10, 2024 | Articoli, legislazione sementiera, Notiziari, Seminare il cambiamento
di Rete Semi Rurali, Arche Noah
Stiamo attraversando un momento cruciale per il futuro della nostra agricoltura e alimentazione. In seno all’Unione Europea, è in corso un negoziato per stabilire nuove regole sulla commercializzazione delle sementi.
Le norme attuali, introdotte negli anni ’60, promuovono sementi sviluppate per l’agricoltura industriale. Sementi che possono essere vendute insieme a pesticidi e fertilizzanti e adatte ad essere coltivate in sistemi agricoli geneticamente uniformi. L’agroindustria sta facendo pressione sulle istituzioni europee affinché le nuove regole, che verranno definite nel prossimo
anno, favoriscano ancora di più quel modello, finendo per marginalizzare ulteriormente la diversità nel sistema sementiero e, di conseguenza, in quello agricolo e alimentare. Ciò di cui abbiamo bisogno, invece, è proprio il contrario. Abbiamo bisogno di leggi sulle sementi che garantiscano il nostro diritto a un cibo sano, vario e gustoso, che valorizzino concretamente la diversità nei campi e negli orti, sostenendo le varietà locali e rispettando i diritti di chi le coltiva e le riproduce.
Firma la nostra petizione per chiedere ai politici europei di non soccombere alla pressione del settore agroindustriale, ma di proteggere e promuovere l’agrobiodiversità e il diritto degli agricoltori a raccogliere, utilizzare, scambiare e vendere i propri semi!
Cosa chiediamo ai politici europei La nuova proposta di legge sulle sementi pubblicata dalla Commissione Europea nel luglio 2023 minaccia la conservazione e la circolazione dell’agrobiodiversità. Ignora il diritto degli agricoltori di mantenere, utilizzare, scambiare e vendere i propri semi, nonostante tale diritto sia sancito da trattati internazionali. È inaccettabile. Chiediamo al Parlamento Europeo e ai Ministri dell’Agricoltura di rivedere la proposta di legge sulle sementi, favorendo la circolazione dell’agrobiodiversità, rispettando i diritti degli agricoltori e gettando le basi per un sistema alimentare sostenibile, resiliente e diversificato:
1) La conservazione e l’uso sostenibile dell’agrobiodiversità e la circolazione di sementi diversificate e adatte ai territori ed i contesti locali rappresentano una assoluta priorità.
2) Il diritto degli agricoltori di riprodurre, scambiare e vendere le sementi deve essere pienamente rispettato.
3) La commercializzazione di sementi diverse e localmente adattate deve essere agevolata.
4) Le varietà in commercio non devono dipendere da pesticidi o fertilizzanti sintetici.
Abbiamo bisogno di 50.000 firme!
SEGUI IL LINK: mitmachen.arche-noah.at/it/tua-voce-per-la-diversita
da Manuele Bartolini | Gen 10, 2024 | Articoli, legislazione sementiera, Notiziari, Seminare il cambiamento
L’opinione di Arche Noah riguardo la bozza di regolamento UE sulla legislazione sementiera
di Arche Noah
Nel luglio scorso, la Commissione europea ha pubblicato una proposta di riforma della legislazione sementiera. La bozza introduce nuovi adempimenti burocratici per le organizzazioni che si occupano di agrobiodiversità, nonché una serie di aspetti negativi anche per gli agricoltori. Abbiamo chiesto un’opinione a Magdalena Prieler, esperta di politiche dell’organizzazione austriaca ARCHE NOAH.
La Commissione Europea lavora da anni sulla possibilità di modificare la legislazione sulle sementi. All’inizio dell’ultimo tentativo di riforma, culminato in questa proposta, c’è stato un ampio processo di consultazione con gli attori del settore, nel quale anche ARCHE NOAH è stata coinvolta. Siete soddisfatti della bozza che ne è derivata?
La proposta della Commissione Europea va valutata sia in generale sia alla luce delle regole attualmente in vigore nei diversi paesi: è positivo che lo scambio e la vendita delle sementi tra privati siano ancora ammessi, così come la possibilità di vendere sementi non registrate o certificate a operatori non professionisti. In alcuni Paesi Europei, come la Polonia, questo è già un grosso passo avanti.
Al di là delle aperture a privati e hobbisti, lo scenario non è così positivo?
Per le organizzazioni e reti delle sementi, la proposta è inaccettabile. Secondo questa bozza, gli agricoltori non possono vendere le proprie sementi, il che è in aperto contrasto con i loro diritti, sanciti dalle Nazioni Unite. Per organizzazioni come ARCHE NOAH, che conservano e diffondono agrobiodiversità, la proposta impone nuovi adempimenti burocratici che ridurrebbero la loro capacità di operare. Non possiamo accettare il divieto di distribuire sementi agli agricoltori!
Non è ragionevole mettere delle regole sulla circolazione delle sementi?
Non mettiamo in discussione che ci siano regole stringenti sulla vendita di sementi da parte di grandi aziende o corporazioni. Anzi, chiediamo che la legge sia ancora più severa in questo senso: è inaccettabile per esempio che una varietà che dipende da un uso massiccio di input chimici sia pienamente autorizzata sul mercato. I test per l’approvazione delle nuove varietà dovrebbero essere condotti in condizioni bio, perché soltanto sementi che producono bene senza input sono adatte per l’agricoltura del futuro. Non possiamo invece accettare che le restrizioni ricadano esclusivamente su coloro che mantengono l’agrobiodiversità!
Che aspetti dovrebbe avere una buona legislazione sementiera?
La conservazione della diversità coltivata può continuare soltanto se il lavoro di chi la porta avanti è legittimato e promosso in tutta Europa. La biodiversità non è solo la base della nostra agricoltura e della nostra alimentazione ma anche un requisito indispensabile per il miglioramento genetico vegetale alla luce del cambio climatico. Le organizzazioni e gli agricoltori che conservano, riproducono e vendono sementi devono essere escluse da questa legislazione. Dobbiamo lottare per conservare la nostra libertà di azione!
Sembra essere difficile tradurre delle verità così ovvie in legge. Perché?
Da una parte, la Commissione Europea non è immune alle pressioni dell’agroindustria. Dall’altra, non è facile per chi siede a Bruxelles comprendere che il mondo delle reti e degli agricoltori che interagiscono con loro, funziona in modo diverso e necessità di regole a parte: sarebbe assurdo imporre lo stesso carico burocratico alla Bayer/Monsanto e ad una piccola organizzazione che mantiene l’agrobiodiversità in rete con agricoltori o custodi.
E adesso, cosa succede con la proposta? Quali sono i prossimi passi?
Noi di ARCHE NOAH come altre reti e organizzazioni, compresa Rete Semi Rurali, stiamo cercando di essere costruttivi, discutiamo e condividiamo delle proposte per migliorare la bozza. Facciamo pressione sui nostri rappresentanti perché anche loro pensino in modo creativo nel rivedere e modificare la proposta.
Quando verrà pubblicata la versione definitiva?
L’intenzione è che la proposta venga votata nel Parlamento Europeo prima delle elezioni della primavera 2024. Le negoziazioni tra il Consiglio, il Parlamento e la Commissione dovrebbero iniziare nel 2024 e una decisione finale dovrebbe arrivare nel 2025. Ma questa scaletta è estremamente ambiziosa vista la complessità del tema e considerando i numerosi punti critici della bozza attuale.
Non sarebbe meglio respingere appieno la proposta?
Per adesso sicuramente no, visto che a livello politico c’è apertura al dialogo e disponibilità a ricevere suggerimenti e modifiche. Ma ovviamente, come in tutti i negoziati, il bilancio si può fare solo alla fine e non ci precludiamo la possibilità di esprimere un netto rifiuto.
da Manuele Bartolini | Gen 10, 2024 | Articoli, legislazione sementiera, Notiziari, Seminare il cambiamento
I punti essenziali del nuovo testo
di Riccardo Bocci, Gea Galluzzi – Rete Semi Rurali
Perché esiste la normativa sementiera? Questa domanda merita una risposta per capire le modifiche che oggi possiamo apportare a un impianto che è frutto della cultura scientifica novecentesca. Le truffe agli agricoltori sulle sementi erano uno dei casi di frode più presenti nella letteratura agricola di inizio Novecento. Per rispondere alle richieste degli agricoltori nascono sostanzialmente due sistemi: in Europa è lo Stato che diventa garante della qualità delle sementi, mentre negli Stati Uniti si lascia al mercato il compito di selezionare gli operatori meritevoli. Nasce così il concetto di avere un catalogo dove iscrivere le varietà da commercializzare, che dovranno essere prima testate da una rete di aziende sperimentali pubbliche per validare i dati provenienti dalle ditte private. Questo sistema basato su distinzione, uniformità e stabilità (DUS) consente anche di applicare diritti di proprietà intellettuale sulle varietà, prodotte dai costitutori. Dopo la registrazione il secondo passo è la certificazione delle sementi per attestare la loro qualità, attività che può avvenire in campo (peri cereali) o post raccolta nei pacchetti venduti (per le ortive, sistema definito standard). In parallelo a queste prove per la registrazione (DUS) le autorità competenti hanno anche l’obbligo di verificare il Valore Agricolo e Tecnologico (VAT) delle nuove varietà, in modo da dedurre informazioni affidabili e non di parte per aiutare gli agricoltori a fare scelte consapevoli.
Un effetto collaterale della legislazione sementiera è stato quello di cancellare per legge la diversità dai campi, forzando gli agricoltori a usare sementi di varietà uniformi, le uniche che potevano trovare sul mercato. Sono stati necessari vari anni perché tutto ciò venisse considerato un problema, come si evince dal testo della normativa sulle varietà da conservazione in cui per la prima volta si ammette che la legislazione sementiera deve avere tra i suoi obiettivi la conservazione dell’agrobiodiversità. Si è trattato di un processo lungo e difficile: ci sono voluti 10 anni dalla creazione delle varietà da conservazione (1998) alla loro definizione legale per cereali (direttiva 62/2008), ortive (direttiva 145/2009) e foraggere (direttiva 60/2010). Nel 2010 è cominciato il progetto di ricerca europeo SOLIBAM (www.solibam.eu), dedicato a sviluppare popolazioni per l’agricoltura biologica che, però, non erano legalmente commercializzabili come sementi perché non uniformi. È iniziato allora il lavoro di discussione con la Commissione europea volto a trovare degli spazi legali per questi materiali che ha avuto sostanzialmente tre tappe. Un primo riconoscimento nella proposta di regolamento della Commissione bocciata dal Parlamento europeo nel2014; un secondo passaggio legato alla sperimentazione temporanea ammessa dal 2014; una finale
consacrazione nel regolamento del biologico 848/2018. La proposta del luglio scorso riprende tutti questi fili cercando di mantenere una coerenza tra il sistema commercia le attuale (basato sui due pilastri di registrazione varietale e certificazione delle sementi) e le nuove deroghe previste per rispondere al mondo del biologico e della conservazione dell’agrobiodiversità. Non è un compito facile perché alla fine si tratta di creare due sistemi quasi paralleli, cercando di evitare che possa usufruire delle deroghe chi non ha titolo per farlo e, allo stesso tempo, mantenere uno standard qualitativo elevato del seme per tutti. Inoltre, una cosa è lavorare con varietà uniformi, un’altra con quelle diversificate. Bisogna rivedere i criteri per la certificazione, cambiare i caratteri usati per la descrizione varietale, ripensare la relazione tra ditte sementiere e agricoltori, e reinventare il modello di ricerca varietale, favorendo la partecipazione di più attori e decentralizzando le attività.
Come si capisce, si tratta di sfide di non poco conto, che potremo cominciare a praticare in funzione di come uscirà il testo dopo il negoziato con Parlamento e Consiglio. È importante, quindi, migliorare il testo proposto della Commissione e, finalmente, portare diversità nelle sementi in commercio. Cosa c’è di nuovo in questa proposta? Intanto riguarda tutte le specie (dalle ortive alla vite), andando ad abrogare le troppe direttive di oggi con un solo regolamento orizzontale. In dettaglio sono cinque gli assi più importanti.
1. Viene cambiata la definizione di commercializzazione, non più legata al concetto di sfruttamento commerciale, ma legata a qualsiasi trasferimento. Quindi, potenzialmente, ogni tipo di scambio di sementi rientra nell’ambito della commercializzazione.
2. Proprio a causa di questo scopo così ampio, è importante definire costa resta fuori. All’articolo 2 sono indicate le attività non soggette alla legislazione, tra cui anche scambio e vendita tra utilizzatori finali (non agricoltori) e la ricerca.
3. Deroghe. Vengono definite una serie di eccezioni al sistema normale, che includono: varietà da conservazione, amatoriali e materiale eterogeneo. Inoltre, si prevede una vendita facilitata per le organizzazioni che si occupano di conservazione, così come lo scambio tra agricoltori di varietà non protette.
4. VAT. Si propone che i test di valore agricolo e tecnologico oggi fatti solo per le specie agrarie siano estesi a tutte le specie, con l’aggiunta di un’ulteriore caratteristica da considerare: la sostenibilità. Si tratta di una modifica non di poco conto, che avrà un impatto molto forte sul mondo della ricerca varietale delle ortive, andando ad aumentare il costo delle sementi, e sui sistemi nazionali di controllo e certificazione, che si dovranno dotare di campi per fare anche queste prove. Inoltre, non è chiaro come dovrà essere valutata la presunta sostenibilità delle varietà, punto su cui la Commissione mira a lasciare ampio margine agli stati, con la possibilità anche per gli operatori di farlo sotto la supervisione ufficiale delle autorità competenti.
5. Biologico. Per la prima volta si prevede che ci dovranno essere protocolli dedicati al biologico sia per i test DUS che VAT. Anche questa proposta comporterà un aggravio sui sistemi nazionali, non tutti in grado di fare le prove in biologico. In questi mesi, insieme ad alcune organizzazioni come Arche Noah e IFOAM EU, abbiamo discusso il testo e lavorato al fine di proporre una serie di emendamenti da discutere all’interno del Parlamento Europeo. In particolare, ci siamo concentrati su: escludere dallo scopo della legislazione anche l’accesso alle risorse genetiche vegetali conservate nelle collezioni pubbliche e private, per facilitare l’accesso alle risorse genetiche da loro conservate; meglio definire le varietà da conservazione; mantenere quanto previsto nel regolamento biologico sul materiale eterogeneo per non rischiare di perdere quanto ottenuto, visto che il nuovo regolamento sementi andrà a sostituire quello del biologico; facilitare lo scambio, anche dietro compenso, tra agricoltori e la vendita da parte delle organizzazioni che conservano la diversità.
Nei prossimi tre mesi sapremo quante delle nostre proposte saranno recepite nel testo e, soprattutto, quante delle aperture della Commissione saranno mantenute, viste le resistenze da parte di alcuni stati membri, associazioni sindacali e settore sementiero privato. Ci auguriamo di chiudere positivamente questo percorso entro la primavera 2025!