Il ruolo delle aree montane per la gestione dinamica dell’agobiodiversità
di Giuseppe De Santis – Rete Semi Rurali
Nel corso di 430 milioni di anni le piante hanno conquistato quasi tutto il globo. L’evoluzione dei vegetali ha avuto un grado di variabilità molto più elevata di quella che si riscontra negli animali. Il significato evolutivo è connesso al fatto che le piante, non potendo spostarsi nello spazio, devono avere tutte le “risposte” per gestire i cambiamenti dell’ambiente in cui si sono installate.
Dopo il collo di bottiglia legato alla domesticazione delle piante coltivate, i viaggi delle colture dai centri di origine e la loro c coltivazione in areali diversi da quelli di partenza hanno prodotto l’enorme diversità di varietà che è stata la base della nostra agricoltura. Tanto più gli ambienti sono estremi, tanto maggiore è stata la diversificazione. La biodiversità delle regioni alpine è stata, quindi, il risultato di un processo di diversificazione che ha creato numerose e particolari nicchie ecologiche, legate, ad esempio, allo sviluppo di specie non competitive in suoli poveri di nutrienti. Nelle regioni alpine e montane accanto ai pascoli, con la loro diversità intrinseca di centinaia di specie vegetali, si coltivavano a “mosaico”: cereali a paglia, ortaggi (fagioli, piselli, cavoli, patate), semi oleosi (papavero) e piante da fibra (canapa, lino). Anche la raccolta e la selezione delle piante spontanee ha contribuito alla diversificazione degli habitat. Una grande quantità di PFNL (Prodotti Forestali Non Legnosi), inoltre, veniva utilizzata come alimento e rimedio medicinale per uomini e animali, nonché come mangime e ricovero. Con il progressivo abbandono di tali nicchie e l’avvento dell’agricoltura industriale si è accelerata la perdita di questi “contesti di diversità”. Anche la trasformazione socio-culturale ha favorito l’erosione di biodiversità che si manifesta nell’impoverimento del paesaggio, nella perdita di conoscenze sulle caratteristiche di piante e specie locali e nell’incapacità di leggere e reagire alle trasformazioni indotte dal riscaldamento globale.
Un recente studio prodotto dall’Università della Montagna (UNIMONT) ha georeferenziato e classificato per famiglie botaniche le informazioni presenti nel registro nazionale dell’agrobiodiversità. Dallo studio emerge che Poaceae, Fabaceae e Solanaceae, che insieme comprendono il 70% di tutte le varietà erbacee, sono per lo più coltivate in aree submontane degli Appennini e delle Alpi, le quali diventano imprescindibili “hotspot” per la promozione dell’agrobiodiversità.
Si conferma così la necessità di coniugare la conservazione nelle banche del germoplasma (ex situ) con politiche attive per favorire uso di piante selvatiche e varietà locali, nell’ottica di rafforzare positivamente l’interazione tra natura e attività umana nelle zone marginali d’Italia e d’Europa.



