XFarm, agricoltura prossima

XFarm, agricoltura prossima

Rigenerazione agroecologica e sociale su un bene comune

Intervista a Ginevra Errico // a cura di Chiara Brusatin – Rete Semi Rurali

XFarm, Agricoltura Prossima è il progetto agricolo della cooperativa sociale “Qualcosa di Diverso”, attiva a San Vito dei Normanni (BR). L’azienda agricola opera su 50 ettari di terreno confiscato alla mafia, sviluppandosi come laboratorio di rigenerazione agroecologica e sociale, sperimentando modelli di coltivazione diversificati e sistemi agroforestali.

Abbiamo incontrato Ginevra Errico, una delle socie fondatrici e lavoratrici della cooperativa, per conoscere la storia, la visione e gli obiettivi di questo importante progetto.

Come nasce XFarm e perché avete scelto di investire proprio nell’agricoltura e nella gestione di un bene confiscato?

Tutto è iniziato nel 2017, quando – mentre gestivamo un centro culturale a San Vito dei Normanni – il Comune ha pubblicato un bando per l’assegnazione di 50 ettari di terreni agricoli confiscati alla mafia. Era un’occasione rivolta alle cooperative sociali: per curiosità abbiamo partecipato, ci siamo recati a fare un sopralluogo e, alla fine, abbiamo vinto il bando. Siamo stati gli unici a candidarci. Questo dice molto su quanto poco valore venga attribuito a un terreno. Da lì a poco la nostra vita è cambiata. Entrando in quell’azienda agricola abbiamo capito da subito l’enorme lavoro da fare e quante competenze ci mancavano. Eravamo due economisti, io e Marco, e un sociologo, Roberto. Sul posto abbiamo conosciuto Dylaver e Burbuque, due signori albanesi che vivevano stabilmente nei terreni e che in passato si erano occupati di curare la parte agricola per il precedente proprietario, il confiscato. Abbiamo deciso di considerare questa situazione come una risorsa: 50 ettari abbandonati simbolo di illegalità potevano trasformarsi in 50 ettari che danno lavoro a più persone, diventando manifesto di legalità e buone pratiche. Questo ha significato riconoscere in Dylaver e Burbuque due persone che conoscono a fondo il territorio, che possono mettersi a disposizione per lavorare e prendere parte al progetto, proprio perché è anche il loro progetto di vita. Così è nato XFarm. Siamo partiti in 5, oggi siamo circa 12-15 persone in una realtà che è multifunzionale e aperta al cambiamento. 

Gestire un bene confiscato comporta sfide simboliche e operative. Quali sono state le principali difficoltà che avete incontrato?

Era chiaro che fosse un enorme simbolo negativo in quanto bene confiscato e perché rappresentazione dell’agricoltura intensiva, dello sfruttamento delle risorse e del paesaggio monoculturale. Le sfide poi sono state innumerevoli, quella agricola è stata enorme, ci siamo trovati a lavorare su coltivazioni abbandonate, vigne non potate, ulivi segnati dalla Xylella e senza alcun mezzo a disposizione. E non avevamo alcun tipo di competenza, non tanto per lavorare, quanto per dirigere. Quindi la difficoltà è stata mettere le mani in qualcosa che non conoscevamo affatto. Dopodiché, sul lungo termine l’ambizione è stata far sì che XFarm potesse diventare, come lo era stato prima col centro culturale, uno strumento di cambiamento sociale. Per noi il tema non è l’azienda agricola di per sé, ma usarla come strumento di innovazione del territorio, di sostenibilità, di creazione di valore e di lavoro. Fai una formazione e la fai per tutti, non cerchi di far star bene solo l’albero ma cerchi di sperimentare sulla terra con allevamenti avicoli, utilizzi i cavalli del vicino per fertilizzare il suolo, semini senape e trifoglio per cercare di aumentare la biodiversità. E laddove c’erano solo ulivi malati abbiamo immaginato un’agroforesta e siamo riusciti a farcela finanziare. Dunque, la difficoltà più grande è stata alla fine riuscire a fare un’azienda agricola multifunzionale agroecologica e sociale all’interno di un bene comune. 

L’agroforestazione, però, implica una visione di lungo periodo. Come avete affrontato questa sfida, sapendo di operare su un terreno con una concessione a tempo determinato?

L’idea era che, dopo i primi 3-4 anni di accompagnamento, l’agroforesta potesse diventare un sistema autonomo, capace di auto-sostenersi anche senza irrigazione. Sapevamo già che molti dei frutti non li avremmo raccolti, e ci andava bene così. Con questo volevamo anche dare un segnale, cioè che non ci interessava “curare” gli alberi affetti da Xylella o rincorrere la nostalgia di un paesaggio passato che non c’è più, ma piuttosto costruirne uno nuovo. La nostra non è una visione palliativa, ma trasformativa. Questo ha significato rompere con la logica della monocoltura dell’olivo, non per eliminarlo, ma per integrarlo all’interno di un sistema produttivo che consenta di immaginare un futuro in queste terre che vada oltre l’olio di oliva. Ciò che ci interessava era ragionare sull’incremento di biodiversità, per cui da qui è nato il nostro primo prototipo di agroforestazione sintropica integrato a un uliveto secolare. Questo progetto, in seguito, è presto diventato uno dei principali ambiti di sperimentazione e di ricerca di XFarm. 

Quali strumenti vi hanno permesso di sostenere l’impianto agroforestale? Avete avuto accesso a bandi, fondi pubblici o altri canali di finanziamento?

Il nostro è un progetto finanziato, e questo è importante dirlo perché significa che questi temi che parlano di innovazione agricola e di paesaggio suscitano interesse e vengono supportati. Il primo passo è stato con la Scuola Radicale, un corso per giovani under 35 finanziato dalla Regione Puglia, durante il quale abbiamo progettato il primo prototipo grazie anche a un finanziamento di ZeroCO2. Da questa prima esperienza è sorta l’idea di allargare l’impronta agroforestale agli altri terreni limitrofi: il secondo prototipo è stato sostenuto dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e realizzato grazie alla collaborazione con Deafal ONG. Questo ci ha permesso di implementare ulteriori 2,5 ettari dandoci quindi la possibilità di dare al progetto un respiro nazionale, sia per il tipo di finanziamento che per il tipo di collaborazione avviata. Ha permesso di far uscire il lavoro che abbiamo fatto qui sul territorio come progetto portatore di novità e innovazione anche rispetto ai territori in cui ci troviamo.

Quali condizioni sono necessarie affinché esperienze come la vostra non restino eccezioni isolate? Che futuro vedete per chi lavora la terra oggi puntando su modelli agroecologici, comunitari e non estrattivi?

Personalmente non credo nella replicabilità rigida dei modelli perché ogni contesto ha le sue risorse e le sue criticità. Quello che è necessario  è la capacità di saper leggere il contesto territoriale, riuscire a percepirne le risorse e saperlo trasformare. E fare questo non solo per sé ma per gli altri, renderlo cioè una piattaforma di arrivo dove le persone possono portare le loro competenze, idee ed energie. Questo lo abbiamo imparato con l’esperienza del centro culturale: se tu apri le porte a qualcuno, quella persona ti porterà altre persone. L’unica maniera per fare bene le cose è essere in tanti.

Oggi quello che stiamo facendo ha una forte valenza ispirativa ma non siamo gli unici. In questi anni stanno emergendo diverse “isole” che stanno provando a mettere in pratica delle strategie alternative di sopravvivenza, di costruzione di modelli economici alternativi, di produzione e di gestione del paesaggio. È vero che c’è molto fermento, ma c’è anche molto fallimento. La produzione agricola, già di per sé complessa, è ogni anno messa in crisi da problemi differenti, spesso legati ai cambiamenti climatici. Quello che stiamo cercando di fare è rendere la nostra isola quanto più efficiente possibile e far sì che sia in contatto con le isole che già esistono, ma soprattutto che possa stimolare la nascita di nuove.

Gettare semi al vento

Gettare semi al vento

di Riccardo Bocci – Rete Semi Rurali

Questo numero del Notiziario è dedicato a raccontare due esperienze pugliesi intorno al tema della biodiversità coltivata e dell’agricoltura sociale, in particolare esperienze di cooperative che hanno in gestione terreni confiscati alla mafia. Quello che ci interessava mettere in evidenza non era solo l’importanza di far tornare un bene mafioso alla collettività, ma come questo percorso fosse intrinsecamente collegato a un modo diverso di fare agricoltura. Due cesure, quindi, una sociale dalle pratiche consolidate del sistema malavitoso, e una tecnica dalla monocoltura intensiva. Sfide non facili, processi dinamici in continua evoluzione che mescolano azione collettiva e creazione di nuove conoscenze basate sulla diversificazione dei sistemi agricoli. È in questi luoghi che si sta ricostruendo l’agricoltura del futuro, in grado sia di rispondere ai cambiamenti climatici, sia di ridare un senso sociale al lavoro nelle campagne.

Il terzo articolo presenta il lavoro di recupero della biodiversità vegetale pugliese fatto attraverso alcuni progetti del Piano di Sviluppo Rurale. Anche in questo caso l’aspetto sociale è centrale. La ricchezza delle varietà ancora coltivate è legata al loro uso non ad un’astratta idea di conservazione museale. In Puglia troviamo ancora uno stretto legame tra varietà e tradizioni culinarie di tutti i giorni. Queste pratiche agricole non sono diventate solo la facciata di cartapesta delle tante sagre paesane per turisti. L’aspetto interessante è che a fronte di questa diversità, la Puglia ha poche varietà nell’Anagrafe nazionale e nessuna varietà da conservazione registrata. Ci sono altre regioni italiane che soffrono la situazione opposta: varietà iscritte nei diversi cataloghi, ma ormai scomparse dalla pratica agricola.

L’ideologia modernizzatrice portata avanti dalla normativa sementiera degli anni ’60 che ha cercato di rendere tutte le varietà distinte, uniformi e stabili, in Puglia non è stata così efficace. La forza del legame tra varietà e il suo uso ha saputo resistere in un sistema sementiero informale, ricco di biodiversità. Certo si tratta di nicchie sopravvissute all’interno di un sistema agricolo industriale e specializzato.

La sfida è capire come traghettare queste nicchie nel futuro, come non soffocarle sotto il peso del sistema agroindustriale sempre più monopolistico. Infatti, si tratta di luoghi di innovazione in cui si sperimenta un’altra agricoltura, da mettere in rete tra di loro. La stessa FAO ha riconosciuto il ruolo centrale dei sistemi sementieri informali non solo nella conservazione della biodiversità ma nella creazione di nuova diversità a partire dalle condizioni locali. Un’agricoltura ancora in evoluzione dinamica con il suo contesto ambientale.

Rispetto a venti anni fa, l’ambito normativo offre nuove e interessanti opportunità. Oltre alle varietà da conservazione, infatti, c’è la possibilità di notificare alcune varietà più diversificate come Materiale Eterogeneo Biologico (MEB). Inoltre, sono all’orizzonte alcune possibilità contenute nel regolamento sementiero in negoziazione a Bruxelles, che, se approvate, potrebbero ampliare lo spettro delle opzioni per far emergere una parte del sistema informale rispettandone le sue caratteristiche.

Saremo capaci di continuare a gettare semi al vento per far fiorire il cielo come si auspica il murales nell’azienda di XFarm?

Siamo la Natura che si difende!

Siamo la Natura che si difende!

a cura di Riccardo Bocci – Rete Semi Rurali

Il Trattato FAO compie 20 anni!

Il Trattato FAO compie 20 anni!

Fonte: https://www.fao.org/plant-treaty/anniversary/en/


APPUNTAMENTI 2025

31 marzo – 4 aprile 2025 Roma

Tredicesimo incontro dell’Ad Hoc Open-ended Working Group to Enhance the Functioning of the Multilateral System

23 – 26 giugno 2025 Roma
Sesto incontro dell’Ad Hoc Technical Experts Group on Farmers’ Rights (AHTEG-FR-6)

Settembre 2025 – Filippine
Secondo Simposio Globale sui Diritti degli Agricoltori

24 – 29 novembre 2025 Lima (Perù)
Undicesima sessione dell’Organo di Governo del Trattato


Da leggere

Questa pubblicazione presenta le 32 opzioni per realizzare i diritti degli agricoltori, estratte dalle esperienze presenti nell’Inventario e organizzate in 11 categorie. Ogni categoria ha più di un’opzione, un elenco di esempi, una spiegazione dell’opzione, e quali tipi di misure possono essere prese.

Per approfondimenti:
https://www.fao.org/plant-treaty/areas-of-work/farmers-rights/en/

Come dotarsi di legislazioni adatte ai diversi contesti?

Come dotarsi di legislazioni adatte ai diversi contesti?

Favorire lo scambio tra regioni, paesi e progetti può essere un’inizio!

di Riccardo Bocci – Rete Semi Rurali


Unione Africana e Farmer Managed Seed Systems

L’Unione Africana vuole costruire un quadro politico per fornire una guida strutturata a governi, stakeholder e organizzazioni per riconoscere e rafforzare i sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori (Farmer Managed Seed Systems, FMSS) e integrarli in politiche agricole più ampie.
Questi sistemi sono fondamentali per sostenere la biodiversità agricola dell’Africa, migliorare la sicurezza alimentare, i mezzi di sussistenza e rafforzare la resilienza dei piccoli agricoltori ai cambiamenti climatici. I FMSS si riferiscono a sistemi basati sulle comunità, attraverso i quali gli agricoltori selezionano, conservano, producono, scambiano e commerciano le sementi, basandosi prevalentemente su varietà tradizionali, sulle conoscenze indigene, su pratiche e regole sviluppate in base alle loro abitudini, adattandosi all’ambiente in continuo mutamento. Nonostante il loro contributo, i FMSS sono ancora poco riconosciuti e non sufficientemente supportati dalle politiche nazionali, che tendono a favorire i sistemi sementieri commerciali. Dal 9 al 13 dicembre 2024 a Nairobi, in Kenya, si è tenuto il workshop per discutere la strategia e il piano di azione 2026-2035 per promuovere i FMSS, in concomitanza con la quinta riunione del gruppo direttivo della piattaforma di partenariato africano per le sementi e le biotecnologie.

Uno sguardo sulle normative sementiere nel mondo

Uno sguardo sulle normative sementiere nel mondo

Informazioni sui paesi tratte dall’articolo Landrace legislation in the world: status and perspectives with emphasis in Eu system, Genetic Resour. Crop Evol. 2024 (tinyurl.com/d9r4x25x )