di Angelo Santoro – Cooperativa sociale Semi di Vita
Nelle mani che lavorano la terra c’è un sapere concreto, costruito sull’esperienza. Un dialogo silenzioso che è fatto di attesa, cura e fiducia. Per noi della cooperativa sociale Semi di Vita, questo lavoro quotidiano non è solo un mestiere, è il centro del nostro progetto. È il linguaggio con cui costruiamo percorsi di riscatto su un terreno che, prima di noi, raccontava solo di violenza e sfruttamento.
I nostri campi si trovano in Puglia, su un terreno confiscato alla mafia: 28 ettari. Quando siamo arrivati, la terra era segnata dall’abbandono e da un passato ingombrante: erano tutti a pascolo. Nel 1988 c’erano circa 10.000 ulivi. Nel 2019, all’inizio del nostro percorso, ne abbiamo trovati 600 e salvati 200. La nostra prima sfida è stata rigenerare quel luogo. Oggi l’azienda agricola è interamente certificata bio: una scelta agronomica, ma anche una presa di posizione. Crediamo che gli esseri umani vadano coltivati con la stessa cura e rispetto che dedichiamo alle piante, senza alcuna “chimica” che ne alteri la natura. Abbiamo scelto di lavorare in ascolto della terra, costruendo un ecosistema sano e vitale. Per questo, tra ortaggi, alberi da frutto e seminativi, abbiamo introdotto i sovesci per nutrire il suolo e tutelare la biodiversità.
Nei nostri campi coltiviamo il pomodoro Regina al filo, il cece italiano, il carosello di Polignano: varietà locali che rischiavano di scomparire. Recuperare questi semi per noi significa salvaguardare un’identità, un gusto, una storia che appartiene a tutto il territorio. Ogni pianta che cresce è una piccola vittoria contro l’omologazione.
Il raccolto più importante, però, non si misura in cassette di ortaggi, ma nei legami che si creano attorno a questa terra ritrovata. Fare agricoltura sociale, per noi, significa trasformare il campo in uno spazio di accoglienza e crescita. In questo contesto persone con vissuti complessi trovano un’occupazione e l’opportunità di ricoprire un ruolo attivo e riconosciuto. Il lavoro nei campi, con i suoi ritmi e le sue regole, contribuisce a costruire stabilità e senso di responsabilità.
Questo impegno a offrire percorsi di crescita si è esteso anche oltre il nostro terreno, fino all’istituto penale per minorenni “Fornelli” di Bari, dove abbiamo realizzato una serra che oggi rappresenta uno spazio formativo concreto, anche in un contesto complesso come quello carcerario.
Il lavoro agricolo è insieme terapia e formazione. Si impara la pazienza, la resilienza e la soddisfazione per un risultato che ripaga ogni fatica. Chi entra nel progetto partecipa a tutte le fasi, dalla semina alla vendita nel nostro emporio solidale.
Davide Primucci – Tecnico del Settore Verde, Parchi e Agricoltura Urbana del Comune di Padova
Dal 2022, con l’approvazione del Piano del Verde, il Comune di Padova ha delineato una strategia volta a valorizzare l’agricoltura urbana e periurbana, integrando progressivamente pratiche agroecologiche all’interno della pianificazione territoriale. Tra queste, l’agroforestazione è stata riconosciuta come pratica innovativa per la gestione sostenibile dell’agroecosistema urbano che è così diventata parte integrante del progetto di agroforestazione comunale.
L’attuazione di queste misure presenta tuttora delle criticità, in quanto l’intervento diretto in ambito agricolo non rientra nelle competenze operative usuali degli enti locali e richiede l’elaborazione di strumenti amministrativi adeguati. Il Comune di Padova continua a muoversi attivamente per promuovere l’agroforestazione: da un lato, attraverso la diffusione della conoscenza della pratica tramite eventi pubblici – come la presentazione del bando Complementi regionali per lo Sviluppo Rurale della politica agricola comune 2023-2027 – e, dall’altro, mediante la predisposizione della sistemazione fondiaria secondo i principi dell’agroforestazione su alcune terre agricole pubbliche prossime all’affidamento. In questa cornice si colloca anche la partecipazione del Comune al progetto europeo SAUR – Suoli Agricoli Urbani Rigenerati, avviato nel 2024, volto a sviluppare e testare strumenti operativi per la rigenerazione del suolo urbano, rafforzando il ruolo degli enti locali nella transizione agroecologica.
L’efficacia di queste iniziative sarà misurabile solo nel medio-lungo periodo. Il loro avvio, tuttavia, rappresenta un punto di partenza significativo per lo studio e lo sviluppo di strumenti operativi potenzialmente utili peraltri enti locali interessati a promuovere l’adozione di pratiche agroecologiche, come l’agroforestazione, nei rispettivi territori.
Rigenerazione agroecologica e sociale su un bene comune
Intervista a Ginevra Errico // a cura di Chiara Brusatin – Rete Semi Rurali
XFarm, Agricoltura Prossima è il progetto agricolo della cooperativa sociale “Qualcosa di Diverso”, attiva a San Vito dei Normanni (BR). L’azienda agricola opera su 50 ettari di terreno confiscato alla mafia, sviluppandosi come laboratorio di rigenerazione agroecologica e sociale, sperimentando modelli di coltivazione diversificati e sistemi agroforestali.
Abbiamo incontrato Ginevra Errico, una delle socie fondatrici e lavoratrici della cooperativa, per conoscere la storia, la visione e gli obiettivi di questo importante progetto.
Come nasce XFarm e perché avete scelto di investire proprio nell’agricoltura e nella gestione di un bene confiscato?
Tutto è iniziato nel 2017, quando – mentre gestivamo un centro culturale a San Vito dei Normanni – il Comune ha pubblicato un bando per l’assegnazione di 50 ettari di terreni agricoli confiscati alla mafia. Era un’occasione rivolta alle cooperative sociali: per curiosità abbiamo partecipato, ci siamo recati a fare un sopralluogo e, alla fine, abbiamo vinto il bando. Siamo stati gli unici a candidarci. Questo dice molto su quanto poco valore venga attribuito a un terreno. Da lì a poco la nostra vita è cambiata. Entrando in quell’azienda agricola abbiamo capito da subito l’enorme lavoro da fare e quante competenze ci mancavano. Eravamo due economisti, io e Marco, e un sociologo, Roberto. Sul posto abbiamo conosciuto Dylaver e Burbuque, due signori albanesi che vivevano stabilmente nei terreni e che in passato si erano occupati di curare la parte agricola per il precedente proprietario, il confiscato. Abbiamo deciso di considerare questa situazione come una risorsa: 50 ettari abbandonati simbolo di illegalità potevano trasformarsi in 50 ettari che danno lavoro a più persone, diventando manifesto di legalità e buone pratiche. Questo ha significato riconoscere in Dylaver e Burbuque due persone che conoscono a fondo il territorio, che possono mettersi a disposizione per lavorare e prendere parte al progetto, proprio perché è anche il loro progetto di vita. Così è nato XFarm. Siamo partiti in 5, oggi siamo circa 12-15 persone in una realtà che è multifunzionale e aperta al cambiamento.
Gestire un bene confiscato comporta sfide simboliche e operative. Quali sono state le principali difficoltà che avete incontrato?
Era chiaro che fosse un enorme simbolo negativo in quanto bene confiscato e perché rappresentazione dell’agricoltura intensiva, dello sfruttamento delle risorse e del paesaggio monoculturale. Le sfide poi sono state innumerevoli, quella agricola è stata enorme, ci siamo trovati a lavorare su coltivazioni abbandonate, vigne non potate, ulivi segnati dalla Xylella e senza alcun mezzo a disposizione. E non avevamo alcun tipo di competenza, non tanto per lavorare, quanto per dirigere. Quindi la difficoltà è stata mettere le mani in qualcosa che non conoscevamo affatto. Dopodiché, sul lungo termine l’ambizione è stata far sì che XFarm potesse diventare, come lo era stato prima col centro culturale, uno strumento di cambiamento sociale. Per noi il tema non è l’azienda agricola di per sé, ma usarla come strumento di innovazione del territorio, di sostenibilità, di creazione di valore e di lavoro. Fai una formazione e la fai per tutti, non cerchi di far star bene solo l’albero ma cerchi di sperimentare sulla terra con allevamenti avicoli, utilizzi i cavalli del vicino per fertilizzare il suolo, semini senape e trifoglio per cercare di aumentare la biodiversità. E laddove c’erano solo ulivi malati abbiamo immaginato un’agroforesta e siamo riusciti a farcela finanziare. Dunque, la difficoltà più grande è stata alla fine riuscire a fare un’azienda agricola multifunzionale agroecologica e sociale all’interno di un bene comune.
L’agroforestazione, però, implica una visione di lungo periodo. Come avete affrontato questa sfida, sapendo di operare su un terreno con una concessione a tempo determinato?
L’idea era che, dopo i primi 3-4 anni di accompagnamento, l’agroforesta potesse diventare un sistema autonomo, capace di auto-sostenersi anche senza irrigazione. Sapevamo già che molti dei frutti non li avremmo raccolti, e ci andava bene così. Con questo volevamo anche dare un segnale, cioè che non ci interessava “curare” gli alberi affetti da Xylella o rincorrere la nostalgia di un paesaggio passato che non c’è più, ma piuttosto costruirne uno nuovo. La nostra non è una visione palliativa, ma trasformativa. Questo ha significato rompere con la logica della monocoltura dell’olivo, non per eliminarlo, ma per integrarlo all’interno di un sistema produttivo che consenta di immaginare un futuro in queste terre che vada oltre l’olio di oliva.Ciò che ci interessava era ragionare sull’incremento di biodiversità, per cui da qui è nato il nostro primo prototipo di agroforestazione sintropica integrato a un uliveto secolare. Questo progetto, in seguito, è presto diventato uno dei principali ambiti di sperimentazione e di ricerca di XFarm.
Quali strumenti vi hanno permesso di sostenere l’impianto agroforestale? Avete avuto accesso a bandi, fondi pubblici o altri canali di finanziamento?
Il nostro è un progetto finanziato, e questo è importante dirlo perché significa che questi temi che parlano di innovazione agricola e di paesaggio suscitano interesse e vengono supportati. Il primo passo è stato con la Scuola Radicale, un corso per giovani under 35 finanziato dalla Regione Puglia, durante il quale abbiamo progettato il primo prototipo grazie anche a un finanziamento di ZeroCO2. Da questa prima esperienza è sorta l’idea di allargare l’impronta agroforestale agli altri terreni limitrofi: il secondo prototipo è stato sostenuto dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e realizzato grazie alla collaborazione con Deafal ONG. Questo ci ha permesso di implementare ulteriori 2,5 ettari dandoci quindi la possibilità di dare al progetto un respiro nazionale, sia per il tipo di finanziamento che per il tipo di collaborazione avviata. Ha permesso di far uscire il lavoro che abbiamo fatto qui sul territorio come progetto portatore di novità e innovazione anche rispetto ai territori in cui ci troviamo.
Quali condizioni sono necessarie affinché esperienze come la vostra non restino eccezioni isolate? Che futuro vedete per chi lavora la terra oggi puntando su modelli agroecologici, comunitari e non estrattivi?
Personalmente non credo nella replicabilità rigida dei modelli perché ogni contesto ha le sue risorse e le sue criticità. Quello che è necessario è la capacità di saper leggere il contesto territoriale, riuscire a percepirne le risorse e saperlo trasformare. E fare questo non solo per sé ma per gli altri, renderlo cioè una piattaforma di arrivo dove le persone possono portare le loro competenze, idee ed energie. Questo lo abbiamo imparato con l’esperienza del centro culturale: se tu apri le porte a qualcuno, quella persona ti porterà altre persone. L’unica maniera per fare bene le cose è essere in tanti.
Oggi quello che stiamo facendo ha una forte valenza ispirativa ma non siamo gli unici. In questi anni stanno emergendo diverse “isole” che stanno provando a mettere in pratica delle strategie alternative di sopravvivenza, di costruzione di modelli economici alternativi, di produzione e di gestione del paesaggio. È vero che c’è molto fermento, ma c’è anche molto fallimento. La produzione agricola, già di per sé complessa, è ogni anno messa in crisi da problemi differenti, spesso legati ai cambiamenti climatici. Quello che stiamo cercando di fare è rendere la nostra isola quanto più efficiente possibile e far sì che sia in contatto con le isole che già esistono, ma soprattutto che possa stimolare la nascita di nuove.
Questo numero del Notiziario è dedicato a raccontare due esperienze pugliesi intorno al tema della biodiversità coltivata e dell’agricoltura sociale, in particolare esperienze di cooperative che hanno in gestione terreni confiscati alla mafia. Quello che ci interessava mettere in evidenza non era solo l’importanza di far tornare un bene mafioso alla collettività, ma come questo percorso fosse intrinsecamente collegato a un modo diverso di fare agricoltura. Due cesure, quindi, una sociale dalle pratiche consolidate del sistema malavitoso, e una tecnica dalla monocoltura intensiva. Sfide non facili, processi dinamici in continua evoluzione che mescolano azione collettiva e creazione di nuove conoscenze basate sulla diversificazione dei sistemi agricoli. È in questi luoghi che si sta ricostruendo l’agricoltura del futuro, in grado sia di rispondere ai cambiamenti climatici, sia di ridare un senso sociale al lavoro nelle campagne.
Il terzo articolo presenta il lavoro di recupero della biodiversità vegetale pugliese fatto attraverso alcuni progetti del Piano di Sviluppo Rurale. Anche in questo caso l’aspetto sociale è centrale. La ricchezza delle varietà ancora coltivate è legata al loro uso non ad un’astratta idea di conservazione museale. In Puglia troviamo ancora uno stretto legame tra varietà e tradizioni culinarie di tutti i giorni. Queste pratiche agricole non sono diventate solo la facciata di cartapesta delle tante sagre paesane per turisti. L’aspetto interessante è che a fronte di questa diversità, la Puglia ha poche varietà nell’Anagrafe nazionale e nessuna varietà da conservazione registrata. Ci sono altre regioni italiane che soffrono la situazione opposta: varietà iscritte nei diversi cataloghi, ma ormai scomparse dalla pratica agricola.
L’ideologia modernizzatrice portata avanti dalla normativa sementiera degli anni ’60 che ha cercato di rendere tutte le varietà distinte, uniformi e stabili, in Puglia non è stata così efficace. La forza del legame tra varietà e il suo uso ha saputo resistere in un sistema sementiero informale, ricco di biodiversità. Certo si tratta di nicchie sopravvissute all’interno di un sistema agricolo industriale e specializzato.
La sfida è capire come traghettare queste nicchie nel futuro, come non soffocarle sotto il peso del sistema agroindustriale sempre più monopolistico. Infatti, si tratta di luoghi di innovazione in cui si sperimenta un’altra agricoltura, da mettere in rete tra di loro. La stessa FAO ha riconosciuto il ruolo centrale dei sistemi sementieri informali non solo nella conservazione della biodiversità ma nella creazione di nuova diversità a partire dalle condizioni locali. Un’agricoltura ancora in evoluzione dinamica con il suo contesto ambientale.
Rispetto a venti anni fa, l’ambito normativo offre nuove e interessanti opportunità. Oltre alle varietà da conservazione, infatti, c’è la possibilità di notificare alcune varietà più diversificate come Materiale Eterogeneo Biologico (MEB). Inoltre, sono all’orizzonte alcune possibilità contenute nel regolamento sementiero in negoziazione a Bruxelles, che, se approvate, potrebbero ampliare lo spettro delle opzioni per far emergere una parte del sistema informale rispettandone le sue caratteristiche.
Saremo capaci di continuare a gettare semi al vento per far fiorire il cielo come si auspica il murales nell’azienda di XFarm?
Sono passati trentuno anni dal lontano 1994 quando è entrata in vigore la Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), eppure con molta difficoltà si riescono a vedere gli impatti nel mondo reale di questo accordo adottato a Rio de Janeiro nel 1992. In Italia, l’opinione pubblica è all’oscuro di cosa viene deciso dalla CBD e di cosa dovrebbe fare il paese per metterla in pratica. La materia è diventata ostaggio di esperti e avvocati, come se non si stesse parlando del futuro del nostro Pianeta e se non fosse necessario avere una forte base popolare per attuare quella rivoluzione necessaria a ridurre la perdita di biodiversità cui stiamo assistendo. Insomma, non saranno solo gli accordi tra i governi presi alle Conferenze delle Parti (COP) a salvare il mondo. Questi resteranno fogli di carta destinati a ingiallire, se non si trasformano in pratiche della società civile, delle istituzioni locali e del mondo economico. E il primo passo in questa direzione è la conoscenza. Purtroppo, sono temi che interessano poco anche i giornalisti, per cui avere informazioni su cosa si discuta in queste famose COP è impresa impossibile. Questo Notiziario vuole colmare questo divario, raccontando come è finita la riunione di Roma della COP16 e cercando di capire come il tema dell’agrobiodiversità possa farsi strada nel mondo delle politiche del cibo e delle municipalità. Va sottolineato che l’Italia, nel 2022, si è dotata di una nuova Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030, gestita dal Ministero della Transizione Ecologica con un sistema complesso di governance, composto da Comitato di gestione (Amministrazioni centrali e territoriali), Segreteria, Tavolo di Consultazione (dove siedono le organizzazioni e la società civile) e Supporto tecnico-scientifico. A dicembre 2024 (due anni dopo l’approvazione della Strategia!) si è insediato il Comitato e con il Tavolo ha iniziato a comporre il Programma di attuazione della Strategia. Come si vede la macchina della burocrazia statale va poco d’accordo con i tempi che sarebbero richiesti per l’urgenza delle sfide che abbiamo davanti. Inoltre, non possiamo dimenticare che dal 2022 la biodiversità, insieme all’ambiente e all’interesse delle generazioni future, è entrata nella Costituzione italiana all’interno dell’articolo 9, che già tutelava il paesaggio. È interessante sottolineare la genesi di questo articolo. I due principali relatori, il comunista Marchesi e il democristiano Moro, presero l’idea dell’articolo 9 studiando le Costituzioni della repubblica di Weimar del 1919 e della breve esperienza della repubblica spagnola del 1931. Come dire che, già allora, era chiaro ai padri costituenti l’orizzonte culturale europeo nel quale si muovevano e nel quale avrebbe dovuto nascere la giovane repubblica italiana. Ma chi indica l’art. 9 come soggetto che deve attuare la tutela? Non sono lo Stato o le Regioni, ma è la Repubblica, soggetto che include l’intera collettività in questa opera di tutela che deve essere intesa come attiva e non meramente passiva o vincolistica. Il 22 maggio, in occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità, ricordiamoci dell’articolo 9 della Costituzione e delle responsabilità che come cittadini ci dà, pensando che, come scrive il sociologo francese Bruno Latour, la Natura non è la vittima da proteggere, ma essa è ciò che ci possiede.
Quest’anno il Trattato internazionale compie 20 anni dalla sua entrata in vigore. Nel celebrarne il 20° anniversario, non si può non riflettere sul profondo impatto che questo trattato ha avuto sulla conservazione e l’uso delle risorse fitogenetiche, contribuendo alla sicurezza alimentare globale e alla conservazione della biodiversità agricola. L’enfasi posta dal Trattato sul giusto ed equo accesso al materiale vegetale e sulla condivisione dei benefici derivanti dall’uso delle risorse fitogenetiche, evidenzia il suo ruolo nel riconoscere gli agricoltori come custodi insostituibili della diversità agricola, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Il Trattato è entrato in vigore il 29 giugno 2004, solo tre anni dopo essere stato adottato dalla Conferenza della FAO nel 2001. Questa rapida ratifica era indicativa dell’urgentenecessità globale di affrontare le questioni relative alla conservazione e all’uso sostenibile delle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (PGRFA). Esigenze che rimangono attuali oggi quanto lo erano 20 anni fa, in un periodo storico particolarmente critico, caratterizzato da rapidi progressi tecnologici e da sfide globali come i cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e la crescente minaccia alla sicurezza alimentare per una popolazione in continua crescita. Il Trattato si conferma uno strumento indispensabile per affrontare le sfide attuali e future, come dimostra il riconoscimento da parte della comunità internazionale, del ruolo cruciale delle PGRFA per la sicurezza alimentare e della necessità di un impegno collettivo per la loro tutela e condivisione. Mentre si cercano modalità per rafforzare ulteriormente il Sistema Multilaterale, che rappresenta il più grande meccanismo di scambio globale del germoplasma delle piante, una missione centrale è quella di garantire che il nostro “paniere alimentare” globale possa continuare a fornire il cibo e la nutrizione necessari all’umanità. Riflettendo sul cammino percorso finora, sono stati compiuti, grazie ad un impegno collettivo, progressi significativi, nel migliorare la collaborazione internazionale e l’equa condivisione dei benefici. Questo ha aperto la strada a pratiche agricole innovative, rafforzando i mezzi di sussistenza degli agricoltori di tutto il mondo. Guardando al futuro, rinnoviamo il nostro impegno a sostenere i principi del Trattato, e ad affrontare le sfide e le opportunità emergenti con la stessa visione, cooperazione e determinazione che ci hanno guidato fin qui, per costruire un futuro sostenibile e giusto. Insieme, è necessario garantire che la ricca diversità delle nostre risorse vegetali continui a prosperare per le generazioni a venire e che il Trattato internazionale continui a essere una pietra miliare nella costruzione di un sistema alimentare globale equo e resiliente. Per tutto questo, la celebrazione del 20° anniversario del Trattato internazionale non è solo un traguardo, ma una riaffermazione della nostra responsabilità collettiva di “salvare, condividere e prenderci cura dei semi che nutrono il mondo”. Un ringraziamento dovrebbe andare a tutte le parti contraenti e ai soggetti interessati, per l’incrollabile impegno e contributo in tutti questi anni.
Tredicesimo incontro dell’Ad HocOpen-ended Working Group toEnhance the Functioning of theMultilateral System
23 – 26 giugno 2025 Roma Sesto incontro dell’Ad Hoc TechnicalExperts Group on Farmers’Rights (AHTEG-FR-6)
Settembre 2025 – Filippine Secondo Simposio Globale suiDiritti degli Agricoltori
24 – 29 novembre 2025 Lima (Perù) Undicesima sessione dell’Organo diGoverno del Trattato
Da leggere
Questa pubblicazione presenta le 32 opzioni per realizzare i diritti degli agricoltori, estratte dalle esperienze presenti nell’Inventario e organizzate in 11 categorie. Ogni categoria ha più di un’opzione, un elenco di esempi, una spiegazione dell’opzione, e quali tipi di misure possono essere prese.