Il processo di domesticazione è ancora in corso e dobbiamo mantenere l’evoluzione dei sistemi agrari
di Riccardo Bocci – Rete Semi Rurali
Se già la biodiversità delle specie agrarie non è sotto l’occhio dei riflettori e anzi sta scomparendo dalle nostre campagne e alle nostre tavole, situazione ancora più difficile la stanno vivendo i parentali o progenitori selvatici delle specie agrarie, definiti Crop Wild Relatives (CWRs) in inglese.
Ma cosa intendiamo con questo acronimo? In senso stretto il termine parentali selvatici include quelle piante a partire dalle quali l’uomo ha domesticato le colture. Ad esempio, nel caso del mais (Zea Mays) è facile individuare la pianta selvatica da cui è partito il processo di domesticazione, il teosinte, e anche l’areale geografico, il Centro America. Lo scienziato russo N.I. Vavilov (vedi il suo volume più famoso, L’origine delle piante coltivate, edito da Edizioni SemiRurali nel 2023) è stato il primo all’inizio del secolo scorso a identificare i Centri di Origine delle colture: quelle zone dove le piante hanno subito il processo di domesticazione e sono caratterizzate dalla presenza dei parentali selvatici in natura. Il teosinte, infatti, non si trova come pianta spontanea in Europa. Ovviamente, poi, le piante domesticate hanno viaggiato con l’uomo e in altri contesti ambientali e sociali si sono sviluppati quelli che chiamiamo Centri di Diversità delle colture, ovvero le aree dove è presente una ricchezza varietale della specie in esame ma non i suoi parentali selvatici. Tornando al mais, l’Italia è considerato un centro di diversità, vista la moltitudine di varietà locali sviluppate nelle varie zone della penisola. In casi diversi dal mais è più difficile ricostruire l’albero genealogico che va dalla pianta selvatica e arriva a quella coltivata, attraverso il processo di domesticazione, e allora si considerano come parentali quelle piante selvatiche che sono interfertili con quelle coltivate, cioè che possono dar luogo a incroci tra selvatico e coltivato, generando ibridi fertili. Sulla base di questo principio Harlan e Wet (1971) hanno creato il concetto di Pool Genetico, distinguendo tra: a. Pool genetico primario (GP-1): tra le forme presenti in questo pool genetico l’incrocio avviene facilmente, gli ibridi sono generalmente fertili e il trasferimento di geni è solitamente facile. b. Pool genetico secondario (GP-2): i membri di questo pool probabilmente vengono di norma classificati come specie diversa da quella della coltura in esame (il pool genetico primario). Tuttavia, queste specie sono strettamente correlate e possono produrre almeno alcuni ibridi fertili anche se ci sono alcune barriere riproduttive tra i membri del pool genico primario e quelli del secondario. c. Pool genetico terziario (GP-3): i membri di questo pool genetico sono imparentati più alla lontana con i membri del pool genetico primario. I pool genetici primario e terziario possono interagire, ma il trasferimento di geni tra loro è impossibile senza l’uso di “misure piuttosto estreme o radicali”. Inoltre ciascun pool genico viene ulteriormente suddiviso in: Sottospecie A: specie coltivate, e Sottospecie B: specie spontanee.
Nel passaggio dalle forme selvatiche a quelle coltiva te c’è stata una riduzione della diversità genetica, che ha ridotto le opzioni a disposizione delle colture.
Definire i pool genetici (cioè le relazioni di parentela tra le specie) per le varie piante coltivate è importante perché consente poi di andare a cercare quelle piante selvatiche che possono essere usate nei programmi di miglioramento genetico per inserire nella coltura caratteri che non sono presenti o che sono stati persi durante la domesticazione. A seconda della specie si può trattare di caratteri di resistenza a stress biotici o abiotici, di tolleranza alla siccità o anche nutrizionali (vedi articolo seguente). Non va dimenticato, infatti, che nel passaggio dalle for me selvatiche a quelle coltivate c’è stata una riduzione della diversità genetica, un vero e proprio collo di bottiglia, che ha ridotto le opzioni a disposizione del le colture.
In questo momento storico diventa essenziale raccogliere in situ quanto più materiale possibile per conservarlo ex situ prima che si estingua.
Per questo motivo l’importanza dei CWRs nel miglioramento genetico è sempre più riconosciuta per ampliare la base genetica delle piante coltivate, e, quindi, diventa essenziale attuare delle politiche di conservazione a livello nazionale, che vanno da quella ex situ, nelle banche del germoplasma, a quella in situ, negli habitat naturali in cui si trovano. La ricerca ha proposto, ormai una ventina di anni fa, di sviluppare delle politiche positive di protezione nelle aree dove si trovano parentali selvatici a rischio di estinzione creando il concetto di Riserva Genetica (vedi articolo p.12), dove preservare le popolazioni di piante e allo stesso tempo i processi evolutivi dell’ambiente in cui vivono. Purtroppo, però, questo approccio si è dimostrato poco realistico perché la politica europea non ha aggiunto le Riserve Genetiche alle aree già tutelate per fini ambientali. In un recente articolo Raggi et al. (2024), infatti, suggeriscono di immaginare la creazione di riserve genetiche all’interno di aree protette già esistenti, come quelle, ad esempio, della Rete Natura 2000.
Venendo all’Italia, il primo dato rilevante è che la nostra penisola è il paese più ricco d’Europa in termini di numero di specie endemiche, dopo la Spagna e le Isole Baleari, ospitando circa la metà delle specie europee. Tra le specie che hanno avuto proprio in Italia il passaggio dalla forma naturale a quella coltivata possiamo citare: papavero, cicerchia, sorbo, nocciolo, susi- no, cavolo, carciofo, cicoria, finocchio, cappero e pastinaca. Storicamente si possono individuare tre epoche in cui l’addomesticamento ha giocato un ruolo importante per l’entrata in coltivazione di nuove specie: la preistoria, l’epoca romana e il rinascimento. Non bisogna, però, fare l’errore di considerare la domesticazione come un fenomeno storicamente determinato. Infatti, ancora oggi avviene nelle nostre campagne, come scrive Manzi nel suo libro citando il caso di Salicornia perennans e Muscari comosum in Puglia o di Scolymus hyspanicus in Basilicata. Si scopre, così, che la relazione tra natura e agricoltura è più complessa di quello che immaginiamo e, soprattutto, è un processo in continua evoluzione plasmato dalla società umana e dalla sua interazione nell’ambiente in cui vive. Il problema è che oggi stiamo rompendo questo legame evolutivo perché come scrive la FAO “i paesaggi agricoli biodiversi, in cui i terreni coltivati sono intervallati da aree incolte come boschi, pascoli e zone umide, sono stati o vengono sostituiti da vaste aree di monocoltura, coltivate utilizzando grandi quantità di input esterni come pesticidi, fertilizzanti minerali e combustibili fossili”. In questo momento storico diventa essenziale raccogliere in situ quanto più materiale possibile per conservarlo ex situ prima che si estingua in seguito all’antropizzazione degli ambienti naturali, ma, allo stesso tempo, preservare le Riserve Genetiche a rischio con misure integrate con le aree protette già esistenti. Purtroppo in Italia ancora non esiste una strategia nazionale sui parentali selvatici delle specie agrarie. Sarebbe importante che la Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030 elaborata dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e il Piano Nazionale sulla Biodiversità di Interesse Agrario in corso di aggiornamento da parte del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste avessero dei capitoli dedicati alla conservazione dei parentali selvatici con l’obiettivo di creare una rete nazionale di Riserve Genetiche.
Il 3 agosto 2024 ci ha lasciati Giovanna Ricoveri, figura importante dell’ambientalismo italiano. Di seguito il ricordo di un caro amico di Giovanna e di RSR
Conobbi Giovanna Ricoveri (1932-2024) poco dopo l’uscita della rivista Capitalismo Natura Socialismo – CNS, a inizio anni ‘90. Studente ai primi anni di economia, da sempre interessato ai temi ambientali e sensibile alle critiche allo sviluppo, mi abbonai a CNS appena ne appresi l’esistenza dalle pagine de Il Manifesto. Fu l’occasione per ritrovare Giorgio Nebbia, ascoltato anni prima, ancora adolescente, in alcune conferenze baresi sul nucleare, grazie a mio padre Pietro. L’abbonamento a CNS (in un periodo in cui le comunicazioni scritte viaggiavano per posta cartacea, con associati tempi e dubbi sull’effettivo recapito) fu anche l’occasione di un primo contatto
telefonico Forse incuriosita dall’interesse di un giovane studente di economia a Trieste, impaziente di leggere la rivista, Giovanna mi invitò a passarla a trovare a Roma, occasione in cui mi avrebbe regalato i primi 2 numeri di CNS, già usciti quando avevo sottoscritto l’abbonamento. Dall’incontro nacque un’amicizia per il resto della vita, segnata da un dialogo intellettuale intenso, negli anni in cui nasceva la Società Europea di Economia Ecologica, e che proprio in tale occasione fece da ponte a un’altra durevole amicizia con un agronomo toscano (Riccardo Bocci). Fu in quel periodo che, sulla scorta dei corsi che seguivo all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, iniziammo a discorrere di benicomuni e dei lavori pionieristici di Elinor Ostrom (Governing the Commons), prima donna insignita del premio Nobel di economia nel 2009. Qualche anno dopo, il suo viaggio al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre fu l’occasione di venirmi a trovare a Boa Vista, Roraima, nell’estremo nord dell’Amazzonia brasiliana, dove mi ero trasferito nel 1999. Furono due indimenticabili settimane alla scoperta di foreste e savane amazzoniche, a contatto col Consiglio Indigeno del Roraima, pezzo di rilievo del vigoroso movimento indigeno brasiliano in lotta per diritti territoriali collettivi e socioambientali. Nell’ambito di un dialogo intellettuale e affettivo mai interrotto, ebbi il grande piacere di curare l’edizione brasiliana del libro di Giovanna Beni Comuni versus Merci, pubblicato da Jaca Book nel 2010. Degno di nota ricordare che l’opera è stata tradotta anche in inglese con il titolo Nature for sale: commons versus commodities (Pluto Press, 2013), con la prefazione di Vandana Shiva. Bens Comuns versus Mercadorias (2012, Multifoco) è ancora utilizzato in diversi corsi post-laurea in Brasile, come testimonia il fatto che poco più di due anni fa il Nucleo Interdisciplinare per lo Sviluppo Sociale dell’Università Federale di Rio de Janeiro (UFRJ) mi invitò per dibattere dell’opera di Giovanna (è disponibile su YouTube il video integrale di questa occasione). Essendo l’edizione cartacea brasiliana dell’opera esaurita, con due amici brasiliani di Giovanna, Pino La Barbera e Sidney Lianza, ne ho ordinato una ristampa, presentandola in omaggio alla sua memoria e distribuendola agli interessati in occasione del VII Colloquio di Popoli e Comunità Tradizionali del Brasile (Montes Claros, Minas Gerais, 9-13/09/2024), gruppi socioculturali che rivendicano diritti territoriali collettivi per difendersi dall’assedio del mercato ai beni comuni su cui fondano sopravvivenza, identità e stili di vita sostenibili, in armonia con la natura e la madre terra. Un piccolo seme, apprezzato dai partecipanti al colloquio, che mi auguro sia segnale di speranza e fiducia che il contributo di Giovanna continui a vivere, germinare e dare buoni frutti. Viva Giovanna Ricoveri! Giovanna vive!
Il pianeta Terra si trova ad affrontare una profonda crisi della biodiversità. Attualmente, infatti, perdiamo biodiversità a un ritmo senza precedenti, e questo anche a causa dell’agricoltura, un’attività al servizio della nostra società che si concentra principalmente su alcune specie vegetali, come grano, mais, riso, canna da zucchero o cotone. Le attività agricole intensive occupano sempre più terreno e vanno a prendere il posto di ecosistemi altrimenti più diver- sificati, contribuendo così alla perdita di biodiversità a livello globale perché soppiantano i diversi ecosistemi naturali con monocolture e si affidano a un insieme ristretto di specie e genotipi. I nostri sistemi agricoli uniformi, monocolturali e basati su poche colture contribuiscono alla nostra incapacità di ridurre la crescente perdita di biodiversità. La società umana è generalmente inconsapevole del valore della biodiversità e quindi non è incentivata a conservarla: è improbabile che cambiamo le nostre abitudini, solo perché questo può salvare una specifica pianta o una sua proprietà per la quale, ancora, non vediamo alcun uso. Tuttavia, molte piante selvatiche, siano esse arbustive, erbacee, o alberi, sono imparentate con le nostre colture, tanto che possono dirsi “cugine” di quelle specie che la società umana coltiva e che vorremmo conservare. E molti di questi parentali selvatici delle colture (definiti in inglese Crop Wild Relatives – CWR) hanno proprietà che vorremmo trovare nelle nostre piante coltivate, proprietà che ci interessa mantenere e utilizzare. Pertanto, se riusciamo a di mostrare il valore che i parentali selvatici delle colture hanno per noi, abbiamo uno strumento prezioso per sensibilizzare l’opinione pubblica sul valore della biodiversità nella nostra società.
Il progetto COUSIN, finanziato nell’ambito del programma quadro della Commissione Europea Horizon Europe, studia e usa le CWR per sviluppare nuove colture e cultivar con proprietà migliorate e pone all’attenzione della nostra società la proposta di valorizzare la diversità delle piante selvatiche sia in un’ottica di conservazione e sia per ribadire l’importanza di questa diversità per produrre nuove varietà per un’agricoltura sostenibile e un miglioramento della salute umana. Il progetto prevede attività di identificazione e mappatura dei parentali selvatici delle colture in Europa, la loro caratterizzazione per alcune proprietà rilevanti – come la tolleranza agli stress abiotici e biotici e quelle nutrizionali o salutari – la loro conservazione in situ ed ex situ, rispettiva mente nei loro habitat naturali e nelle banche genetiche, e il loro utilizzo nella riproduzione di nuove colture e cultivar con proprietà migliorate. COUSIN lavorerà su cinque colture: frumento, orzo, piselli, lattuga e brassicacee (includendo cavoli, broccoli, cavolfiori e colza), attraverso l’introgressione di proprietà presenti nei parentali selvatici nelle moderne cultivar, la domesticazione de-novo di nuove colture dai loro antenati selvatici o l’uso dei parentali selvatici delle colture in sé.
Uno degli impatti più importanti previsti da questo progetto, tuttavia, è quello di sensibilizzare la società sul legame diretto tra la conservazione dell’ampia diversità genetica delle piante selvatiche e la salute e il benessere dell’uomo, per garantire una produzione sostenibile di cibo ora e in futuro.
Paolo Balsamo venne alla luce a Termini Imerese il 4 marzo 1764, da una famiglia di giardinieri (jardinara) che godeva di una certa agiatezza economica. Egli mostrò fin da fanciullo una notevole intelligenza e una spiccata propensione per gli studi. Fu avviato dai genitori, su sollecitazione di Vincenzo Palmeri baroni della Gasèna, alla vita ecclesiastica. Presso l’Accademia degli studi di Palermo frequentò con profitto le lezioni di calcolo sublime del teatino Giuseppe Piazzi, astronomo della Valtellina.
Essendo state istituite, nell’ottobre 1785, nella medesima Accademia, diverse cattedre, tra le quali anche quella di agricoltura, egli concorse per essa risultando vincitore. Poco dopo, la Deputazione degli Studi gli offerì un viaggio di istruzione all’estero, sia per poter apprendere i più progrediti metodi agrari, onde farne oggetto d’insegnamento presso l’Accademia di Palermo, sia per applicarli al peculiare contesto siciliano. Partito nel 1787, visitò dapprima la Toscana, dove aveva sede la prestigiosa Accademia dei Georgofili specializzata in scienze agrarie, della quale divenne ben presto socio. In Toscana rimase sino all’ottobre dell’anno seguente, prendendo contatto con i georgofili fiorentini e svolgendo anche osservazioni pratiche sul campo. Il giorno 11 giugno 1788, presso i georgofili fiorentini lesse la sua approfondita memoria intorno alle “cagioni fisiche e morali” della diminuita produzione granaria in Sicilia rispetto all’antichità, e ai mezzi per accrescerla, che ebbe notevoli apprezzamenti dall’ambiente culturale toscano. Lasciate le campagne della Toscana partì alla volta dell’Inghilterra, dopo una breve tappa parigina durante la quale conobbe il georgofilo Pierre Marie Auguste Broussonet (Montpellier, 1761 – ivi, 1807), che gli illustrò le condizioni agrarie della Francia. In Inghilterra, il Balsamo rimase due anni. Legatosi subito di fraterna amicizia con il celebre agronomo Arthur Young (Londra 1741 – ivi 1820), ne assimilò gli insegnamenti cercando di adattarli al contesto siciliano. Egli si convinse che erano proprio i vincoli feudali, con il loro peso opprimente di angherie varie, a non permettere il decollo dell’economia agraria siciliana. Il Balsamo studiò e acquistò poi, alcune macchine agricole di nuova invenzione allo scopo di portarle nella nostra Isola. Scoppiata la rivoluzione francese decise di tornare in Sicilia, ma ebbe il tempo di sostare alcuni mesi in Olanda e i risultati delle sue osservazioni furono pubblicati negli Annali di Agricoltura con il titolo Notizie sull’agricoltura di Fiandra. Tornato in Sicilia, nel 1791 iniziò ufficialmente le sue lezioni di agraria nell’Accademia di Palermo e dopo la morte del prof. Sergio, tenne ad interim anche l’insegnamento di economia e commercio che poi fu unificato nel 1804 con quello di agricoltura e denominato “economia rustica ed agricoltura”. Dal 1792, egli prese l’abitudine di leggere, nel periodo invernale, dalla sua cattedra, una memoria “sopra li più importanti punti dell’Economia rurale siciliana”, nella quale sviscerava approfonditamente le tecniche agrarie utili per il progresso dell’economia isolana, auspicando la nascita di una classe di proprietari terrieri attivi. Nel 1808 ebbe l’incarico, con Giuseppe Piazzi e Domenico Marabitti, di preparare un progetto per l’unificazione del sistema di pesi e misure nel Regno di Sicilia. Nel 1812 ebbe affidato l’incarico di redigere un progetto di costituzione siciliana, che facesse da ponte tra le tradizionali legislazioni isolane e la legislazione di stampo inglese. Dopo la restaurazione e lo scioglimento del parlamento, il Balsamo si ritirò dalla vita politica e narrò le lunghe e farraginose vicende che avevano portato all’abolizione della costituzione del 1812 nella sua opera Sulla istoria moderna del regno di Sicilia, memorie segrete. Delle pingui rendite dell’abbazia di S. Maria dell’Arco poté godere per poco tempo, perché morì il 4 novembre del 1816. Molte sue opere furono pubblicate postume da amici ed estimatori.
Le popolazioni evolutive nei vari ambienti climatici siciliani, i risultati del progetto Mixwheat
di Prof. Salvatore Cosentino – Università di Catania
Il progetto MIXWHEAT ha l’obiettivo di adattare e diffondere la popolazione evolutiva di grano tenero denominata “Furat Li Rosi” in diversi ambienti pedoclimatici siciliani.
La popolazione “Furat Li Rosi” co- stituisce il nucleo dell’innovazione da collaudare, tramite la valutazione del suo adattamento nei campi spe- rimentali localizzati delle 5 aziende agricole partner del progetto (Li Rosi, Cavalli, Green Bio Terre di S. Agata, Dara Guccione Biofarm e Antichi Granai) situate in 4 differenti macro-aree climatiche (pianura, collina, mon- tagna e costa) e a differenti latitudini. I differenti areali sono stati identificati e mappati grazie alla metodologia dei
“Climate Analogues”. La superficie dedicata alle attività del progetto, nelle tre annate di coltivazione (2020-2021, 2021-2022 e 2022-2023) è stata di circa 5 ettari per ognuna delle aziende partner.
Il periodo di semina della popolazione Furat è ricaduto nell’intervallo di tempo compreso tra i mesi di dicembre e gennaio, in relazione alla geolocalizzazione delle aziende e all’andamento climatico della zona di riferimento, mentre il periodo di raccolta è risultato generalmente più precoce nelle aziende situate nelle zone meridionali e più tardivo in quelle settentrionali, ma sempre in un intervallo compreso tra i mesi di giugno e luglio.
I rilievi in campo nelle aziende interessate alla sperimentazione, sono stati effettuati alla raccolta, su tre aree di saggio di circa 2 metri quadrati, rappresentative delle diverse condizioni colturali dei campi sperimentali. Per ognuna di queste aree, su 100 piante, sono state rilevate il numero di spighe, il numero di spighe con o senza reste e l’altezza totale delle piante. Il nume- ro maggiore di spighe a metro quadro è stato registrato nell’annata agraria 2020-2021 presso l’azienda Li Rosi, mentre il più basso nell’azienda Cavalli nel corso della stessa annata agraria.
Le piante con statura maggiore e prov- viste di spighe sono state rilevate nel corso dell’annata agraria 2021 nell’azienda Green Bio mentre quelle senza reste nell’azienda Dara Guccione Biofarm (Fig. 4).
In laboratorio è stato rilevato il peso di mille semi che è risultato più elevato presso l’azienda Green Bio nell’annata agraria 2021, mentre il valore minore è stato rilevato nell’azienda Antichi Granai (Fig. 5).
Il livello massimo di resa è stato registrato nell’annata 2021 presso l’azienda Dara Guccione Biofarm (3 t/ha). Il valore minimo della resa (0.9 t/ha) è stato rilevato nell’azienda Antichi Granai nel corso dell’annata agraria 2023.
Le rese sono state condizionate da diversi fattori. L’intensità e la distribuzione delle precipitazioni hanno condizionato i livelli produttivi facendo registrare, nella media e in termini assoluti, le rese più elevate nelle due aziende (Dara Guccione Biofarm e Green Bio) localizzate nella parte settentrionale dell’Isola, in zone alto collinari e montane, dove le piogge sono state più consistenti e meglio distribuite.
I valori mediamente più bassi delle rese rilevati nell’annata 2023 sono parzial- mente da imputare alla insolita distribuzione delle precipitazioni, che han- no registrato un picco tra fine aprile e inizio maggio quando le piante erano in fase di maturazione cerosa, con fenomeni di allettamento.
Le rese sono state condizionate dalle diverse processioni colturali
Nei terreni dove la popolazione è stata preceduta dalla sulla (Hedysarum coro- narium L.) si sono ottenute le rese più alte (Dara Guccione Biofarm, annata 2021 e annata 2022).
Un altro fattore che ha influenzato le rese è la diversa tipologia di terreno, in terreni sabbiosi e con scheletro pre- valente (Az. Cavalli e Antichi Granai) sono state più basse.
Dopo le operazioni di trebbiatura, la granella raccolta è stata inviata al Mulino Quaglia per la molitura e le analisi qualitative e reologiche.
Per il raccolto 2021 è stato scelto di ottenere come prodotto finale una farina di “Tipo 0” e utilizzare la macinazione a cilindri di ghisa con diagramma lungo che permette di rispettare le naturali caratteristiche dei frumenti teneri biologici e di ottenere un prodotto da cui si ricavano impasti dalla semplice lavorabilità, pur mantenendo elevati quantitativi di fibra nel prodotto.
Per il raccolto 2022 sono state utilizzate sia la macinazione a cilindri di ghisa con diagramma lungo che la macinazione a pietra ottenendo farina “Tipo 0” nel primo caso e di “Tipo 2” nel secondo caso.
Il progetto Mixwheat – Miscuglio evolutivo di frumento per l’adattamento ai cambiamenti climatici, inserito nella sottomisura 16.1 del PSR Sicilia 2014-2020, è nato per offrire una soluzione alla fragilità dei sistemi agricoli siciliani, tipicamente a clima semiarido e interessati da una progressiva riduzione delle precipitazioni e contemporaneo aumento delle temperature.
L’adattamento locale delle specie agrarie è considerato un fattore chiave per modulare la gravità degli impatti futuri dei cambiamenti climatici sulla produzione agroalimentare, dal momento che gli attuali sistemi agricoli monocolturali mal si prestano a fronteggiarli.
Tutte queste premesse, sommate alla vocazione cerealicola della Sicilia, all’esigenza di incrementare l’agrobiodiversità e alla necessità di dare vita a filiere complete, hanno indotto a sperimentare la popolazione evolutiva di grano tenero denominata “Furat tenero Li Rosi”, introdotta in Italia dal prof. Salvatore Ceccarelli, coltivata continuativamente in Sicilia dal 2010 e disponibile come semente certificata dal CREA-DC dal 2018.
Le popolazioni evolutive sono il risultato del miglioramento genetico evolutivo, una metodologia che ricolloca la ricerca dalle stazioni sperimentali alle aziende agricole, mantenendo lo stesso rigore scientifico, con lo scopo di adattare le piante all’ambiente senza che questo debba essere modificato. La popolazione Furat in origine contava su circa 2000 incroci.
Il progetto Mixwheat, della durata di tre anni, ha visto protagoniste l’Università di Catania (Di3A) e Rete Semi Rurali per gli aspetti scientifici. Per la parte agricola sono state coinvolte 5 aziende agricole siciliane, tutte operanti in regime di agricoltura biologica certificata, situate in differenti areali pedoclimatici. Ciascuna di esse, a partire dal secondo anno di progetto, è stata affiancata da aziende “satelliti” situate nello stesso territorio, per collaudare più compiutamente la popolazione. Al termine del progetto, l’innovazione di processo verrà gestita direttamente dagli agricoltori e diffusa con una licenza open source per garantirne il più ampio accesso.
La scelta di aziende certificate biologiche nasce dalla necessità di raggiungere uno degli obiettivi del progetto: incrementare la fertilità del suoloattraverso pratiche colturali ecosostenibili e a bassi input tali da permettere agli agricoltori di conseguire anche la riduzione dei costi di produzione ed il conseguente incremento del reddito aziendale.
La popolazione Furat, per le sue caratteristiche peculiari, necessita della creazione e dello sviluppo di filiere proprie, capaci di intercettare un pubblico attento alla sostenibilità e alla salubrità degli alimenti. La costruzione di specifiche filiere è una precondizione per l’introduzione e la coltivazione di questa tipologia di frumento.
Le aziende agricole coinvolte nel progetto hanno conferito la granella ottenuta al Molino Quaglia, anch’esso partner del progetto, in possesso di una metodologia di molitura innovativa che consente di ottenere un prodotto apprezzato da una vasta platea di valorizzatori di elevato standard.
Mixwheat è stato di ispirazione a due aziende agricole partner del progetto, provviste di un mulino a pietra di proprietà, per commercializzare le farine ottenute dalla popolazione, chiudendo in questo modo piccole filiere locali. Ci sembra quest’ultima notizia, un ottimo viatico per la diffusione ulteriore delle popolazioni evolutive.