Condividiamo una sola salute

Condividiamo una sola salute

Cibo, ecosistemi e salute globale nella visione One Health

di Giuseppe De Santis – Rete Semi Rurali

Il concetto One Health è un modello di conoscenza che riconosce come la salute umana, quella animale e la salubrità degli ecosistemi siano un unico sistema indivisibile, e si rivela uno strumento essenziale per decifrare e prevenire le crisi globali.

Il divulgatore e ricercatore David Quammen nel suo libro Spillover. L’evoluzione delle pandemie (Adelphi, 2017) ha, tra altri, descritto come il salto di specie dei patogeni non sia un evento casuale, ma la conseguenza prevedibile dell’invasione della specie umana negli ecosistemi naturali. La pandemia del COVID-19 ha reso tangibile questa interconnessione sostanziando come l’agricoltura industriale moderna rappresenta uno dei principali motori di questa dinamica tossica. I grandi allevamenti intensivi, caratterizzati dall’enorme concentrazione di animali geneticamente uniformi tenuti in condizioni di stress e prossimità, costituiscono nicchie privilegiate per l’evoluzione e la diffusione di patogeni. In questi ambienti confinati, virus di specie selvatiche, come quelli dell’influenza aviaria, possono superare le barriere fisiche, circolare, combinarsi con altri genomi e trasformarsi, aumentando il rischio di trasmissione ad altre specie prossime, compreso l’uomo. Parallelamente, la trasformazione degli ecosistemi per far spazio a monocolture e pascoli su vasta scala distrugge gli habitat naturali, eliminando barriere ecologiche e costringendo specie selvatiche, serbatoio di innumerevoli virus sconosciuti, a un contatto forzato e ripetuto con gli animali domestici e le comunità umane, creando ponti perfetti per il salto di specie.

L’uso sistematico di antibiotici, necessario per contenere le infezioni in condizioni di allevamento intensivo, alimenta poi l’altra enorme crisi sanitaria silente: l’antibiotico resistenza, che incide subdolamente sulla salute del bioma che ci abita e che sta rendendo inefficaci farmaci salvavita. Applicare il paradigma One Health all’agricoltura è una necessità strategica per la sostenibilità dei nostri sistemi agroalimentari mondiali. Significa superare definitivamente il modello industriale e lineare, che consuma risorse e genera rischi sistemici, per raggiungere un modello circolare basato sulla prevenzione e rigenerazione degli ecosistemi. L’innovazione in agricoltura cambia scopo, non è più solo finalizzata all’aumento della produttività a breve termine, ma diventa lo strumento per costruire salute a tutti i livelli del sistema. La frontiera più promettente è l’agroecologia, che va ben oltre la semplice agricoltura biologica. Si tratta di progettare il sistema primario attraverso un sistema agricolo che mimi le funzioni degli ecosistemi naturali attraverso la diversificazione delle colture, le rotazioni complesse, l’integrazione tra allevamento e agricoltura (come i sistemi silvo-pastorali) e il ripristino degli elementi funzionali del paesaggio. Un sistema di produzione basato sulla diversità crea un effetto “diluizione” dei patogeni, ostacolando la loro diffusione massiva; un suolo ricco di vita e materia organica costituisce la base per piante più sane e quindi per cibi nutrienti. Sul fronte dell’allevamento, l’innovazione One Health coincide con una rivoluzione basata sul benessere animale: allevamenti estensivi, all’aperto, con densità ridotte e diete appropriate sono un importante strumento di prevenzione e profilassi. Animali meno stressati, in grado di esprimere il loro comportamento naturale, sviluppano sistemi immunitari più efficaci, riducendo drasticamente la necessità di interventi farmacologici e il rischio di focolai. La gestione del territorio che ne consegue, con pascoli razionali e integrati, contribuisce a rigenerare i suoli e a sequestrare carbonio, disegnare un ciclo di salute universale che si prenda cura dell’olobionte in cui siamo immersi. La visione One Health richiede di ripensare l’intera catena alimentare, favorendo diete più equilibrate che sostengono la transizione verso fonti proteiche alternative a basso impatto, come le leguminose. Questa strategia riduce alla fonte la pressione sugli ecosistemi e sul sistema degli allevamenti intensivi. Investire in un’agricoltura One Health è quindi un investimento in sicurezza sanitaria globale. La sfida è epocale ed è necessaria a proteggere la nostra stessa salute, in un’unica prospettiva di benessere condiviso. In estrema sintesi: integrare invece di separare, rigenerare invece di estrarre, prevenire invece di curare.

L’uomo simbionte

L’uomo simbionte

Noi e i nostri arcipelaghi invisibili

di Giuseppe De Santis – Rete Semi Rurali

L’affascinante esercizio di comprimere l’intera storia della Terra in un singolo anno solare, con l’uomo apparso negli ultimi istanti del 31 dicembre e i batteri attorno a marzo, costituisce più di una semplice metafora.

In questa scala, il dominio dei microbi è schiacciante e ininterrotto, sancendo l’interdipendenza inscindibile tra l’ecologia della vita umana, animale e delle piante in un ecosistema la cui architettura e regolazione sono profondamente modellate dall’ecologia microbica. Con questa premessa il sopravvalutato Antropocene (la specie umana al centro del sistema terra) rappresenta una brevissima fase di perturbazione di una più grande fase temporale ininterrotta detta Microbiocene, durata oltre tre miliardi di anni, dove il vero protagonista della storia biologica è il mondo invisibile. È in questo quadro che la nostra relazione con i microbi si rivela un paradosso simbiotico profondo, che sfida la narrazione semplicistica di ospiti e inquilini. Dal punto di vista evolutivo, l’essere umano del periodo moderno ha coltivato l’illusione di potersi liberare dal microbico, di sterilizzare il proprio ambiente. Questa prospettiva è un nonsenso biologico. Una stima eloquente suggerisce che il numero di batteri associati a un solo corpo umano superi il numero di stelle visibili nell’universo osservabile. Siamo in ogni istante un mondo di biodiversità microscopica. Per convesso troviamo inaccettabile la verità per cui, di queste decine di migliaia di specie microbiche che ci costituiscono, solo una minuscola frazione, appena un centinaio, e spesso solo in condizioni particolari, ha un potenziale patogeno per la vita dell’uomo e degli animali. La stragrande maggioranza è neutrale o essenzialmente benefica, impegnata in una negoziazione simbiotica millenaria nella relazione tra l’uomo, i nutrimenti, l’acqua e l’aria. La “lotta” contro i microbi è quindi fondamentalmente mal posta: è un tentativo di dichiarare guerra a una parte costitutiva di noi stessi. In questo contesto, appare evidente come il modello epistemologico dominante in ampi settori della ricerca, in particolare quella agricola e industriale, basato su determinismo, universalismo e riduzionismo, sia strutturalmente inadeguato a comprendere una realtà così intrinsecamente relazionale, complessa e contestuale. Questo modello, che isola variabili singole in cerca di risposte universali e lineari, fallisce nel cogliere la logica di rete e la negoziazione dinamica che regolano tanto gli ecosistemi del suolo e delle acque, quanto il nostro microbioma intestinale. Alla luce di questa abbondanza, l’affermazione “noi ospitiamo un microbioma” appare capovolta. L’uomo possiede infatti una combinazione unica di attributi che lo rendono il vettore e l’habitat ideale dal punto di vista microbico: una mobilità globale senza confini, che trasforma ogni viaggio in una migrazione di interi ecosistemi; un corpo che funziona da incubatore termostatico stabile a 36°C, un’oasi metabolica in un pianeta variabile; e una straordinaria diversità di ambienti interni, un vero e proprio arcipelago biologico. Questo arcipelago offre nicchie ecologiche altamente specializzate: la pelle secca del palmo è un deserto, l’ascella umida una foresta tropicale, e l’intestino un mondo anaerobico complesso. Persino in questo microcosmo regna la varietà: le popolazioni microbiche di una singola ascella possono variare sensibilmente nella loro composizione nel tempo e, significativamente, la comunità batterica della mano sinistra differisce da quella della mano destra nello stesso individuo, modellata da differenti interazioni con l’ambiente. La realtà quantitativa di questa simbiosi è tangibile. Il bioma intestinale, da solo, può pesare tra 1 e 2 chilogrammi, peso equivalente a quello del cervello, e si stima che fino al 50% della massa solida delle feci di un individuo sano sia composta da batteri, da cellule morte e dai loro sottoprodotti. Siamo, numericamente, un insieme di cellule microbiche e umane in proporzioni comparabili, ma geneticamente siamo dominati dal microbioma, che contribuisce con un patrimonio genetico milioni di volte più vasto del nostro genoma nucleare. Questo “secondo genoma” non è un passeggero, ma un sistema fisiologico diffuso: un apparato metabolico che estrae energia e sintetizza vitamine; un maestro che allena e modula il sistema immunitario sin dalla nascita; un interlocutore che dialoga con il sistema nervoso attraverso l’asse intestino-cervello. La salute di questo organo esteso non è un fatto privato. Essa è plasmata dalle continue interazioni con l’ambiente esterno: dalla qualità microbiologica del cibo e dell’acqua, dal contatto con gli animali e i loro microbiomi, dalla diversità del suolo e delle piante e dei miceti con cui interagiamo. L’uso massiccio di antibiotici, le diete povere di fibre, l’inquinamento da microplastiche e metalli pesanti non danneggiano solo “noi” in senso astratto, ma destabilizzano questi ecosistemi interiori. L’aumento epidemico di patologie come l’obesità, le allergie, le malattie infiammatorie croniche intestinali e alcune condizioni autoimmuni può essere letto come il sintomo di una rottura di questo antico equilibrio, di una perdita di biodiversità nel nostro microcosmo interno.

Il paradosso iniziale “chi ha scelto chi” si risolve quindi nel riconoscimento di una co-evoluzione senza un autore unico. È un processo di negoziazione reciproca, iniziato nell’avvento della vita sulla terra con la simbiosi primordiale che portò alla cellula eucariota e diversificato poi in milioni di anni di convivenza tra mammiferi e microbi. La linea tra sé biologico e non-sé è porosa e funzionalmente connessa. Siamo olobionti: holos (ὅλος, “intero”, “tutto”) e bios (βίος, “vita”); siamo unità biologiche integrate definite dalla somma del nostro genoma e di quelli dei nostri simbionti. Prendersi cura della biodiversità del pianeta, promuovere un’agricoltura che nutra il suolo e i suoi microbi, usare gli agenti antimicrobici con estrema parsimonia, favorire diete che sostengano la diversità del microbiota intestinale, dei polmoni, della pelle: queste non sono azioni separate. Aprendo il nostro sguardo come il nostro intestino, anche il suolo è un ecosistema fervido di interazioni microbiche. Nutrire la sua biodiversità, ridurre pesticidi e sostenere pratiche rigenerative non è solo agricoltura: è curare il nostro “secondo intestino” che ci lega alla terra. Un suolo sano nutre piante sane, che a loro volta nutrono il nostro microbioma (vedi articolo su One Health in questo numero). Prenderci cura della terra significa prenderci cura di noi stessi, perché siamo nodi indivisibili della stessa rete della vita. Sono tutte manifestazioni di una stessa cura per il sistema interconnesso di cui siamo nodo indivisibile. Proteggere gli ecosistemi macroscopici è, in ultima analisi, un atto di conservazione del nostro stesso ambiente interno. Siamo la prova vivente che la vita non ha trionfato attraverso la sola competizione, ma attraverso l’alleanza e una simbiosi così profonda da definire l’essenza stessa di ciò che significa essere un organismo.

“Dalla pianta alla salute: nuove frontiere della nutrizione sostenibile”

“Dalla pianta alla salute: nuove frontiere della nutrizione sostenibile”

Lo scorso 3 febbraio presso l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi (DBIOS) Rete Semi Rurali (RSR) ha partecipato in collaborazione con lo stesso DBIOS alla prima conferenza della serie del Piano Lauree Scientifiche (PLS). L’evento intitolato “


Dalla pianta alla salute: nuove frontiere della nutrizione sostenibile” ha incluso 3 brevi interventi dedicati ai temi della ricerca genetica partecipativa e climaticamente resiliente, dei biostimolanti per le piante e della nutraceutica per la salute umana. RSR ha partecipato presentando le sue esperienze di selezione genetica partecipativa e valutazione, anche tramite panel test e strumenti digitali, dei Miscugli Eterogenei Biologici selezionate nell’ambito del progetto Riso Resiliente, la cui coltivazione prosegue ed è in espansione. Metodologie partecipative e di attivazione con gli studenti hanno animato gli interventi, permettendo una maggior interazione durante la conferenza, nonché un’immediata valutazione degli impatti dell’attività divulgativa. 

Rete Semi Rurali conferma la sua stretta collaborazione con il mondo accademico e con il DBIOS come partner di rilievo, sia nelle attività di ricerca, sia in quelle di disseminazione, attraverso l’utilizzo di metodologie partecipative e processi di sviluppo locale improntati da un approccio orizzontale.

Contro l’oleografia del cibo

Contro l’oleografia del cibo

Abitare la complessità

Alex Giordano – Università Federico II di Napoli, Università Giustino Fortunato

Il recente riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità offre un’occasione preziosa, ma anche ambigua


Può essere letto come un atto di responsabilità culturale oppure come l’ennesima operazione di rassicurazione identitaria, che congela il cibo in un’immagine oleografica e profondamente depoliticizzata. È un rischio che conosciamo bene: trasformare processi vivi in icone immobili, separando il cibo dai territori, dai suoli, dai semi e dalle relazioni che lo
rendono possibile.
Se prendiamo sul serio la parola patrimonio, dobbiamo però sottrarla alla logica del museo. La cucina italiana non è autentica perché pura, antica o immutabile. È autentica perché è stata, ed è ancora, un processo meticcio, innovazione permanente, dispositivo di continua ibridazione tra culture, climi, specie, tecniche e saperi. Pomodori, mais, patate, varietà agricole, fermentazioni e pratiche alimentari raccontano una storia fatta di migrazioni, adattamenti e negoziazioni, non di confini chiusi. Il gastronazionalismo banale tradisce proprio questa storia.
Viviamo in un tempo in cui il futuro viene immaginato quasi esclusivamente come un problema tecnologico: più dati, più controllo, più automazione. Anche l’agricoltura rischia di essere risucchiata in questa narrazione, trasformata in un settore da ottimizzare attraverso soluzioni estrattive, spesso disancorate dai contesti ecologici e sociali. In questo scenario, la domanda sbagliata è: quanto le tecnologie possono dare all’agricoltura?
La domanda giusta, forse, è un’altra: quanto l’agricoltura può insegnarci a ripensare l’idea stessa di f uturo?
Un’agricoltura evolutiva, partecipativa, radicata nei territori e aperta alla sperimentazione collettiva, non è un residuo del passato. È un laboratorio avanzato di pensiero sistemico. È uno spazio in cui la complessità non viene ridotta, ma abitata; in cui la conoscenza non è separata dall’esperienza; in cui il sapere nasce dall’interazione tra mente, mani e corpo, tra esseri umani e non-umani.
In questa prospettiva, anche le tecnologie possono trovare un posto, ma solo a una condizione: che vengano addomesticate dentro una nuova cosmologia. Non più tecnologie del dominio, della previsione totale, dell’estrazione di valore, ma strumenti capaci di ascoltare, di adattarsi, di accompagnare processi viventi. Tecnologie che non pretendano di sostituire le relazioni, ma che le rendano più intelligibili; che non cancellino la diversità, ma la rendano praticabile. Tecnologie che sanno ascoltare, più che imporre.
Un’agricoltura di questo tipo, capace di tenere insieme conoscenza scientifica e saperi situati, mostra che la complessità non va semplificata, ma abitata. Che la salute non è una variabile isolata, ma una relazione, come ci ricorda chiaramente l’approccio One Health richiamato in questo numero del Notiziario. La salute del suolo, delle piante, degli animali e delle persone non è separabile senza produrre nuove fragilità.
Allo stesso modo, la riflessione sul microbioma e sull’olobionte ci costringe a ridimensionare l’illusione di autonomia dell’essere umano e dei suoi sistemi produttivi. Siamo sistemi viventi dentro altri sistemi viventi. L’agricoltura lo sa da sempre, quando non viene forzata dentro modelli riduzionisti ed estrattivi.
Separare l’agricoltura del futuro dalla terra e dai territori sarebbe un errore profondo, così come separare il cibo dai corpi e dai saperi che lo producono. In un Paese ecologicamente e culturalmente variegato come l’Italia, il futuro non può essere pensato in termini di standardizzazione, ma di simpatia: sentire-con, vivere-con, trasformarsi-con.
Se il riconoscimento UNESCO saprà aprire questo spazio di riflessione — e non chiuderlo in una retorica identitaria— allora potrà diventare qualcosa di più di un titolo onorifico. Potrà aiutarci a comprendere che il f uturo non è un orizzonte da conquistare, ma un equilibrio da negoziare continuamente. E che l’agricoltura, quando resta viva e condivisa, non è il problema da modernizzare, ma una delle chiavi più fertili per dirottare di senso l’idea di futuro che abbiamo davanti. E, per come stanno evolvendo le cose, è probabilmente questa l’urgenza più grande.

Torna oggi 5 febbraio la giornata nazionale per la prevenzione allo spreco alimentare

Torna oggi 5 febbraio la giornata nazionale per la prevenzione allo spreco alimentare

Sfamare 9 miliardi di persone entro il 2050 è una delle sfide più grandi del nostro secolo.
Ma la risposta non può essere semplicemente produrre di più a ogni costo, se poi ogni anno, solo nell’Unione Europea, sprechiamo oltre 58 milioni di tonnellate di cibo, pari a circa 130 kg a persona.

In occasione della Giornata Nazionale per la prevenzione dello Spreco Alimentare, è necessario guardare in faccia la realtà: lo spreco non è un incidente di percorso, ma il risultato di un modello alimentare complesso che deve essere trasformato su più fronti, dalla produzione ai sistemi di distribuzione e consumo, per renderlo più sostenibile, più equo e più salutare.
Questo significa innanzitutto ripensare l’agricoltura, sostenendo la produzione biologica, tutelando la salute del suolo e la biodiversità, ma anche riducendo il peso dell’allevamento intensivo. Orientare una parte maggiore della produzione verso legumi e cereali destinati direttamente al consumo umano è una scelta fondamentale per ridurre l’impatto ambientale e migliorare la sicurezza alimentare.

Significa poi valorizzare le filiere corte: meno passaggi tra chi produce e chi consuma vuol dire meno sprechi lungo la catena, maggiore programmazione, prezzi più equi per agricoltori e produttori locali e un sostegno concreto alle economie e alle comunità del territorio.

Infine, è indispensabile adottare ed educare a consumi più consapevoli, legati alla stagionalità, al territorio e al reale fabbisogno. Ridurre gli sprechi significa anche imparare a pianificare meglio la spesa, dare valore al cibo e riconoscere
la responsabilità che ognuno di noi ha nelle proprie scelte quotidiane.

Contrastare lo spreco alimentare non è solo una questione di produzione: è una scelta sociale, economica e culturale, che riguarda il futuro di tutti.

Recupera l’articolo scritto per la rubrica “Semi in Viaggio” per altreconomia: https://rsr.bio/cambiare-i-sistemi-alimentari-per-sfamare-il-mondo/

Sementi, biodiversità e politiche pubbliche: dallo Zimbabwe una traiettoria Africa–Europa

Sementi, biodiversità e politiche pubbliche: dallo Zimbabwe una traiettoria Africa–Europa

di Fulvio Vicenzo – responsabile transizione ecologica di Cospe ETS e Riccardo Bocci – Rete semi rurali ETS

I sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori (Farmers’ Managed Seed Systems – FMSS) e le case delle sementi comunitarie rappresentano una delle infrastrutture più importanti – e al tempo stesso meno riconosciute – per la sicurezza alimentare globale e per la costruzione della sovranità alimentare delle comunità e territori. In molte regioni rurali del mondo sono questi sistemi a garantire l’accesso a sementi adattate ai contesti locali, la conservazione della biodiversità coltivata e la capacità di risposta a shock climatici sempre più frequenti. Eppure, proprio tali sistemi continuano a operare in una zona grigia dal punto di vista normativo e politico, tanto in Europa come nel continente africano dove Cospe, Terre des Hommes Italia, Rete Semi Rurali (RSR), Sustainable Agriculture Technology (SAT), Community Technology Development Organisation (CTDT) e Women and Land Zimbabwe (WLZ), hanno realizzato e concluso, in Zimbabwe, nella provincia di Masvingo – distretti di Masvingo, Chiredzi, Mwenezi, durante il 2025, il progetto Semi per il futuro – agricoltura sostenibile per la resilienza delle comunità rurali, cofinanziato da AICS.

Condizioni climatiche imprevedibili, kit tecnologici basati su input chimici e sementi migliorate, accesso limitato a risorse finanziarie e a servizi di assistenza tecnica formati in pratiche sostenibili ed agroecologiche, ma soprattutto quadri legislativi pensati quasi esclusivamente per il sistema sementiero formale rendono difficile la sopravvivenza e la valorizzazione delle varietà locali. Le normative nazionali, in Africa come in Europa, continuano infatti a basarsi su criteri di registrazione delle varietà – il sistema basato su Distinzione, Uniformità e Stabilità (DUS) – che mal si adattano a materiali eterogenei e a processi di selezione partecipativa e decentralizzata, pratica che il progetto Semi per il futuro ha voluto sostenere ed ampliare, grazie soprattutto ai partner Rete Semi Rurali e CTDO. In Africa, il paradosso è evidente:

il sistema formale copre mediamente solo il 20% della domanda di sementi, mentre l’80% è soddisfatto dai sistemi gestiti dagli agricoltori, che garantiscono una maggiore diversità genetica e un più forte adattamento locale. È a partire da questa contraddizione che, dal 25 al 27 novembre 2024, ad Harare, si è svolto il workshop regionale promosso dal progetto Seeds for the Future, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e coordinato da COSPE, Rete Semi Rurali e CTDT insieme ad altri partner europei ed africani.
Il seminario, dal titolo “Dalla selezione per la diversità alle normative sulle sementi: come promuovere un ambiente favorevole ai sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori

, ha riunito agricoltori e agricoltrici, ricercatori, funzionari pubblici e rappresentanti di reti della società civile provenienti da diversi Paesi africani ed europei. L’obiettivo non era solo tecnico, ma apertamente politico: creare uno spazio di dialogo tra livelli locali, nazionali e internazionali per ripensare le regole del gioco che governano l’accesso alle sementi.

Come ha sottolineato Riccardo Bocci, direttore tecnico di Rete Semi Rurali, in apertura dei lavori, “la diversità coltivata non è un residuo del passato, ma una risorsa strategica per il futuro. Se le regole riconoscono solo l’uniformità, finiscono per escludere proprio ciò che rende resilienti i sistemi agricoli di fronte al cambiamento climatico”.

Il workshop si è svolto nel quadro del Trattato Internazionale sulle Risorse Fitogenetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura (ITPGRFA), con il supporto della FAO e del Segretariato del Trattato. Un elemento tutt’altro che formale: infatti, anche se non molti operatori della cooperazione internazionale non ne sono consapevoli, il Trattato riconosce esplicitamente, da un lato, i Farmers’ Rights (Art. 9) e l’uso sostenibile dell’agrobiodiversità (art. 6), e dall’altro il ruolo della cooperazione internazionale e del capacity building (Art. 7) come leve per sostenere sistemi sementieri equi e sostenibili.
Durante l’incontro sono emerse convergenze significative tra Africa ed Europa. I modelli legislativi sono sorprendentemente simili, perchè molti

molti Paesi africani hanno storicamente adottato il paradigma europeo tradizionale, centrato su uniformità e certificazione. Tuttavia, mentre diversi Stati africani continuano a rafforzare questo approccio, l’Unione Europea sta attraversando una fase di profonda revisione della propria legislazione sementiera, aprendo – almeno potenzialmente – maggiori spazi per la diversità, le varietà da conservazione e i sistemi gestiti dagli agricoltori, in modo particolare nell’ambito delle normative relative all’agricoltura biologica.

È in questo scarto temporale e politico che si inserisce il valore strategico del lavoro avviato in Zimbabwe. Il workshop di Harare non si è limitato a un confronto di esperienze, ma ha prodotto raccomandazioni condivise su temi chiave: il riconoscimento giuridico dei sistemi sementieri contadini, il rafforzamento delle case delle sementi comunitarie, il passaggio da sistemi rigidi di registrazione a meccanismi più flessibili e l’adozione di sistemi di qualità e certificazione partecipata.

Secondo Andrew Mushita, direttore di CTDT in Zimbabwe, “in molti Paesi africani il seme contadino è la norma, non l’eccezione. Senza un riconoscimento legale e investimenti mirati, il sistema che oggi garantisce la maggior parte delle sementi rischia di diventare fragile proprio nel momento in cui il cambiamento climatico ne rende il ruolo ancora più cruciale”.

Le raccomandazioni elaborate ad Harare sono state quindi utilizzate come input nel processo in corso dell’Unione Africana sui sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori e sono state presentate come buona pratica regionale all’undicesima sessione dell’Organo Direttivo del Trattato FAO, svoltasi a Lima nel novembre 2025. In questo senso, il progetto Seeds for the Future ha contribuito alla nascita di una vera e propria “comunità di pratica” Africa–Europa, capace di dialogare con i processi politici continentali.

È in questa traiettoria che si colloca la prospettiva del nuovo incontro regionale previsto ad Harare tra nel 2026. L’obiettivo non sarà solo fare il punto sui progressi normativi, ma consolidare un’agenda condivisa tra reti contadine, istituzioni pubbliche, organismi regionali e cooperazione internazionale. L’evento punta a rafforzare il legame tra politiche sementiere, adattamento climatico e sicurezza alimentare, creando uno spazio strutturato di confronto tra Africa ed Europa in un momento di profondo cambiamento dei quadri regolatori globali.

Per la Cooperazione italiana, questa prospettiva apre opportunità rilevanti. Come sottolinea Fulvio Vicenzo, responsabile della transizione ecologica di COSPE, “il Trattato FAO non è un tema per addetti ai lavori: parla di cooperazione internazionale, di diritti dei contadini e di responsabilità condivise, e inoltre l’Italia è uno dei principali finanziatori. Oggi, mentre l’Europa riscrive le regole sulle sementi, è fondamentale che il sistema della cooperazione italiana investa su questi processi, costruendo coerenza tra politiche agricole, commercio e sicurezza alimentare nelle relazioni tra continenti”.

In un contesto segnato da crisi climatiche, instabilità dei mercati e tensioni geopolitiche, sostenere sistemi sementieri diversificati e gestiti dagli agricoltori e soprattutto dalle donne protagoniste in tale percorso, non è solo una scelta tecnica, ma una scelta strategica. L’esperienza dello Zimbabwe dimostra che progetti di cooperazione ben radicati possono incidere su politiche regionali e continentali, contribuendo a ridisegnare le regole che governano il futuro del cibo.

L’esperienza avviata in Zimbabwe suggerisce alcune piste operative concrete che la cooperazione italiana potrebbe consolidare nei prossimi anni, in coerenza con le priorità strategiche di AICS su clima, sistemi alimentari sostenibili, parità di genere

e sviluppo territoriale. Una prima direttrice riguarda l’integrazione strutturale dei Farmers’ managed seed systems nei programmi su adattamento climatico e agroecologia, riconoscendoli come infrastrutture chiave per la resilienza dei sistemi agricoli. In termini operativi, ciò dovrebbe tradursi in azioni specifiche all’interno dei bandi su sicurezza alimentare e cambiamento climatico, capaci di sostenere case delle sementi comunitarie, programmi di selezione partecipativa e reti di scambio sementiero a livello territoriale, in sinergia e complementarietà con il Benefit-sharing Fund (Fondo per la condivisione dei benefici) gestito dal Trattato stesso.

Un secondo ambito riguarda il rafforzamento del dialogo tra ricerca, politiche pubbliche e pratiche di campo. Attraverso partenariati strutturati FAO–AICS e collaborazioni con università, centri di ricerca, come il CIHEAM per esempio, specializzato nell’agricoltura biologica, e reti contadine, la Cooperazione italiana potrebbe sostenere linee guida operative su FMSS e agroecologia, utili sia ai progetti che ai decisori pubblici nei Paesi partner. Questo approccio consentirebbe di collegare in modo più sistematico gli interventi locali ai processi normativi nazionali e regionali, contribuendo a riforme legislative più inclusive e coerenti con i farmers’ rights.

Un terzo asse strategico riguarda il nesso tra biodiversità, genere e inclusione socio-economica. In molti contesti, le donne svolgono un ruolo centrale nella selezione, conservazione e circolazione delle sementi locali. Rendere questo contributo visibile e sostenuto – ad esempio attraverso criteri di genere espliciti nei bandi, supporto a organizzazioni di donne e giovani e investimenti mirati nelle economie locali – permetterebbe di rafforzare l’impatto sociale degli interventi su FMSS e agroecologia.

Infine, collegare i sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori allo sviluppo territoriale e alle filiere locali rappresenta una leva fondamentale per rendere la biodiversità un motore di sviluppo e la trasformazione agroecologica dei sistemi agroalimentari a livello locale, e non solo un tema di conservazione. Il sostegno a catene del valore territoriali, mercati locali e sistemi alimentari sostenibili può trasformare i semi in un punto di ingresso per politiche integrate su clima, occupazione rurale e coesione sociale. In questo quadro, AICS con l’intero sistema Italia, avrebbe l’opportunità di posizionarsi come attore di riferimento nel promuovere un approccio ai sistemi alimentari che tenga insieme biodiversità, agroecologia e giustizia sociale, rafforzando il ruolo della cooperazione italiana nei processi regionali e multilaterali in corso.