Sono passati trentuno anni dal lontano 1994 quando è entrata in vigore la Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), eppure con molta difficoltà si riescono a vedere gli impatti nel mondo reale di questo accordo adottato a Rio de Janeiro nel 1992. In Italia, l’opinione pubblica è all’oscuro di cosa viene deciso dalla CBD e di cosa dovrebbe fare il paese per metterla in pratica. La materia è diventata ostaggio di esperti e avvocati, come se non si stesse parlando del futuro del nostro Pianeta e se non fosse necessario avere una forte base popolare per attuare quella rivoluzione necessaria a ridurre la perdita di biodiversità cui stiamo assistendo. Insomma, non saranno solo gli accordi tra i governi presi alle Conferenze delle Parti (COP) a salvare il mondo. Questi resteranno fogli di carta destinati a ingiallire, se non si trasformano in pratiche della società civile, delle istituzioni locali e del mondo economico. E il primo passo in questa direzione è la conoscenza. Purtroppo, sono temi che interessano poco anche i giornalisti, per cui avere informazioni su cosa si discuta in queste famose COP è impresa impossibile. Questo Notiziario vuole colmare questo divario, raccontando come è finita la riunione di Roma della COP16 e cercando di capire come il tema dell’agrobiodiversità possa farsi strada nel mondo delle politiche del cibo e delle municipalità. Va sottolineato che l’Italia, nel 2022, si è dotata di una nuova Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030, gestita dal Ministero della Transizione Ecologica con un sistema complesso di governance, composto da Comitato di gestione (Amministrazioni centrali e territoriali), Segreteria, Tavolo di Consultazione (dove siedono le organizzazioni e la società civile) e Supporto tecnico-scientifico. A dicembre 2024 (due anni dopo l’approvazione della Strategia!) si è insediato il Comitato e con il Tavolo ha iniziato a comporre il Programma di attuazione della Strategia. Come si vede la macchina della burocrazia statale va poco d’accordo con i tempi che sarebbero richiesti per l’urgenza delle sfide che abbiamo davanti. Inoltre, non possiamo dimenticare che dal 2022 la biodiversità, insieme all’ambiente e all’interesse delle generazioni future, è entrata nella Costituzione italiana all’interno dell’articolo 9, che già tutelava il paesaggio. È interessante sottolineare la genesi di questo articolo. I due principali relatori, il comunista Marchesi e il democristiano Moro, presero l’idea dell’articolo 9 studiando le Costituzioni della repubblica di Weimar del 1919 e della breve esperienza della repubblica spagnola del 1931. Come dire che, già allora, era chiaro ai padri costituenti l’orizzonte culturale europeo nel quale si muovevano e nel quale avrebbe dovuto nascere la giovane repubblica italiana. Ma chi indica l’art. 9 come soggetto che deve attuare la tutela? Non sono lo Stato o le Regioni, ma è la Repubblica, soggetto che include l’intera collettività in questa opera di tutela che deve essere intesa come attiva e non meramente passiva o vincolistica. Il 22 maggio, in occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità, ricordiamoci dell’articolo 9 della Costituzione e delle responsabilità che come cittadini ci dà, pensando che, come scrive il sociologo francese Bruno Latour, la Natura non è la vittima da proteggere, ma essa è ciò che ci possiede.
Il mondo dell’agroindustria non menziona ancora la crisi climatica e i sistemi produttivi alternativi. La transizione non basta. Serve una rivoluzione.
a cura di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 281 – Aprile 2025
Il 19 febbraio 2025 il commissario europeo all’Agricoltura Christophe Hansen ha reso noto il documento “Una visione per l’agricoltura e l’alimentazione”. Non voglio commentarlo ma analizzare come è stato accolto dal mondo agroindustriale attraverso le parole di uno dei suoi portavoce più illustri: quelle di Paolo De Castro, l’ex europarlamentare Pd e già ministro dell’Agricoltura. L’intervista rilasciata al quotidiano ItaliaOggi, il giorno prima della conferenza del commissario, è un ottimo esempio per capire quanto ancora la politica agricola sia narrata con un linguaggio vecchio e ormai vuoto.
Dalle argomentazioni esposte sembra che De Castro sia rimasto al secolo scorso, completamente immerso nella retorica della modernità. Il problema agricolo è ancora vissuto come un negoziato sindacale per le risorse e non come la tragedia di un settore economico che è causa e, allo stesso tempo, vittima dei cambiamenti climatici. L’urgenza di attuare una rivoluzione per ripensare e ristrutturare il fare agricoltura oggi è completamente assente. Uso consapevolmente il termine “rivoluzione” e non “transizione” per evidenziare che il passaggio non è indolore o neutro, ma frutto di un conflitto tra diverse visioni di società. De Castro plaude al ritorno della competitività come tema chiave.
Ma quale senso ha oggi usare questa parola? Con chi deve competere l’agricoltore italiano? E su quale mercato? Il modello è il Parmigiano Reggiano o il prosciutto di Parma da esportare in Cina o il prosecco in America? Cioè pochi prodotti di nicchia, basati su sistemi produttivi che stanno desertificando le zone su cui insistono? Nel 2025 dovrebbe essere evidente, ormai, che alcuni di questi sono diventati distruttivi e dobbiamo sostenere solo quelli che sono anche riproduttivi delle condizioni di vita.
Purtroppo però De Castro afferma compiaciuto che finalmente la Commissione europea a Bruxelles ha capito che “la dimensione economica e sociale diventa prioritaria rispetto a quella ambientale”. Il richiamo alla modernità novecentesca si ritrova in altri passaggi dell’intervista. La debolezza strutturale dell’agricoltore nel sistema agroalimentare si risolve tramite il rafforzamento delle filiere, non come suggeriva anni fa il sociologo Johannes van Der Ploeg, scollegandosi dai mercati dei fattori produttivi e dei prodotti. La sua proposta della “ricontadinizzazione” non era un ritorno al passato ma il tentativo di traghettare nel futuro il ruolo dell’agricoltore, privato di senso dall’essere diventato un imprenditore agricolo.
Il valore delle esportazioni di prodotti agroalimentari italiani nel 2024 è stato di 69,1 miliardi di euro, che fanno segnare un nuovo record e un aumento del 7,5%. Tra i principali Paesi di destinazione ci sono la Germania, gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna (fonte: Coldiretti su rielaborazione dati Istat).
E qui De Castro si dimostra un dinosauro prima dell’estinzione, affermando che “l’agricoltore cerca di fare profitto e ridurre i costi”. Quanto di più lontano dalla molteplicità di forme in cui oggi nelle campagne si sta cercando di ridare un senso a questa professione. In questo modello del secolo scorso compare anche il consumatore, come naufrago in un mare di etichette, il cui senso non è più chiaro neanche ai produttori che le usano. De Castro si felicita di avere l’origine della materia prima in etichetta, dimentico del gioco delle tre carte su cui si basa il “Made in Italy”, in cui solo il processo di lavorazione resta nel Paese.Green
E in ultimo non poteva mancare il tema della scienza. Fare a meno della chimica pericolosa, i pesticidi che il Green Deal ha tentato di ridurre, è possibile solo se agli agricoltori si dà un’alternativa costituita dalle Nuove tecniche genomiche (Ngt). Insomma si continua nel modello agroindustriale sostituendo la chimica con la biologia, senza modificare il paradigma alla base. Sistemi produttivi alternativi, come il biologico, non trovano spazio in questa narrazione riduzionista e modernizzatrice.
Lo Scorso 13 Aprile 2025 Rete Semi Rurali con rappresentanti del Biodistretto del Riso Piemontese hanno partecipato all’evento-performance “Mi in MI”, il riso a Milano, una celebrazione a tutto tondo della cultura del riso, svoltasi presso il “Tempio del Futuro Perduto”. L’evento, coordinato dall’associazione locale JOYY!, si è articolato attraverso momenti diversi, comprendendo istallazioni, poster, condivisioni di storie personali, ricette e racconti, momenti di cucina comune, sempre seguendo il filo rosso del riso, ed è culminato col rito collettivo della semina, momento altamente simbolico e benaugurale per le vicine semine in programma. Un momento unico, frutto del lavoro di collaborazione del passato e ricco di stimoli positivi, frutto dell’incontro tra enti e culture diverse, e perciò capace di unire il vicino e il lontano, l’individuale e il collettivo e il materiale e lo spirituale, come forse solo un cereale così prezioso come il riso sa fare.
Lo scorso 2 aprile si è tenuto presso l’Università di Milano Bicocca il workshop “Tempi Incerti”, che partendo dalla mostra “PASTRES”, dedicato alle strategie di adattamento dei pastori nomadi di fronte alle sfide di un clima sempre più imprevedibile, ha cercato di decostruire stereotipi e narrazioni fossili sui Cambiamenti Climatici.
Il laboratorio, coordinato dal Prof. Mauro Van Aken in collaborazione con Rete Semi Rurali, ha previsto momenti di confronto sulla base delle esperienze personali dei partecipanti attorno al tema della Crisi Climatica, utilizzando le cinque categorie chiave di CO 2 – Fossile, Natura, Atmosfera, Dimensioni Emotive e Crisi dei Tempi, a cui è seguito un momento di in cui i partecipanti si sono collocati nello spazio “prendendo posizione” sul tema delle sfide ambientali, argomentando le loro convinzioni, oltre paure e individualizzazione delle risposte, secondo le direttrici fiducia-sfiducia e attivismo-inerzia.
Rete Semi Rurali ha apportato il suo contributo sulla gestione partecipativa dell’agro-biodiversità con particolare attenzione all’adattamento ai Cambiamenti Climatici, mostrando come le riflessioni personali, teoriche e accademiche, si possono e si deveno integrare alle competenze tecnico-operative per un futuro più creativo, efficace e inclusivo negli immaginari pubblici come in campo.
Nati per creare, tutelare e promuovere intorno alla coltivazione di cereali di varietà tradizionali la filiera sistemica di agricoltori, mugnai, panificatori e pastai, utilizzatori e consumatori, in stretto legame con il territorio dell’Oltrepò.