Lo scorso 1 febbraio Rete Semi Rurali ha partecipato alla XIV Edizione della Babele di Semi organizzata dall’Associazione Solidarietà Campagna Italiana (ASCI), socio di Rete Semi Rurali. L’occasione è stato un fruttuoso momento di scambio di semi, bulbi, marze, lieviti, così come di conoscenze e competenze sulla tutela e la promozione della diversità coltivata nelle filiere agro-alimentare di oggi.
Un intervento di Salvatore Ceccarelli e Stefania Grando ha concluso una giornata ricca di partecipazione e attivismo in favore dall’agro-biodiversità.
Il Living Lab RISO RESILIENTE (Riso Resiliente) promuove la transizione del sistema risicolo italiano verso un modello di coltivazione agroecologica basato sulla diversificazione. Il Living Lab riunisce gli attori del settore del riso biologico, tra cui produttori, tecnici, trasformatori e ricercatori, interessati a trovare soluzioni per la transizione agroecologica dei sistemi di produzione del riso e dell’agricoltura delle zone umide. L’obiettivo generale del Living Lab Riso Resiliente è quello di favorire le connessioni tra agricoltori e professionisti, nonché tra scienza e pratica.
Le attività del Living Lab sono concentrate nelle regioni italiane del Piemonte e della Lombardia.
Obiettivi
Promuovere la circolazione di informazioni, conoscenze e competenze nel campo della coltivazione agroecologica del riso;
Sperimentare soluzioni per la gestione delle infestanti senza l’uso di prodotti chimici
Promuovere la ricerca e la sperimentazione di varietà vegetali utili per la produzione biologica
Garantire l’integrità dei processi dal seme al piatto attraverso il coinvolgimento attivo di produttori e consumatori.
Informazioni di base
Il Living Lab “Riso Resiliente”, un progetto congiunto tra la RSR e il Biodistretto dei Riso del Piemonte, mira a trasformare la risicoltura italiana in un modello più ecologicamente sostenibile e diversificato. L’obiettivo a medio termine del progetto è quello di rendere disponibile una gamma più ampia di varietà di riso, più diversificate rispetto alle attuali opzioni commerciali, e di aiutare queste varietà ad adattarsi alle specifiche condizioni locali. Ciò comporta lo sviluppo di materiale sementiero specifico per il sito, noto come HOB (Heterogeneous Organic Material), e l’adattamento delle tecniche agricole di conseguenza.
Il Resilient Rice Living Lab è nato come iniziativa di alcuni risicoltori, che hanno iniziato con piccoli appezzamenti sperimentali per poi passare alla scala aziendale e infine a quella distrettuale, che coinvolge diverse aziende risicole.
Attraverso una ricerca collaborativa in azienda che ha coinvolto le parti interessate, compresi i consumatori, il Living Lab ha individuato le varietà di riso più adatte all’agricoltura biologica e biodinamica e al mercato. Sono state inoltre esplorate varie tecniche agricole relative al controllo delle infestanti e al miglioramento della fertilità in condizioni agroecologiche.
Inoltre, il progetto ha iniziato a sperimentare miscele di diverse varietà di riso e “popolazioni evolutive” (miscele di semi in evoluzione naturale) e a valutarne le prestazioni nei mulini per il riso e l’accettazione da parte dei consumatori.
Struttura di finanziamento
Le attività del Living Lab si basano su un lavoro di facilitazione volontario. Una componente del Living Lab è stata finanziata con fondi CAP collegati a gruppi operativi. Le attività di ricerca sono state integrate nei progetti Horizon e Life.
Attività
Organizzazione di attività che facilitano i collegamenti tra la ricerca e i contesti reali della produzione biologica di riso.
Diffusione delle conoscenze nei settori della diversità varietale, della gestione della qualità dell’acqua, della salute del suolo e del controllo delle infestanti nelle colture delle zone umide.
Organizzazione di giornate sul campo basate sul modello della “classe verte” per migliorare le conoscenze degli agricoltori sulle pratiche agroecologiche attraverso lo scambio tra pari.
Identificazione delle questioni critiche relative all’agroecologia e alla coltivazione biologica del riso.
Metodi, coinvolgimento delle parti interessate e strumenti
Fin dalla sua nascita, il Resilient Rice Living Lab ha adottato un approccio partecipativo basato sui principi del Living Lab. Questo approccio integra il pensiero sistemico e combina le conoscenze scientifiche con il know-how pratico. Il forte coinvolgimento delle parti interessate è considerato essenziale per l’innovazione agroecologica.
Le priorità operative sono definite in collaborazione con le principali parti interessate attraverso workshop interattivi. Vengono istituiti gruppi di lavoro temporanei per sviluppare attività su temi specifici, composti da volontari in base alle loro competenze e interessi. Gli strumenti e le metodologie (ad esempio visite sul campo, sessioni di apprendimento tra pari e tavole rotonde tecniche) sono selezionati in base agli obiettivi e al pubblico destinatario.
– agricoltori (convenzionali e biologici)
– trasformatori e piccoli mulini
– ricercatori (agronomia, ecologia e scienze sociali)
– autorità locali e regionali e istituzioni educative.
– consumatori;
– ONG (ad esempio Rete Semi Rurali);
– PMI.
Tutti gli attori della filiera sono invitati a partecipare alle attività, che si concentrano sulla sperimentazione in contesti reali (ad esempio test in azienda) e sulla co-progettazione di soluzioni. La struttura di governance è orizzontale e democratica, garantendo la parità di genere e l’inclusione dei giovani agricoltori.
Oltre ai percorsi strutturati, il Living Lab è accessibile attraverso:
– Eventi annuali (ad esempio bioblitz sul campo).
– Canali digitali (ad esempio piattaforme SeedLinked per la selezione partecipativa delle piante).
– Collaborazioni con istituti di ricerca (ad esempio pubblicazioni congiunte).
Esempi concreti:
– Concimazione verde e rotazione delle colture sviluppate in collaborazione con gli agricoltori
– Test di varietà di riso HOM (materiale eterogeneo) con trasformatori e consumatori.
– Valutazione dell’impatto sul paesaggio attraverso workshop con più parti interessate.
Questo modello garantisce la circolazione delle conoscenze, l’adattamento locale delle innovazioni e la loro scalabilità.
Risultati
Condivisione delle conoscenze e creazione di reti
LL Resilient Rice ha coinvolto piccoli mulini nella prima fase per testare la possibilità di lavorare il materiale e poi produrre e commercializzare il primo riso HOM in Europa.
LL ha anche coinvolto consumatori informati nella valutazione del prodotto cotto attraverso test panel in azienda e, oltre alla collaborazione di chef e scuole di gestione alberghiera e ristorazione.
Il risultato principale della comunità di pratica LL è l’eliminazione dei prodotti chimici per il controllo delle infestanti e della ruggine, il principale fattore limitante per la produzione di riso in agricoltura biologica. Ciò è stato ottenuto attraverso la sperimentazione e la diffusione di tecniche di semina intercalare, concimazione verde, immersione e spigatura precoce.
Facilitazione della ricerca innovativa
Sostegno allo sviluppo di progetti di ricerca facilitando i collegamenti tra gli istituti di ricerca e le parti interessate.
Opportunità di finanziamento: Ricerca di programmi di finanziamento regionali, nazionali ed europei per identificare fondi dedicati a nuovi progetti di ricerca e condivisione di queste opportunità con la rete Living Lab.
Materiale formativo: Creazione di una presentazione PowerPoint condivisa sui fondamenti scientifici dell’agroecologia per la coltivazione del riso e la gestione delle zone umide per diffondere le conoscenze.
Co-progettazione delle priorità: Organizzazione di tavole rotonde per definire congiuntamente le priorità strategiche di ricerca con il settore del riso biologico.
Valorizzazione economica delle popolazioni evolutive in Toscana
di Claudio Pozzi – Rete Semi Rurali
L’occasione è scaturita dai Progetti Europei per l’Innovazione che, attraverso le misure 16.1 e 16.2 del PSR, ci hanno permesso di costituire il Gruppo Operativo “Cereali Resilienti” in Toscana nel 2017 e di sostenerne le attività fino ad oggi.
Il lavoro di diffusione e studio della popolazione evolutiva di frumento tenero arrivata in Italia nel 2010 dall’Istituto Icarda di Aleppo – grazie al progetto SOLIBAM – era in fase avanzata e c’erano tutti i presupposti per consolidarne la diffusione sul territorio toscano.
L’idea iniziale nell’introdurre la popolazione era di dotare gli agricoltori di autonomia selezionando al suo interno piante ben adattate ai diversi contesti pedoclimatico e ai metodi di coltivazione. Ben presto è diventato chiaro che quella “banca del seme” poteva essere preziosa di per sé come oggetto di coltivazione in pieno campo e di successiva trasformazione. L’incommensurabile diversità genetica evoluta nel tempo può infatti garantire agli agricoltori un miglioramento e, cosa ancor più interessante, una stabilizzazione delle rese rispetto a quanto osservato nella coltivazione delle varietà locali in purezza o in miscuglio.
L’idea di Cereali Resilienti era di confermare la sostanziale differenza della popolazione adattata in Sicilia rispetto a quella adattata in Toscana e verificare se vi fosse la stessa capacità di adattamento ad ambienti differenti di un territorio più limitato come quello toscano.
La Azienda agricola Floriddia di Peccioli aveva nel frattempo acquisito le competenze e la strumentazione per poter produrre e vendere semente ad altri agricoltori utilizzando la deroga concessa in via sperimentale dalla Commissione Europea. La disponibilità di semente era all’inizio ridotta ma è stato comunque possibile, una volta individuati gli areali climatici principali, scegliere quattro “aziende madri” – una per ogni areale – che facessero ognuna da riferimento per almeno altre quattro aziende “figlie”.
Oggi che il percorso di adattamento nei quattro areali regionali è a buon punto e che siamo in grado di monitorarne gli effetti da un punto di vista agronomico e nutraceutico (attraverso esami di laboratorio), la terza fase del progetto ci porta a indagare il gradimento dei prodotti e l’approccio comunicativo da adottare per una buona comprensione del processo agro-ecologico che sottende al progetto stesso. Se l’idea è quella di costruire comunità intorno al seme è infatti necessario che la comunità locale possa comprendere appieno i vantaggi che derivano dalla trasformazione delle pratiche colturali e delle relazioni fra i soggetti che sono protagonisti della filiera dal seme al cibo.
Il lavoro in atto negli incontri locali, incentrato sulla degustazione dei prodotti da popolazione evolutiva, paragonati a prodotti di buona qualità ma da farine convenzionali, porta a coinvolgere i presenti sia nella valutazione del gradimento che nella partecipazione critica e propositiva al linguaggio comunicativo. È questo l’aspetto su cui si incontrano maggiori difficoltà. Trovare soluzioni non banali, che colpiscano la curiosità e stimolino l’attenzione del pubblico senza scadere in un approccio da slogan pubblicitario non è affatto semplice.
Numerose sono state le ore trascorse a cercare soluzioni che ci appaiono brillanti e sofisticate per poi essere rapidamente demolite alla prima uscita pubblica. È un percorso stimolante, funzionale al consolidamento del rapporto di fiducia fra gli attori della filiera, oggi chiamati a esprimersi su contenuti e forme della comunicazione che riguardano non solo un prodotto ma l’intero processo.
La scelta di un logo, il progetto di un’etichetta, divengono momenti di crescita della comunità che si riconosce nel valore della partecipazione e percepisce la centralità della relazione come momento di garanzia per una consapevole transizione verso nuovi modelli di gestione del benessere comune.
di Giuseppe Li Rosi – Azienda agricola Terre Frumentarie
In questa epoca stiamo assistendo ad un tentativo di rivolgimento da parte degli agricoltori sia in Europa che nella nostra Penisola. I problemi affrontati sono molteplici ma si possono riassumere in una semplice considerazione: l’agricoltore non vuole più essere un recettore passivo di un insieme generico di regole. Uno dei problemi che ha spinto gli agricoltori a presentarsi con i trattori nelle città è stato quello del mercato che non remunera più come dovrebbe l’agricoltore: il valore aggiunto è stato eroso da un sistema produttivo e distributivo “monotematico” ed agroindustriale. La via che dal seme porta al cibo è andata smarrita o, meglio, ha perduto ogni tracciabilità ed è scaduta nella monopolizzazione di un Sistema che si appropria di ogni valore in essa prodotto.
Però, quando nei campi nasce una collaborazione reale e diretta tra chi produce e chi trasforma, con la possibilità di raggiungere direttamente il consumatore, ogni tentativo di deregolamentazione e rallentamento, cade nel vuoto. Se poi, durante il cammino dal seme al cibo, si genera una storia di uomini e donne, che in collaborazione con i quattro elementi della natura, producono qualcosa di nuovo, nascono spazi e linguaggi insoliti e freschi. L’esperienza con le popolazioni evolutive di grano, chiamate anche – in modo freddo – “materiale eterogeneo”, sta dando dei risultati a tutti i livelli, sia dal punto di vista agronomico che da quello reologico, innescando rapporti di filiera che sembrano preparare un nuovo modo di fare agricoltura. La popolazione evolutiva ha avviato, infatti, un processo innovativo in agricoltura biologica, spingendo gruppi di agricoltori a collaborare tra loro per produrre una materia prima nuova che ha prontamente coinvolto le aziende di trasformazione, come i molini, che hanno visto nelle popolazioni evolutive di grano tenero e duro un’occasione per distinguersi nel mercato; esse si propongono quindi, come novelty che ha tutte le caratteristiche per sostituire il concetto di commodity, in cui è stata racchiusa la produzione dei cereali in questi ultimi 70 anni. Il grano al di fuori delle mercuriali, divenuto anche novità di mercato, è metafora del nuovo contadino che in questo periodo sta riconsiderando la sua posizione in una società in profonda trasformazione dove è a rischio, altresì, il rapporto con la Natura ed il Creato.
Diversità e multifunzionalità, sperimentate in azienda e collegate ad altre realtà di trasformazione quali molini, forni e pastifici, hanno sollevato l’agricoltore dalla semplice funzione di produttore primario, fino ad oggi considerato semplice carta da parati, e lo pongono come attore principale insieme al suo senso della terra. Il convegno del progetto Mixwheat in programma a maggio 2024 all’Università di Catania sarà la sintesi dell’esperienza di 15 anni vissuta dagli agricoltori con le popolazioni evolutive che ha trasformato anche la parola, il verbo, tanto che la definizione di compravendita ha assunto il significato di accordo tra persone di settori diversi che, insieme, hanno deciso di prendere una materia prima, trasformarla in cibo e portarla a tavola.
La voce prezzo a sua volta è cambiata in valore, condiviso dagli attori della filiera affinché ognuno possa continuare a produrre, trasformare e servire a tavola il prodotto figlio di questa esperienza. Insomma, una nuova economia reale, affrancata dal Sistema monopolizzante, che si manifesta cogliendo il rapporto tra gli elementi diversi di un campo di grano evolutivo e suggerendo una nuova ed auspicabile società umana dove la diversità non è un errore.
I processi di innovazione producono ibridi, ignorando gli agricoltori che coltivano le varietà locali e creando confusione nel mercato.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 269 – Aprile 2024
La società occidentale ha la presunzione di pensare che la scienza sia neutrale, un campo di azione scevro da implicazioni sociali, relazioni di potere o costrutti ideologici che ne influenzano le attività. In realtà, nella sua azione è soggetta al mondo esterno che la circonda e, a sua volta, lo influenza. Insomma, un gioco continuo di rimandi e relazioni, che fa sì che il fare scienza non sia scollegato dalla società, ma al contrario sia una parte centrale di una determinata visione del mondo.
In agricoltura tutto ciò è ancora più vero, perché sono presenti gli agricoltori: soggetti intermedi tra scienza e oggetto del suo studio. Come considerare questi attori? Come valutare il loro sistema di conoscenze acquisite nel tempo e legate allo specifico luogo in cui vivono?
L’antropologia ha risposto a queste domande per quanto riguarda i saperi tradizionali detenuti dalle comunità rurali o indigene nei Paesi del Sud del mondo, includendoli nei percorsi di indagine, cominciando a parlare di ricerca partecipata e decentralizzata, di conoscenze tacite non scritte da integrare nei saperi scientifici, nel tentativo di stabilire una nuova metodologia di analisi delle realtà che non prescindesse da chi la vive tutti i giorni.
È stato meno facile fare un percorso analogo nei cosiddetti Paesi sviluppati. Dove il sistema di conoscenze in agricoltura è troppo strutturato e legato al mondo economico e ai suoi portatori di interesse, per cui la questione impatta su sistemi di potere, valori e visioni di mondo in contrasto tra di loro. Una difficoltà che emerge chiaramente se si analizza come la ricerca agricola affronta il tema delle varietà locali. Negli anni i vari progetti che mirano alla loro “valorizzazione” (termine quanto mai ambiguo) hanno avuto come obiettivo la produzione di ibridi. La ricerca quindi è partita da popolazioni o varietà a impollinazione aperta per arrivare a produrre “F1” (ibridi) considerati più produttivi e performanti.
Come al solito si è immaginato un solo percorso per il progresso varietale, senza considerare le conseguenze per gli agricoltori che le coltivano e senza coinvolgerli nel presunto processo di miglioramento genetico. Che vede tra i suoi effetti collaterali l’impossibilità per i coltivatori di rifarsi il seme in azienda, dal momento che le progenie degli ibridi sono difformi e non riproducono le qualità dei genitori.
Il 2023 è l’anno di iscrizione dell’ibrido “Pignoletto Peila” nel catalogo delle varietà vegetali
C’è poi un’altra operazione che purtroppo è stata spesso accompagnata a questa valorizzazione: il mantenimento della vecchia denominazione, con la semplice aggiunta di un suffisso per differenziarla. In questo modo la confusione regna sovrana sia per chi compra le sementi, sia per il consumatore.
Si tratta di una nuova forma di bio-pirateria culturale, che dimostra la presa che hanno ancora sul nostro immaginario i nomi delle cosiddette vecchie varietà e, alla fine, anche il loro interesse economico.
L’ultimo episodio è avvenuto in Piemonte, dove la ricerca pubblica ha prodotto un nuovo ibrido a partire dal mais Pignoletto rosso del Canavese. Che però non ha un nome “di fantasia” slegato da quello originale, al contrario è stato chiamato “Pignoletto Peila”. Se l’operazione dal punto di vista legale è legittima (la complessa normativa europea sulle denominazioni varietali lascia infatti parecchie porte aperte) appare molto più dubbia sul piano etico e sociale.
Come tutelare quegli agricoltori che hanno mantenuto nel tempo questa varietà e che ora si trovano la concorrenza di un prodotto presentato come simile al consumatore, ma con una produttività molto maggiore?
C’è una sola strada per evitare di commettere ancora questi errori: coinvolgere gli agricoltori nei processi di ricerca e tenere conto del loro portato di conoscenze e simbolico.