Nelle aree alpine europee l’agricoltura e l’allevamento svolgono un ruolo chiave nel favorire una corretta gestione del paesaggio e della biodiversità e nel preservare l’abbandono delle aree marginali delle zone di montagna. È infatti la diversificazione del sistema agricolo – e la sua integrazione con l’allevamento – che innesca l’attivazione di processi di sviluppo complessi che hanno ricadute sui vari settori economici delle aree marginali, per esempio sulla conservazione e la promozione delle specie vegetali locali e degli animali delle aree naturalistiche o sulla gestione multivalente dei pascoli alpini. In questo quadro, l’uso sostenibile dell’agrobiodiversità diventa una questione centrale per il futuro dell’agricoltura nello Spazio Alpino, in particolare per affrontare i danni del riscaldamento globale nei sistemi fragili.
LA CONVENZIONE DELLE ALPI
La Convenzione delle Alpiè un trattato internazionale sottoscritto da 8 Paesi alpini (Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Principato di Monaco, Slovenia e Svizzera) insieme alla Comunità economica europea con l’obiettivo di garantire una politica comune per l’arco alpino, un territorio sensibile e complesso in cui i confini sono determinati da fattori naturali, economici e culturali che raramente coincidono con le frontiere degli Stati nazionali. Il suo obiettivo è valorizzare il patrimonio comune delle Alpi e preservarlo per le future generazioni attraverso la cooperazione transnazionale tra i Paesi alpini, le amministrazioni territoriali e le autorità locali, coinvolgendo la comunità scientifica, il settore privato e la società civile.
Negli ultimi cinquant’anni, il sistema agroforestale tradizionale alpino è radicalmente cambiato: le aree agricole marginali sono state abbandonate mentre nelle aree più favorevoli l’agricoltura e l’allevamento si sono intensificate. Con riferimento allo Spazio Alpino, tra il 1980 e il 2000, circa 160.000 aziende agricole alpine hanno interrotto la loro attività (- 35,8%) e la SAU è diminuita di 432 ettari (- 7,6%). Tra il 2000 e il 2007 il tasso di abbandono delle aziende agricole nelle regioni alpine è aumentato rispetto al ventennio precedente. Al contrario, le aree agricole intensive sono aumentate nelle grandi valli e sui pendii facilmente accessibili lasciando all’abbandono i versanti e gli alpeggi. La concentrazione del sistema fondiario è anche legata a un fattore generazionale: quando i contadini più anziani scompaiono, i pascoli alpini vengono abbandonati e si perdono le conoscenze del patrimonio tradizionale. L’agricoltura intensiva e l’agricoltura industriale portano alla diminuzione del numero di specie coltivate e della loro diversità. Inoltre, nelle aree agricole intensive si osserva una diminuzione delle pratiche agricole adottate con un impatto negativo su tutti gli ecosistemi alpini.
Raccolta della cicerbita violetta (Lactuca alpina), erba spontanea alimurgica, sul Colle di Tenda, Valle Stura (CN), 7 agosto 2020 foto Giulia Jannelli/ Cooperativa Agricola di Comunità Germinale
Negli ultimi anni, al contrario, assistiamo ad iniziative di rinascita dello Spazio Alpino e delle sue comunità che sono caratterizzate dalla necessità di riscoprire l’agrobiodiversità locale quale leva per la promozione della coesione territoriale e per la sperimentazione di nuove produzioni e la crescita di nuovi mercati locali. Queste esperienze si caratterizzano per la gestione sostenibile delle risorse naturali, l’agricoltura a basso input, la conservazione e lo scambio di sementi e la condivisione delle conoscenze degli agricoltori. Sono esperienze che promuovono territori, culture e sistemi alimentari sostenibili. In questo ultimo anno abbiamo incontrato diverse iniziative collettive che sono state capaci di immaginare un percorso di riscatto basato sull’uso multiplo del territorio agricolo e forestale. Nel 2019 RSR, in collaborazione con il Parco dell’Adamello Lombardo e il Biodistretto della Valle Camonica, ha organizzato un primo seminario dal titolo “Promuovere la diversità agricola e animale nello Spazio Alpino” da cui è nata l’opportunità di raccogliere 21 varietà di Segale di montagna, provenienti da molti dei paesi dello Spazio Alpino, e di allestire un campo catalogo in Valle Camonica per verificarne l’adattabilità ma soprattutto per tessere ulteriori relazioni con tutti quei soggetti che lavorano su questa filiera centrale per l’agricoltura alpina.
ESPERIENZE COMUNITARIE NELLO SPAZIO ALPINO
Il Biodistretto Valle Camonica, tra le provincie di Brescia e Bergamo, nasce con l’intento di promuovere la cura del paesaggio, il recupero dei terreni incolti di montagna per la coltivazione di cereali, la costruzione di filiere produttive locali e la diffusione di pratiche ecologiche e rigenerative di agricoltura. La nascita del primo bio distretto della Lombardia è del 2014 con l’accordo di collaborazione, facilitato da AIAB, tra 12 enti locali, istituzioni scolastiche dei territori, 12 aziende agricole biologiche, 6 cooperative sociali, associazioni ambientaliste, culturali e di rappresentanza degli operatori turistici e della ristorazione. Nel tempo è riuscito a coinvolgere nelle proprie attività una porzione estesa del territorio della Valle Camonica costruendo una fitta rete di collaborazione. Questo percorso si è concretizzato nel recupero di piccoli terreni per la coltivazione dei cereali attraverso il disboscamento e la sistemazione dei versanti, la consociazione e la rotazione delle colture, la scelta di semi e colture resistenti adatte a questo paesaggio agricolo a mosaico. Da questo primo lavoro di cooperazione è nata la possibilità di lavorare più specificatamente sulle filiere dei cereali di montagna attraverso la condivisione di attrezzature agricole, di occasioni di formazione per gli agricoltori con lezioni in campo e viaggi di studio, nei percorsi di consapevolezza per bambini e famiglie mediante esperienze dirette nelle aziende agricole e nella Casa Museo di Cerveno. In questo ultimo periodo si è approfondito anche il tema della diversificazione e selezione varietale per la definizione di varietà adatte a crescere su terreni situati tra i 400 e i 1400 metri, di piccole dimensioni, in forte pendenza, senza irrigazione e senza trattamenti chimici. Si tratta di semi di segale, orzo, frumento, mais, grano saraceno, conservati da tempo dalla comunità Camuna a cui si sono aggiunti i semi provenienti dalla Casa delle Sementi di RSR. La Cooperativa Agricola di Comunità Germinale si è costituita a Demonte in Valle Stura, nella provincia di Cuneo, nel maggio del 2018 dall’incontro tra un gruppo di attivisti della zona e l’associazione “Insieme diamoci una mano” per la valorizzazione dei terreni abbandonati ricevuti dal Comune di Demonte in eredità da un vecchio contadino del Fedio. La Cooperativa è impegnata nella coltivazione di orticole in media e bassa Valle Stura e in altre parti delle valli del cuneese, nella pulizia di castagneti per conto dell’Associazione Fondiaria Valli Libere, nelle trasformazioni agro-alimentari realizzate nel laboratorio di comunità e nella formazione alle tecniche di agricoltura conservativa e allevamento di montagna. La Cooperativa intende l’agricoltura come uno strumento per creare e rafforzare legami e rapporti di solidarietà ed è impegnata nel sostenere il percorso di integrazione di 4 richiedenti asilo ospitati presso il CAS di Festiona. Germinale sta sperimentando la riproduzione controllata di alcune specie spontanee della Valle Stura, verificando la loro adattabilità e approfondendo le tecniche di trasformazione alimentare più idonee per creme, condimenti, conserve e tisane. La Cooperativa intende promuovere la coltivazione di queste specie tra le piccole aziende agricole della Valle in modo da preservare l’integrità della popolazione spontanea, evitando fenomeni di “depredazione” e scomparsa.
Giornata di valutazione partecipata della popolazione di mais presso l’az. agr. di Giandomenico Cortiana, Isola Vicentina, 2019 foto G. Cortiana/AVEPROBI
Quando nel 1949 l’Informatore Agrario di Verona pubblicava i controversi risultati della campagna maidicola del 1948, non poteva immaginare che le deduzioni empiriche dell’anonimo agricoltore, che raccontava i pochi pregi e molti difetti dei nuovi ibridi di mais statunitensi, fossero ancora attuali dopo più di 70 anni. Malgrado questo “faticoso” debutto, e nonostante le varietà ibride di mais richiedessero abbondanti apporti di mezzi tecnici e maggiori costi, le superiori produzioni unitarie ne decretarono il successo in tutte le aree fertili del Paese. Questo risultato condusse all’abbandono di decine di varietà locali presenti in Italia prima della Seconda guerra mondiale, al sostanziale disinteresse da parte della ricerca agricola verso il mais per uso umano e alla riduzione dell’areale di coltivazione delle varietà locali nei territori meno fertili, laddove potevano ancora competere per rusticità e adattamento rispetto alle varietà moderne. La sostituzione si è realizzata malgrado i nuovi ibridi non si prestassero per gusto e composizione organolettica al consumo umano. Tale limite contribuì al radicale cambiamento della dieta degli italiani nella prima metà del XX secolo, limitando la consuetudine del consumo di mais a nicchie regionali. Invertire questo processo vuol dire ripartire dal seme per ripensare a un modello differente di maidicoltura, adatta alla coltivazione in regime biologico e biodinamico e per il consumo umano, alimentando quella conoscenza sulle varietà locali interrotta dall’avvento degli ibridi.
Le aziende che sperimentano l’adattamento specifico della popolazione di mais in Italia nel 2020
È con questo intento che, da alcuni anni, Rete Semi Rurali ha lanciato un programma di ricerca partecipata dedicato al mais. Grazie alla collaborazione con il CREA di Bergamo, che detiene la più grande collezione di germoplasma di mais locale d’Italia, al supporto del progetto del MIPAAF sulle Risorse Genetiche Vegetali (RGV/FAO) e la collaborazione scientifica di Salvatore Ceccarelli nel 2017 è stata lanciata un programma di miglioramento genetico partecipativo (PPB – Participatory Plant Breeding) che ha consentito di osservare e valutare 173 diallelici, ovvero la discendenza filiale di seconda (F2) e terza (F3) generazione ottenuta dall’incrocio tra due varietà locali italiane, europee o messicane. Lo schema sperimentale adottato era stato predisposto in modo da essere suddiviso in 38 “blocchi incompleti” che hanno dato la possibilità ad ogni agricoltore partecipante di seminare solo una parte dell’esperimento, 10 parcelle anziché le 380 previste dal modello sperimentale, facilitando così la loro partecipazione grazie ad un ridotto investimento di superficie e di gestione del materiale in campo. Il mais è stato quindi seminato in 38 aziende gestite in regime biologico in 12 regioni italiane, mentre l’esperimento completo – 380 parcelle – è stato replicato presso il CREA Bergamo. Ogni agricoltore ha contribuito alla valutazione partecipata delle parcelle tramite la compilazione di una scheda di campo. Da questo primo anno sperimentale, e unicamente sulla base delle indicazioni fornite dagli agricoltori nei differenti contesti agricoli e regionali, sono stati scelti 27 diallelici, prevalentemente di varietà locali italiane, che sono stati riseminati per un’ulteriore stagione di valutazione da 16 agricoltori in 10 regioni italiane in comparazione con le corrispettive varietà locali non incrociate, utilizzando ancora una volta il disegno sperimentale a blocchi incompleti.
Allo stesso tempo, la decisione della Commissione Europea sul materiale eterogeneo (2014/150/EU) permetteva di ipotizzare anche per il mais un’ulteriore evoluzione di questo materiale: la costituzione di una popolazione evolutiva da incroci in libera impollinazione. Così, nel 2018 le stesse 27 tipologie sono state miscelate in modo che tutti i diallelici fossero presenti con un uguale numero di semi, ottenendo una popolazione “ponderata” che è stata seminata simultaneamente in un’azienda al nord ed una al sud Italia, in modo da costituire due differenti nuclei che seguissero percorsi di adattamento differenziati. Al miglioramento genetico partecipativo abbiamo aggiunto la componente evolutiva. I due siti di riproduzione e adattamento locale si trovano nelle provincie di Vicenza e Caserta e, sin dal primo anno, hanno ospitato incontri di scambio e confronto per gli agricoltori di queste aree.
Giornata di valutazione partecipata della popolazione di mais presso l’az. agr. di Imma Migliaccio, Nocelleto di Carinola, 2019 foto G. De Santis/RSR
Il materiale riprodotto nelle due aziende “madri” è distribuito su richiesta, in piccole quantità, a seconda degli areali, in modo da favorirne l’adattamento secondario. Ad oggi partecipano al programma 11 aziende agricole, in attesa di estendere la sperimentazione ad altri areali e contesti climatici in funzione del materiale disponibile.
Questa ricerca ha come obiettivo quello di far trovare pronto il settore alle aperture contenute nel nuovo regolamento sull’agricoltura biologica, che ha speciali deroghe per la commercializzazione di sementi di materiale eterogeneo. Lavorare sulle popolazioni di mais per il consumo umano è una formidabile opportunità per far evolvere la coltivazione e la ricerca su una specie che dal dopoguerra si sono concentrate su tecniche di produzione ad alta intensità e sull’uso di ibridi. L’incremento della domanda di produzioni biologiche e la diversificazione dell’uso del mais (ad esempio per animali di corte o prodotti gluten-free) hanno bisogno di un rinnovamento del sistema di produzione maidicolo riportando la diversità genetica al centro dello sviluppo di questo importante comparto agricolo.
Viviamo tempi buffi. O, piuttosto, meglio vederne il lato comico per non lasciarsi deprimere. Mi piacerebbe essere un artista dello sberleffo e non lo sono ma faccio fatica a restar serio nell’introdurre un numero del notiziario il cui articolo centrale descrive una situazione legislativa ed amministrativa ai limiti della comprensibilità. Per carità non sono certo i rocamboleschi sforzi fatti per garantire la leggibilità dell’articolo che voglio mettere in discussione quanto piuttosto l’anacronistica autoreferenzialità del sistema che ne ha prodotto i contenuti. Leggi e regolamenti dovrebbero servire a dar lettura certa di ciò che è lecito e ciò che non lo è nell’interesse della comunità che delega il legislatore. Rendendo poi chiare e funzionali, sempre nell’interesse della comunità, le prassi che ottemperano alle regole. Misurando a spanne sembra che la biodiversità venga trattata pochissimo come bene comune da salvaguardare ed integrare ma piuttosto alla stregua di un’eredità da spartire fra una litigiosa genia di legislatori e burocrati che si accaniscono nella logica del potere e del drenaggio di fondi per tenere in piedi la baracca. Ma il vento potrebbe anche rapidamente cambiare. Non si tratta più di gestire un ambito che interessa a pochi e in cui tale modalità di gestione desta scalpore solamente per una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Il patrimonio di biodiversità, anche nella sua accezione agraria, sta ormai nella sensibilità di una fascia sempre più ampia di popolazione che arriverà a rivendicarne la sovranità senza magari avere gli strumenti per gestirla adeguatamente. Ed allora se i mercanti del Tempio non scendono a più miti consigli nell’interesse della collettività cosa ci può essere di meglio di una pratica diffusa di autodeterminazione? Siamo in grado di mettere insieme le competenze? Sembrerebbe proprio di sì. Stare in Rete ha proprio questo scopo. Dobbiamo solamente diventare più lungimiranti e impegnarci a reperire le risorse. Un altro passo che, fatto collettivamente, può diventare meno impegnativo di quanto possa sembrare. Ormai abbiamo imparato che il lavoro biodiverso rende in termini economici e, se siamo attenti e innovativi, anche in termini di costruzione di comunità; quindi di innalzamento della qualità della vita e della sicurezza sociale, quella vera, basata sulla resilienza e la reciproca fiducia. Ne avremo bisogno nei tempi a venire: il tempo corre e le variazioni ambientali, la mancata promessa della riduzione delle emissioni, un sempre maggior accentramento della proprietà terriera in mano di pochi gruppi di speculatori, potrebbero farci attraversare periodi bui ma la fragilità dei giganti dai piedi d’argilla è ben contrastabile dalla plasmabilità delle reti territoriali che siano in grado di condividere scopi e regole per interpretarle adattandole nel migliore dei modi alle esigenze e alla cultura del territorio di riferimento. Parole vuote? Proclami al vento? Può darsi. Ma fino a che alle parole seguono i fatti c’è solo bisogno di esser pronti a rimboccarsi le maniche e a sparger seme con criterio e consapevolezza. Nelle pagine del notiziario troverete descritti alcuni dei percorsi in atto.
di Claudio Pozzi Coordinatore RSR
Incontro “Appennini vicini. Storie di miscugli, popolazioni e futuro”, 20 luglio 2019, Biblioteca del grano di Caselle in Pittari # foto R. Franciolini/RSR
Si è concluso il primo anno di ricerca sperimentale sul riso, grazie al progetto Riso Resiliente finanziato da Fondazione Cariplo, che ha visto coinvolte quattro aziende agricole biologiche e biodinamiche: Cascine Orsine a Bereguardo (PV), Az. agr. di Marco Cuneo ad Abbiategrasso (MI), Az. agr. Una Garlanda ssa di Stocchi fratelli e C. a Rovasenda (VC) e Az. agr. Terre di Lomellina a Candia Lomellina (PV). In ogni azienda RSR, con la collaborazione degli agricoltori e la supervisione scientifica del Prof. Salvatore Ceccarelli, ha allestito un campo sperimentale di 40 parcelle con 16 varietà o miscugli. A settembre si sono svolte le visite in campo e le valutazioni delle parcelle sperimentali da parte degli agricoltori e dei tecnici delle differenti zone. Le valutazioni, così come i dati raccolti durante i rilievi in campo (altezza della pianta, lunghezza della pannocchia, precocità, suscettibilità alle malattie) sono stati analizzati e presentati agli agricoltori della sperimentazione in una riunione a dicembre. Da una prima analisi è emerso che le 4 aziende sono molto diverse fra loro rispetto alla conduzione della coltivazione e che, proprio per le rispettive specificità, necessitino di varietà o miscugli adatti alle proprie realtà, cosa che il sistema sementiero attuale non è in grado di fornire dal momento che privilegia la standardizzazione. Il coinvolgimento di tutti gli attori è stato molto alto, la sola valutazione delle parcelle ha visto la partecipazione di 58 persone, così come l’attesa per i risultati del secondo anno di sperimentazione. Presso l’azienda dei fratelli Stocchi a Rovasenda, RSR ha allestito anche un interessante campo catalogo con 246 varietà di riso provenienti sia dagli agricoltori della sperimentazione (29) che dalla banca internazionale del germoplasma IRRI (217). L’International Rice Research Institute si trova nelle Filippine e conserva 130.000 accessioni di riso da tutto il mondo, a loro ci siamo dovuti rivolgere per ricostituire un’ampia collezione di varietà italiane di riso, e nel 2018 abbiamo ricevuto 5 grammi di 230 accessioni che negli anni gli sono arrivate dall’Italia. Il campo catalogo alla raccolta era spettacolare, pieno di forme e colori differenti, ed è così che abbiamo potuto mostrare a tanti agricoltori che anche nel riso c’è una enorme diversità! Quest’anno abbiamo quindi moltiplicato i piccoli quantitativi ricevuti e chiesto agli agricoltori che hanno partecipato alle giornate di campo di segnalarci le loro preferenze. Il prossimo anno, per riportare velocemente diversità in campo, abbiamo pensato di fare due miscugli di quello che è piaciuto di più e coltivarlo nelle aziende che ospitano i campi sperimentali. Ma vorremmo anche moltiplicare di nuovo alcune delle varietà locali più interessanti e cominciare a valutarle così da individuare i genitori per la costituzione di una popolazione di riso. E, non appena i quantitativi di varietà e di miscuglio saranno sufficienti, potremo iniziare una Campagna di semina dedicata al riso!
Campo sperimentale di riso 2019 con le 246 parcelle di varietà di riso ricevute dagli agricoltori e dall’IRRI e le 40 parcelle della prova sperimentale del progetto di ricerca partecipata Riso Resiliente, 13 settembre 2019, Azienda Agricola Una Garlanda, Rovasenda # foto Cristian Benaglio/RSR
Con l’incontro tenutosi a Parigi nel settembre 2019, si sono concluse le attività del progetto CERERE, una azione promossa nell’ambito del programma di ricerca H2020, che ha promosso la messa in rete dei protagonisti, dei saperi, le innovazioni cresciute nel solco delle nuove filiere di cereali biologici negli ultimi anni in Europa. L’evento finale ha visto l’adesione di 35 partecipanti, tra cui la testimonianza di tre emblematiche esperienze italiane (Cumparete, Grani Resistenti, Prometeo) ed è stata una prima occasione per valorizzare i contenuti di conoscenza e le relazioni fra gli attori, raccolti durante i tre anni di lavoro. Come sottolineato nelle conclusioni dell’incontro, la transizione dei sistemi alimentari verso una alternativa agroecologica, viene sostenuta da una serie di innovazioni nelle pratiche agricole e sociali progressive, che, a loro volta, sono gli elementi visibili di una cascata “di effetti positivi” dal seme, alla comunità, al paesaggio, al piatto. Ad esempio, la reintroduzione nei sistemi agricoli della diversità delle specie e delle varietà coltivate, implica la valorizzazione e reinterpretazione di pratiche basate su valori condivisi e rapporti di fiducia e collaborazione tra gli attori nelle aree rurali. Questo approccio combina le conoscenze scientifiche con quelle che emergono dai saperi materiali e ha come effetto quello di riportare la pratica della coltivazione nelle mani degli agricoltori.
L’eredità materiale del progetto è costituita dai materiali che descrivono queste innovazioni collettive, e che adesso sono disponibili anche in lingua italiana.
Un primo contributo viene dal documentario intitolato “Cereali – rinascimento in campo” che raccoglie nella forma della narrazione documentaristica i temi fondanti di questa rinascita: la diversità nei campi, la ricerca partecipata, la ricostruzione dei saperi, le nuove arti e mestieri. Il documentario video della durata di 35 minuti è disponibile con sottotitoli in italiano (indicazioni su come reperirlo sul sito della RSR).
Il progetto CERERE ha redatto dei materiali divulgativi che sono scaricabili e consultabili sul sito www.cerere2020.eu (prossimamente anche sul sito della RSR). Tra questi, 7 sintetici manuali dedicati ai temi emergenti nell’ambito della ricerca e nelle filiere; temi che si sono rivelati di impatto per ciò che riguarda la diffusione di questi sistemi agricoli e alimentari alternativi. Un repertorio sulle pratiche agricole innovative basate sull’uso dei cereali locali, le soluzioni raccolte dagli artigiani fornai, dai pastai, le strategie alternative raccolte per ciò che riguarda la produzione e l’accesso delle sementi, le pratiche legate alla commercializzazione di prodotti basati sulla “diversità” dei prodotti. Conclude questo pacchetto di manualistica un capitolo dedicato alla sintesi dei contenuti degli incontri tenuti in Europa nell’ambito delle iniziative Let’s cultivate diversity.
Sul sito del progetto sono anche reperibili 24 schede a carattere tecnico divulgativo che descrivono le innovazioni chiave, di immediata applicazione, che assicurano la sostenibilità di questi modelli di rinascita; anche questo materiale e consultabile in lingua italiana. Sempre nell’ambito della manualistica prodotta dal progetto è possibile reperire 25 schede a carattere tecnico-pratico che intendono dare risposte immediate a coloro che intraprendono la transizione verso le filiere biologiche e a basso uso di inputs.
Completa la narrazione di questa novità nell’ambito della filiera cerealicola europea, la descrizione di 25 “casi emblematici”, caratterizzati dall’aver utilizzato la diversità agricola e alimentare come leva di riscatto e trasformazione del proprio territorio, del modello di filiera e agito il recupero della conoscenza collettiva e della comunità come mezzo per sviluppare e rendere sostenibili queste alternative.
Il progetto CERERE ha mostrato una strada possibile e sostenibile per la transizione di molte aree rurali, della aree interne e marginali d’Europa; contemporaneamente offre anche una strategia per la ricerca e la divulgazione da offrire nel quadro dello sviluppo di queste iniziative. L’approccio partecipativo e multiattoriale diventa un punto cardine per l’affermazione di questo processi , invitando gli agricoltori, i tecnici agricoli, gli attori della filiere e ricercatori a partecipare a un processo di costruzione attiva della conoscenza, piuttosto che attendere il trasferimento tecnologico passivo.
Delegazione italiana – Rete Semi Rurali e Formica Blu – al Let’s Cultivate Diversity! 26-28 giugno 2019, Kalø, Danimarca foto V. Grazian/RSR
Non potevamo aprire il 2020 senza una riflessione sulle politiche sulla biodiversità e in particolare sulla parte che ci interessa da vicino: la diversità agricola. Infatti, il 2020 era stato indicato come l’anno entro cui arrestare la perdita di biodiversità a livello globale: la Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB – www.cbd.int) nel 2010 aveva adottato il Piano Strategico per la Biodiversità (PSB) per il periodo 2011-2020, un quadro generale che avrebbe dovuto essere integrato in tutte le politiche delle Nazioni Unite e diventare operativo grazie ai piani d’azione nazionali. Per rispondere a questa esigenza, nel maggio 2011 l’Unione Europea aveva lanciato la sua Strategia sulla Biodiversità fino al 2020. L’obiettivo era molto ambizioso: “porre fine alla perdita di biodiversità e al degrado dei servizi ecosistemici e ripristinarli nei limiti del possibile, intensificando al tempo stesso il contributo dell’UE per scongiurare la perdita di biodiversità a livello mondiale”. Questa strategia, suddivisa in 6 obiettivi e 10 azioni, ha anche due capitoli dedicati alla conservazione della diversità genetica in agricoltura. Nel febbraio 2016, purtroppo, il Parlamento Europeo ha dovuto riconoscere il fallimento di questa strategia, prendendo atto dagli indicatori analizzati che con gli andamenti attuali nessuno degli obiettivi sarà raggiunto alla scadenza prevista. E, infatti, nel 2019 l’Unione Europea ha cominciato a mettere in avanti le lancette, individuando un più lontano 2050 come nuovo orizzonte temporale. Ma perché gli obiettivi non sono stati raggiunti? Erano veramente troppo ambiziosi?
Forse, ma uno dei motivi del fallimento va ricercato nel sistema di governance politico, come emerge con chiarezza in alcuni dei commenti del Parlamento europeo: la mancanza di coerenza tra le varie politiche settoriali, la mancata applicazione nazionale e la non integrazione del tema della biodiversità nelle politiche non strettamente ambientali sono indicati come problemi da risolvere. La biodiversità per sua natura, infatti, attraversa vari domini, dall’ambiente, all’agricoltura, passando per il commercio e lo sviluppo economico, ma la nostra pubblica amministrazione è ancora organizzata per settori che si parlano con difficoltà. Costruire una visione comune e di conseguenza delle politiche pubbliche si sta dimostrando molto difficile: richiede un cambiamento culturale e una comune percezione di quali siano le priorità tra settori diversi. Ad esempio, chi decide se vale di più mantenere un sistema agricolo diversificato con siepi e bordure o ridurre il campo coltivato a un terreno sterile mantenuto artificialmente in vita da erbicidi, fertilizzanti e fungicidi? Come si capisce non è scelta facile che possa essere resa oggettiva da adeguate prove scientifiche.
Ecco cosa ci insegna la scadenza mancata del 2020: abbiamo una mole di dati scientifici a disposizione sulla scomparsa e l’importanza della biodiversità, abbiamo elaborato una serie di indicatori molto sofisticati per studiarla e monitorarla (vedi gli Obiettivi di Aichi promossi nel 2010 dalla CBD), i cittadini europei sono sempre più consapevoli di questa tematica (vedi i risultati dell’Eurobarometer 2019), ma tutto ciò non si traduce in politiche efficaci che modifichino le tendenze attuali.
Se la biodiversità non se la passa tanto bene, anche quella agricola non gode di buona salute. In parallelo a questo lavoro svolto prevalentemente dai ministeri dell’ambiente dei vari paesi e relativo all’implementazione della CBD, a livello internazionale esiste un accordo specifico che tratta della diversità agricola: il Trattato FAO sulle risorse genetiche vegetali (RGV) per l’agricoltura e l’alimentazione (www.planttreaty.org). L’ultima riunione del suo Organo di Governo, tenutasi nel novembre 2019 a Roma, ha messo in evidenza le difficoltà già citate per la CBD: assenza di visione generale e estrema specializzazione settoriale dei negoziatori hanno portato ad uno stallo della sua operatività. CBD e Trattato, anche se sono pensati come due strumenti che dovrebbero supportarsi a vicenda, soffrono della dicotomia tra agricoltura e ambiente e della mancanza di integrazione delle politiche tra questi settori.
La situazione in Italia
Vediamo ora cosa succede in Italia, analizzando il sistema agrobiodiversità nazionale a partire dalle competenze delle nostre istituzioni pubbliche per finire con un’analisi della recente legge 194/2015 sulla biodiversità agricola.
Una prima competenza è ovviamente del Ministero della Politiche Agricole Alimentari e Forestali (MiPAAF), condivisa però con tutte le Regioni e le Province autonome, in forza del Titolo V della Costituzione la cui ultima riforma in senso più decentrato è avvenuta nel 2001. Il Trattato FAO è stato recepito dalla legge 101/2004 che da competenza alle Regioni su uso sostenibile e conservazione della diversità agricola, diritti degli agricoltori, creazione del sistema multilaterale di scambio e accesso facilitato alle RGV (gli articoli 5, 6, 9, 11 e 12), con obbligo di relazione annuale al ministero che ha la responsabilità di presentare il quadro nazionale. Nel 2008 la Conferenza Stato Regioni ha approvato il Piano Nazionale sulla Biodiversità di interesse Agrario (PNBA), che include un programma in tre fasi:
A) redazione delle linee guida nazionali; B) analisi di varietà e razze animali identificate dalle Regioni; C) attivazione dell’Anagrafe nazionale e del sistema di tutela e valorizzazione.
Nel luglio 2012, dopo un lavoro di 2 anni di un gruppo di 30 esperti, sono state pubblicate le Linee Guida per la Conservazione e la Caratterizzazione della Biodiversità di interesse agrario per dare una comune metodologia a livello nazionale su questo tema (http://planta-res.politicheagricole.it/pages/index.php). Le fasi B e C, come vedremo, sono diventate di competenza della legge 194. Il MiPAAF si occupa anche della legislazione sementiera e gestisce il catalogo varietale, ivi compreso la parte sulle varietà da conservazione. Inoltre, il MiPAAF vigila sul Consiglio per la Ricerca in Agricoltura l’analisi dell’Economia Agraria (CREA), i cui centri sparsi sul territorio gestiscono banche delle sementi delle diverse specie agrarie. Il CREA-DC (ex-ENSE) si occupa di certificazione e iscrizione varietale.
Massimo Angelini al Convegno di presentazione ufficiale delle “Linee guida per la conservazione e la caratterizzazione della biodiversità vegetale, animale e microbica di interesse per l’agricoltura” _ Bologna, 21 novembre 2012
Una seconda competenza ricade sotto il Ministero dell’Ambiente, cui spetta la traduzione nazionale della CBD, ratificata dall’Italia nel 1994. In questo ambito è stata elaborata nel 2010 la Strategia Nazionale per la Biodiversità (SBN), il cui ultimo rapporto sullo stato di attuazione è stato redatto nel biennio 2015-2016, con due specifiche aree di lavoro su risorse genetiche (incluse quelle agricole) e agricoltura. In particolare, questo ministero ha la responsabilità di gestire l’accesso e la ripartizione dei benefici derivanti dall’uso delle risorse genetiche (ABS) così come stabilito dal Protocollo di Nagoya, uno degli accordi secondari della CBD entrato in vigore nel 2014.
Una terza competenza è del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), che si occupa della protezione delle varietà vegetali attraverso i vari strumenti di proprietà intellettuale (privativa vegetale, marchi e brevetto) e della loro relativa iscrizione al catalogo nazionale e comunitario (si tratta di un catalogo diverso da quello varietale gestito dal MiPAAF per la commercializzazione delle sementi, per cui una varietà protetta risulta iscritta a due cataloghi: uno per la commercializzazione delle sementi e uno per la privativa vegetale). L’Ufficio Brevetti e Marchi del MISE rappresenta l’Italia nel Consiglio dell’Ufficio Comunitario delle Varietà Vegetali con sede ad Angers (www.cpvo.europa.eu – Francia) e anche all’interno dell’Ufficio Europeo sul Brevetto con sede a Monaco (www.epo.org – Germania).
Una quarta competenza ricade sotto il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), che tramite le università e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) gestisce le molte collezioni pubbliche di risorse genetiche agricole conservate nelle loro banche. Ad esempio, la più grande banca italiana per numero di accessioni conservate, quella con sede a Bari, appartiene all’Istituto di Bioscienze e Biorisorse del CNR (www.ibbr.cnr.it).
Una quinta competenza è delle Regioni che gestiscono i Piani di Sviluppo Rurale (PSR) della Politica Agricola Comunitaria (PAC) e quindi le relative misure di supporto alla conservazione delle risorse genetiche vegetali e animali (misure 10.1 e 10.2). Si tratta di circa 160 milioni di euro a disposizione nel periodo 2014-2020. Nel 2016 lo stesso Parlamento europeo, nella nota sulla revisione di medio termine della Strategia sulla Biodiversità, chiedeva agli Stati membri di migliorare questo strumento con l’obiettivo di promuovere in maniera più efficace l’uso sostenibile della diversità agricola, riconoscendo l’assenza di progressi misurabili delle azioni adottate nei PSR. In pratica un fiume di soldi di cui è difficile valutare il reale impatto sulla diversità agricola. Ma le Regioni hanno anche altre responsabilità: alcune hanno adottato specifiche legislazioni regionali di tutela dell’agrobiodiversità (vedi tabella) e tutte sono il tramite attraverso cui le domande di iscrizione delle varietà da conservazione devono passare prima di arrivare al Ministero. Inoltre, come vedremo giocano un ruolo chiave nell’implementazione della legge 194.
Avere così tante competenze ripartite, o meglio disperse? Tra dicasteri e uffici diversi fa sì che sia difficile partorire una visione strategica comune sull’agrobiodiversità a livello nazionale, perché i vari attori istituzionali hanno la tendenza a non comunicare e a non elaborare politiche integrate: Agricoltura, Ricerca e Ambiente, Ministeri, Regioni ed Enti locali, tutti si contendono il tema e le competenze (e quindi i soldi quando ci sono..), in un grande valzer in cui ognuno resta a difesa della sua trincea, con poca cura dell’efficacia generale del sistema. Per capire quanto è difficile integrare la biodiversità nelle istituzioni e produrre politiche che rispondano ad una visione comune bastano due esempi. Primo, per arrivare a elaborare la SBN sono stati necessari circa 15 anni dalla ratifica della CBD, spesi nel tentativo di trovare una sintesi tra Agricoltura e Ambiente, mentre la redazione del PNBA e relative Linee Guida hanno richiesto solo (!) 8 anni forse perché non hanno avuto la partecipazione attiva dell’Ambiente. Secondo, l’Italia non ha ancora reso operativo il Protocollo di Nagoya convertendo in legge il Regolamento UE 511/2014, procedura estremamente complicata che ha visto Agricoltura e Ambiente su posizioni opposte prima di arrivare ad un compromesso, tanto che l’Italia è stata richiamata alla Corte di Giustizia Europea per questa inadempienza. In conclusione, possiamo affermare che il nostro sistema politico e amministrativo non si è ancora riorganizzato per integrare la biodiversità in maniera transettoriale.
Diversità di spighe di Orzo
La legge 194/2015
In questo panorama arriva nel 2015 la legge 194 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”, approvata dopo un percorso parlamentare di 6-7 anni avvenuto in parallelo a quanto succedeva nel PNBA. Cerchiamo di capire se ha semplificato chiarendo ruoli e responsabilità o se ha aggiunto un altro livello di burocrazia al sistema già alquanto barocco.
CBD
Convenzione sulla Diversità Biologica
CCES
Centri di Conservazione ex-situ
CNR
Consiglio Nazionale delle Ricerche
CPVO
Ufficio Comunitario delle Varietà Vegetali
CREA
Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria
ENSE
Ente Nazionale Sementi Elette
EPO
Ufficio Europeo sul Brevetto
MiPAAF
Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali
MISE
Ministero dello Sviluppo Economico
MIUR
Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
PAC
Politica Agricola Comunitaria
PNBA
Piano Nazionale sulla Biodiversità di interesse Agrario
PSB
Piano Strategico per la Biodiversità
PSR
Piano di Sviluppo Rurale
RGV
Risorse Genetiche Vegetali per l’Agricoltura e l’Alimentazione
SBN
Strategia Nazionale per la Biodiversità
GLOSSARIO
L’impianto della legge riprende quello della legge regionale della Regione Toscana e si articola negli elementi indicati nella figura 1.
Ecco l’iter che deve seguire una risorsa per essere iscritta all’Anagrafe nazionale (esistono anche quelle periferiche gestite dalle Regioni): domanda alla Regione che tramite la sua Commissione Tecnico-Scientifica, prevista dalla legge regionale, o il Nucleo di Valutazione, se non ha una legge regionale ad hoc, verifica il dossier e lo trasmette al MiPAAF. A questo punto in 30 giorni il Ministero chiude l’istruttoria e emana apposito decreto per l’iscrizione. Una regione che ha una legge regionale finisce per avere: il repertorio regionale, l’anagrafe nazionale e, in ultimo, la sezione del catalogo sementiero dove iscrivere le varietà da conservazione: si corre il rischio di perdersi per strada nel tentativo di capire dove incasellare una varietà!
Percorso simile deve seguire l’agricoltore per diventare “custode” ed essere iscritto nella Rete Nazionale: domanda alla Regione e poi iscrizione da parte del MiPAAF. Le varie banche delle sementi attualmente operanti, siano esse afferenti al MiPAAF o al MIUR, devono fare una specifica domanda al MiPAAF per diventare Centri di Conservazione ex-situ (CCES) secondo la legge 194 e, finalmente, far parte della Rete Nazionale. Ovviamente l’iscrizione da parte del Ministero è soggetta al previo parere positivo delle Regioni che devono verificare: i) iscrizione nell’Anagrafe nazionale della risorsa genetica per la quale si propone la conservazione presso il CCES, ii) reale possesso dei requisiti del CCES, iii) presenza delle dichiarazioni di assunzione degli impegni da parte del CCES (vedi allegato 3 del DM 10400 del 24/10/2018).
Finite tutte queste pratiche dovrebbero esistere l’Anagrafe e la Rete, gestita direttamente dal MiPAAF, con membri agricoltori custodi (singoli o associati) e CCES. Ovviamente il tutto sarà soggetto a un controllo “standardizzato e partecipato” definito da un futuro decreto del Direttore Generale dello Sviluppo Rurale previo parere del Comitato Permanente, istituito dall’articolo 8. Ad oggi l’Anagrafe è popolata con gli elenchi delle regioni Toscana, Umbria, Marche, Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Basilicata e Puglia. La legge prevede anche di creare il Portale Nazionale della Biodiversità di interesse agricolo e alimentare (art. 5) dove far confluire le informazioni delle singole banche dati. Nei prossimi mesi sapremo se tale portale andrà ad integrarsi a quello già esistente del MiPAAF (Planta Res – http://planta-res.politicheagricole.it/pages/index.php) o se sarà creata un’altra piattaforma.
LEGGI REGIONALI SULL’AGROBIODIVERSITA’
Regione
Riferimenti
Titolo dispositivo
Abruzzo
Delibera Giunta Regionale n. 1050 del 28 dicembre 2018 in attuazione della Legge n. 194 del 1 dicembre 2015
Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare e Decreti applicativi e delle LLRR n. 64/2012 e n. 34/2015
Basilicata
L.R. del 14 ottobre 2008, n. 26
Tutela delle risorse genetiche autoctone vegetali ed animali di interesse agrario
Calabria
L.R. del 25 maggio 2018, n. 14
Tutela, conservazione, valorizzazione della diversità del patrimonio di varietà, razze e ceppi microbici di interesse agrario e alimentare del territorio calabrese
Campania
L.R. del 19 gennaio 2007, n. 1, art. 3 Regolamento 3 luglio 2012, n. 6
Regolamento di attuazione dell’articolo n. 33 della legge regionale 19 gennaio 2007, n. 1 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione Campania – Legge Finanziaria regionale 2007), per la salvaguardia delle risorse genetiche agrarie a rischio di estinzione
Emilia Romagna
L.R. del 29 gennaio 2008, n. 26
Tutela del patrimonio di razze e varietà locali di interesse agrario del territorio emiliano-romagnolo
Friuli Venezia Giulia
L.R. del 22 aprile 2002, n. 11
Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario e forestale
Lazio
L.R. del 1 marzo 2000, n. 15
Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario
Lombardia
Decreto del 11 ottobre 2013, n. 9167
Procedura per la presentazione e l’istruttoria delle domande di iscrizione alla sezione delle varietà da conservazione del registro nazionale delle varietà di specie agrarie e ortive
Marche
L.R. del 3 giugno 2003, n. 12
Tutela delle risorse genetiche animali e vegetali del territorio marchigiano
Piemonte
L.R. del 22 gennaio 2019, n. 1, art. 44
Riordino delle norme in materia di agricoltura e sviluppo rurale
Puglia
L.R. del 11 dicembre 2013, n. 39
Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario, forestale e zootecnico
Sardegna
L.R. del 7 agosto 2014, n. 16
Norme in materia di agricoltura e sviluppo rurale: agrobiodiversità, marchio collettivo, distretti
Sicilia
L.R. del 18 novembre 2013, n. 19
Tutela e valorizzazione delle risorse genetiche ‘Born in Sicily’ per l’agricoltura e l’alimentazione
Toscana
L.R. del 16 novembre 2004, n. 64
Tutela e valorizzazione del patrimonio di razze e varietà locali di interesse agrario, zootecnico e forestale
Umbria
L.R. del 4 settembre 2001, n. 25
Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario
fonti: www.gazzettaufficiale.it
Ma qual è il motivo di far parte della Rete? Uno dei più importanti viene individuato nella possibilità di far circolare le risorse genetiche tra i membri della Rete: gli agricoltori e i CCES. Così recita il DM: “Al fine di garantire un uso durevole delle risorse genetiche tra i soggetti aderenti alla Rete è consentita la circolazione, senza scopo di lucro e nell’ambito locale di riferimento della risorsa genetica, di una modica quantità di materiale di riproduzione […]. Il Ministero, su proposta del Comitato permanente per la biodiversità di interesse agricolo e alimentare, definisce la modica quantità di materiale di riproduzione e propagazione di risorse genetiche vegetali, con riferimento alla singola specie, intesa come la quantità necessaria a mantenere l’interesse per le varietà locali a rischio di estinzione o di erosione genetica iscritte nell’Anagrafe nazionale e far conoscere e valorizzare le caratteristiche culturali di quest’ultime. Con successivo decreto del Direttore Generale dello sviluppo rurale si provvederà a definire le modiche quantità”.
Nasce, però, spontanea una domanda: se stiamo parlando di risorse genetiche in pubblico dominio conservate ex-situ da soggetti statali la norma di riferimento per l’accesso è il Trattato FAO, che bisogno c’è di mettere in piedi un simile castello di carte? Le risorse, cioè, dovrebbero essere disponibili previa firma dell’Accordo Standard di Trasferimento Materiale previsto dal Trattato, in quanto facenti parti del sistema multilaterale. Inoltre, se sono passati 5 anni prima di avere le modalità operative della Rete, quanti ne dovranno passare per avere il decreto che stabilisce le modiche quantità per ogni specie e quindi, infine, vedere l’operatività della circolazione?
Tavola pomologica di varietà rare e antiche del Vivaio Belfiore in esposizione a LiberaSemina, Firenze, 28 aprile 2019 _ foto R. Bocci
E per un agricoltore quale potrebbe essere il vantaggio di diventare “custode” secondo la legge 194? Per rispondere prendiamo spunto da quanto scritto dalla Regione Toscana nel rapporto “Tutela e valorizzazione dell’agrobiodiversità vegetale e animale in Toscana: analisi e indicazioni di policy”, pubblicato nel 2019, dove si individuano i seguenti punti: “i) riconoscimento a livello nazionale del ruolo di “custode” dell’agrobiodiversità in un determinato territorio; ii) possibilità di utilizzo di un marchio nazionale di “Agricoltore Custode” o “Allevatore Custode”, di gestione del MiPAAF; iii) una possibile facilitazione per la partecipazione ai premi e ai contributi delle misure dei PSR in materia di risorse genetiche; iv) una possibile facilitazione per la partecipazione a progetti regionali, nazionali e europei sulla tutela dell’agrobiodiversità; v) il riconoscimento di Agricoltore o di Allevatore custode nel sistema nazionale non ha nessun costo”. Come si vede manca una forte attrattiva economica o sociale, e la gratuità non deve trarre in inganno: tutte le risorse pubbliche necessarie per far funzionare il meccanismo burocratico sono risorse mancate per azioni concrete di sviluppo rurale. Alla fine, la motivazione maggiore può venire dal fatto di accedere alle misure specifiche del PSR che finanziano gli agricoltori custodi, o, in futuro, dal fatto che solo questi agricoltori potranno avere accesso a deroghe specifiche all’uso di varietà locali per ricevere finanziamenti su altre misure, come il biologico e l’integrato, o essere autorizzati a scrivere il nome della varietà coltivata nell’etichetta del prodotto.
Rispetto a quelli che vengono definiti Centri di Conservazione ex-situ (CCES), la procedura prevista si configura come un ulteriore appesantimento burocratico a loro carico, aggiungendo un livello di controllo senza costruire un sistema unitario tra le banche del MiPAAF e quelle del MIUR: tutte dovranno essere “verificate” anche dalle Regioni, secondo le indicazioni contenute nell’allegato 3 del DM 10400/2018. Resta poco chiaro cosa ci possano guadagnare in termini di efficacia e riduzione delle duplicazioni.
Sul tema commercializzazione delle sementi il testo di legge (art. 11) va a modificare il famoso art. 19-bis della normativa sementiera (1096/1971 e successive modifiche) inserendo il seguente capoverso: “nonché il diritto al libero scambio all’interno della Rete nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”.
Figura 1: L’impianto della legge 194
Articolo 19/bis
Modifica dell’articolo 19 / bis secondo l’articolo 11 della legge 194/2014
Ai produttori agricoli, residenti nei luoghi dove le “varietà da conservazione” iscritte nel registro di cui al comma 1 hanno evoluto le loro proprietà caratteristiche o che provvedano al loro recupero e mantenimento, è riconosciuto il diritto alla vendita diretta in ambito locale di modiche quantità di sementi o materiali da propagazione relativi a tali varietà, qualora prodotti nella azienda agricola condotta.
Agli agricoltori che producono le varietà di sementi iscritte nel registro nazionale delle varietà da conservazione, nei luoghi dove tali varietà hanno evoluto le loro proprietà caratteristiche, sono riconosciuti il diritto alla vendita diretta e in ambito locale di sementi o di materiali di propagazione relativi a tali varietà e prodotti in azienda, nonché il diritto al libero scambio all’interno della Rete nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, secondo le disposizioni del decreto legislativo 29 ottobre 2009, n. 149, e del decreto legislativo 30 dicembre 2010, n. 267, fatto salvo quanto previsto dalla normativa vigente in materia fitosanitaria.
Affermare che lo scambio di varietà da conservazione diventi legittimo solo tra chi fa parte della Rete, è in contraddizione con le procedure di accesso alle RGV definite dal Trattato, in quanto ogni agricoltore ha diritto ad accedere a risorse in dominio pubblico conservate da strutture pubbliche. E lo scambio tra agricoltori e/o privati per fini di ricerca, sperimentazione e conservazione della biodiversità, non rientrando nella normativa sementiera, non può essere limitato dalla legge 194. In questo caso la legge va semplicemente a complicare la materia senza rendere più facile lo scambio.
Vedendo le procedure previste e i sistemi di controllo emerge chiaramente che tutto l’impianto della legge riprende quello della normativa sementiera (iscrizione, anagrafe, commissioni scientifiche), senza però avere una giustificazione economica o legale per dover reggere una simile burocrazia. Dall’altra parte, dimentica completamente uno degli obiettivi del Trattato: l’uso sostenibile della biodiversità agricola e quindi il sostegno, tramite politiche pubbliche, ad azioni che promuovano la diversificazione dei sistemi agricoli, l’allargamento della base genetica delle varietà coltivate, lo sviluppo di sistemi sementieri basati sulla diversità e la ricerca partecipata. La legge, al contrario, focalizza tutti i suoi sforzi solo sulla conservazione delle risorse genetiche autoctone a rischio di estinzione.
Figura 2: Le attività della Gestione Comunitaria dell’Agrobiodiversità
Dalla conservazione alla gestione dinamica
Visita al Collettivo Semeurs du Lodèvois-Larzac, socio di RSP, progetto APRENTISEM Erasmus+, 5 novembre 2019 – Larzac, Francia
Un’ultima considerazione riguarda l’approccio alla conservazione della biodiversità che emerge dalla lettura della legge. La società civile è completamente assente dal paesaggio, a parte la possibilità data dall’entrare a far parte di quelle che vengono definite per legge come Comunità del cibo. Nel quadro dipinto dalla legge si vede un esercito di agricoltori custodi in solitudine pagati e/o controllati dai vari organi statali per la loro azione di conservazione. Negli ultimi anni questa visione statica, museale della diversità agricola è stata ampiamente superata per andare verso una gestione dinamica della diversità dentro le aziende agricole, con un ruolo chiave svolto da strutture sociali aggregative. Le comunità̀, e in generale gli aspetti e le norme sociali, infatti, svolgono un ruolo importante nella creazione e nella formazione dei sistemi sementieri a livello locale, ruolo che dovrebbe essere riconosciuto anche dai decisori politici e dalla comunità̀ scientifica. La diversità̀ non è solo il risultato di una varietà̀ (più o meno eterogenea) in un dato ambiente ma anche delle sue interazioni con gli aspetti sociali considerati in senso lato, ad esempio l’organizzazione sociale della comunità̀ e le preferenze sociali riguardo al cibo. Proprio per questo il progetto di ricerca europeo DIVERSIFOOD (www.diversifood.eu) ha proposto di usare il concetto di Gestione Comunitaria dell’Agrobiodiversità, prendendolo a prestito da studi e analisi fatti nei paesi del sud del mondo. L’obiettivo principale di questo approccio è mostrare come il sostegno alle organizzazioni comunitarie e il rafforzamento delle loro capacità sia fondamentale per raggiungere l’uso sostenibile delle RGV, uno degli obblighi, ricordiamolo, del Trattato FAO. Come mostra la figura 2, questo approccio può̀ includere varie attività̀ e modalità̀ di gestione della diversità̀: case delle sementi, progetti partecipativi e decentralizzati di miglioramento genetico, aziende e cooperative di sementi locali, conservazione delle varietà locali, fiere ed eventi di scambio delle sementi. La diversità, così, riacquista un valore e un ruolo sociale per diventare, se opportunamente promossa da politiche pubbliche, volano di un nuovo sviluppo rurale.
Nel 2003 su Nature un articolo dal titolo Dynamic Diversity definiva la “conservazione non come stasi: ma come mantenimento dell’eccitante, in continua evoluzione varietà della vita sulla Terra” e poneva le nostre società davanti ad una scelta drastica: “possiamo adoperarci per conservare un mondo naturale dinamico del quale siamo parte integrante oppure possiamo fallire in questa impresa e trovarci di fronte l’equivalente di una stanza bianca tappezzata delle fotografie delle specie e degli habitat con i quali condividevamo il pianeta”. L’autrice, Sandra Knapp, ricercatrice del Museo di Storia Naturale di Londra, si riferiva alla biodiversità naturale e alle sfide della CBD, ma il rischio lo stiamo correndo anche per la diversità agricola.