Luglio 2023. Una grande incertezza ci attanaglia: diamo risalto al risicato successo nell’approvazione della Nature Restauration Law, seppur depotenziata, o il codice etico ci impone la riservatezza del lutto e il risanamento delle ferite per il precedente voto al Parlamento Europeo? La direttiva sulle emissioni industriali (IED) esclude infatti i grandi allevamenti dagli obblighi di autorizzazione e dall’adozione di buone pratiche. Risultati, almeno apparentemente, schizofrenici. Chi ha il controllo dell’informazione e delle attività di lobbying sui parlamentari italiani nel Parlamento nazionale e anche in Europa? Coldiretti naturalmente. Forse per questo non abbiamo tempo di brindare alle mezze vittorie o di lenire il dolore della sconfitta. Non fai in tempo a girarti per vedere chi ti tira per la manica a destra che ti sgambettano a sinistra: infatti l’ultima assemblea di Federbio, invece che nella sede storica di Bologna, si è svolta a Roma, a Palazzo Rospigliosi, sede di Coldiretti. Riunione che sancisce l’enorme influenza che Coldiretti esercita sul destino di Federbio: il più potente paladino dell’agroindustria, la stessa struttura sindacale che, in barba agli interessi dei piccoli agricoltori che dice di rappresentare, manovra a favore della conservazione dello status quo legato ai potentati agroindustriali e relativi latifondi. Ecco chi tiene il banco nel gioco delle tre carte: lo stesso sindacato che, rappresentato a livello europeo da COPA-COGECA, tenta la demolizione del Green Deal, sdogana le nuove tecniche genomiche (e i relativi brevetti) e passa con la mano sinistra a batter cassa dopo gli eventi climatici straordinari di cui con la mano destra disconosce, favorendola, la genesi.
In questo contesto l’Associazione Biodinamica, in allarme per la propria indipendenza, ha lanciato un appello per trovare protezione da chi vuole appropriarsi della sua identità, mentre UP BIO (così come ANAPROBIO) è uscita da Federbio con una lettera al Consiglio Direttivo in cui sottolinea le sue motivazioni e preoccupazioni. Gli altri Soci di RSR presenti in Federbio mantengono una posizione più prudente e ottimista, confidando nella democraticità dello Statuto, che dovrebbe consentire un’ opportuna rotazione nella gestione della Federazione (smentita però dall’operazione esercitata sulla cessione delle quote di Federbio Servizi), ma soprattutto nel caparbio tutoraggio di Maria Grazia Mammuccini, almeno fino a scadenza del suo mandato di Presidenza. Ma la domanda che ci intriga è: cosa attira Coldiretti a spadroneggiare anche nelle storiche rappresentanze del Bio, mai tenuto in considerazione fino ad oggi? Di sicuro la ricca dotazione di fondi per il potenziamento del biologico è una parte della risposta.
Fondi, latifondi, tre carte e asso pigliatutto una logica ferrea e un apparato apparentemente indistruttibile che gestisce il banco.
Le alleanze su Consorzi, Bonifiche Ferraresi, SIS, che vanno in direzione ben diversa dalla protezione delle piccole e medie aziende, non bastano più. Si punta all’en plein. Tutto questo è cronaca. Non abbiamo resistito e abbiamo voluto anche noi metterla in luce.
Regola indiscutibile del gioco delle tre carte è non partecipare se non vuoi esserne vittima. Possiamo e dobbiamo osservarne le mosse dall’esterno, esserne attenti e concentrati testimoni, esercitando l’antica arte del non guardare il dito bensì alla luna: in tale prospettiva essere pronti e efficaci nel mettere a nudo il trucco e perseverare nell’opera educativa, formativa e informativa per garantire alternative al sistematico tritacarne di governo e sottogoverno delle politiche agricole istituzionali. Le strategie dal basso costruite con pazienza negli anni e le coalizioni che le hanno generate devono trovare urgentemente spazio nell’attenzione della società civile: una volta di più, se non poniamo rimedio, le scelte dissennate di Coldiretti & Co. potrebbero far franare definitivamente quanto di buono stava nelle strategie della Commissione EU uscente, con sempre più probabili nefasti e incalcolabili esiti.
Ancora ci attendono numerose tenzoni: riduzione dei pesticidi, riforma del regolamento sementiero, NBT / TEA sono alcune fra queste. Vi chiediamo di seguirci con attenzione e reagire con tempestività perché la voce della società civile dovrà farsi sentire forte e chiara.
Modificare la legislazione sementiera e consentire la commercializzazione di varietà non rispondenti ai requisiti di uniformità e stabilità. In Italia questa ci era sembrata un’opportunità da cogliere al volo per legalizzare quella parte del mondo agricolo che ancora coltivava la biodiversità (le cosiddette varietà locali poi mappate dalle attività di indagine sul territorio attuate dalle varie regioni). Purtroppo, però, le varie negoziazioni con i differenti Ministri (da Alfonso Pecoraro Scanio per finire a Gianni Alemanno) non portarono da nessuna parte, fino a che, nel 2007, il Parlamento nelle pieghe di una legge comunitaria (meccanismo con cui si approvano provvedimenti volti a conformare l’ordinamento italiano agli obblighi comunitari) approvò – grazie all’appoggio dell’allora gruppo dei Verdi – alcuni dei punti essenziali contenuti nel decreto proposto per anni al MiPAAF. A distanza di 4 anni da quel “blitz” legislativo le cose non sono cambiate molto. Anche se, come abbiamo raccontato nei precedenti Notiziari, il quadro normativo sulle Varietà da Conservazione si è ormai concluso (con le direttive e i relativi recepimenti nazionali su cereali, ortive e foraggere), ancora manca un ultimo tassello per chiudere il percorso iniziato dieci anni fa. Infatti, il decreto ministeriale che avrebbe dovuto definire e spiegare come gli agricoltori possano vendere le varietà da conservazione non è stato ancora la campagna per richiedere al più presto l’approvazione di questo decreto. L’obiettivo è quello di avere formalmente scritto – nero su bianco – il diritto degli agricoltori di produrre e vendere sementi e rivendicare, quindi, un loro ruolo attivo nel settore sementiero. Non è un punto di poco conto. Non dobbiamo dimenticare che gli ultimi cento anni di storia dell’agricoltura sono andati verso un progressivo allontanamento degli agricoltori dalle sementi (prima gli ibridi, poi la legislazione sementiera, infine la proprietà intellettuale e gli organismi geneticamente modificati), con l’obiettivo dichiarato di migliorare la qualità del seme, e implicito di creare un mercato “appetibile” per il settore privato. Come può, infatti, un sistema capitalistico basarsi su un prodotto che una volta comprato può essere riprodotto a suo piacimento dal consumatore? Il seme porta in sé questo peccato originale. Che la legge italiana riconosca che ciò non costituisce più peccato non è per noi cosa di poco conto!
Claudio Pozzi
Coordinatore RSR
Fondatore dell’Associazione WWOOF Italia si occupa di temi legati alla biodiversità e alle sementi dagli anni 90 con una visione sociale ed economica legata alla sua partecipazione alle attività..
La coltivazione del riso in Italia, così come oggi è conosciuta negli usi, negli areali e nei metodi di coltivazione, è un fenomeno relativamente recente. Il riso fu portato dagli Arabi in Sicilia già nei primi secoli dopo Cristo, quale tappa di un cammino che ha diffuso questa specie dalle zone di domesticazione in Indocina fino al Mediterraneo. Consumato come farina, fino al 1100 il riso era molto commercializzato ma poco coltivato, soprattutto come produzione di “sussistenza” negli areali che ne permettevano la crescita: aree umide e acquitrinose, piane e foci dei fiumi dalla Sicilia, alla Calabria, alla Campania. Era coltivato prevalentemente come coltura di secondo raccolto. Per molti secoli il consumo del riso fu associato all’utilizzo in farmacopea come piante medicinale e nell’uso della pasticceria nobile. La specie si è poi diffusa quale “spezia e medicamento” in Toscana sotto le Signorie dei Medici (dove si hanno notizie di una coltivazione nei dintorni di Pisa verso la metà del XIII secoli), nel Lazio e nelle Marche fino in Lombardia e Veneto. La diffusione fu quindi inizialmente favorita dagli “speziali”, attraendo l’interesse dei “Ducati” e delle “Repubbliche” del Nord Italia. Fu sotto gli Sforza e nella Repubblica di Venezia che, dalla fine XV secolo, il riso inizierà ad essere coltivato in maniera massiva, trovando un proprio areale eletto nelle zone fluviali non ancora bonificate degli affluenti nella sponda nord del fiume Po.
La coltivazione risicola si consolidò tra Lombardia e Piemonte, nell’area dell’attuale Lomellina, dove le bonifiche permisero l’installazione delle prime risaie ad opera di Ludovico il Moro.
Dopo una prima rapida espansione delle superfici coltivate sotto il dominio spagnolo (50.000 ettari), la coltivazione del riso regredì notevolmente. Le evidenze empiriche sullo stato sanitario delle zone risicole collegavano la diffusione di questo cereale con l’espansione del fenomeno del “paludismo” (malaria). Di conseguenza, progressivamente le coltivazioni vennero strettamente regolamentate e i campi allontanati dai luoghi abitati, sfavorendone la coltivazione.
Il riso, specie molto produttiva e alimento di facile digeribilità, divenne di nuovo popolare nel Settecento; la diffusione di più evolute tecniche di coltivazione e il miglioramento delle pratiche di pulizia delle cariossidi, lo fecero diventare, insieme al mais, parte della risposta alle gravi carestie che affamarono i ceti popolari in quel periodo. Con il diffondersi della coltura del riso, compaiono anche le prime pubblicazioni dedicate alla coltivazione e promozione di questo cereale. È attraverso questa prima produzione manualistico-letteraria, redatta in forma di brevi pamphlet, che si promuove la circolazione delle “buone tecniche” agronomiche, soprattutto tra Francia e Piemonte Sabaudo (che condividevano l’uso della lingua), poi tra Lombardia e Veneto. Nel 1758 il libro La coltura del riso del marchese Gian Battista Spolverini di Verona identifica già le malattie del “brusone” o “carbonchio” (Pyricularia) e la competizione con il “sorgo d’acqua” (giavone) come elementi problematici per assicurare una buona resa di questa coltura.
La suscettibilità al brusone, insieme alla necessità di rispondere all’espansione della domanda europea del riso, divenne uno degli elementi che promossero il rinnovamento varietale. Accanto alle varietà di riso locale – genericamente identificate come “nostrale” ma già classificate per scopi commerciali in base alle caratteristiche morfologiche: barbato, giallo, unghia, odoroso – vennero introdotte anche varietà “esotiche” – altrettanto genericamente identificate come “cinesi” o “chinesi” o “d‘oltremare” – provenienti dalla Francia, dall’Egitto, dal Madagascar. A titolo di esempio citiamo le iniziative intraprese nel 1839 dal missionario Calleri che, furtivamente, dalle Filippine importò in Piemonte 43 accessioni di riso – tutte denominate anonimamente “chinese” – e poi “nel 1844 l’importazione, via Trieste, di un’altra (varietà ndr) di Cinese proveniente dall’America” e ancora “nel 1892 di un terzo Cinese (varietà ndr), sempre proveniente dalla Carolina del Sud”.
Accanto all’introduzione varietale si moltiplica la produzione di materiale divulgativo dedicato al miglioramento delle tecniche di coltivo e al contenimento delle malattie – ad esempio il Saggio sul Riso Bertone redatto da Carlo Ormea nel 1833 – ma anche al miglioramento della salubrità degli areali e dei modi di coltivazione come il saggio di Giovanni Capsoni (1831) Della influenza delle risaje sulla salute umana. Questi testi, a carattere pratico-letterario superavano la disciplina agronomica per compendiare temi sanitari e commerciali.
Negli anni successivi la pratica di coltivazione del riso assume un carattere più “disciplinare”, la cultura viene descritta in maniera esaustiva e con intenti divulgativi in compendi enciclopedici dedicati alle specie agrarie. Nel Trattato completo di agricoltura compilato dietro le più recenti cognizioni scientifiche e pratiche del dottor Gaetano Cantoni (1855) le varietà coltivate sono già dettagliate e classificate con nomi derivanti da toponimi (es. Riso Novarese, Riso d’Ostiglia), con riferimento allo “sconosciuto” costitutore (es. Riso Fantoni), della morfologia distintiva della varietà (es. Riso senza barbe). La circolazione sempre più capillare di queste informazioni agevola e rende più efficace il lavoro dei primi costitutori, che per molto tempo continueranno ad essere gli stessi risicoltori. Attraverso il loro lavoro di selezione “in campo” della diversità delle varietà locali si sono selezionati i capostipiti delle varietà disponibili ancora oggi. È il caso di Vitale Ranghino di Oldenico, (Vercelli) che nel 1887 seleziona la varietà che porta il suo nome e che progenitore della più conosciuta varietà del Vialone Nero o la varietà Greppi (1906), selezionata da Guglielmo Greppi di Casanova Elvo (Vercelli).
Nel 1908 la fondazione dell’Istituto di Risicultura Sperimentale di Vercelli offre la possibilità di lavorare in maniera sistematica sulla selezione e l’ibridazione del riso su vasta scala. Tra i primi risultati si menziona la selezione del Dellarole (1912) del Chinese Originario, Lencino e del Nero di Vialone (1915), quest’ultimi alla base della costituzione del Carnaroli. I progressi della “genetica” e le soluzioni agrotecniche “moderne” (negli stessi anni iniziano le sperimentazioni della tecnica di trapianto del riso) non arrestano la stagione di protagonismo degli agricoltori nella selezione in campo delle varietà. Emblematica è stata la collaborazione tra l’Istituto di Vercelli e la “comunità” di agricoltori della Baraggia” (Consorzio di Bonifica tra Biella e Vercelli ndr). Tra gli altri ricordiamo l’esperienza di agricoltori come Silvio Baldi di Salussola (Biella) che porta a selezionare la varietà Rosso Gorei (1922), Giuseppe Barbero di Oldenico (Vercelli) padre della varietà Barbero (1929), Domenico Marchetti che costituisce il riso Arborio (1946), e poi il lavoro di Pietro Corbetta di Rovasenda con il Precoce Corbetta (1954) e ancora Marchetti che nel 1964 seleziona la varietà Rosa Marchetti, riso caratterizzato dalla cariosside piccola e dal ciclo precoce, “battezzato” dal costitutore in onore della moglie Rosa. In quegli anni la produzione italiana si attesterà intorno ai sette milioni di tonnellate su una superficie coltivata di 130-140 mila ettari.
di Giuseppe De Santis, Daniela Ponzini, Mara Stocchi
Avena nuda in fioritura presso i campi sperimentali del CREA-CI, Bergamo foto R. Redaelli/CREA
L’interesse per l’avena degli ultimi anni è dovuto alla riscoperta del suo valore nutrizionale tanto da diventare un ingrediente molto diffuso negli alimenti destinati a persone sovrappeso o con intolleranze alimentari. Presso la sede di Bergamo del Centro di ricerca Cerealicoltura e Colture Industriali del CREA da oltre 20 anni sono presenti attività di ricerca sull’avena, comprendenti diversi aspetti: miglioramento genetico, coordinamento di prove varietali nazionali, mantenimento e caratterizzazione chimica della collezione conservata nella banca del germoplasma. La collezione comprende circa 1000 tipi di avena acquisite a partire dagli anni ’80 attraverso collaborazioni e scambi con istituzioni che ne mantengono un vasto germoplasma come il Vavilov Research Institute in Russia e il Department of Agriculture negli Stati Uniti. Le specie di avena si distinguono in forme selvatiche e coltivate con numero di cromosomi differente: diploidi (14 cromosomi, soprattutto le selvatiche), tetraploidi (28) o esaploidi (42). La tabella 1 mostra la collezione di Bergamo in base alle differenti specie e sottospecie.
Tabella 1 – La collezione di avena della stazione di Bergamo del CREA
L’avena, grazie alla sua capacità di adattamento a condizioni di coltivazione a basso input, è interessante per le aziende con terreni marginali e nell’ottica di una agricoltura sostenibile e diversificata. Le varietà di avena a seme nudo in particolare sono richieste come materia prima di qualità per l’industria alimentare.
Per offrire agli agricoltori la possibilità di provare a coltivarla nelle loro aziende, sono state costituite due popolazioni, una con varietà a seme vestito e l’altra a seme nudo, tenendo presente dal 2014 esiste per l’avena la possibilità di commercializzare materiali eterogenei. La realizzazione di questa sperimentazione è stata affidata a Rete Semi Rurali, con cui nel 2017 si era avviata una collaborazione di miglioramento genetico partecipativo sul mais, e che include nei suoi contatti un numero elevato di aziende agricole in ambienti pedoclimatici molto differenti.
CARATTERISTICHE CHIMICHE E NUTRIZIONALE DELL’AVENA
I semi di avena sono interessanti a livello nutrizionale per l’elevato contenuto di proteine (14-20%) di buon valore biologico – alta presenza di lisina e triptofano – e bassa % di proteine del glutine. Hanno un elevato contenuto di lipidi (2-8%), in particolare acido oleico e linoleico, e di fibra solubile (β-glucano al 2-6%) che riduce il livello di colesterolo nel sangue. Sono presenti anche vitamina E, antiossidante, e le avenantramidi, antinfiammatorie. Nell’industria alimentare si usa prevalentemente l’avena a seme nudo che non richiede decorticazione. La composizione chimica del seme la rende molto utilizzata nei prodotti cosmetici con caratteristiche emollienti e ipoallergeniche.
Popolazione di avena a seme nudo
La popolazione a seme nudo è stata ottenuta mescolando 42 tipi differenti di avena: 31 varietà, 3 avene di origine sconosciuta, 9 linee provenienti da incroci e i semi della settima generazione (F7) di un incrocio tra sativa e nudisativa. Le vecchie varietà di avena nuda sono caratterizzate da semi molto leggeri con basse rese, da tardività e da culmi lunghi e suscettibili di allettamento. I programmi di breeding realizzati in alcuni paesi del Nord Europa hanno ottenuto varietà a taglia bassa, fioritura più precoce e semi più grandi. Le varietà che sono state scelte per questa popolazione hanno piante medio-lunghe e fioritura medio-tardiva, con semi di dimensioni un po’ più grandi (mille semi pesano tra i 20 e i 32 grammi) con origini differenti (figura 1), oltre alle 3 varietà italiane.
Popolazione di avena a seme vestito
La popolazione di avena a seme vestito è stata ottenuta mescolando 36 tipi differenti di avena: 28 varietà, 5 linee americane e i semi di 3 incroci realizzati dal CREA. La maggior parte delle avene appartiene alla specie sativa che è la più diffusa nel mondo e coltivata in moltissimi ambienti differenti. A. sativa presenta una grandissima variabilità a livello di struttura della pianta (lunghezza e portamento del culmo), epoca di fioritura (da precoce a tardiva), forma della pannocchia (a piramide o laterale), dimensione e caratteristiche del seme (presenza o assenza di reste, colore delle spighe da bianco a giallo, rosso o nero). Per la popolazione sono state scelte varietà che rappresentassero al meglio questa variabilità, principalmente con piante medio-lunghe, fioritura medio-tardiva, semi di dimensioni un po’ più grandi (mille semi pesano tra i 28 e i 47 grammi). Sono state inserite anche due varietà di A. byzantina, caratterizzata da semi rossi, e due varietà di A. strigosa, specie diploide coltivata per foraggio con culmo allungato e semi piccolissimi. Gli incroci sono sativa x nudisativa (semi della nona generazione – F9), sativa x byzantina (semi della terza generazione – F3) e sativa x nudisativa x byzantina.
Figura 1 _ Origine delle varietà comprese nella popolazione a seme nudo
Tabella 2 _ Abbreviazioni dei Paesi di origine delle varietà
Figura 2 _ Origine delle varietà comprese nella popolazione a seme vestito
UN PO’ DI STORIA
L’Avena comprende specie coltivate, selvatiche e infestanti presenti in tutti i continenti. Il suo centro di origine è l’Asia Minore. Per Greci e Romani era meno importante di orzo e grano, tuttavia Ippocrate e Galeno la considerano un medicinale per tosse e pelle. Nel Medioevo era coltivata come foraggio in rotazione con il grano su suoli acidi e poveri. L’uso per l’alimentazione variava in base a periodo e regione perché meno nutriente di frumento e patate, erano l’alimento della gente povera in nord Europa. Gli arabi la introdussero in Spagna come alimento per cavalli. Con i navigatori spagnoli e inglesi, l’avena partì verso le Americhe. Il Capitano B. Gosnold la seminò sull’isola di Cuttyhank in Massachussetts. Le prime coltivazioni risultarono però poco redditizie. Verso la fine del XIX sec. i mulini cominciarono a venderne la farina per la colazione, utilizzo ancora molto importante negli Stati Uniti. Anche in Italia l’avena ha avuto un ruolo marginale, si coltivava come alimento per cavalli, per questo le superfici coltivate sono drasticamente diminuite dopo gli anni ’50 e la specie è rimasta esclusa dai programmi di miglioramento genetico. Nel Registro varietale italiano erano iscritte meno di dieci varietà. Solo nel 2000 sono state attivate nuove ricerche che hanno portato al rilascio di varietà a taglia più bassa e maggiori rese. Alla fine del 2018 le avene iscritte al Registro erano 25. Ancora più trascurabile è stata la storia dell’avena nuda (A. sativa ssp. nudisativa) con una sola varietà iscritta, Nave, molto alta con semi piccoli. Nel 2009, grazie al lavoro del CREA di Bergamo, sono state registrate 2 nuove varietà, Irina e Luna.
Rita Redaelli,
Ricercatrice presso il Centro di ricerca Cerealicoltura e Colture Industriali del CREA
Nelle aree alpine europee l’agricoltura e l’allevamento svolgono un ruolo chiave nel favorire una corretta gestione del paesaggio e della biodiversità e nel preservare l’abbandono delle aree marginali delle zone di montagna. È infatti la diversificazione del sistema agricolo – e la sua integrazione con l’allevamento – che innesca l’attivazione di processi di sviluppo complessi che hanno ricadute sui vari settori economici delle aree marginali, per esempio sulla conservazione e la promozione delle specie vegetali locali e degli animali delle aree naturalistiche o sulla gestione multivalente dei pascoli alpini. In questo quadro, l’uso sostenibile dell’agrobiodiversità diventa una questione centrale per il futuro dell’agricoltura nello Spazio Alpino, in particolare per affrontare i danni del riscaldamento globale nei sistemi fragili.
LA CONVENZIONE DELLE ALPI
La Convenzione delle Alpiè un trattato internazionale sottoscritto da 8 Paesi alpini (Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Principato di Monaco, Slovenia e Svizzera) insieme alla Comunità economica europea con l’obiettivo di garantire una politica comune per l’arco alpino, un territorio sensibile e complesso in cui i confini sono determinati da fattori naturali, economici e culturali che raramente coincidono con le frontiere degli Stati nazionali. Il suo obiettivo è valorizzare il patrimonio comune delle Alpi e preservarlo per le future generazioni attraverso la cooperazione transnazionale tra i Paesi alpini, le amministrazioni territoriali e le autorità locali, coinvolgendo la comunità scientifica, il settore privato e la società civile.
Negli ultimi cinquant’anni, il sistema agroforestale tradizionale alpino è radicalmente cambiato: le aree agricole marginali sono state abbandonate mentre nelle aree più favorevoli l’agricoltura e l’allevamento si sono intensificate. Con riferimento allo Spazio Alpino, tra il 1980 e il 2000, circa 160.000 aziende agricole alpine hanno interrotto la loro attività (- 35,8%) e la SAU è diminuita di 432 ettari (- 7,6%). Tra il 2000 e il 2007 il tasso di abbandono delle aziende agricole nelle regioni alpine è aumentato rispetto al ventennio precedente. Al contrario, le aree agricole intensive sono aumentate nelle grandi valli e sui pendii facilmente accessibili lasciando all’abbandono i versanti e gli alpeggi. La concentrazione del sistema fondiario è anche legata a un fattore generazionale: quando i contadini più anziani scompaiono, i pascoli alpini vengono abbandonati e si perdono le conoscenze del patrimonio tradizionale. L’agricoltura intensiva e l’agricoltura industriale portano alla diminuzione del numero di specie coltivate e della loro diversità. Inoltre, nelle aree agricole intensive si osserva una diminuzione delle pratiche agricole adottate con un impatto negativo su tutti gli ecosistemi alpini.
Raccolta della cicerbita violetta (Lactuca alpina), erba spontanea alimurgica, sul Colle di Tenda, Valle Stura (CN), 7 agosto 2020 foto Giulia Jannelli/ Cooperativa Agricola di Comunità Germinale
Negli ultimi anni, al contrario, assistiamo ad iniziative di rinascita dello Spazio Alpino e delle sue comunità che sono caratterizzate dalla necessità di riscoprire l’agrobiodiversità locale quale leva per la promozione della coesione territoriale e per la sperimentazione di nuove produzioni e la crescita di nuovi mercati locali. Queste esperienze si caratterizzano per la gestione sostenibile delle risorse naturali, l’agricoltura a basso input, la conservazione e lo scambio di sementi e la condivisione delle conoscenze degli agricoltori. Sono esperienze che promuovono territori, culture e sistemi alimentari sostenibili. In questo ultimo anno abbiamo incontrato diverse iniziative collettive che sono state capaci di immaginare un percorso di riscatto basato sull’uso multiplo del territorio agricolo e forestale. Nel 2019 RSR, in collaborazione con il Parco dell’Adamello Lombardo e il Biodistretto della Valle Camonica, ha organizzato un primo seminario dal titolo “Promuovere la diversità agricola e animale nello Spazio Alpino” da cui è nata l’opportunità di raccogliere 21 varietà di Segale di montagna, provenienti da molti dei paesi dello Spazio Alpino, e di allestire un campo catalogo in Valle Camonica per verificarne l’adattabilità ma soprattutto per tessere ulteriori relazioni con tutti quei soggetti che lavorano su questa filiera centrale per l’agricoltura alpina.
ESPERIENZE COMUNITARIE NELLO SPAZIO ALPINO
Il Biodistretto Valle Camonica, tra le provincie di Brescia e Bergamo, nasce con l’intento di promuovere la cura del paesaggio, il recupero dei terreni incolti di montagna per la coltivazione di cereali, la costruzione di filiere produttive locali e la diffusione di pratiche ecologiche e rigenerative di agricoltura. La nascita del primo bio distretto della Lombardia è del 2014 con l’accordo di collaborazione, facilitato da AIAB, tra 12 enti locali, istituzioni scolastiche dei territori, 12 aziende agricole biologiche, 6 cooperative sociali, associazioni ambientaliste, culturali e di rappresentanza degli operatori turistici e della ristorazione. Nel tempo è riuscito a coinvolgere nelle proprie attività una porzione estesa del territorio della Valle Camonica costruendo una fitta rete di collaborazione. Questo percorso si è concretizzato nel recupero di piccoli terreni per la coltivazione dei cereali attraverso il disboscamento e la sistemazione dei versanti, la consociazione e la rotazione delle colture, la scelta di semi e colture resistenti adatte a questo paesaggio agricolo a mosaico. Da questo primo lavoro di cooperazione è nata la possibilità di lavorare più specificatamente sulle filiere dei cereali di montagna attraverso la condivisione di attrezzature agricole, di occasioni di formazione per gli agricoltori con lezioni in campo e viaggi di studio, nei percorsi di consapevolezza per bambini e famiglie mediante esperienze dirette nelle aziende agricole e nella Casa Museo di Cerveno. In questo ultimo periodo si è approfondito anche il tema della diversificazione e selezione varietale per la definizione di varietà adatte a crescere su terreni situati tra i 400 e i 1400 metri, di piccole dimensioni, in forte pendenza, senza irrigazione e senza trattamenti chimici. Si tratta di semi di segale, orzo, frumento, mais, grano saraceno, conservati da tempo dalla comunità Camuna a cui si sono aggiunti i semi provenienti dalla Casa delle Sementi di RSR. La Cooperativa Agricola di Comunità Germinale si è costituita a Demonte in Valle Stura, nella provincia di Cuneo, nel maggio del 2018 dall’incontro tra un gruppo di attivisti della zona e l’associazione “Insieme diamoci una mano” per la valorizzazione dei terreni abbandonati ricevuti dal Comune di Demonte in eredità da un vecchio contadino del Fedio. La Cooperativa è impegnata nella coltivazione di orticole in media e bassa Valle Stura e in altre parti delle valli del cuneese, nella pulizia di castagneti per conto dell’Associazione Fondiaria Valli Libere, nelle trasformazioni agro-alimentari realizzate nel laboratorio di comunità e nella formazione alle tecniche di agricoltura conservativa e allevamento di montagna. La Cooperativa intende l’agricoltura come uno strumento per creare e rafforzare legami e rapporti di solidarietà ed è impegnata nel sostenere il percorso di integrazione di 4 richiedenti asilo ospitati presso il CAS di Festiona. Germinale sta sperimentando la riproduzione controllata di alcune specie spontanee della Valle Stura, verificando la loro adattabilità e approfondendo le tecniche di trasformazione alimentare più idonee per creme, condimenti, conserve e tisane. La Cooperativa intende promuovere la coltivazione di queste specie tra le piccole aziende agricole della Valle in modo da preservare l’integrità della popolazione spontanea, evitando fenomeni di “depredazione” e scomparsa.
Giornata di valutazione partecipata della popolazione di mais presso l’az. agr. di Giandomenico Cortiana, Isola Vicentina, 2019 foto G. Cortiana/AVEPROBI
Quando nel 1949 l’Informatore Agrario di Verona pubblicava i controversi risultati della campagna maidicola del 1948, non poteva immaginare che le deduzioni empiriche dell’anonimo agricoltore, che raccontava i pochi pregi e molti difetti dei nuovi ibridi di mais statunitensi, fossero ancora attuali dopo più di 70 anni. Malgrado questo “faticoso” debutto, e nonostante le varietà ibride di mais richiedessero abbondanti apporti di mezzi tecnici e maggiori costi, le superiori produzioni unitarie ne decretarono il successo in tutte le aree fertili del Paese. Questo risultato condusse all’abbandono di decine di varietà locali presenti in Italia prima della Seconda guerra mondiale, al sostanziale disinteresse da parte della ricerca agricola verso il mais per uso umano e alla riduzione dell’areale di coltivazione delle varietà locali nei territori meno fertili, laddove potevano ancora competere per rusticità e adattamento rispetto alle varietà moderne. La sostituzione si è realizzata malgrado i nuovi ibridi non si prestassero per gusto e composizione organolettica al consumo umano. Tale limite contribuì al radicale cambiamento della dieta degli italiani nella prima metà del XX secolo, limitando la consuetudine del consumo di mais a nicchie regionali. Invertire questo processo vuol dire ripartire dal seme per ripensare a un modello differente di maidicoltura, adatta alla coltivazione in regime biologico e biodinamico e per il consumo umano, alimentando quella conoscenza sulle varietà locali interrotta dall’avvento degli ibridi.
Le aziende che sperimentano l’adattamento specifico della popolazione di mais in Italia nel 2020
È con questo intento che, da alcuni anni, Rete Semi Rurali ha lanciato un programma di ricerca partecipata dedicato al mais. Grazie alla collaborazione con il CREA di Bergamo, che detiene la più grande collezione di germoplasma di mais locale d’Italia, al supporto del progetto del MIPAAF sulle Risorse Genetiche Vegetali (RGV/FAO) e la collaborazione scientifica di Salvatore Ceccarelli nel 2017 è stata lanciata un programma di miglioramento genetico partecipativo (PPB – Participatory Plant Breeding) che ha consentito di osservare e valutare 173 diallelici, ovvero la discendenza filiale di seconda (F2) e terza (F3) generazione ottenuta dall’incrocio tra due varietà locali italiane, europee o messicane. Lo schema sperimentale adottato era stato predisposto in modo da essere suddiviso in 38 “blocchi incompleti” che hanno dato la possibilità ad ogni agricoltore partecipante di seminare solo una parte dell’esperimento, 10 parcelle anziché le 380 previste dal modello sperimentale, facilitando così la loro partecipazione grazie ad un ridotto investimento di superficie e di gestione del materiale in campo. Il mais è stato quindi seminato in 38 aziende gestite in regime biologico in 12 regioni italiane, mentre l’esperimento completo – 380 parcelle – è stato replicato presso il CREA Bergamo. Ogni agricoltore ha contribuito alla valutazione partecipata delle parcelle tramite la compilazione di una scheda di campo. Da questo primo anno sperimentale, e unicamente sulla base delle indicazioni fornite dagli agricoltori nei differenti contesti agricoli e regionali, sono stati scelti 27 diallelici, prevalentemente di varietà locali italiane, che sono stati riseminati per un’ulteriore stagione di valutazione da 16 agricoltori in 10 regioni italiane in comparazione con le corrispettive varietà locali non incrociate, utilizzando ancora una volta il disegno sperimentale a blocchi incompleti.
Allo stesso tempo, la decisione della Commissione Europea sul materiale eterogeneo (2014/150/EU) permetteva di ipotizzare anche per il mais un’ulteriore evoluzione di questo materiale: la costituzione di una popolazione evolutiva da incroci in libera impollinazione. Così, nel 2018 le stesse 27 tipologie sono state miscelate in modo che tutti i diallelici fossero presenti con un uguale numero di semi, ottenendo una popolazione “ponderata” che è stata seminata simultaneamente in un’azienda al nord ed una al sud Italia, in modo da costituire due differenti nuclei che seguissero percorsi di adattamento differenziati. Al miglioramento genetico partecipativo abbiamo aggiunto la componente evolutiva. I due siti di riproduzione e adattamento locale si trovano nelle provincie di Vicenza e Caserta e, sin dal primo anno, hanno ospitato incontri di scambio e confronto per gli agricoltori di queste aree.
Giornata di valutazione partecipata della popolazione di mais presso l’az. agr. di Imma Migliaccio, Nocelleto di Carinola, 2019 foto G. De Santis/RSR
Il materiale riprodotto nelle due aziende “madri” è distribuito su richiesta, in piccole quantità, a seconda degli areali, in modo da favorirne l’adattamento secondario. Ad oggi partecipano al programma 11 aziende agricole, in attesa di estendere la sperimentazione ad altri areali e contesti climatici in funzione del materiale disponibile.
Questa ricerca ha come obiettivo quello di far trovare pronto il settore alle aperture contenute nel nuovo regolamento sull’agricoltura biologica, che ha speciali deroghe per la commercializzazione di sementi di materiale eterogeneo. Lavorare sulle popolazioni di mais per il consumo umano è una formidabile opportunità per far evolvere la coltivazione e la ricerca su una specie che dal dopoguerra si sono concentrate su tecniche di produzione ad alta intensità e sull’uso di ibridi. L’incremento della domanda di produzioni biologiche e la diversificazione dell’uso del mais (ad esempio per animali di corte o prodotti gluten-free) hanno bisogno di un rinnovamento del sistema di produzione maidicolo riportando la diversità genetica al centro dello sviluppo di questo importante comparto agricolo.