BOX Breed4Bio

BOX Breed4Bio

Il Progetto Breed4Bio (2021-2023) è stato finanziato sulla Misura 16.1.01 – 3A del Programma di Sviluppo Rurale dell’Emilia-Romagna. Il gruppo operativo (GO) era costituito da 12 partner: Open Fields (capofila), CREA Difesa e Certificazione, Az. agricola Cà di Bartoletto di Alessandro Ropa (Loiano, BO), Az. agricola Terrasanta di Daniele Mornini (Catelnovo Ne’ Monti, RE), Az. agricola Marzocchi Arianna (Novafeltria, RN), Azienda agraria Sperimentale Stuard (Parma), Arcoiris, Cooperativa Agricola Cesenate, Rete Semi Rurali, Molino Pransani, Centoform e AIAB Emilia-Romagna.
L’obiettivo del GO era di contribuire alla costruzione di un modello di filiera sementiera di materiale eterogeneo biologico che garantisca la tracciabilità e la qualità della semente. A tal fine, tre popolazioni di frumento tenero sono state coltivate presso tre aziende agricole nell’appennino emiliano-romagnolo e la semente in natura raccolta è stata sottoposta a processi di pulizia adattati alla tipologia di materiale e a test di laboratorio per garantirne la qualità ed il mantenimento della biodiversità intrinseca. Tre popolazioni di frumento tenero (Mix Tenero Toscana 1, Mix Tenero Toscana PA1 e Furat Tenero Floriddia) sono state coltivate in pieno campo su 1.200 m2 ciascuna per la produzione di semente in tre aziende agricole situate a Loiano (BO) (714 m s.l.m.), Castelnovo Ne’ Monti (RE) (700 m s.l.m.) e Novafeltria (RN) (275 m s.l.m.) in regime biologico, durante la stagione colturale 2020/2021. Le ispezioni ai campi sono state effettuate per valutare la presenza di piante di specie diversa da quella moltiplicata e la presenza di fitopatie quali carbone (Ustilago tritici) e carie (Tilletia tritici). I rilievi agronomici sono stati eseguiti su quattro aree di saggio da 1 m2 ciascuno. L’altezza della pianta e la lunghezza della spiga sono state misurate su 10 piante per area di saggio. La semente in natura di ciascuna popolazione è stata mantenuta separata per ciascuna azienda agricola ed è quindi stata sottoposta a specifici passaggi di pulizia su una linea di selezione (Cimbria) presso la Cooperativa Agricola Cesenate, al fine di essere impiegata come semente presso la medesima azienda agricola nell’annata successiva (secondo anno di progetto). Per ogni popolazione e per ogni azienda agricola è stato effettuato un campionamento del seme in natura e un campionamento successivo alla lavorazione del seme.
I campioni sono stati infine analizzati per verificare la presenza di semi estranei e la germinabilità.
Per maggiori informazioni sul progetto e gli atti del convegno finale: www.gobreedforbio.it/

Dalle popolazioni al materiale eterogeneo biologico

Dalle popolazioni al materiale eterogeneo biologico

Quello che 10 anni fa era solo sulla carta oggi è in campo come dimostra il progetto Breed4Bio

Era il 2011 e stavo seguendo il progetto SOLIBAM (www.solibam.eu/) per conto di AIAB. Stavamo lavorando con ICARDA alla diffusione delle prime popolazioni di cereali in Italia, ma allo stesso tempo stavo seguendo il negoziato a Bruxelles sulla legislazione sementiera. Mi trovavo perciò alla riunione del gruppo sementi del Consiglio europeo per presentare il lavoro che stavamo facendo e l’importanza di avere maggiore diversità nelle varietà di cereali in biologico. La questione non era peregrina: il progetto SOLIBAM stava sviluppando con soldi europei delle varietà diversificate che ancora non era possibile commercializzare come sementi perché non uniformi. Un corto circuito tra ricerca e legislazione che era necessario risolvere. Non ero solo a portare avanti questa battaglia, ero in compagnia di Martin Wolfe, ricercatore inglese dell’Organic Research Center (ORC), e Monika Messmer, ricercatrice svizzera del FIBL. Ricordo l’interesse di alcuni stati membri, in particolare l’Inghilterra, ma anche la difficoltà di far capire di cosa stessimo parlando. La diversità varietale, infatti, era scomparsa ormai da anni dalle politiche agricole europee e anche dai campi degli agricoltori, era come di un oggetto quasi sconosciuto. Riproporla, allora, a un pubblico composto da funzionari dediti all’uniformità varietale era come vantare la bontà di una bistecca a un incontro di vegani: un orrore!

Eppure, quella riunione ha partorito un germe che si è insinuato nei meandri della burocrazia europea, tanto che le popolazioni avevano trovato un loro spazio legale nella proposta di regolamento sementiero fatta dal Parlamento europeo nel 2013. Si parlava allora di Composite Cross Population, perché la maggior parte delle nostre esperienze erano basate su materiale proveniente dall’incrocio di più varietà, con la coltivazione successiva in bulk di tutte le progenie. Il miglioramento genetico evolutivo stava cominciando ad attecchire in Europa. Quella proposta è stata poi bocciata dal Parlamento europeo, ma grazie all’Inghilterra che finanziava parte delle ricerche sulle popolazioni dell’ORC, la Commissione ha emesso nel 2014 una Decisione che autorizzava in maniera sperimentale la commercializzazione delle sementi delle popolazioni di cereali (Decisione 2014/150). L’obiettivo era evidente: il tema sembra interessante, ma ne sappiamo troppo poco, quindi via libera agli operatori per capire i problemi nel realizzare un sistema di produzione sementiero basato sulla diversità. Nel frattempo, con Rete Semi Rurali in Italia avevamo cominciato a fare un lavoro più organizzato sulle popolazioni ricevute dall’ICARDA, grazie al supporto del nuovo progetto di ricerca europea, DIVERSIFOOD (http://www.diversifood.eu/), che aveva preso il posto di SOLIBAM. Un altro momento cruciale di questo percorso è stato nel 2017, quando la Commissione ha cominciato a valutare i risultati della sperimentazione sulle popolazioni per capire come andare avanti. Anche in questo caso, ricordo una riunione a Bruxelles dove insieme ad Ambrogio Costanzo, ricercatore italiano allora in forze all’ORC, abbiamo presentato i nostri risultati difendendo l’importanza di coltivare diversità in biologico, in controtendenza rispetto ai dati ufficiali che provenivano dai campi sperimentali dei vari ministeri.

Le popolazioni entrano in Europa con il progetto SOLIBAM per poi passare a DIVERSIFOOD

Quella riunione ha portato la Commissione a rinnovare la sperimentazione (Decisione 2018/1519/UE), garantendo in Italia la possibilità di cominciare a commercializzare la semente che avevamo selezionato nelle aziende Li Rosi (Sicilia) e Floriddia (Toscana). Da allora le popolazioni di cereali hanno cominciato a diffondersi e altri attori hanno notificato questo materiale per la commercializzazione, come si vede dalla tabella 1, che presenta anche i soggetti accreditati per la vendita. Nel 2018 il nuovo regolamento sull’agricoltura biologica ha raccolto il testimone, coniando il termine Materiale Eterogeneo Biologico (MEB), che va a sostituire le popolazioni.

I risultati di Breed4Bio

In questi anni come Rete Semi Rurali abbiamo cercato di diffondere l’innovazione legata alle popolazioni nelle varie regioni, grazie a progetti dei Piani di Sviluppo Rurali legati alle misure 16.1 o 16.2 dedicate ai partenariati europei sull’innovazione. In Emilia-Romagna il progetto Breed4Bio (www.gobreedforbio.it) ha lavorato per due anni per migliorare la qualità delle filiere sementiere di tre popolazioni di frumento tenero (Furat Floriddia, Mix Toscana 1 e Mix Toscana PA1) coltivate presso tre aziende agricole dell’appennino emiliano-romagnolo. Le produzioni sono state di 2,4 t/ha, in linea con le produzioni medie della zona per due aziende agricole su tre, con proteine medie pari a 12,7 g/100 g sostanza secca e peso ettolitrico medio buono, pari a 79,2 kg/hl. Dai risultati si osserva un’efficacia della lavorazione del seme in termini di purezza specifica, con valori pari al 100% per tutti i campioni. La determinazione del numero di semi estranei, appartenenti a specie diverse spontanee e coltivate, ha mostrato che la lavorazione del seme è efficace per ridurre il loro numero, anche se alcune specie come orzo, frumento duro, segale e veccia tendono a persistere anche dopo la lavorazione.

I dati di Breed4Bio confermano che è possibile produrre semente di qualità con le popolazioni 

In campo si dovrà dunque porre particolare attenzione alla loro presenza. La semente di popolazioni è eterogenea per dimensioni e forma; i processi di pulizia sono stati dunque adattati mediante una corretta taratura delle macchine. Per verificare che la lavorazione del seme non avesse influito sulla composizione della popolazione, i due campioni prelevati per ogni popolazione e azienda (seme in natura e dopo lavorazione) sono stati seminati nell’annata agraria 2021/22 nell’azienda sperimentale del CREA DC presso Budrio (BO). In base ai rilievi effettuati, la lavorazione non ha comportato perdite importanti di diversità. Infine, tutte le popolazioni hanno avuto una percentuale di germinabilità entro i limiti di legge (85%) e, dopo la lavorazione del seme, tale dato è migliorato.

Il gioco delle tre carte nella governance dei sistemi agricoli

Il gioco delle tre carte nella governance dei sistemi agricoli

di Claudio Pozzi | Rete Semi Rurali

Luglio 2023. Una grande incertezza ci attanaglia: diamo risalto al risicato successo nell’approvazione della Nature Restauration Law, seppur depotenziata, o il codice etico ci impone la riservatezza del lutto e il risanamento delle ferite per il precedente voto al Parlamento Europeo? La direttiva sulle emissioni industriali (IED) esclude infatti i grandi allevamenti dagli obblighi di autorizzazione e dall’adozione di buone pratiche.
Risultati, almeno apparentemente, schizofrenici.
Chi ha il controllo dell’informazione e delle attività di lobbying sui parlamentari italiani nel Parlamento nazionale e anche in Europa?
Coldiretti naturalmente. Forse per questo non abbiamo tempo di brindare alle mezze vittorie o di lenire il dolore della sconfitta.
Non fai in tempo a girarti per vedere chi ti tira per la manica a destra che ti sgambettano a sinistra: infatti l’ultima assemblea di Federbio, invece che nella sede storica di Bologna, si è svolta a Roma, a Palazzo Rospigliosi, sede di Coldiretti.
Riunione che sancisce l’enorme influenza che Coldiretti esercita sul destino di Federbio: il  più potente paladino dell’agroindustria, la stessa struttura sindacale che, in barba agli interessi dei piccoli agricoltori che dice di rappresentare, manovra a favore della conservazione dello status quo legato ai potentati agroindustriali e relativi latifondi.
Ecco chi tiene il banco nel gioco delle tre carte: lo stesso sindacato che, rappresentato a livello europeo da COPA-COGECA, tenta la demolizione del Green Deal, sdogana le nuove tecniche genomiche (e i relativi brevetti) e passa con la mano sinistra a batter cassa dopo gli eventi climatici straordinari di cui con la mano destra disconosce, favorendola, la genesi.

In questo contesto l’Associazione Biodinamica, in allarme per la propria indipendenza, ha lanciato un appello per trovare protezione da chi vuole appropriarsi della sua identità, mentre UP BIO (così come ANAPROBIO) è uscita da Federbio con una lettera al Consiglio Direttivo in cui sottolinea le sue motivazioni e preoccupazioni. Gli altri Soci di RSR presenti in Federbio mantengono una posizione più prudente e ottimista, confidando nella democraticità dello Statuto, che dovrebbe consentire un’ opportuna rotazione nella gestione della Federazione (smentita però dall’operazione esercitata sulla cessione delle quote di Federbio Servizi), ma soprattutto nel caparbio tutoraggio di Maria Grazia Mammuccini, almeno fino a scadenza del suo mandato di Presidenza.
Ma la domanda che ci intriga è: cosa attira Coldiretti a spadroneggiare anche nelle storiche rappresentanze del Bio, mai tenuto in considerazione fino ad oggi? Di sicuro la ricca dotazione di fondi per  il potenziamento del biologico è una parte della risposta.

Fondi, latifondi, tre carte e asso pigliatutto una logica ferrea e un apparato apparentemente indistruttibile che gestisce il banco.

Le alleanze su Consorzi, Bonifiche Ferraresi, SIS, che vanno in direzione ben diversa dalla protezione delle piccole e medie aziende, non bastano più. Si punta all’en plein. Tutto questo è cronaca. Non abbiamo resistito e abbiamo voluto anche noi metterla in luce.

Regola indiscutibile del gioco delle tre carte è non partecipare se non vuoi esserne vittima.
Possiamo e dobbiamo osservarne le mosse dall’esterno, esserne attenti e concentrati testimoni, esercitando l’antica arte del non guardare il dito bensì alla luna: in tale prospettiva essere pronti e efficaci nel mettere a nudo il trucco e perseverare nell’opera educativa, formativa e informativa per garantire alternative al sistematico tritacarne di governo e sottogoverno delle politiche agricole istituzionali. 
Le strategie dal basso costruite con pazienza negli anni e le coalizioni che le hanno generate devono trovare urgentemente spazio nell’attenzione della società civile: una volta di più, se non poniamo rimedio, le scelte dissennate di Coldiretti & Co. potrebbero far franare definitivamente quanto di buono stava nelle strategie della Commissione EU uscente, con sempre più probabili nefasti e incalcolabili esiti.

Ancora ci attendono numerose tenzoni: riduzione dei pesticidi, riforma del regolamento sementiero, NBT / TEA sono alcune fra queste. Vi chiediamo di seguirci con attenzione e reagire con tempestività perché la voce della società civile dovrà farsi sentire forte e chiara.

Notiziario 3

Notiziario 3

Notiziario 22

Editoriale 

Modificare la legislazione sementiera e consentire la commercializzazione di varietà non rispondenti ai requisiti di uniformità e stabilità. In Italia questa ci era sembrata un’opportunità da cogliere al volo per
legalizzare quella parte del mondo agricolo che ancora coltivava la biodiversità
(le cosiddette  varietà locali poi mappate dalle attività di indagine
sul territorio attuate dalle varie regioni).
Purtroppo, però, le varie negoziazioni con i differenti Ministri (da Alfonso Pecoraro Scanio per finire a Gianni Alemanno) non portarono da nessuna parte, fino a che, nel 2007, il Parlamento nelle pieghe di una legge comunitaria (meccanismo con cui si approvano provvedimenti volti a conformare l’ordinamento italiano agli obblighi comunitari) approvò – grazie all’appoggio dell’allora gruppo dei Verdi – alcuni dei punti
essenziali contenuti nel decreto proposto per anni al MiPAAF.
A distanza di 4 anni da quel “blitz” legislativo le cose non sono cambiate molto. Anche se, come abbiamo raccontato nei precedenti Notiziari, il quadro normativo sulle Varietà da Conservazione si è ormai concluso (con le direttive e i relativi recepimenti nazionali su cereali, ortive e foraggere), ancora manca un ultimo tassello per chiudere il percorso iniziato dieci anni fa. Infatti, il decreto ministeriale che avrebbe dovuto definire e spiegare come gli agricoltori possano vendere le varietà da conservazione non è stato ancora la campagna per richiedere al più presto l’approvazione di questo decreto. L’obiettivo è quello di avere formalmente scritto – nero su bianco – il diritto degli agricoltori di produrre e vendere sementi e rivendicare, quindi, un loro ruolo attivo nel settore sementiero.
Non è un punto di poco conto. Non dobbiamo dimenticare che gli ultimi cento anni di storia dell’agricoltura
sono andati verso un progressivo allontanamento degli agricoltori dalle sementi (prima gli ibridi, poi la
legislazione sementiera, infine la proprietà intellettuale e gli organismi geneticamente modificati), con l’obiettivo dichiarato di migliorare la qualità del seme, e implicito di creare un mercato “appetibile” per il settore privato. Come può, infatti, un sistema capitalistico basarsi su un prodotto che una volta comprato può essere riprodotto a suo piacimento dal consumatore? Il seme porta in sé questo peccato originale. Che la legge italiana riconosca che ciò non costituisce più peccato non è per noi cosa di poco conto!

Claudio Pozzi

Claudio Pozzi

Coordinatore RSR

Fondatore dell’Associazione WWOOF Italia si occupa di temi legati alla biodiversità e alle sementi dagli anni 90 con una visione sociale ed economica legata alla sua partecipazione alle attività..

Note sulla diffusione del riso in Italia

Note sulla diffusione del riso in Italia

La coltivazione del riso in Italia, così come oggi è conosciuta negli usi, negli areali e nei metodi di coltivazione, è un fenomeno relativamente recente. Il riso fu portato dagli Arabi in Sicilia già nei primi secoli dopo Cristo, quale tappa di un cammino che ha diffuso questa specie dalle zone di domesticazione in Indocina fino al Mediterraneo. Consumato come farina, fino al 1100 il riso era molto commercializzato ma poco coltivato, soprattutto come produzione di “sussistenza” negli areali che ne permettevano la crescita: aree umide e acquitrinose, piane e foci dei fiumi dalla Sicilia, alla Calabria, alla Campania. Era coltivato prevalentemente come coltura di secondo raccolto. Per molti secoli il consumo del riso fu associato all’utilizzo in farmacopea come piante medicinale e nell’uso della pasticceria nobile. La specie si è poi diffusa quale “spezia e medicamento” in Toscana sotto le Signorie dei Medici (dove si hanno notizie di una coltivazione nei dintorni di Pisa verso la metà del XIII secoli), nel Lazio e nelle Marche fino in Lombardia e Veneto. La diffusione fu quindi inizialmente favorita dagli “speziali”, attraendo l’interesse dei “Ducati” e delle “Repubbliche” del Nord Italia. Fu sotto gli Sforza e nella Repubblica di Venezia che, dalla fine XV secolo, il riso inizierà ad essere coltivato in maniera massiva, trovando un proprio areale eletto nelle zone fluviali non ancora bonificate degli affluenti nella sponda nord del fiume Po.

La coltivazione risicola si consolidò tra Lombardia e Piemonte, nell’area dell’attuale Lomellina, dove le bonifiche permisero l’installazione delle prime risaie ad opera di Ludovico il Moro.

Dopo una prima rapida espansione delle superfici coltivate sotto il dominio spagnolo (50.000 ettari), la coltivazione del riso regredì notevolmente. Le evidenze empiriche sullo stato sanitario delle zone risicole collegavano la diffusione di questo cereale con l’espansione del fenomeno del “paludismo” (malaria). Di conseguenza, progressivamente le coltivazioni vennero strettamente regolamentate e i campi allontanati dai luoghi abitati, sfavorendone la coltivazione.

Il riso, specie molto produttiva e alimento di facile digeribilità, divenne di nuovo popolare nel Settecento; la diffusione di più evolute tecniche di coltivazione e il miglioramento delle pratiche di pulizia delle cariossidi, lo fecero diventare, insieme al mais, parte della risposta alle gravi carestie che affamarono i ceti popolari in quel periodo. Con il diffondersi della coltura del riso, compaiono anche le prime pubblicazioni dedicate alla coltivazione e promozione di questo cereale. È attraverso questa prima produzione manualistico-letteraria, redatta in forma di brevi pamphlet, che si promuove la circolazione delle “buone tecniche” agronomiche, soprattutto tra Francia e Piemonte Sabaudo (che condividevano l’uso della lingua), poi tra Lombardia e Veneto. Nel 1758 il libro La coltura del riso del marchese Gian Battista Spolverini di Verona identifica già le malattie del “brusone” o “carbonchio” (Pyricularia) e la competizione con il “sorgo d’acqua” (giavone) come elementi problematici per assicurare una buona resa di questa coltura.

La suscettibilità al brusone, insieme alla necessità di rispondere all’espansione della domanda europea del riso, divenne uno degli elementi che promossero il rinnovamento varietale. Accanto alle varietà di riso locale – genericamente identificate come “nostrale” ma già classificate per scopi commerciali in base alle caratteristiche morfologiche: barbato, giallo, unghia, odoroso – vennero introdotte anche varietà “esotiche” – altrettanto genericamente identificate come “cinesi” o “chinesi” o “d‘oltremare” – provenienti dalla Francia, dall’Egitto, dal Madagascar. A titolo di esempio citiamo le iniziative intraprese nel 1839 dal missionario Calleri che, furtivamente, dalle Filippine importò in Piemonte 43 accessioni di riso – tutte denominate anonimamente “chinese” – e poi “nel 1844 l’importazione, via Trieste, di un’altra (varietà ndr) di Cinese proveniente dall’America” e ancora “nel 1892 di un terzo Cinese (varietà ndr), sempre proveniente dalla Carolina del Sud”.

Accanto all’introduzione varietale si moltiplica la produzione di materiale divulgativo dedicato al miglioramento delle tecniche di coltivo e al contenimento delle malattie – ad esempio il Saggio sul Riso Bertone redatto da Carlo Ormea nel 1833 – ma anche al miglioramento della salubrità degli areali e dei modi di coltivazione come il saggio di Giovanni Capsoni (1831) Della influenza delle risaje sulla salute umana. Questi testi, a carattere pratico-letterario superavano la disciplina agronomica per compendiare temi sanitari e commerciali.

Negli anni successivi la pratica di coltivazione del riso assume un carattere più “disciplinare”, la cultura viene descritta in maniera esaustiva e con intenti divulgativi in compendi enciclopedici dedicati alle specie agrarie. Nel Trattato completo di agricoltura compilato dietro le più recenti cognizioni scientifiche e pratiche del dottor Gaetano Cantoni (1855) le varietà coltivate sono già dettagliate e classificate con nomi derivanti da toponimi (es. Riso Novarese, Riso d’Ostiglia), con riferimento allo “sconosciuto” costitutore (es. Riso Fantoni), della morfologia distintiva della varietà (es. Riso senza barbe). La circolazione sempre più capillare di queste informazioni agevola e rende più efficace il lavoro dei primi costitutori, che per molto tempo continueranno ad essere gli stessi risicoltori. Attraverso il loro lavoro di selezione “in campo” della diversità delle varietà locali si sono selezionati i capostipiti delle varietà disponibili ancora oggi. È il caso di Vitale Ranghino di Oldenico, (Vercelli) che nel 1887 seleziona la varietà che porta il suo nome e che progenitore della più conosciuta varietà del Vialone Nero o la varietà Greppi (1906), selezionata da Guglielmo Greppi di Casanova Elvo (Vercelli).

Nel 1908 la fondazione dell’Istituto di Risicultura Sperimentale di Vercelli offre la possibilità di lavorare in maniera sistematica sulla selezione e l’ibridazione del riso su vasta scala. Tra i primi risultati si menziona la selezione del Dellarole (1912) del Chinese Originario, Lencino e del Nero di Vialone (1915), quest’ultimi alla base della costituzione del Carnaroli. I progressi della “genetica” e le soluzioni agrotecniche “moderne” (negli stessi anni iniziano le sperimentazioni della tecnica di trapianto del riso) non arrestano la stagione di protagonismo degli agricoltori nella selezione in campo delle varietà. Emblematica è stata la collaborazione tra l’Istituto di Vercelli e la “comunità” di agricoltori della Baraggia” (Consorzio di Bonifica tra Biella e Vercelli ndr). Tra gli altri ricordiamo l’esperienza di agricoltori come Silvio Baldi di Salussola (Biella) che porta a selezionare la varietà Rosso Gorei (1922), Giuseppe Barbero di Oldenico (Vercelli) padre della varietà Barbero (1929), Domenico Marchetti che costituisce il riso Arborio (1946), e poi il lavoro di Pietro Corbetta di Rovasenda con il Precoce Corbetta (1954) e ancora Marchetti che nel 1964 seleziona la varietà Rosa Marchetti, riso caratterizzato dalla cariosside piccola e dal ciclo precoce, “battezzato” dal costitutore in onore della moglie Rosa. In quegli anni la produzione italiana si attesterà intorno ai sette milioni di tonnellate su una superficie coltivata di 130-140 mila ettari.

di Giuseppe De Santis, Daniela Ponzini, Mara Stocchi

Le popolazioni di avena nuda e vestita per riscoprire un cereale poco coltivato

Le popolazioni di avena nuda e vestita per riscoprire un cereale poco coltivato

Avena nuda in fioritura presso i campi sperimentali del CREA-CI, Bergamo foto R. Redaelli/CREA

L’interesse per l’avena degli ultimi anni è dovuto alla riscoperta del suo valore nutrizionale tanto da diventare un ingrediente molto diffuso negli alimenti destinati a persone sovrappeso o con intolleranze alimentari. Presso la sede di Bergamo del Centro di ricerca Cerealicoltura e Colture Industriali del CREA da oltre 20 anni sono presenti attività di ricerca sull’avena, comprendenti diversi aspetti: miglioramento genetico, coordinamento di prove varietali nazionali, mantenimento e caratterizzazione chimica della collezione conservata nella banca del germoplasma. La collezione comprende circa 1000 tipi di avena acquisite a partire dagli anni ’80 attraverso collaborazioni e scambi con istituzioni che ne mantengono un vasto germoplasma come il Vavilov Research Institute in Russia e il Department of Agriculture negli Stati Uniti. Le specie di avena si distinguono in forme selvatiche e coltivate con numero di cromosomi differente: diploidi (14 cromosomi, soprattutto le selvatiche), tetraploidi (28) o esaploidi (42). La tabella 1 mostra la collezione di Bergamo in base alle differenti specie e sottospecie.

Tabella 1 – La collezione di avena della stazione di Bergamo del CREA

L’avena, grazie alla sua capacità di adattamento a condizioni di coltivazione a basso input, è interessante per le aziende con terreni marginali e nell’ottica di una agricoltura sostenibile e diversificata. Le varietà di avena a seme nudo in particolare sono richieste come materia prima di qualità per l’industria alimentare.

Per offrire agli agricoltori la possibilità di provare a coltivarla nelle loro aziende, sono state costituite due popolazioni, una con varietà a seme vestito e l’altra a seme nudo, tenendo presente dal 2014 esiste per l’avena la possibilità di commercializzare materiali eterogenei. La realizzazione di questa sperimentazione è stata affidata a Rete Semi Rurali, con cui nel 2017 si era avviata una collaborazione di miglioramento genetico partecipativo sul mais, e che include nei suoi contatti un numero elevato di aziende agricole in ambienti pedoclimatici molto differenti.

CARATTERISTICHE CHIMICHE E NUTRIZIONALE DELL’AVENA
I semi di avena sono interessanti a livello nutrizionale per l’elevato contenuto di proteine (14-20%) di buon valore biologico – alta presenza di lisina e triptofano – e bassa % di proteine del glutine. Hanno un elevato contenuto di lipidi (2-8%), in particolare acido oleico e linoleico, e di fibra solubile (β-glucano al 2-6%) che riduce il livello di colesterolo nel sangue. Sono presenti anche vitamina E, antiossidante, e le avenantramidi, antinfiammatorie. Nell’industria alimentare si usa prevalentemente l’avena a seme nudo che non richiede decorticazione. La composizione chimica del seme la rende molto utilizzata nei prodotti cosmetici con caratteristiche emollienti e ipoallergeniche.

Popolazione di avena a seme nudo

La popolazione a seme nudo è stata ottenuta mescolando 42 tipi differenti di avena: 31 varietà, 3 avene di origine sconosciuta, 9 linee provenienti da incroci e i semi della settima generazione (F7) di un incrocio tra sativa e nudisativa. Le vecchie varietà di avena nuda sono caratterizzate da semi molto leggeri con basse rese, da tardività e da culmi lunghi e suscettibili di allettamento. I programmi di breeding realizzati in alcuni paesi del Nord Europa hanno ottenuto varietà a taglia bassa, fioritura più precoce e semi più grandi. Le varietà che sono state scelte per questa popolazione hanno piante medio-lunghe e fioritura medio-tardiva, con semi di dimensioni un po’ più grandi (mille semi pesano tra i 20 e i 32 grammi) con origini differenti (figura 1), oltre alle 3 varietà italiane.

Popolazione di avena a seme vestito

La popolazione di avena a seme vestito è stata ottenuta mescolando 36 tipi differenti di avena: 28 varietà, 5 linee americane e i semi di 3 incroci realizzati dal CREA. La maggior parte delle avene appartiene alla specie sativa che è la più diffusa nel mondo e coltivata in moltissimi ambienti differenti. A. sativa presenta una grandissima variabilità a livello di struttura della pianta (lunghezza e portamento del culmo), epoca di fioritura (da precoce a tardiva), forma della pannocchia (a piramide o laterale), dimensione e caratteristiche del seme (presenza o assenza di reste, colore delle spighe da bianco a giallo, rosso o nero). Per la popolazione sono state scelte varietà che rappresentassero al meglio questa variabilità, principalmente con piante medio-lunghe, fioritura medio-tardiva, semi di dimensioni un po’ più grandi (mille semi pesano tra i 28 e i 47 grammi). Sono state inserite anche due varietà di A. byzantina, caratterizzata da semi rossi, e due varietà di A. strigosa, specie diploide coltivata per foraggio con culmo allungato e semi piccolissimi. Gli incroci sono sativa x nudisativa (semi della nona generazione – F9), sativa x byzantina (semi della terza generazione – F3) e sativa x nudisativa x byzantina.

Figura 1 _ Origine delle varietà comprese nella popolazione a seme nudoTabella 2 _ Abbreviazioni dei Paesi di origine delle varietàFigura 2 _ Origine delle varietà comprese nella popolazione a seme vestito
UN PO’ DI STORIA
L’Avena comprende specie coltivate, selvatiche e infestanti presenti in tutti i continenti. Il suo centro di origine è l’Asia Minore. Per Greci e Romani era meno importante di orzo e grano, tuttavia Ippocrate e Galeno la considerano un medicinale per tosse e pelle. Nel Medioevo era coltivata come foraggio in rotazione con il grano su suoli acidi e poveri. L’uso per l’alimentazione variava in base a periodo e regione perché meno nutriente di frumento e patate, erano l’alimento della gente povera in nord Europa. Gli arabi la introdussero in Spagna come alimento per cavalli. Con i navigatori spagnoli e inglesi, l’avena partì verso le Americhe. Il Capitano B. Gosnold la seminò sull’isola di Cuttyhank in Massachussetts. Le prime coltivazioni risultarono però poco redditizie. Verso la fine del XIX sec. i mulini cominciarono a venderne la farina per la colazione, utilizzo ancora molto importante negli Stati Uniti. Anche in Italia l’avena ha avuto un ruolo marginale, si coltivava come alimento per cavalli, per questo le superfici coltivate sono drasticamente diminuite dopo gli anni ’50 e la specie è rimasta esclusa dai programmi di miglioramento genetico. Nel Registro varietale italiano erano iscritte meno di dieci varietà. Solo nel 2000 sono state attivate nuove ricerche che hanno portato al rilascio di varietà a taglia più bassa e maggiori rese. Alla fine del 2018 le avene iscritte al Registro erano 25. Ancora più trascurabile è stata la storia dell’avena nuda (A. sativa ssp. nudisativa) con una sola varietà iscritta, Nave, molto alta con semi piccoli. Nel 2009, grazie al lavoro del CREA di Bergamo, sono state registrate 2 nuove varietà, Irina e Luna.

Rita Redaelli,

Ricercatrice presso il Centro di ricerca Cerealicoltura e Colture Industriali del CREA