di Gianfranco Laccone – ACU (Associazione Consumatori Utenti)
La Politica Agricola Comune (PAC) fu realizzata per favorire l’autosufficienza alimentare in Europa, a dieci anni dalla fine della guerra. Durante il boom economico si garantì alla popolazione urbanizzata e all’industria alimentare una fornitura adeguata di cibo e materie prime, garantendo agli agricoltori un reddito dignitoso.
Nel tempo sono cambiate le condizioni di vita, è cambiato il contesto e la PAC ha cercato di evolversi per guidare i cambiamenti necessari. Oggi, per far fronte alle emergenze ambientali e sociali – cambiamento climatico, degrado ambientale, crisi economica – i comportamenti dei consumatori assumono un nuovo ruolo. Negli ultimi decenni un segmento crescente della società ha capito che occorre conoscere cosa c’è dietro i prodotti alimentari presenti sul mercato e scegliere consapevolmente. Ripetute crisi sanitarie nel settore e più di recente la pandemia e la guerra hanno messo a nudo le debolezze del sistema agroalimentare globalizzato. Inoltre, le difficoltà economiche crescenti in seno alla società stanno evidenziando le disparità esistenti. Le associazioni dei consumatori questo lo sanno da tempo. Troppi interessi economici sovrastano i bisogni della società per una giusta e sana alimentazione, a prezzi accessibili per tutti.
Abbiamo aderito alla Coalizione CambiamoAgricoltura per dare un contributo in un momento che riteniamo estremamente importante. Una riforma della politica agricola dovrebbe favorire produzioni meno inquinanti (ed inquinate); e diventare intersettoriale “dal campo al piatto” (Farm to Fork) avvicinando agricoltori e consumatori in un’unica alleanza. Il modello dominante di agricoltura ha trasformato la produzione di alimenti in una macchina iper-produttiva, scollegata dai ritmi biologici, che consuma energia e produce alimenti non in grado di mantenere in salute. E quest’ultimo aspetto è ben visibile: nella pandemia, nelle epidemie animali, nelle malattie delle piante, nelle patologie umane. Gli agricoltori lavorano in funzione (e spesso in dipendenza) delle grandi compagnie dell’agroalimentare. È ora di rivedere il patto tra agricoltura, ambiente e società, trasformandolo in patto per e con la natura e la società. L’agricoltura è ancora troppo inquinante per i suoi fattori produttivi e troppo sbilanciata verso produzioni ad alto impatto ambientale, come quelle zootecniche industriali. La nuova PAC potrebbe essere uno strumento potente per supportare gli agricoltori nella risposta all’esigenza generale di riduzione dell’inquinamento e nell’avvio/consolidamento di un contatto più diretto con i consumatori, in grado di valorizzare con vantaggio reciproco il buon cibo. E non ci sono in gioco solo produzione e consumo di alimenti. I consumatori possono avere un rapporto diverso con la campagna e cercare in esso la soluzione ai tanti aspetti insoddisfacenti della vita urbana. La pandemia ha messo in evidenza come il sistema di vita e lavoro nelle città possa essere estremamente vulnerabile, ma ha anche mostrato inaspettate vie d’uscita nello smart working, nella modifica dei comportamenti, nel decentramento abitativo. Un adeguato supporto politico ad un modello di agricoltura meno inquinante potrebbe aiutare il consolidarsi di questi processi.
La nuova PAC potrebbe anche contribuire a mitigare il problema delle disparità sociali nell’accesso al cibo. Nel consumo di alimenti si affermano due tendenze opposte: da un lato aumenta il numero di chi è in grado di spendere di più per un’alimentazione migliore, dall’altro cresce la fascia di popolazione in ristrettezze economiche, che riduce in primo luogo la spesa alimentare.
E così, se aumentano gli scaffali con prodotti biologici e prodotti tipici, aumenta anche il consumo di prodotti di qualità mediocre, si praticano sconti per fasce deboli (pensionati e giovani), e si allungano le file alle mense per poveri. Una delle sfide che, come associazione di consumatori, portiamo all’interno della Coalizione è quella di impedire questa frattura sociale, lavorando affinché tutti abbiano accesso ad un’alimentazione adeguata. Anche questo obiettivo dovrebbe essere perseguito dalla PAC, attraverso un congruo finanziamento del biologico e degli ecoschemi.
Noi crediamo nelle capacità delle persone e nel fatto che non esistono alternative. I dati ci dicono che il biologico cresce così come la consapevolezza tra i consumatori. Rispetto a questa crescita di sensibilità di produttori e società i politici sono ancora titubanti, evitano di fare scelte coraggiose che spingano verso una reale sostenibilità dei processi produttivi e un disinquinamento dello spazio rurale.
In un tempo in cui si guarda alla realizzazione di un sistema economico resiliente e circolare una tale posizione appare incoerente. La creazione di un nuovo patto tra produttori e consumatori è la sfida su cui investire.
Lo strumento degli eco-schemi è stato introdotto nel recente processo di revisione della PAC per integrarne gli scopi generali con degli obiettivi specifici legati a cambiamento climatico, ambiente e benessere animale. Un eco-schema, definito a livello di ogni singola nazione, è costituito da una o più pratiche agricole che hanno un effetto vantaggioso per il mantenimento del paesaggio, per la salute umana e la biodiversità. L’obiettivo è di premiare gli agricoltori che gestiscono le loro pratiche agricole in modo rispettoso della natura e del clima e incentivare l’adozione di buone pratiche necessarie alla transizione dei sistemi agrari.
L’adesione agli eco-schemi da parte degli agricoltori è volontaria e quindi è importante che i pagamenti collegati agli impegni siano congrui e gli impegni non troppo gravosi per non ripetere il fallimento degli obiettivi ambientali come già accaduto nell’ultimo periodo di programmazione. In Italia sono stati inclusi negli eco-schemi attraverso il PSN: benessere animale e riduzione degli antibiotici, inerbimento delle colture arboree, salvaguardia degli olivi, promozione di sistemi foraggieri estensivi, misure specifiche per gli impollinatori.
A livello Europeo, gli eco-schemi proposti dagli Stati membri appaiono al di sotto delle aspettative per una vera transizione agroecologica dell’agricoltura. Solo il 19% degli eco-schemi proposti hanno una probabilità di raggiungere gli obiettivi ambientali dichiarati, il 40% richiederebbero sostanziali miglioramenti e il 41% è invece completamente non allineato alle finalità di contrasto dei cambiamenti climatici.
La riduzione dell’uso dei fitofarmaci in agricoltura costituisce la premessa per fermare la perdita di biodiversità e proteggere la salute dei consumatori e operatori agricoli nei paesi membri della UE. La Commissione europea ha proposto di ridurre l’uso dei pesticidi di sintesi fino al 50% entro il 2030 tramite un nuovo Regolamento sull’uso sostenibile dei fitofarmaci. Si tratta della prima azione legislativa della Strategia Farm to Fork che ambisce ad un sistema agroalimentare UE più sostenibile entro il 2030. Il nuovo Regolamento sarà vincolante per gli Stati membri, ma questi dovranno fissare obiettivi nazionali che potranno avere ambizioni più contenute (fino al 25%). La bozza di Regolamento attraverserà la revisione di Parlamento e Consiglio, e sostituirà la fallimentare direttiva del 2009. Nel 2021, la Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) dichiarava che nel 45% degli alimenti analizzati si riscontravano uno o più residui, mentre nel 2% dei campioni si rilevavano residui eccedenti il massimo di legge.
Come sottolinea l’European Environmental Bureau, la proposta appare poco ambiziosa ed ignora la richiesta di più di 1,2 milioni di firmatari della Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) “Save Bees and Farmers”, in cui si richiedeva la riduzione dei pesticidi di sintesi dell’80% entro il 2030, una graduale eliminazione dei pesticidi sintetici in Europa entro il 2035 e di escludere NBT e agricoltura di precisione dal quadro di incentivazione UE.
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Sigle come Dop, Igp, Stg e Pat rischiano di essere gusci vuoti che nascondono prodotti ormai integrati con la filiera agroindustriale
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 247 – Aprile 2022
Prodotti agricoli tradizionali (Pat), Denominazioni di origine protetta (Dop), Indicazioni geografiche protette (Igp), Specialità tradizionali garantite (Stg) sono solo alcuni dei loghi, marchi e sigle di qualità, tradizione e identità territoriale che sempre di più affollano gli scaffali, con l’obiettivo di differenziare alcuni prodotti rispetto al modello di consumo industriale e massificato. Senza che ce ne rendessimo conto anche la nostra identità nazionale ha cominciato a essere ricostruita nelle narrazioni pubblicitarie attraverso il cibo che mangiamo: il made in Italy e l’italianità sventolate nelle etichette diventano l’unica certezza cui aggrapparci per ridare senso al concetto di cultura nazionale, ormai annacquato nella nostra società fluida e post-ideologica. Il cibo, il prodotto tipico (la cui tipicità è tutta dimostrare) rimangono l’unico baluardo con cui proteggerci di fronte al pensiero unico globalizzante.
Dal livello comunale a quello regionale, gli Enti locali fanno a gara a chi vanta più indicazioni geografiche (Dop, Igp e Stg) o Pat, in una battaglia che prima è nazionale (dove le Regioni competono tra di loro) e poi europea (dove i vari Stati sono in competizione tra loro). È in atto un processo di patrimonializzazione e privatizzazione di saperi, conoscenze, tecniche, ricette e prodotti elaborati dalle collettività locali nel corso del tempo. Che oggi vengono cristallizzati in specifici disciplinari per essere lanciati nella competizione sui mercati mondiali.
Sono 5.128 i Prodotti agricoli tradizionali (Pat) inclusi in un apposito elenco, istituito dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali in collaborazione con le Regioni
Due sono gli elementi di cui tener conto in questo processo. L’uso di questi strumenti, se da un lato dovrebbe tutelare quelle tradizioni locali non in grado altrimenti di reggere la competizione, dall’altro diventa un mezzo di esclusione tra chi è dentro e fuori dal sistema di regole. Si creano comunità chiuse con poca o nessuna capacità di dialogare con l’esterno. L’evoluzione è cancellata dalla storia dell’alimentazione, dimenticando che la nostra gastronomia è così ricca perché frutto di incontro e contaminazione diverse. Inoltre, il marchio e il disciplinare diventano, spesso, gusci vuoti che rappresentano l’idea del prodotto da proteggere (il suo nome o localizzazione geografica) ormai integrato completamente nella normale filiera agroindustriale.
Ad esempio, le tecniche di produzione vengono modificate per favorire una loro industrializzazione o le varietà locali vengono sostituite con quelle commerciali, più produttive e facili da gestire. Questo è possibile perché i cittadini consumatori non sono più in grado di “capire” le supposte qualità intrinseche di quel prodotto. Il libro “Gastronazionalismo” (peoplepub, 2021 – ne avevamo parlato nell’inchiesta dedicata all’aceto), cerca di fare il punto su questa situazione, definita heritage fever, che nel nostro Paese gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo delle politiche agricole. Così scrivono gli autori: “Costruire un valore attorno alla cultura, nel bene e nel male, si traduce in un’opera di mercificazione, traducendo la conoscenza in moneta, ma anche in una mummificazione della conoscenza stessa, che si assume derivata da un processo continuo di sviluppo antropologico, al quale però viene posto un limite temporale. Per difendere il patrimonio vivente lo si mette in formalina, ovvero se ne decreta la morte”.
E la mummificazione la vediamo tutti i giorni all’opera nel marketing dell’agrobiodiversità a partire dai termini usati: gli agricoltori custodi delle antiche varietà sono un ossimoro che riflette questa contraddizione tra tradizione e modernità. Non è facile uscire da questa impasse culturale: bisogna battere strade nuove per ricostruire culture, colture e comunità locali in grado di evolvere nel tempo in un sistema aperto di scambio di conoscenze, saperi, pratiche e varietà.
di Rosario Floriddia – Azienda Agricola Biologica Floriddia
Monte Frumentario, Terra di Resilienza, Cumparete, Mulino di Comunità, Forno di Vincenzo… è da questo gruppo, effervescente e fantasista, che per la prima volta ho sentito la parola resilienza applicata ad un contesto economico sociale, mi piacque proprio.
Pian piano però mi è diventata stucchevole, ora è tutto resiliente: uno yacht da 100 metri che ha due pannelli solari, i rifiuti che diventano “opportunità energetica pulita”. Nonostante tutto il progetto Cereali Resilienti ha mantenuto nei fatti il significato della parola e credo che, a partire dai ricercatori fino a noi agricoltori, ne dobbiamo essere fieri. Anche i funzionari della Regione Toscana ci hanno dato più volte soddisfazione per quello che abbiamo fatto e stiamo facendo. A partire dalle “mini ditte sementiere” che hanno l’opportunità di nascere per produrre seme da grani locali o popolazioni, fino al materiale eterogeneo che rappresenta una delle maggiori novità del nuovo regolamento europeo per il biologico, insomma, il fare RETE: tecnici che “mescolano”, agricoltori che provano e producono, ricercatori che testano e consigliano come trasformare la materia prima affinché abbia il massimo della salubrità, artigiani che preparano meraviglie da mangiare.
Non vi nascondo però che sono un po’ preoccupato per come sta andando questo mondo e ci sono dei momenti che vorrei abbandonare la scena e lasciare che entri sul palco il peggiore degli psicopatici che al posto del cervello ha la CRESCITA illimitata. Ma poi penso che, come un discreto numero di altri agricoltori, ho della terra e dei semi che posso riseminare, curandoli con garbo, all’infinito.
E ho un bel gruppo di persone che ogni tanto vengono a trovarmi per esortarmi a migliorare, che vuol dire più valore nutritivo in cosa coltivi e trasformi, più rispetto per il suolo e per cosa lo anima. Spesso ho anche l’onore di incontrare Pozzi che mi rammenta sempre di fare COMUNITÀ! Le prime volte non la prendevo sul serio questa parola, ma negli ultimi tempi mi sono affezionato… eppure anche questa ora me la ritrovo dappertutto.
Vi racconto una cosa deliziosa, me l’ha raccontata il mio amico Pietro Castellani. Pare che nella preistoria gli umani avessero la meglio sui mammut semplicemente urlando e agitando dei bastoni con fiamme all’estremità. Una decina di persone, con urli e fiammelle, facevano indietreggiare il mammut fino a farlo precipitare nel burrone retrostante. Quello si faceva un bel volo e moriva, il resto era una grande abbuffata. “Al mammut, con la sua stazza e potenza, gli bastava stare fermo e quegli ometti dovevano solo andarsene”. Sono paura e ignoranza che hanno fregato il mammut così grande e forte a cospetto degli urlatori. Il mammut siamo noi, più di sette miliardi di persone. Se decidessimo di coltivare semi resilienti, non avremmo bisogno della chimica che sconquassa equilibri delicati; se decidessimo di rafforzare il numero di comunità che fanno rete e scegliessimo noi cosa comprare e da chi, le parole resilienza e comunità riprenderebbero il loro significato.
Gli articoli di questo notiziario sono una meraviglia. La meraviglia di solito la regalano le favole invece, quello che andrete a leggere, sono fatti e storie vere, realmente accadute!
Analisi socio-economica sulla gestione e diffusione della semente di popolazione evolutiva in Toscana
di Adanella Rossi, Eleonora Rovini – Università di Pisa
Cereali resilienti ha indagato gli aspetti socio-economici della gestione locale della semente di popolazione e le forme di tutela e comunicazione del suo valore nei relativi sistemi di produzione-consumo.
l modo più efficace per accrescere l’agrobiodiversità è inserirla in sistemi colturali reali, a loro volta parte di sistemi di produzione e consumo consapevoli dei valori di questa biodiversità. È così che si possono creare le condizioni per una sua gestione in forme efficaci e sostenibili. Il progetto Cereali resilienti, tra le sue varie attività, si è proposto di valutare gli aspetti socio-economici legati alla diffusione delle popolazioni evolutive in Toscana – in particolare della popolazione di grano tenero denominata legalmente “SOLIBAM tenero Floriddia”.
Il progetto Cereali Resilienti è iniziato nel 2016 e terminerà ad aprile 2022.
Si è svolto in 2 fasi, una di indagine conoscitiva e di costituzione del Gruppo Operativo e una triennale volta ad adattare e diffondere la popolazione di frumento SOLIBAM FLORIDDIA in 4 MAC della Toscana.
Tutte le attività sono state finanziate dalla Regione Toscana tramite le misure 16.2, 1.2 e 1.3 del PSR.
Il progetto prevedeva di indagare alcuni ambiti fondamentali: aspetti organizzativi della gestione della semente tra le aziende, aspetti sociali ed economici legati alla sua produzione e al suo inserimento all’interno della filiera produttiva, forme di tutela e comunicazione del valore di queste sementi e colture. Il tutto con riferimento alle 4 Macro-Aree Climatiche (MAC) che sono riportate nella mappa a pagina 9. Il primo ambito richiedeva di focalizzarsi sugli agricoltori, sul loro atteggiamento verso le popolazioni ma anche sulla loro capacità di sviluppare un approccio collettivo attraverso sistemi locali di relazioni e di collaborazione, individuando anche strumenti utili allo scopo. Guardando agli agricoltori coinvolti, si evidenzia come negli anni ci sia stato un incremento del loro numero. Attualmente gli agricoltori che hanno acquistato e successivamente riprodotto la popolazione nelle loro aziende sono circa una trentina, suddivisi nelle 4 MAC. In tre aree, le aziende sono già in relazione tra loro, specie dove ci sono aziende di riferimento importanti per le attività produttive svolte, come l’az. Floriddia e l’az. Passerini. Nell’area MAC Montagna – Mugello e Amiata – il tessuto di relazioni invece non è molto sviluppato.
Il processo di creazione dei sistemi locali è dunque ancora nelle fasi iniziali, individuabili alcuni network locali consolidati tra chi riproduce il seme e chi lo acquista. Questo è legato anche al fatto che, al momento, l’unica azienda ad aver ottenuto l’autorizzazione per la riproduzione e commercializzazione delle popolazioni (Decisione di esecuzione 2014/150/UE) è l’Az. Floriddia, che ha anche messo in piedi una rete di impresa con alcune aziende della sua area, i “Semi Contadini”. Questa relazione contrattuale conferisce robustezza alla gestione collettiva della produzione di semente, garantendo condivisione di conoscenze e buone pratiche, tracciabilità, nonché adeguato valore economico alle piccole produzioni. Una strada dunque su cui lavorare.
– 33 aziende coinvolte – 250 ettari di superficie
– 500 quintali di semente prodotta – 2.000 quintali di granella prodotta
L’autogestione della semente implica per le aziende sia l’acquisizione di specifiche competenze e abilità per le operazioni necessarie per la produzione e il mantenimento della semente stessa, ma anche costi maggiori. Costi che tuttavia possono ripagarsi nel tempo perché permettono di svincolarsi dal sistema sementiero convenzionale, adattare il seme ai propri specifici contesti produttivi e soprattutto dare al prodotto finale un valore aggiunto. Un bel pezzo di sovranità alimentare.
La finalità ultima è quella di strutturare nei territori delle vere forme di co-gestione, in grado di diffondere i valori ambientali, economici e sociali che la popolazione evolutiva porta con sé.
In questo approccio all’agrobiodiversità diviene importante che nessuno si appropri della proprietà intellettuale di questa semente o che ne limiti la diffusione con altri strumenti di protezione. A questo scopo all’interno del progetto è stata creata un’etichetta open source, accessibile a tutti, che comunica i significati sociali e i criteri su cui si fonda l’utilizzo di questi semi. In questo modo chi sceglie di adottare la popolazione si impegna a rispettarne i principi, includendo la dichiarazione in ogni trasferimento delle sementi o dei suoi derivati. Il tutto in coerenza e a supporto di una gestione comunitaria dell’agrobiodiversità che coinvolga tutti i processi produttivi, fino ad arrivare alle pratiche di consumo.
Sempre in quest’ottica, nei tre anni di progetto, sono stati organizzati eventi di animazione territoriale, ospitati nelle aziende coinvolte nella coltivazione ed aperti a tutti gli attori, dalla produzione al consumo. In queste occasioni è stato stimolato un confronto diretto sulle possibili criticità di queste filiere ma anche sulle opportunità che la popolazione evolutiva può rappresentare nei rispettivi territori.
Macro AreeClimatiche(MAC) Il progetto Cereali Resilienti ha definito le Macro Aree Climatiche usando la metodologia degli “analoghi climatici” con cui è possibile confrontare il clima di un determinato punto geografico con le zone circostanti.
Abbiamo quindi identificato 4 MAC: aree geografiche con una similarità climatica maggiore del 75% rispetto a un’azienda di riferimento (azienda-madre). La similarità è stata calcolata utilizzando i dati climatici della serie storica 1970-2000 disponibili su www.worldclim.org ed elaborati con il software Climate Analogues.
Queste 4 MAC sono state sovrapposte a 4 tipologie orografiche: collina, pianura, costa e montagna. Le aziende che si sono aggiunte successivamente al progetto sono state incluse nella loro MAC di riferimento e individuate come aziende-figlie.
In alcuni casi sono già state sperimentate la trasformazione e la commercializzazione di questi prodotti, valorizzati all’interno di canali di produzione e distribuzione locali. Oltre ad alcune difficoltà pratiche che tutti gli operatori riconoscono, è significativo come l’aspetto più critico, ma anche determinante per la realizzazione di questi sistemi, risulti la creazione di una comunicazione coerente ed efficace, che consenta di entrare in relazione diretta con gli utilizzatori intermedi e i consumatori finali dei prodotti, rafforzando la consapevolezza di tutti gli attori coinvolti e quindi il loro sentirsi parte integrante del processo.
La finalità ultima è quella di strutturare nei territori delle vere forme di co-gestione, che siano in grado di conservare e diffondere i valori ambientali, economici e sociali che la popolazione evolutiva porta con sé.