Cereali Resilienti: un progetto di vita per i Territori

Cereali Resilienti: un progetto di vita per i Territori

Dai troppi quintali alla fiducia nelle comunità

di Claudio Pozzi – Coordinatore Rete Semi Rurali

Se davvero vogliamo cambiare qualcosa, dobbiamo capire bene che significato vogliamo dare al termine resiliente, soprattutto se utilizzato nei confronti di una filiera di produzione più che millenaria.

Maggio 2017, Scansano, Grosseto. Avevo un’ora a disposizione per raccontare perché, con Rete Semi Rurali, stavamo lavorando alla reintroduzione di varietà locali di grano sulla base di motivazioni agronomiche, economiche e nutrizionali. Com’è mio uso, ho fatto una breve introduzione per animare un dibattito che mi permettesse di completare l’informazione senza appesantire i presenti. Interviene un anziano in prima fila che chiede “Quanto rendono questi grani?” Cerco conferma negli occhi di chi fra i presenti da qualche tempo aveva adottato qualche varietà locale iniziando a commercializzarne farine e pasta e rispondo che in quelle zone, con notevoli oscillazioni annuali, si può ritenere buona una media di 15 quintali a ettaro. “Ooohh” mi risponde l’anziano “a Pomonte due anni fa ha reso 80 quintali!” Avevo pronta una cartucciera intera da sparare ma è bastata la domanda “A quanto li hanno venduti tutti quei quintali?” Senza alcuna esitazione l’anziano mi risponde che nessuno li aveva ritirati perché non avevano abbastanza proteine. Tanta era stata la felicità per lo straordinario risultato raggiunto che il lavoro e l’energia, i prodotti acquistati e le relative spese per arrivare ad un risultato di quel tipo, pur se andati del tutto sprecati, passavano in secondo piano.

Ho sempre più l’impressione che la nostra sia una missione culturale e sociale prima che di innovazione genetica o agronomica. Se vogliamo cambiare qualcosa, dobbiamo capire bene che significato vogliamo dare al termine resiliente, soprattutto se utilizzato per una filiera di produzione più che millenaria. Ci interessa qui sottolinearne il senso, ormai abusato e strapazzato in qualsiasi scritto o dibattito.

Solo qualche anno fa, nel 2015, quando abbiamo deciso il titolo di quello che è diventato un progetto di grande ispirazione, la parola resiliente era poco usata. A noi, in quel momento, sembrava rappresentare bene l’attitudine delle popolazioni evolutive di frumento ad adattarsi nel tempo alle condizioni ambientali in cui venivano coltivate. Condizioni ormai del tutto instabili e poco prevedibili. Unica certezza: l’aumento delle temperature medie e la diminuzione delle precipitazioni.

Incontro territoriale della MAC Collina presso az. agr. Floriddia, Maggio

Ma quale sia il percorso e in quali termini se ne manifestino gli effetti stagionali, è un mistero per tutti. Avere a disposizione una popolazione, in grado di non soccombere agli eventi imprevedibili e addirittura di stabilizzarsi su una media produttiva, quella sì finalmente prevedibile, ci sembrava un risultato straordinario. Lo scommettere che quel fenomeno, che stavamo osservando a latitudini e climi molto diversi tra loro, come Toscana e Sicilia, potesse verificarsi anche in contesti infra-regionali, ci ha appassionati ed intrigati. Nel frattempo, la Commissione europea sviluppava una linea progettuale per i PSR locali che sembrava adattarsi al nostro mandato di animazione del territorio: i PEI o Gruppi Operativi, quasi pensati e cuciti a nostra immagine e somiglianza. Poter mettere in pratica il proprio immaginario attraverso esperienze concrete è quanto di meglio ci si possa aspettare. Il dibattito applicativo ci ha portati ben presto a comprendere che la gestione di quelle sementi non era affatto scontata e poteva avvenire solamente in un sistema diverso da quello esistente.

La resilienza della semente e dei suoi derivati è condizionata non solo dal clima e dalle caratteristiche del suolo, e dalle infrastrutture presenti sul territorio, ma anche dalle attitudini relazionali delle comunità e dalla psicologia sociale che le contraddistingue e le diversifica.

Il primo pensiero è stato quello di proporre il coinvolgimento e la nascita di ditte sementiere locali. Il termine ditta aveva però un suono che stonava alle nostre orecchie, appariva quasi cacofonico rispetto al fluire delle idee che stavamo elaborando. È stato così che il termine “sistema sementiero” ha iniziato a prender forma, a farsi strada e a raccogliere consensi. Ci è apparso chiaro improvvisamente che un sistema sementiero diffuso sarebbe stata la simbiotica conseguenza della scelta di coltivare popolazioni evolutive, un sistema locale di produzione delle sementi, capace di flessibilità per rispondere alle esigenze degli attori e alle dinamiche organizzative e logistiche caratteristiche dei diversi territori: a ogni terreno il suo seme, a ogni territorio il suo sistema sementiero.

Un passo importante che ci ha permesso di presentarci alle comunità dei vari areali climatici della Toscana portando sì un nuovo seme – probabilmente più performante delle varietà locali – ma altrettanto rispettoso sia del metabolismo del suolo che del metabolismo di chi ne avrebbe acquistato e consumato i prodotti finali.

Altre sorprese e consapevolezze ci aspettavano al varco. L’incontro con le piccole comunità di coltivatori della zona collinare rivelava attitudini relazionali completamente diverse da quelle degli areali di montagna o costa. La resilienza della semente e dei suoi derivati era quindi condizionata non solo dal clima e dalle caratteristiche del suolo, non solo dalle infrastrutture presenti sul territorio, ma anche dalle attitudini relazionali delle comunità e dalla psicologia sociale che le contraddistingue e le diversifica. Diventava quindi necessario costruire un sistema di regole che fossero univoche e riconoscibili anche su territori diversi ma che, allo stesso tempo, permettessero una grande flessibilità di adattamento ai cangianti contesti psicosociali.

Dall’osservazione e dalla riflessione su queste necessità siamo giunti ad uno dei primi risultati tangibili di questo progetto: l’etichetta che accompagna le prime prove di vendita di una semente eterogenea non riconducibile ad una varietà da conservazione. È la prima volta che un’azienda agricola, in collaborazione con Rete Semi Rurali, vende semente di popolazione, mantenuta e selezionata nei propri campi, ufficialmente cartellinata dal CREADC e accompagnata da un’etichetta che sancisce diritti e doveri di chi apre quel sacco. Diritti e doveri sicuramente interessanti di per sé ma ancor più innovativi perché del tutto inattesi all’interno del sistema legale. Riconducibili invece ad un mondo in cui la fiducia reciproca torna ad essere il valore fondante riconosciuto.  Si chiude il cerchio. La resilienza non sta solo nell’indiscutibile e fondamentale valore della variabilità genetica delle popolazioni evolutive. La resilienza trova la sua validazione nella ricostruzione di una collettività che si riconosce in un sistema relazionale ed organizzativo che, dal seme alla tavola, porta il segno della fiducia e della corresponsabilità dei soggetti che la animano e la sostengono.

Valutazione della stabilità in campo delle popolazioni evolutive

Valutazione della stabilità in campo delle popolazioni evolutive

di Stefano Benedettelli – Università degli Studi di Firenze

Il progetto Cereali Resilienti ha analizzato i cambiamenti della popolazione evolutiva rispetto ai differenti ambienti di coltivazione della Toscana.

Variabili considerate
Altezza della pianta
Lunghezza della spiga
Larghezza della spiga
Numero spighette
Numero di spighe aristate
Numero di spighe mutiche
Densità della spiga
Peso della spiga
Numero di cariossidi per spiga
Peso delle cariossidi per spiga
Peso 1000 cariossidi
Produzione
% Proteine
% Carbonio
Polifenoli Liberi e Legati
Flavonoidi Liberi e Legati
Attività anti-radicalica
Caratteristiche reologiche (W, P, L P/L)

Nelle 4 aziende-madri, così come in tutte le aziende figlie di ciascuna MAC, è stato seminato un ettaro di popolazione per due annate agrarie, 2019 e 2020. Tutti gli anni, in ogni azienda, l’intera superficie è stata suddivisa in 3 aree omogenee, per ciascuna delle quali sono stati fatti i rilievi su parcelle di 2 metri quadri. Da ogni area campione sono state misurate le altezze di 100 piante e prelevate 100 spighe, per un totale di 300 piante e 300 spighe per azienda e per anno. L’area di saggio è stata interamente raccolta e il seme prodotto è stato avviato alle analisi per la valutazione delle caratteristiche produttive e reologiche delle farine. Per ogni parcella sono stati raccolti i dati relativi alle variabili riportate nella tabella 1, per un totale di 7.800 dati complessivi.

Per i caratteri che dipendono più dal corredo genetico di ciascuna pianta piuttosto che dalla variabilità ambientale, come la presenza delle reste, il numero di spighette per ogni spiga e la densità della spiga, sono state calcolate le frequenze delle diverse tipologie per stimare la variazione genica all’interno di ogni azienda e all’interno delle MAC. A titolo di esempio si riporta il grafico del cambiamento osservato mutiche. Tra il 1° e il 2° anno, ad eccezione delle coltivazioni in pianura, si osserva un incremento delle spighe mutiche soprattutto nelle aziende situate sulla costa. Anche la densità della spiga tende a diminuire dal 1° al 2° anno di coltivazione, determinando la formazione di spighe molto lasche. Questo comportamento potrebbe essere imputato al fatto che, aumentando la competitività tra individui all’interno della popolazione, tendono a prevalere i genotipi con spiga con rachide più lungo.

Questo andamento, molto interessante, ha effetti positivi nell’incrementare la resistenza orizzontale alle malattie crittogamiche della spiga, riducendo o eliminando la presenza di micotossine della cariosside.

Infine, sulla base di tutti i parametri morfologici, produttivi e qualitativi, è stata eseguita un’analisi statistica per verificare come i vari ambienti di coltivazione abbiano determinato ulteriori cambiamenti e come questi possano darci indicazioni sull’adattamento della popolazione alle caratteristiche ecologiche. Queste indicazioni sono indispensabili per orientare le scelte delle linee da utilizzare nella costituzione delle popolazioni evolutive in base agli ambienti dove sono destinate.

Diversificazione dei prodotti

Diversificazione dei prodotti

Analisi sensoriale mediante panel test

di Alba Pietromarchi – FIRAB

Il panel test si è svolto a giugno 2021 presso l’azienda Floriddia con prodotti da forno e pasticceria preparati dalle farine delle aziende–madri delle 4 MAC per rilevare un giudizio di tipo edonistico su prodotti che ancora non ha un vero e proprio mercato.

Nel progetto Cereali Resilienti, al fine di migliorare la qualità degli alimenti derivati da popolazioni evolutive di cereali e valutare il loro gradimento da parte dei consumatori e quali innovazioni di prodotto fossero più attrattive per il mercato, FIRAB ha condotto un Test di accettabilità (analisi sensoriale). Il panel test si è svolto l’11 giugno 2021 presso l’azienda Floriddia promuovendo l’assaggio di prodotti da forno e pasticceria preparati dalle farine delle aziende–madri delle 4 MAC e registrando il feedback dei partecipanti su apposite schede. Si è trattato di un test di analisi sensoriale condotto da persone prive di competenze specifiche (consumer panel, distinto dal panel analitico realizzato da persone professionalmente preparate allo scopo, generalmente volto allo sviluppo di strategie di marketing) per valutare un giudizio di tipo edonistico per un prodotto che ancora non ha un vero e proprio mercato.

Le prove di assaggio di prodotti da forno e pasticceria, preparate con le farine molite a pietra dal Molino Angeli, sono state frutto di ricette sperimentali del mastro pasticcere Gabriele Cini, fiorentino, da anni impegnato in ricerca, insegnamento e rielaborazione di ricette tradizionali adattate all’uso di grani locali e popolazioni evolutive.

Le farine da popolazioni sono caratterizzate da una forza del glutine contenuta e da una eterogeneità, espressione del miscuglio di grani – geneticamente diversi tra loro – da cui si ottengono. Il loro utilizzo, in sostituzione delle varietà che si trovano in commercio (omogenee, per essere meglio gestite nel sistema agro-industriale), richiede da parte degli operatori di settore, trasformatori ed utilizzatori finali, un’attenta conoscenza per la loro valorizzazione. Di qui discende un accurato lavoro per preparare i prodotti ottenuti da queste farine, basato su un lavoro di concerto tra il mugnaio e il mastro pasticcere. I prodotti sono stati preparati nello stesso giorno del test, applicando la stessa ricetta per ognuna delle farine. A parità di altre condizioni solo la pasta madre era diversa, essendo stata ottenuta in modo diretto dalla farina di ciascuna azienda-madre.

In considerazione dell’emergenza COVID19, la partecipazione è stata limitata a 50 persone per un totale di 4 sessioni di panel test, ciascuna con la presenza di 12-13 partecipanti. Ogni sessione ha previsto un iniziale approccio di conoscenza e di (in)formazione sulla metodologia. Sono state create postazioni distanziate provviste di scheda sensoriale. I campioni di assaggio sono stati presentati uno alla volta, chiedendo di esprimere un giudizio edonistico su una scala con orientamento orizzontale (scala edonica da 1 a 5, con 5=ottimale). Dall’analisi stati stica dei giudizi dei partecipanti è stato ricavato il giudizio finale da cui emerge un grande apprezzamento generale per i prodotti a base di grani evolutivi.

Tutti i pani, nonché i biscotti ed i grissini, hanno ottenuto voti molto buoni – in alcune valutazioni anche ottimi – rispetto agli attributi qualitativi, con valori tra il 3 e il 4. Non solo, ma lo scoprire che tale ricchezza di diversità, che caratterizza le farine di popolazioni evolutive, si potesse anche tradurre in una ricchezza di sapori, aromi e sensazioni ben espressi durante le prove di assaggio, è stato considerato stimolante e ha favorito una maggiore attenzione dei partecipanti durante tutto il panel test. In particolare, è emerso che sono apprezzati gli attributi sensoriali relativi a sapore, aroma, odore, gusto, aspetto e consistenza per i pani ottenuti da farine con grani evolutivi, soprattutto per le MAC Collina e Pianura.

Grafico 1. Risultati dell’analisi sensoriale comparati per tutti e 3 i prodotti (pane, biscotti e grissini) per le 4 MAC:
A = MAC Collina – Floriddia
B = MAC Costa – Grimaldi
C = MAC Pianura – Passerini
D = MAC Montagna – Antonini

Per i grissini emergono giudizi leggermente più positivi per la popolazione della MAC collina. Infine, tutti i biscotti sono stati apprezzati indipendentemente dall’areale di coltivazione.

Dai risultati emerge come vi siano ottime prospettive per i prodotti da grani evolutivi, oltre che per il ruolo di fondamentale importanza nella tutela e conservazione della biodiversità, proprio in relazione al gradimento da parte dei consumatori e l’ottenimento di un prodotto innovativo, che può favorire e alimentare un’economia diversificata.

Attivare una filiera resiliente con prodotti da farine evolutive potrebbe aiutare ad affrontare un cambiamento sempre più necessario, sia nel sistema di produzione che di consumo. Per fare questo è molto importante che il riconoscimento di diversità e ricchezza delle varietà e popolazioni passi, non solo attraverso i contadini e le contadine, ma anche attraverso i fornai, i panificatori e ogni altro preparatore che devono sperimentare e conoscere le caratteristiche di tali farine biodiverse, per capire come valorizzare quelle giuste per le loro necessità.

Interessante sottolineare, infine, che i risultati dell’analisi sensoriale descrittiva quantitativa hanno evidenziato come i partecipanti abbiano particolarmente apprezzato questa ricchezza di profumi e aromi data dalla diversità genetica delle popolazioni, e come tale diversità sia stata valutata come una ricchezza e non un difetto.

Intervista a Sara Passerini

Intervista a Sara Passerini

Sara conduce l’azienda-madre per la MAC Pianura ed è partner del progetto. Dal 2017, primo anno di semina, riproduce in azienda la popolazione evolutiva che è arrivata al suo quinto anno di adattamento. Già dal primo raccolto ha avviato prove di trasformazione e ha introdotto l’utilizzo in etichetta del logo di progetto e di un testo che racconta cosa sono le popolazioni. Le rivolgiamo alcune domande per capire come ha fatto le sue scelte.

Da quando coltivi le popolazioni evolutive che tipo di trasformati hai sperimentato?
Coltivo le popolazioni evolutive da quando, ad un incontro di Rete Semi Rurali, venni a conoscenza del progetto Cereali Resilienti. È stato un “amore a prima vista”. Quello che mi aveva colpito era proprio il concetto di “diversità”, di “mescolanza”, di “forza adattativa”. Idee che sono per me di fondamentale importanza, al di là dell’agricoltura. Negli anni ho già potuto osservare dei cambiamenti nella mia popolazione, delle evoluzioni, anche da un anno all’altro. All’inizio non è stato facile introdurre la farina di popolazione sul mercato. Le persone facevano fatica a capire e preferivano rimanere sul terreno conosciuto. Ma una volta “osato” l’assaggio, molti clienti non l’hanno più abbandonata, sia privati che forni e pizzerie, soprattutto per la panificazione. Quello che colpisce in particolare sono i profumi ed i sapori, diversi da qualsiasi altro impasto. Questo incoraggiamento mi ha spinto a fare altre prove, partendo dalla pastificazione, che mi hanno lasciata piuttosto soddisfatta. E poi si è aperta la grande porta della birra.

Le collaborazioni che hai avviato per le trasformazioni su che basi si fondano?
Le collaborazioni più belle, così mi piace chiamarle perché non sono anonimi “clienti”, sono quelle con persone e realtà con cui condivido valori e approcci. Le più significative, al momento, direi che sono 4: il Birrificio San Gimignano, che con la popolazione produce alcune delle sue birre; la CSA Mondomangione di Siena, che da circa un anno ha avviato un bellissimo progetto di panificazione; il Mulino Parrini, un mulino recuperato e gestito dall’omonima associazione a Sant’Agata in Mugello; la Divina Pizza di Firenze. La farina viene prodotta da Macinazioni Valdichiana di Bettolle, gli esperimenti sulla pasta dal Mulino Val d’Orcia. Sono realtà che hanno la propria unicità e una storia interessante, strettamente legate al nostro territorio, e che mettono alla base del loro lavoro un’attenzione alla qualità, alla socialità, alla costruzione di legami tra le persone, alla bellezza di quello che ci offre la Natura e che le mani dell’uomo sanno trasformare con la coscienza di essere collaboratori di materie vive, che comunicano e che pulsano. Persone che hanno capito che con le popolazioni hanno a che fare con un chicco che ha molto da condividere e da raccontare. Lo stimolo di manipolare una vita che ogni anno sarà diversa, che a seconda del luogo di provenienza sarà diversa, ma anche che sarà diversa a seconda del proprio unico modo di rapportarvisi.

Che prospettive vedi per i trasformati delle popolazioni evolutive?
Credo che le popolazioni siano davvero il grano del domani. Senza nulla togliere alle varietà locali che vanno sempre più recuperate, protette e valorizzate poiché anch’esse sono parte dei nostri territori e della diversità dell’agricoltura. Tuttavia, le popolazioni consentono una versatilità di utilizzo ed un adattamento anche a diversi tipi di trasformazione, oltre ad apportare alla dieta una parte di quella importante varietà di elementi nutrizionali che in gran parte abbiamo smarrito con l’agricoltura industriale. Servono professionisti della trasformazione che abbiano voglia di sperimentare ponendosi in ascolto della materia che manipolano, comprendendo il valore e la vitalità di ciò che prende forma sotto le loro mani. Le popolazioni evolutive non sono solo grano tenero, sono anche orzo e grano duro, e tante altre coltivazioni seminative e orticole. Trasformarle non è solo produrre un pane, un dolce, una birra, una pasta, una salsa. È prima di tutto comprendere, e poi comunicare a chi si nutre dei prodotti, l’immenso contenuto di significato, di nutrimento, di relazione che le popolazioni racchiudono in sé.

Le sfide del 2022

Le sfide del 2022

di Riccardo Bocci – Rete Semi Rurali

Nel 2019 la Commissione Europea ha ripreso in mano un dossier abbandonato da qualche anno, causa cocente bocciatura nel 2014 da parte del Parlamento: la legislazione sementiera. Si tratta di un tema cruciale per il settore agricolo: le sementi disegnano i sistemi agricoli in cui saranno coltivate e la loro qualità è essenziale per garantire una buona produzione agli agricoltori.

Allo stesso tempo, però, le sementi hanno un immaginario sociale che le fa uscire dall’essere solo un mezzo di produzione in agricoltura. Infatti, i nomi delle varietà, le loro caratteristiche sono legate alla nostra storia, un tempo definivano i nostri orizzonti simbolici, gusti e sapori sono legati alla nostra tradizione e alla cucina. Ma c’è di più. Chi controlla i semi, controlla il sistema alimentare e quello che mettiamo nei nostri piatti. Ecco perché parlare di sementi non è facile e tocca delle corde emotive che normalmente non sono considerate dai tecnicismi con cui di solito si tratta la materia agricola. Senza capire tutti questi fili che legano le sementi alla società non si possono realizzare delle serie politiche sementiere, in grado di rispondere a tutte le aspettative dei molti e variegati attori coinvolti.
Nel 2021 la Commissione ha prodotto uno studio sui problemi attuali della legislazione sementiera individuando 4 possibili opzioni su come procedere nei prossimi mesi. Il 2022 si annuncia, quindi, come il momento chiave per influenzare il corso del negoziato e incidere sulla proposta di regolamento della Commissione che dovrebbe vedere la luce a fine anno e passare poi agli altri organi decisionali a livello europeo.

In questo numero presentiamo le principali posizioni espresse finora dai mondi a noi vicini, dal biologico al Coordinamento europeo di Via Campesina, ai seed savers di Arche Noah, con l’obiettivo di aprire anche in Italia un dibattito pubblico. Fino ad oggi, infatti, questo tema non ha trovato spazio né nel settore agricolo né nella società civile, come se decidere le regole per mettere in commercio le varietà non interessasse l’agricoltura italiana. In realtà, questa dovrebbe essere l’occasione per portare gli interessi dell’agricoltura mediterranea ad avere un peso politico maggiore a Bruxelles, per non lasciare decidere le regole ai soliti paesi del Nord Europa espressione di un modello agricolo uniforme e industriale.

Come Rete Semi Rurali abbiamo alcuni punti essenziali da difendere: riconoscere e promuovere i sistemi sementieri locali (anche definiti informali), garantire la trasparenza sui metodi di miglioramento delle varietà, porre chiaramente le attività di scambio delle sementi ai fini della conservazione fuori dall’ambito della commercializzazione, promuovere una visione flessibile e pluralistica della legislazione in grado di sostenere la diversificazione dei sistemi agricoli, non aggravare di burocrazia e controlli le ditte sementiere che lavorano a livello locale o regionale e sono sotto una certa soglia economica.
Altri due temi saranno all’ordine del giorno del negoziato: ridefinire lo spazio per le varietà da conservazione, dopo una valutazione dell’efficacia delle direttive adottate nel 2008, e creare un nuovo spazio per popolazioni, materiale eterogeneo e varietà biologiche. In parallelo, altre discussioni avranno un impatto sul futuro dei sistemi sementieri.

Infatti, il 2022 sarà anche l’anno delle decisioni sulle nuove tecnologie di miglioramento genetico, se considerarle o meno equivalenti agli OGM, e della messa a regime del nuovo sistema fitosanitario e relativi controlli. La carne al fuoco non manca…

Lettera congiunta alla Commissione Europea

Lettera congiunta alla Commissione Europea

Una visione comune per la diversità delle piante

Ad aprile 2021 una serie di organizzazioni europee ha inviato una lettera comune alla Commissione evidenziando i punti seguenti.

Le regole esistenti per la produzione e la commercializzazione delle sementi favoriscono l’uniformità e la produttività a breve termine a spese della diversità delle piante coltivate, dell’ambiente e della diversità degli attori che sviluppano le sementi e le rendono disponibili. Trascurano i diritti definiti dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle zone rurali (UNDROP) e il Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (ITPGRFA), e dividono gli attori in categorie artificiali di “utenti” e “produttori” di sementi. 

Alla luce delle crisi del clima e della biodiversità, abbiamo bisogno di politiche che riconoscano, proteggano e sostengano il potenziale della diversità coltivata per favorire sistemi alimentari resilienti e garantire la nostra sicurezza alimentare futura. La diversità delle piante coltivate è il fondamento per guidare la transizione dei sistemi alimentari e invertire la perdita di biodiversità. 

La pandemia Covid-19 ha rafforzato questa necessità, e ha portato ad un aumento della domanda di semi ad impollinazione aperta adattati a livello locale e di prodotti locali. Il miglioramento genetico locale, la produzione e la gestione dinamica delle sementi, e la diversità dell’offerta commerciale di sementi, forniscono agli agricoltori opportunità di alto valore per attingere a questa domanda crescente, per esempio offrendo prodotti biologici, varietà tradizionali, specie trascurate e sottoutilizzate, e/o specialità regionali. 

Tuttavia, l’attuale quadro normativo sta deludendo gli agricoltori che operano al di fuori dell’agricoltura industriale, per esempio quelli che lavorano in condizioni agro-ecologiche o biologiche, quelli che vogliono lavorare con varietà ad impollinazione aperta, e quelli che lavorano in piccole superfici con stretti legami con i consumatori finali, poiché semplicemente non hanno accesso a varietà adatte alle loro esigenze e agli ambienti produttivi. Alla luce delle numerose sfide che l’agricoltura deve affrontare, è inaccettabile che il quadro di commercializzazione delle sementi discrimini quanti desiderano perseguire alternative caratterizzate da pratiche rispettose dell’ambiente e del clima. 

Qualsiasi riforma della legislazione sulla commercializzazione delle sementi deve realizzare il Green Deal europeo, le sue strategie per la biodiversità e Farm to Fork, e gli obiettivi dell’UE in materia di cambiamento climatico, promuovendo i diritti degli agricoltori alle sementi. Deve rispettare e sostenere gli sviluppi stimolanti del nuovo regolamento biologico, e anche riconoscere i considerevoli e costosi oneri imposti alla produzione e alla circolazione delle sementi dal nuovo regolamento fitosanitario, in particolare per i piccoli operatori. Deve essere coerente con gli impegni presi nell’ambito dell’ITPGRFA e della Convenzione sulla diversità biologica. Infine, ma non meno importante, deve far rispettare il diritto alle sementi e gli obblighi degli Stati di facilitare e rispettare questo diritto secondo l’UNDROP.

Ci sono stati alcuni miglioramenti nell’ultimo decennio, in particolare con le direttive sulle varietà da conservazione, e più recentemente nel nuovo regolamento del biologico. Tuttavia, la diversità è ancora limitata a nicchie, ognuna delle quali ha la sua serie di restrizioni, e la complessità del quadro stesso è proibitiva per molti piccoli attori. Le crisi del clima e della biodiversità, così come i cambiamenti sociali, economici e tecnologici nei decenni successivi all’adozione delle regole negli anni ’60, richiedono un ripensamento fondamentale.

Una legislazione riformata deve sostenere la diversità intraspecifica e intra-varietale, sostenendo così l’adattamento al cambiamento climatico, la transizione verso un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente, la produzione locale di sementi e cibo, i diritti degli agricoltori e diete più sane. Dovrebbe anche riconoscere e sostenere veramente la molteplicità dei sistemi sementieri, e offrire più scelta agli agricoltori. 

Per raggiungere questo obiettivo, la riforma deve riconoscere, proteggere e premiare il ruolo fondamentale giocato dai sistemi sementieri informali nella conservazione, nell’uso sostenibile e nella gestione dinamica della diversità, e nel garantire la resilienza dei nostri sistemi alimentari. Parallelamente alla legislazione e i diritti di proprietà intellettuale non devono danneggiare i diritti degli agricoltori. Tutti i quadri giuridici devono essere migliorati per evitare l’appropriazione indebita della diversità, compreso attraverso l’uso di informazioni digitali sulle sequenze genetiche.

I 34 FIRMATARI DELLA LETTERA
EU / REGIONALBiodynamic Federation Demeter Int
European Coordination Via Campesina
Reseau Meuse-Rhin-Moselle
AUSTRIAArche Noah / ÖBV-Via Campesina Austria
BELGIOBoerenforum, Vitale Rassen
CROAZIABiovrt-u skladu s prirodom – Biogarden
Croatian Org. Farmers’ Associations Alliance
Život – Association of Croatian family farms
ZMAG – Community Seed Bank
REPUBBLICA CECADemeter Czech & Slovakia / Permasemnika
CIPROCyprus Seed Savers
DANIMARCADemeterforbundet i Danmark
Frøsamlerne – Danish Seed Savers
ESTONIAMaadjas – Estonian Seed Savers
FRANCIADemeter France
Mouvement de l’Agriculture Bio-Dynamique
Le Réseau Semences Paysannes
GERMANIAD.V. Kulturpflanzen- und Nutztiervielfalt e.V.
GRECIAAegilops / Peliti
UNGHERIAMagház – Seed House
IRLANDAIrish Seed Savers Association
ITALIAAssociazione per l’Agr. Biodinamica in Italia
Demeter Associazione Italia
Rete Semi Rurali
LETTONIALatvian Permaculture Association
LUSSEMBURGOSEED Luxemburg
MALTANadir for Conservation
NORVEGIABiodynamic Association Norway
POLONIAFoundation AgriNatura for Agricultural Biodiversity
PORTOGALLOGAIA – Environmental Action and Intervention
Group
SVIZZERAGetreidezüchtung Peter Kunz
ProSpecieRara

Proposte specifiche per una possibile riforma:

Il campo di applicazione della legislazione dovrebbe essere delineato da una definizione rigorosa di commercializzazione limitata alle attività commerciali rivolte agli utilizzatori professionali di sementi. La legislazione, quindi, non dovrebbe regolare conservazione, uso sostenibile e gestione dinamica della diversità, compresi gli scambi di sementi tra agricoltori e hobbisti che sono gratuiti o che prevedono solo il rimborso delle spese. In particolare, non dovrebbe esistere un registro degli operatori. Questi sistemi sementieri, come sancito dall’UNDROP, devono essere fuori dal campo di applicazione della normativa. 

La legislazione deve garantire la libertà di scelta degli agricoltori sia per quanto riguarda le sementi (specie, varietà, popolazioni) che per quanto riguarda gli standard di produzione. 

Ci deve essere una chiara distinzione tra i regimi che concedono i diritti di proprietà intellettuale sulle nuove varietà vegetali e quelli che permettono l’accesso al mercato. La registrazione basata deve essere adattata e proporzionata ai bisogni e alle realtà della diversa gamma di attori, così come dei loro clienti. 

La legislazione deve garantire la trasparenza sui metodi di miglioramenti usati e sui diritti di proprietà intellettuale per tutte le varietà sul mercato.

– Le norme sulla sanità delle sementi e i meccanismi di controllo devono essere adattati ai rischi e alla scala di commercializzazione delle sementi, riconoscendo le diverse aspettative degli utenti e dei clienti riguardo ai criteri di qualità.