L’idea degli agricoltori-condottieri delle loro imprese nei mari del libero mercato è illusoria. Servono modelli collettivi e lo sguardo ai territori.
a cura di Rete Semi Rurali – Tratto da Altreconomia 291 – Aprile 2026
Fare l’economista agrario, oggi, è molto difficile. Prendo in prestito e riadatto la frase di apertura dell’editoriale uscito a febbraio 2026 sull’Informatore agrario, in cui l’economista Angelo Frascarelli riflette sulle difficoltà di lavorare come imprenditore agricolo e dispensa consigli per sopravvivere nel mondo di incertezze in cui il settore si trova a vivere oggi: tra cambiamenti climatici, mercati instabili e prezzi in discesa.
Il tutto mentre aumentano i costi di produzione. In questo caos il professore si chiede che cosa fare, quando anche l’ultimo baluardo di difesa del modello agricolo industriale, la tanto amata e odiata Politica agricola comune (Pac), mostra preoccupanti segnali di ridimensionamento sotto la pressione da un lato della rinazionalizzazione e dall’altro del drenaggio di risorse verso altri comparti come la difesa. La risposta dell’economista agrario segnala tutta la difficoltà di questa disciplina nel ridefinire sé stessa in una realtà che non è più quella del secondo dopoguerra. Infatti Frascarelli delinea una strada già vecchia: gli agricoltori devono fare impresa in maniera più professionale e “smettere di guidare il trattore per dedicare più tempo a guidare l’impresa”.
A parte la fascinazione di immaginare le migliaia di agricoltori come condottieri delle loro imprese che veleggiano nei mari del libero mercato, questa risposta non sta più in piedi nei fatti. Come chiedere più impresa quando è proprio il modello dell’impresa come soggetto individuale che oggi sta entrando in crisi? Non a caso anni fa il sociologo olandese Van Der Ploeg scriveva che la risposta più resiliente alla crisi dell’agricoltura viene da quegli imprenditori agricoli che tornano a essere contadini, smettendo di vedersi come impresa connessa al mercato dei fattori produttivi e a quello internazionale dei prodotti, dove non controllano né i prezzi di acquisto dei mezzi tecnici né quello di vendita dei loro prodotti.
Per capire i limiti e le possibilità di questa “ricontadinizzazione” avremmo bisogno di nuovi quadri teorici e analitici in grado di comprendere le innovazioni in corso che lavorano su modelli collettivi di fare agricoltura, superando la dimensione singola dell’impresa per creare una dinamica di relazioni con il territorio di cui e in cui vive la stessa azienda. Ad esempio dobbiamo sfatare la favola raccontata all’università per cui il prezzo è legato all’incontro tra domanda e offerta ma capire come si possa legare il giusto costo con il valore e il lavoro contenuti in un prodotto; oltre che affrontare il tema dell’accesso alla terra per gestire un ricambio generazionale non basato su rendita e proprietà. Per fare questi passaggi, però, è essenziale che l’economia agraria smetta di ridurre la sua analisi alla microeconomia -l’impresa e la sua allocazione efficiente dei fattori- e allarghi lo sguardo al contesto esterno in cui l’azienda opera.
Le aziende che secondo l’Inps nel 2024 occupavano operai agricoli dipendenti: un numero che tra il 2019 e il 2024 si è complessivamente ridotto del 9%
Questo significa interrogarsi sulla concentrazione di potere a monte e a valle dell’agricoltore, sull’illusione di un libero mercato dominato da oligopoli, sulle nuove forme di subordinazione del lavoro agricolo migrante e sul controllo delle filiere da parte di conglomerati industriali, trainati dalla grande distribuzione organizzata o da attori come i consorzi agrari italiani e Bonifiche Ferraresi (BF). È necessario studiare, capire e descrivere queste dinamiche che stanno ristrutturando i sistemi agroalimentari, comprimendo diritti e democrazia, non solo per gli agricoltori ma anche per noi cittadini.
È quanto mai attuale il monito dell’economista Manlio Rossi Doria, contenuto nei suoi “Scritti per il Mezzogiorno” del 1982: “Solo se ci si avventurerà nella fantasia guardando alla vera natura dei problemi, si potrà risolverli in forme nuove; solo cioè ripassando attraverso l’utopia, la scienza potrà risolvere i problemi dell’agricoltura”.
ll 16 aprile 2026 si è tenuta a Scandicci la prima Assemblea del Distretto Biologico del Territorio Fiorentino, un momento fondativo per la governance del Distretto e per la comunità di agricoltori, associazioni ed enti che lo compongono.
L’assemblea ha approvato all’unanimità il Regolamento Interno, il documento che definisce le regole di funzionamento del Distretto (il regolamento è consultabile in calce all’articolo), modalità di voto e di ingresso di nuovi soggetti, compiti e doveri degli organi facenti parte.
Tra i principali atti dell’assemblea vi è stata la nomina di Claudia Sereni, Sindaca di Scandicci, come Presidente dell’Assemblea, la costituzione del Comitato di Indirizzo e l’ingresso di tre nuovi comuni: Bagno a Ripoli, Sesto Fiorentino e Campi Bisenzio che portano a sette il numero totale dei comuni aderenti.
Il prossimo appuntamento del Distretto si terrà al Festival 72 Ore di Biodiversità in programma dal 22 al 24 maggio 2026 a Scandicci, in occasione della Giornata Internazionale della Biodiversità. In questa cornice di festa il Distretto Biologico del Territorio Fiorentino si presenterà per la prima volta ufficialmente alla cittadinanza domenica 24 maggio con la partecipazione dei rappresentanti della Regione Toscana e della Città Metropolitana. Le aziende agricole del Distretto sono invitate ad animare il mercato del sabato e della domenica portando un proprio banco: chi fosse interessato può contattarci mandando una mail a: info@semirurali.net
Nell’ambito del Progetto CEREA + CONNECT, il 13 e il 20 aprile scorsi si sono svolti due webinar dedicati all’agro-biodiversità dei cereali lombardi. Gli incontri hanno visto la partecipazione di ricercatori delle Università degli Studi di Milano e di Pavia, di Rete Semi Rurali ed esperti locali, componendo un ricco mosaico di competenze e conoscenze legate alla diversità coltivata in Lombardia.
I webinar hanno rappresentato un preludio agli eventi pubblici in programma da maggio a settembre, che includeranno visite alle collezioni varietali, panel test, valutazioni partecipative in campo e momenti di promozione delle attività di progetto.
Qui di seguito le locandine dei prossimi appuntamenti
Sondaggio rappresentativo in cinque Stati membri dell’UE
14 aprile 2026
No Patents on Seeds! ha pubblicato oggi un sondaggio rappresentativo condotto in cinque Stati membri dell’UE: Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Polonia. I risultati mostrano chiaramente che circa l’80% dei cittadini europei rifiuta l’idea di concedere brevetti su organismi viventi, ad esempio brevetti su piante o animali. Più del 70% ha detto no ai brevetti su geni presenti in natura. Il maggior numero di rifiuti si è registrato in Polonia e Germania, seguito da Francia e Italia.
La coalizione internazionale No Patents on Seeds! chiede ora che l’UE si assuma la responsabilità di vietare i brevetti su piante e animali.
Ancora di più (oltre il 90%) ha risposto positivamente alle affermazioni secondo cui la diversità nel miglioramento genetico vegetale e nelle filiere alimentari è fondamentale, e che la protezione dell’ambiente è particolarmente importante in materia di brevetti su piante geneticamente modificate e sulla loro approvazione commerciale. I valori più alti a questo riguardo sono stati osservati in Polonia e Italia, seguiti da Germania e Francia.
“Il quadro è coerente in tutti e cinque i Paesi: il pubblico rifiuta i brevetti sui semi. La maggioranza dei cittadini europei è molto critica nei confronti dei brevetti su caratteri naturali e vuole un approccio precauzionale riguardo ai brevetti su piante geneticamente modificate e al loro rilascio nell’ambiente“, afferma Nout van der Vaart di Oxfam Novib. “È giunto il momento che i decisori politici si assumano le proprie responsabilità e blocchino i brevetti sui semi nell’UE. Devono inoltre attribuire maggiore importanza alla tutela della diversità nella selezione vegetale e alla protezione dei beni pubblici.”
Il sondaggio è stato condotto dall’Istituto di ricerca dell’opinione pubblica Civey. Uno dei principali motivi per la realizzazione del sondaggio è stato il fatto che gli Stati membri dell’UE e il Parlamento europeo voteranno presto una nuova legge che esenterebbe le piante alimentari ottenute tramite nuova ingegneria genetica (o nuove tecniche genomiche, NGT) dalle vigenti normative sulla valutazione del rischio e sull’etichettatura. A seconda dell’esito, ciò potrebbe aumentare enormemente il numero di sementi brevettati. Il Parlamento europeo aveva originariamente chiesto che i brevetti su piante e risorse genetiche fossero vietati o limitati. Tuttavia, il testo di compromesso su cui il Consiglio e il Parlamento europeo voteranno a breve consente la brevettazione di tutte le piante NGT, inclusi i geni presenti in natura. La maggior parte delle piante NGT potrebbe essere immessa nell’ambiente senza una valutazione del rischio ambientale.
“Tutte le colture geneticamente modificate, incluse le NGT, sono brevettate, ma aziende sementiere come Bayer, BASF e Syngenta rivendicano addirittura brevetti su colture convenzionali. In questo modo escludono dal mercato le altre aziende sementiere per dominarlo ancora di più“, avverte Nina Holland di Corporate Europe Observatory. “I brevetti bloccano l’accesso dei selezionatori vegetali a un’ampia varietà di semi, necessaria per un sistema alimentare resiliente. Di fatto, diventeremo tutti dipendenti dalle decisioni di questa manciata di aziende e dai prezzi che esse fissano. Ecco perché i cittadini rifiutano chiaramente tali brevetti.”
No Patents on Seeds! è una coalizione internazionale di organizzazioni che si impegna attivamente a proteggere chi fa miglioramento genetico convenzionale e gli agricoltori dalla minaccia della crescente concentrazione nel mercato sementiero. Per questo motivo, No Patents on Seeds! sostiene gli Stati membri dell’UE e i membri del Parlamento europeo favorevoli al divieto dei brevetti sulle piante.
“È evidente che la prospettiva del pubblico non è stata tenuta sufficientemente in considerazione nella preparazione dell’attuale proposta per la futura regolamentazione delle piante NGT. È necessario rimediare. Chiediamo che il testo venga modificato per bloccare i brevetti sui semi, o che venga completamente respinto“, afferma Martha Mertens di Friends of the Earth.
Rete Semi Rurali dedicherà alle Nuove Tecniche Genomiche (NGT) la prossima puntata di InRete!, che si terrà giovedi 23 aprile dalle 19.00 alle 19.30 sul canale Youtube della Rete. Proprio per spiegare cosa sono e cosa differenzia le NGT dai vecchi Ogm, ma anche per manifestare la contrarietà di Rete Semi Rurali a questo nuovo tentativo di inserire i diritti di proprietà intellettuale sulle sementi, il nostro direttore Riccardo Bocci risponderà ad una serie di domande appositamente preparate dal nostro intervistatore Cristian Benaglio.
Partecipa all’iniziativa in collaborazione con Rete Semi Rurali.
L’inziativa riguarda il raccolto di una risaia sperimentale di riso biologico (250kg ) coltivato dal Biodistretto del Riso Piemontese e chiamato Riso Resiliente lunghi A. La particolarità di questo prodotto è che deriva da “popolazioni evolutive”.
Cos’è il Riso da Popolazioni Evolutive? A differenza del riso convenzionale, le popolazioni evolutive nascono dalla semina di un miscuglio di tante varietà diverse, ed ogni hanno l’agricoltore usa parte del raccolto per la risemina. In campo, le piante si incrociano e si adattano naturalmente al clima, al suolo e alla tecnica agronomica. È un approccio che mette al centro la biodiversità e la capacità di adattamento naturale delle sementi.
Le popolazioni sono resilienti, cioè in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici, garantendo una maggiore stabilità di produzione nel tempo. Le sementi di popolazioni sono previste dal regolamento europeo per l’agricoltura biologica (Reg CE 2018/848), con il nome di “materiale eterogeneo biologico”.
Nel caso del Riso Resiliente lunghi A, nel 2020 sono state seminate per la prima volta 25 varietà diverse di riso, nello stesso campo. Da allora sono state raccolte e riseminate dall’agricoltore, in modo da adattarsi.
Un aiuto alla ricerca (QR Code) Partecipando a questo acquisto, puoi diventar parte attiva di un progetto di ricerca scientificata partecipata. Direttamente sulle confezioni di riso troverete un QR code e un link ad un sito web; collegandovi, potrete rispondere a un breve questionario sulla qualità del prodotto e sulla vostra esperienza d’uso.
I vostri feedback raccolti affiancheranno i dati di campo e serviranno a Rete Semi Rurali per valutare le caratteristiche di queste colture innovative.
Il prodotto al momento è ordinabile solo dai Gruppi d’Acquisto Solidale
Come partecipare: offerta e ordine Rete Semi Rurali mette a disposizione questo riso con una formula di offerta minima per sostenere l’attività di ricerca
Formato: Pacchetti sottovuoto da 1 kg.
Contributo:4,50 € a confezione (necessari a coprire le spese di logistica e a sostenere le attività istituzionali dell’associazione).
Come ordinare:Scrivere una mail a info@semirurali.net La donazione e l’ordine è gestito tramite il referente del GAS come se fosse un normale acquisto.
Logistica: Il riso arriverà in colli da 10 kg.
Spese di spedizione: a carico del gas o con ritiro direttamente presso la nostra sede (Piazza Brunelleschi, 8 Scandicci)
I trattori protestano contro Mercosur e Green deal. Ma l’attuale crisi è frutto di quel modello che oggi si vuole difendere a qualunque costo.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 290 – Marzo 2026
L’agricoltura è tornata ad affacciarsi sulle copertine dei giornali con le immagini dei trattori che protestano per l’accordo di libero scambio tra Europa e America Latina (Mercosur). La paura è l’arrivo di materie prime a prezzi più bassi, in grado di esercitare una competizione sleale perché gli agricoltori sudamericani non rispettano gli alti standard qualitativi dell’agricoltura europea.
Mentre queste contestazioni sono in atto, l’Unione europea sta definendo la nuova Politica agricola comune (Pac) con l’obiettivo di ridurre il suo bilancio e andare verso una nazionalizzazione. In questo quadro è interessante leggere l’analisi che fa, nelle pagine della rivista di settore L’informatore agrario, Paolo De Castro, ex ministro dell’Agricoltura dei Governi Prodi e oggi, dopo una lunga stagione a Bruxelles nella Commissione agricoltura, approdato alla presidenza di Nomisma. La tensione tra agricoltori e Commissione europea viene imputata, nelle sue origini, alle politiche delGreen deal descritte come spinte “verso un ambientalismo tale da mettere in difficoltà i sistemi produttivi”.
Un secondo elemento di tensione descritto da De Castro è l’asimmetrico accordo Mercosur che penalizza gli agricoltori europei che “rispettano regole ambiziose con alti standard” assenti nel Sud America. Un terzo elemento è ovviamente il nuovo bilancio della Pac che drena risorse dal settore e metterà in crisi gli agricoltori, penalizzati anche dai dazi statunitensi che minano le esportazioni delle nostre eccellenze gastronomiche.
Ma siamo sicuri che siano questi i problemi o piuttosto la crisi del settore non sia dovuta a una mancanza di visione del nuovo ruolo che dovrebbe avere l’agricoltura nelle nostre società, in un mondo alle prese con l’impatto sempre più evidente dei cambiamenti climatici?
Le richieste espresse da De Castro e sostenute dai sindacati agricoli si inseriscono ancora nel modello agricolo produttivista del secolo scorso. L’intensificazione tecnologica, accoppiata alle nuove tecniche genomiche, è la risposta alla crisi in un sistema mondo globalizzato, dominato dalla competizione sui mercati esteri e dall’approvvigionamento di materie prime dalle zone a vocazione più industriale e con costi di produzione bassi. Come se la crisi agricola che stiamo vivendo non sia stata causata anche da questo modello che si vuole portare avanti. Proviamo dunque a rispondere ai tre elementi descritti cambiando prospettiva.
La questione ambientale anziché essere vissuta come un limite, avrebbe dovuto essere vissuta come una sfida per trasformare l’agricoltura e ridurne l’impatto. Niente di impossibile considerato che il biologico esiste da 40 anni ma di questa strada non si trova traccia nella narrazione di De Castro. Questa scelta avrebbe potuto aprire la partita della Pac alla società, facendola diventare una politica alimentare con una maggiore capacità di difendere la sua esistenza e la necessità di un forte budget dedicato. La Pac avrebbe dovuto essere ripensata per sostenere il lavoro agricolo e non la rendita.
Il tema relazioni Nord-Sud non può essere affrontato senza mettere in discussione le nostre politiche di dumping e il fatto che quei prodotti chimici, non più ammessi da noi, ma usati nel Sud globale, vengano proprio dall’Europa. Ancora, è l’Europa che impone le monocolture di soia o mais all’America Latina per alimentare gli allevamenti intensivi. Tutto ciò non si può eludere per il suo devastante impatto sociale, ambientale e sulla salute pubblica. La globalizzazione va riconcepita in un’ottica di riterritorializzazione dei sistemi agricoli per ricollegare produzione e consumo a livello locale. Infine nell’editoriale di De Castro è assente il principale imputato di questa crisi, i sindacati agricoli, che non sono stati capaci di adeguare le loro politiche e strutture alle sfide che dobbiamo affrontare in questo millennio.