Tra il 28 giugno e il 2 luglio si è svolto il Kick Off Meeting del progetto ProEcoRice, mirato alla valorizzazione delle esperienze di ricerca di sistemi risicoli a basso impatto ambientale in base ad un approccio transdisciplinare, in quanto frutto della partecipazione complessiva di diversi soggetti diversificati.
L’evento è stata una fondamentale occasione di conoscenza, coordinamento e disseminazione delle migliori esperienze internazionali di risicoltura sostenibile, con particolare attenzione in riferimento alle emissione di gas climalteranti in ambito risicolo, in monocoltura in confronto a sistemi includenti consociazioni con piante avventizie.
Il ricco programma ha incluso sessioni di confronto e disseminazione dei primi risultati dei gruppi di lavoro, visite in campo e in archivio, oltre a momenti conviviali.
Rete Semi Rurali in collaborazione col Biodistretto del Riso Piemontese ha contribuito in modo decisivo all’organizzazione dell’evento, tramite una visita in campo nell’ambito di una sessione dedicata alla valorizzazione delle varietà storiche e dei MEB di riso contenute nelle collezioni varietali in situ. Momenti chiave nella valorizzazione e nella ricerca attorno al tema della diversità coltivata anche in ambito risicolo e nella creazione di ponti tra aziende agricole ed enti di ricerca pubblici e del terzo settore.
Il potere è nelle mani della Gdo e dei sindacati. Mentre proliferano distretti privi di forza decisionale. Senza ricambio generazionale il rischio è la paralisi
Il mondo agricolo vive una fase storica strana: da un lato stiamo assistendo al proliferare di nuovi strumenti di gestione territoriale, dall’altro mai come oggi c’è una concentrazione di potere nella filiera agroindustriale, dalle sementi fino alla Grande distribuzione organizzata (Gdo), che si esercita nella riduzione degli spazi di dialogo pubblico e nelle decisioni prese all’interno di processi politici sempre meno trasparenti e partecipativi.
Ad esempio la discussione sulla Politica agricola comunitaria (Pac) non riesce a uscire dai classici meccanismi sindacali in cui si difende acriticamente la categoria e le sue rendite di posizione senza allargarsi alla società per delineare il futuro dell’alimentazione nel continente. Eppure sono almeno vent’anni che si parla delle strette connessioni tra agricoltura, alimentazione e salute pubblica.
Dopo il Green deal, al contrario, i sindacati agricoli hanno ripreso il ruolo di comando e giocano a separare gli agricoltori dalle associazioni ambientaliste, orchestrando una finta battaglia ideologica dove si perde di vista l’obiettivo comune: cambiare i sistemi agricoli dal seme al piatto, non solo in un’ottica di renderli più sostenibili da un punto di vista ambientale ma anche di modificare le nostre diete. In parallelo in questi anni il mondo associativo legato alle agricolture alternative soffre un deficit di partecipazione e l’assenza di ricambio generazionale.
Il risultato è che se anche ci fossero i famosi “tavoli verdi regionali” per discutere di politiche agricole e finanziamenti, come si usava vent’anni fa, mancherebbero le persone in grado di sedervisi, a parte i sopra citati rappresentanti dei sindacati agricoli. In questo quadro, dove la democrazia scompare piano piano sotto i colpi di monopoli e scarsa partecipazione, c’è anche un altro fenomeno: la nascita incontrollata di strumenti istituzionali di gestione territoriale. Vediamone alcuni esempi.
La legge 194 sull’agrobiodiversità sta sostituendo le associazioni locali con le tanto amate “comunità del cibo” e ha inventato una strada che mancava al novero del “Made in Italy”: gli “itinerari della biodiversità”. Varie leggi regionali e nazionali stanno dando vita a distretti rurali, del cibo o biologici, tutti elencati in un albo dedicato del ministero dell’Agricoltura. Le università e il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria lavorano allo sviluppo di politiche del cibo nelle varie città, appoggiandosi alle già deboli amministrazioni locali.
Inoltre la ricerca agricola, spinta dalla nuova politica di Bruxelles, dà vita ai cosiddetti “living lab” o a Gruppi operativi nel territorio rurale e altre aggregazioni di attori che si occupano di sviluppo dell’innovazione. Insomma due processi opposti -monopoli e ipertrofia degli strumenti territoriali- e nessuno che ha ancora cominciato a porsi delle domande su quanto stiamo facendo. Dovremmo chiederci ad esempio quale potere decisionale abbiano tutti questi nuovi processi territoriali; dovremmo capire se sono in grado di incidere realmente sulle dinamiche oligopolistiche in atto o, almeno, di ampliare il bacino di chi detiene il potere decisionale.
I distretti rurali e biologici, le strade e le comunità del cibo riconosciuti nel Registro nazionale istituito presso il ministero dell’Agricoltura sono 241
Oppure nel caso non abbiano questa capacità, come sembra, se potrebbero servire almeno per aumentare le opportunità di accesso a finanziamenti o risorse. Purtroppo anche in questo caso la realtà racconta di dinamiche molto estrattive, funzionali ad attrarre risorse il cui flusso arriva molto poco agli attori locali. Ancora potremmo indagare se questi processi aumentino la democrazia alimentare o includano più persone, facendo fronte in qualche modo ai problemi del mondo associativo citati prima.
Partecipazione e creazione di comunità sono processi costosi in termini di tempo e risorse di cui dovrebbero farsi carico la politica e i corpi intermedi in nome della democrazia reale. A partire da una rinnovata capacità di ascolto.
Giugno è tempo di primi bilanci! Dopo le semine primaverili, abbiamo effettuato i primi monitoraggi sul fagiolo nano presso l’azienda sementiera Smarties.bio una delle tappe chiave del progetto EVA Legumes Network.
Le attività, giunte al secondo anno di valutazione delle accessioni, vedono l’impiego di appositi isolatori approntati dall’azienda per permettere la moltiplicazione in purezza e in sicurezza delle varietà in studio.
Il recente aumento del prezzo dei fertilizzanti chimici poteva stimolare una riflessione sulla necessità di una transizione verso modelli di agricoltura meno dipendenti dai mezzi tecnici chimici, investendo su pratiche agroecologiche. L’Unione Europea ha invece deciso di continuare a premiare il modello di agricoltura dominante, in tutta la sua inadeguatezza economica e ambientale
La recente guerra nel Golfo Persico, un’area strategica per i flussi energetici mondiali, ha messo in evidenza, ancora una volta, la fragilità, vulnerabilità e insostenibilità economica del modello dominante dell’agricoltura europea e nazionale, fortemente energivora e ad alto impiego di input chimici. L’aumento del costo dei fertilizzanti chimici, frutto di dinamiche speculative a loro volta aggravate dalle stesse dinamiche che interessano i costi energetici, ha messo in crisi molte aziende agricole già in difficoltà per le perturbazioni dei mercati.
Di fronte all’evidenza di un’agricoltura che mostra ad ogni crisi internazionale i suoi limiti strutturali e le sue fragilità e nonostante molti agricoltori stanno valutando riduzioni nell’impiego di fertilizzanti, modifiche alle rotazioni colturali e, in alcuni casi, la non coltivazione di alcuni terreni, si continua a vedere come unica soluzione quella di nuovi sostegni pubblici allo stesso modello. Copa-Cogeca a livello europeo e le maggiori Associazioni agricole italiane si sono infatti subito affrettate a chiedere all’Unione Europea e al nostro Governo ennesimi provvedimenti finanziari per andare in soccorso degli agricoltori.
E l’Unione Europea, di fronte allo spauracchio delle minori produzioni e delle ricadute sull’aumento dei prezzi alimentari, si è subito affrettata a concedere nuovi contributi pubblici per sostenere un’agricoltura ormai insostenibile dal punto di vista economico, ambientale e sociale. Il piano fertilizzanti della Commissione UE prevede anche incentivi per i fertilizzanti organici ma solo nel medio e lungo periodo, con una priorità per l’uso del digestato collegato alla zootecnia intensiva abbassando, per l’ennesima volta, le garanzie a tutela dell’ambiente e della salute pubblica.
L’unica risposta efficace a questa ennesima crisi strutturale dell’agricoltura europea sarebbe stata invece quella di rilanciare la transizione ecologica sostenendo con maggiore forza e convinzione gli obiettivi del Green Deal europeo, con la promozione di pratiche agroecologiche, in grado di ridurre notevolmente il fabbisogno di input esterni.
Per l’ennesima volta gli assertori della sostenibilità dell’agricoltura europea hanno confermato i loro reali interessi, salutando con soddisfazione il nuovo esborso di fondi pubblici, patrimonio di tutti i cittadini europei, a supporto dei loro sistemi insostenibili.
Poche voci si sono alzate a favore degli agricoltori, vittime di questo sistema, chiedendo una svolta radicale con l’agroecologia, l’unica via per disintossicare l’attuale modello di produzione. Le grandi Associazioni agricole continuano ad ignorare l’urgenza di una sostenibilità concreta e non di facciata. Se tali Associazioni avessero davvero a cuore la sostenibilità economica delle nostre aziende agricole, in particolare delle piccole e medie aziende, la riduzione dell’uso di fertilizzanti chimici prevista dal Green Deal sarebbe l’obiettivo prioritario. Invece, per l’ennesima volta, ignorando le evidenze scientifiche delle potenzialità dell’agroecologia, hanno indicato il Green Deal come la causa e non la soluzione del problema.
È evidente come la naturale fertilità del suolo, la biodiversità, la disponibilità di acque non inquinate e nel complesso una vera sostenibilità ambientale, sociale ed economica delle filiere agroalimentari siano obiettivi prioritari nelle attuali politiche agricole, europea e nazionale, e in prospettiva nella futura PAC 2028-2034. Politiche che appaiono ad esclusivo vantaggio dei soggetti economici coinvolti negli interessi finanziari della lobby della chimica e dell’agroindustria, che incrementano i loro profitti attraverso la precarietà degli agricoltori e il continuo ricorso a sussidi pubblici.
Roma 24 giugno 2026
Comunicato stampa a cura delle Associazioni Rete Semi Rurali, WWF Italia
Il documento “Una Strategia nazionale per la transizione ecologica dei sistemi agroalimentari” è scaricabile in PDF a questo link:
Ieri sera si è concluso il trilogo sul nuovo Regolamento UE sul Materiale Riproduttivo Vegetale (PRM), dopo anni di negoziati. Il testo sostituirà le numerose direttive che a partire dagli anni Sessanta avevano definito il quadro normativo per le sementi. Dopo quasi tre anni di negoziato, si tratta di un momento importante, su cui torneremo con un’analisi più approfondita nei prossimi giorni e settimane.
Cosa cambia, nei temi per noi più importanti:
Varietà da conservazione: la possibilità di commercializzare varietà da conservazione si estende, includendo la possibilità di registrare in questa categoria anche varietà “biodiverse” di nuova costituzione che non rientrerebbero nel regime del materiale eterogeneo bio (che resta nell’ambito del regolamento europeo sul biologico). Inizialmente concepita come un’eccezione per ortive e frutti, alla fine lo schema sarà valido anche per specie agrarie.
Reti sementiere riconosciute (Art. 29): reti ed organizzazioni non-profit possono scambiare e vendere sementi purché gli atti di scambio e vendita siano considerabili “no profit”. Sono esentati da molti degli obblighi che ricadono sugli operatori professionali.
Sementi per hobbisti e giardinieri (Art. 28): per la prima volta, sementi di varietà diverse possono essere vendute direttamente a hobbisti ed attori non professionali, senza dover rispettare gli standard e gli obblighi procedurali previsti per gli attori del mercato convenzionale.
Il diritto degli agricoltori a scambiare e vendere le proprie sementi viene riconosciuto anche se con dei limiti: gli scambi restano soggetti al vincolo di piccole quantità e limitazioni geografiche. Per alcune specie — tra cui patata e papavero — sono invece vietati. L’accordo provvisorio dovrà essere ancora approvato formalmente dal Consiglio e dal Parlamento Europeo. Le nuove norme entreranno poi in vigore quattro anni dopo la loro adozione definitiva — un periodo di transizione che sarà cruciale per definire i dettagli di implementazione a livello nazionale e durante il quale RSR continuerà ad essere attiva nel dialogo tecnico e politico.
20 associazioni denunciano il gravissimo voto contro la sovranitàalimentare, i diritti degli agricoltori e dei consumatori
Il voto favorevole del Parlamento Europeo rappresenta un passo indietro di venticinque anni che cancella valutazione dei rischi, tracciabilità ed etichettatura degli organismi geneticamente modificati realizzati con Nuove Tecniche Genomiche (NGT) e abilita il trasferimento dei diritti di brevetto sulle piante convenzionali. Si tratta di una potenziale pietra tombale sul principio di precauzione che, sdoganando colture OGM brevettate nell’ambiente, mette le basi per un ulteriore accentramento del mercato sementiero nelle mani di poche multinazionali agrochimiche.
17 GIUGNO 2026 – 20 organizzazioni italiane in difesa dell’agricoltura contadina, biologica, biodinamica e dei diritti dei consumatori e dei cittadini (elenco al fondo) giudicano gravissimo il voto definitivo del Parlamento Europeo sulla proposta di Regolamento sulle piante OGM prodotte con Nuove Tecniche Genomiche (NGT, ribattezzate TEA – Tecniche di Evoluzione Assistita dalla propaganda italiana). Un regolamento sostenuto caparbiamente anche dalle grandi associazioni agricole europee e nazionali contro gli interessi degli agricoltori. L’atto si inserisce nel contesto di una deregulation trasversale promossa dalle istituzioni europee dietro la falsa credenza che ciò migliorerà la competitività.
Il Regolamento produrrà una completa deregolamentazione dei nuovi OGM: dispone infatti l’abolizione della valutazione dei rischi, della tracciabilità e dei metodi di identificazione e rilevamento, delle norme in materia di responsabilità e delle misure di protezione contro la contaminazione, nonché dell’etichettatura dei prodotti per i consumatori. Oltretutto, i paesi membri dell’UE non potranno avvalersi dell’out out, cioè della facoltà di vietare la coltivazione sul proprio territorio, oggi applicata da due terzi dei paesi membri e da alcune regioni. Questi pilastri della Direttiva 2001/18 sugli OGM non varranno per le NGT, che potranno circolare liberamente nel mercato e negli ecosistemi, senza trasparenza e senza monitoraggio pre e post commercializzazione.
Le NGT rimangono degli OGM solo per la legge sulla proprietà intellettuale. Sono infatti tutte coperte da brevetti, di proprietà di poche grandi multinazionali del settore sementiero come Corteva, Bayer-Monsanto, Syngenta, KWS, Limagrain e Basf. Senza obbligo di rendere pubblici i metodi di rilevamento, gli agricoltori e le piccole e medie imprese sementiere rimarranno indifesi in caso di contaminazione dovuta alla coltivazione di campi OGM/NGT nei campi vicini. Questi brevetti coprono geni simili a quelli già presenti nei semi non OGM e consentiranno quindi alle multinazionali di privatizzare anche le sementi tradizionali, come dispone la Direttiva UE 98/44 ai suoi articoli 8 e 9, che gli emendamenti non approvati dai parlamentari avrebbero modificato in positivo. Ora le imprese potranno perseguire gli agricoltori e i piccoli produttori di sementi per violazione di brevetto, nel caso le loro varietà contengano tratti genetici brevettati. L’onere della prova ricadrà su chi subisce le contaminazioni tramite cui questi tratti genetici si trasferiscono, oppure chi semplicemente ha sviluppato gli stessi tratti tramite l’incrocio e la selezione naturale. Per le piccole imprese sementiere, ossatura del breeding europeo, significherà dover fare costosissime, lunghe e impraticabili ricerche nei database dei brevetti per capire se stanno utilizzando sementi che contengono un tratto genetico privatizzato da qualche impresa. La maggior parte afferma di non avere le capacità o di poter sostenere i costi di una tale operazione, con il rischio di finire fuori mercato o vittima di acquisizione da parte delle stesse grandi imprese transnazionali agrochimiche che puntano al monopolio. “Di fronte a questo grave arretramento normativo – dichiarano le associazioni – rivolgiamo un appello a cittadini, organizzazioni contadine, enti locali, organizzazioni sociali, istituzioni nazionali e territoriali di utilizzare ogni strumento disponibile per contrastare e limitare gli effetti della deregolamentazione, opporsi alla concentrazione del potere nelle mani delle multinazionali sementiere e salvaguardare la sovranità alimentare dei nostri territori, nella difesa della biodiversità, dei diritti degli agricoltori alle sementi e del diritto a produrre e consumare cibo libero da OGM”.
ARCI, Assobio, Associazione Italiana per l’Agricoltura Biodinamica, Associazione Rurale Italiana, Centro Internazionale Crocevia, Demeter Italia, Fairwatch, Federazione Nazionale Pro Natura, Federbio, FIRAB, Fondazione Seminare il Futuro, Greenpeace Italia, Legambiente, Lipu, Movimento Consumatori, Navdanya International, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia, Terra!, WWF Italia