Con l’inizio di maggio, le attività di campo di Rete Semi Rurali sono (tornate) nel vivo. Nella prima settimana del mese, due importanti momenti di semina hanno interessato le collezioni varietali di riso, segnando tappe fondamentali per due progetti strategici che vedono la nostra associazione impegnata sul fronte della conservazione e della valorizzazione genetica.
Il percorso è iniziato lunedì 4 maggio con la semina delle collezioni nell’ambito del progetto Liveseeding. Le varietà messe a dimora provengono dalla nostra Casa delle SementiConcetta Vazzana, frutto del consolidamento di precedenti esperienze di successo come i progetti Riso Resiliente e Riso.Lo. Questa attività risponde a una duplice necessità:
Conservazione dinamica: garantire la vitalità delle sementi attraverso il rinnovo costante in campo.
RicercAzione: fornire strumenti concreti per le attività di valutazione partecipativa, essenziali per individuare varietà adatte ai regimi biologici e resilienti ai cambiamenti climatici.
Il lavoro è proseguito giovedì 6 maggio con le semine legate al progetto CEREA+ CONNECT che mira alla valorizzazione dei cereali lombardi attraverso un approccio multidisciplinare.
Il progetto vede la stretta collaborazione tra Rete Semi Rurali, l’Università degli Studi di Milano, l’Università degli Studi di Pavia e la Fondazione Minoprio. Le collezioni varietali di riso seminate in situ rappresentano un punto di partenza fondamentale per:
Disseminazione e divulgazione: far conoscere un patrimonio varietale regionale spesso sottovalutato.
Sistemi agro-ecologici: valutare la capacità di queste varietà di adattarsi a modelli agricoli sostenibili e a basso input.
Il recupero della biodiversità non è un processo statico, ma un’azione collettiva. Le parcelle seminate saranno nei prossimi mesi il teatro di giornate di campo e momenti di valutazione che coinvolgeranno agricoltori, ricercatori e cittadini, nell’ottica di una gestione condivisa del patrimonio varietale italiano.
Nell’ambito del del Progetto CEREA + CONNECT, mirato alla valorizzazione dei cereali lombardi, sono stati effettuati i rilievi morfo-fenologici delle varietà di segale contenute nelle collezioni varietali in situ create in occasione del progetto. La verifica delle caratteristiche delle varietà di segale contenute nelle parcelle ospitate presso la CSA L’OCO rappresenta un passaggio cruciale per la valorizzazione del patrimonio varietale dei cereali lombardi e italiani nel loro complesso.
La legge europea sui brevetti (art.53(b) della Convenzione sul brevetto europeo – CBE) vieta la brevettabilità dei processi di incrocio e selezione e delle piante così ottenute, divieto rafforzato nel 2017 con l’introduzione della regola 28(2). No Patents on Seeds denuncia che l’Ufficio europeo dei brevetti (EPO) ha concesso alla società olandese Rijk Zwaan il brevetto EP3720272 su pomodori resistenti al virus TBRFV ottenuti tramite incroci tradizionali. Le varianti genetichedi resistenza provengono da pomodori selvatici originari del Perù e sono state trasferite nelle varietà commerciali europee attraverso incroci e selezioni. La formulazione del brevetto aggira il divieto descrivendo il breeding come “coltivazione di semi per produrre piante”, rivendicando tutte le piante che ereditano le varianti naturali di resistenza. Secondo il database Pinto, il brevetto consentirebbe all’azienda di controllare 39 varietà, limitandone l’uso per ulteriori programmi di miglioramento. Non si tratterebbe di un caso isolato: l’EPO ha esteso la brevettabilità anche a piante ottenute con L’EPO cerca di aggirare la legge europea sui brevetti // No Patents on Seeds! metodi convenzionali, con casi analoghi in mais, spinaci, pomodori e lattuga. Durante la discussione sulla futura regolamentazione delle piante ottenute con nuove tecniche genomiche (NGT), il Parlamento europeo ha proposto il divieto di brevetti su varietà convenzionali e varianti genetiche naturali, proposte successivamente escluse nella bozza di testo di compromesso del dicembre 2025. No Patents on Seeds! esorta UE e Parlamento a reagire per far rispettare i divieti vigenti e impedire monopoli sull’uso delle risorse genetiche.
Il sistema dei sussidi PAC continua a favorire un’élite di grandi proprietari terrieri e imprese agro-industriali, mentre piccole e medie aziende restano in difficoltà economica e cercano di sopravvivere in un contesto iniquo che non ne riconosce il ruolo né le remunera adeguatamente. Il report di Greenpeace Europa (2026) “Chi si intasca la PAC?” analizza la distribuzione dei sussidi in sei Paesi europei, tra cui l’Italia. I dati mostrano che il 20% assorbe circa 80% dei sussidi agricoli. In Italia, l’1% più ricco riceve circa il 31% dei fondi. Tra i maggiori beneficiari figurano grandi gruppi societari e investitori finanziari, talvolta coinvolti in controversie ambientali o sociali.
In Italia il principale beneficiario è Gruppo BF. Tra il 2007 e il 2022 l’UE ha perso quasi due milioni di piccole aziende agricole (-44%), mentre le grandi aziende sono cresciute del 56%. Alla base di questa dinamica vi è un sistema per cui più terra si controlla, maggiori sono i contributi ricevuti. Un’impostazione che rafforza l’agricoltura industriale e i modelli produttivi intensivi, senza sostenere i piccoli e medi agricoltori, che continuano a operare in un sistema ingiusto. In un’Europa che si sta riscaldando più rapidamente di altri continenti, il ruolo dei piccoli e medi agricoltori che adottano pratiche agroecologiche è cruciale per la sicurezza alimentare e per mitigare il collasso ecologico e climatico. La PAC ha mancato parte dei suoi obiettivi e ha contribuito alle disuguaglianze attuali: per questo è necessario ripensarne la struttura.
Una sentenza storica dell’Alta Corte del Kenya ha segnato una svolta per gli agricoltori, riaffermando il diritto di conservare, scambiare e condividere sementi autoctone. La decisione conclude una battaglia legale avviata nel 2022 da agricoltori e organizzazioni della società civile contro la legge su varietà vegetali e sementi (CAP 326), che prevedeva sanzioni fino a due anni di carcere e multe per chi diffondeva varietà non registrate.
Per le comunità rurali keniote, tali restrizioni minacciavano i sistemi culturali di gestione delle sementi radicati in tutta l’Africa, dove conservazione e scambio di varietà autoctone sono parte integrante della vita comunitaria da generazioni. Queste pratiche hanno salvaguardato il patrimonio alimentare locale, rafforzato la resilienza agricola e mantenuto biodiversità vitale. I ricorrenti hanno sostenuto che la normativa violasse la Costituzione del 2010, che tutela l’espressione culturale e il patrimonio genetico delle comunità, favorendo invece l’espansione di varietà commerciali.
La Corte ha dato loro ragione, riaffermando che la protezione dell’agrobiodiversità e delle conoscenze tradizionali rientra nei diritti costituzionali. Oltre alla portata giuridica, la sentenza rappresenta un segnale forte: difendere i semi significa difendere autonomia, identità e resilienza dei sistemi alimentari locali. Per gli agricoltori del Kenya, è una vittoria che restituisce libertà e dignità contro leggi ingiuste che minacciano la sovranità sementiera e le tradizioni culturali.
Uno dei temi più divisivi del Trattato FAO sono i Diritti degli Agricoltori, concetto sviluppato nel 1989 all’interno dei negoziati che hanno dato vita al Trattato stesso per controbilanciare i Diritti dei Costitutori di nuove varietà vegetali e definito nel famoso articolo 9. Sono quattro le aree entro cui questi diritti, collettivi e non individuali, trovano una loro implementazione a livello nazionale: i) la protezione delle conoscenze tradizionali legate alle sementi; ii) il diritto a una partecipazione equa ai benefici derivanti dall’utilizzo di tali risorse; iii) il diritto a partecipare ai processi decisionali in materia di conservazione e uso sostenibile dell’agrobiodiversità; iv) il diritto di conservare, utilizzare, scambiare e vendere sementi e materiale di propagazione conservati in azienda, secondo le legislazioni nazionali. Non è facile capire come realizzare questi diritti, anche perchè gli aspetti di scambio e vendita sono soggetti alle normative di ogni paese. Un altro aspetto complesso è quello legato alla ripartizione dei benefici monetari legati all’accesso alle risorse gestite dal Sistema multilaterale del Trattato. Come abbiamo visto, l’assenza di un chiaro meccanismo in questo senso è stata una delle cause del fallimento a Lima.
Ma è importante fare una riflessione sul Fondo di Ripartizione dei Benefici gestito dal Trattato che dovrebbe garantire il flusso di risorse verso processi e progetti virtuosi di gestione della diversità agricola. Infatti, i beneficiari di questo Fondo, ad oggi, ricordiamolo, sostenuto dagli Stati, sono i paesi non industrializzati, per cui, di fatto, gli attori europei non possono partecipare. Per realizzare la ripartizione dei benefici in Europa sarebbe importante realizzare un Fondo volontario regionale dedicato a sostenere progetti agroecologici di diversificazione agricola, miglioramento genetico partecipativo e decentralizzato, che corrono il rischio di sparire dai radar della ricerca pubblica infatuata dalle nuove tecnologie genetiche. Questo Fondo potrebbe essere gestito dal Coordinamento europeo Liberiamo la Diversità che ha una solida rete di 22 membri, con una rete di 170 organizzazioni nazionali operanti, in 21 paesi europei.