All’interno del progetto BRESCIA, sono state raccolte le lattughe del secondo ciclo e svolti gli ultimi campionamenti. In entrambe le aziende sono state raccolte con modalità random campioni di insalate di Canasta e di Gentile.
Dai soli campioni di canasta sono state prelevate una foglia per cespo, la prima completamente formata. Da ogni foglia è stato prelevato grazie a uno stampino circolare (simile a quello per fare i biscotti!) la parte centrale di ogni foglia, dove dal colore bianco si vira al verde.
Un campione per foglia (quindi tre campioni per parcella) sono stati conservati all’interno di una Falcon da 50 mL e portati presso L’Università di Brescia. Qui sono stati immediatamente congelati a -80 e successivamente verranno liofilizzati. Dal liofilzzato verrà fatta un’ estrazione che sarà poi analizzata dal punto di vista metabolomico e immunologico.
La ricerca agricola europea si trova oggi dinanzi a un bivio che non riguarda soltanto le tecniche disponibili, ma il quadro di riferimento epistemologico entro cui la conoscenza viene prodotta, valutata e legittimata.
Ogni tradizione scientifica si regge su un insieme di assunzioni condivise, i paradigmi, che definiscono non solo le domande di ricerca considerate legittime, ma anche i criteri con cui si giudicano i risultati. Nel corso del Novecento il paradigma dominante nel miglioramento genetico vegetale ha orientato metodi, obiettivi di ricerca, investimenti e istituzioni verso la standardizzazione varietale e l’uniformità dei processi. Questo modello, durante la Rivoluzione Verde, ha portato a incrementi produttivi rilevanti ma ha anche determinato una drastica riduzione dell’agrobiodiversità, compromettendo la resilienza e la stabilità dei sistemi agricoli dinanzi agli stress climatici. La ricerca che lo ha sostenuto era centralizzata: le varietà venivano sviluppate nelle stazioni sperimentali, in ambienti controllati e uniformi, con input elevati di fertilizzanti, acqua e pesticidi. Una volta completato il ciclo di selezione, il risultato veniva sottoposto agli agricoltori, considerati principalmente utilizzatori finali e non interlocutori all’interno del processo. Questa distanza tra gli ambienti di selezione e i diversi contesti reali di coltivazione ha prodotto varietà inadatte a sistemi colturali a bassa intensità di input esterno e a quelli situati in contesti pedoclimatici marginali dove le condizioni standardizzate delle stazioni sperimentali non sono riproducibili.
Il limite di questo modello non è soltanto tecnico, ma epistemologico: l’idea che la validità della ricerca coincida con la capacità di standardizzare condizioni e risultati ha escluso come “non scientifiche” molte altre forme di conoscenza e di valutazione, in particolare quelle relative ai saperi indigeni e contadini. L’imposizione di un unico regime di validazione ha dato forma a quella che Santos chiama “monocultura della conoscenza”: un dispositivo che non solo marginalizza i saperi locali ma li espropria della loro capacità di definire criteri di verità e di valore, inscrivendoli in una posizione di subalternità epistemica. La crisi dell’attuale paradigma non dipende quindi soltanto dai suoi limiti produttivi, ma anche dalla sua incapacità di rendere conto della complessità ecologica e sociale in cui l’agricoltura è immersa.
Negli ultimi decenni, accanto al modello dominante del miglioramento genetico vegetale, centrato su varietà uniformi e sperimentazioni standardizzate, si sono sviluppate pratiche di ricerca che operano secondo logiche differenti. Tra queste, nel miglioramento genetico partecipativo (ParticipatoryPlantBreeding, PPB), i criteri di validazione non sono ancorati all’omogeneità dei contesti di prova, ma alla capacità di riflettere e integrare la diversità ecologica, sociale e culturale dei sistemi colturali. La specificità epistemica del PPB risiede nella sua dimensione partecipativa e decentralizzata, che rappresenta una rottura rispetto al paradigma convenzionale del miglioramento genetico, storicamente basato sulla centralizzazione della ricerca nelle stazioni sperimentali e sulla standardizzazione degli ambienti di prova. Nel PPB, invece, la selezione e la valutazione delle varietà avvengono direttamente nei campi degli agricoltori, negli stessi ambienti in cui le varietà saranno coltivate. I criteri di selezione dell’agricoltore potranno quindi variare da quelli del ricercatore e sono spesso diversi da quelli degli agricoltori in altre aree con condizioni e obiettivi produttivi diversi.
La biodiversità agricola non è solo un insieme di tratti genetici o fenotipici, ma va concepita come una realtà bioculturale, generata dall’intreccio storico tra processi ecologici e sistemi di sapere.
In questo modo, il miglioramento genetico partecipativo ridefinisce le condizioni di validazione della conoscenza, riconoscendo i saperi locali come componenti fondamentali dei criteri di selezione, e aprendo la ricerca a forme pluraliste e localizzate, capaci di cogliere le interdipendenze socio-ambientali in gioco. In altre parole, queste conoscenze vengono riconosciute come prospettive capaci di individuare e definire le caratteristiche rilevanti in una varietà e di stabilire come vada inteso un risultato significativo all’interno del percorso di miglioramento vegetale. In questa prospettiva la biodiversità agricola non può essere concepita unicamente come insieme di tratti genetici o fenotipici, ma come una realtà bioculturale, generata dall’intreccio storico tra processi ecologici e sistemi di sapere.
Perché questi approcci partecipativi possano funzionare efficacemente, è necessario che si collochino entro strutture organizzative adeguate che facilitino l’incontro e la collaborazione tra attori diversi. Le comunità di pratica (communities of practice, CoP) rappresentano una forma organizzativa che può rendere possibile questo coordinamento. Le CoP sono luoghi di apprendimento collettivo e multi-attore, in cui agricoltori, ricercatori, tecnici e cittadini costruiscono insieme percorsi di conoscenza e validazione. Funzionano come luoghi di negoziazione istituzionale: mettono in discussione norme consolidate e aprono spazi per modelli di governance più inclusivi. La loro efficacia dipende dalla capacità di promuovere un coordinamento più stretto tra attori pubblici e privati, sviluppando strategie di finanziamento che sostengano approcci transdisciplinari a lungo termine.
Il successo della transizione agroecologica dipenderà quindi dalla capacità di costruire un ecosistema di ricerca che assuma la pluralità dei saperi come condizione di rigore. Ciò implica investire nella formazione di ricercatori capaci di lavorare nell’intersezione tra ecologia, agronomia, economia e scienze sociali, in grado di facilitare processi partecipativi e comprendere le dinamiche socio-ecologiche. Ma implica anche riconoscere che la produzione di conoscenza non è mai neutra: è un processo politico ed epistemico, in cui si decide non soltanto quali varietà coltiveremo, ma quali futuri agricoli e sociali riteniamo desiderabili.
Si è svolta la visita al mulino Martino Rossi a Malagnino (CR) specializzata in colture gluten free e in concentrati proteici. Abbiamo visitato i campi sperimentali di Agrifuture, dove si coltivano consociazioni a strisce con un sistema di irrigazione sotterranea che permette di modulare l’apporto idrico e nutritivo. Il sistema diversificato prevede la consociazione di pisello proteico, mais e soia in secondo raccolto.
Alla visita è seguito un incontro in cui si è discusso delle barriere tecniche che ostacolano la diffusione della consociazione.
Siamo orgogliosi di comunicare che l’iniziativa F’Orti! – Orti comunitari a Firenze è stato premiata da ASVIS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile con l’Attestato di buona pratica territoriale per un’Italia più sostenibile 2025.
L’ASviS ha selezionato tra le 30 esperienze italiane più virtuose, che saranno raccontate nel Rapporto Territori 2025, F’Orti! come buona pratica territoriale il nostro progetto di orti comunitari che promuove la sostenibilità attraverso l’agricoltura urbana. Questa iniziativa è stata selezionata nell’ambito della call annuale di ASviS per la ricerca e la valorizzazione di esperienze virtuose e sostenibili a livello locale. L’obiettivo è quello di diffondere modelli replicabili che contribuiscano al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), in linea con il Goal 11 sull’inclusività, la sicurezza e la sostenibilità delle città e comunità.
Questo traguardo è di tutta la nostra rete e chi ci ha creduto fin dall’inizio: Fondazione CR Firenze, Comune di Firenze, Rete Semi Rurali, Società Toscana di Orticultura, ortisti, volontari, associazioni, cittadini e cittadine che ogni giorno coltivano relazioni, inclusione e natura.
Il Rapporto Territori 2025 sarà presentato a dicembre a Roma.
Dal 13 al 15 ottobre 2025, a Bordeaux, RSR ha partecipato al secondo Annual Network Meeting della Rete Agroecologica Europea dei Living Lab e delle Infrastrutture di Ricerca, ospitato presso la sede INRAE. L’incontro, organizzato nell’ambito del progetto Horizon Agroecology Partnership da ÖMKI e INRAE, ha riunito circa cinquanta membri tra Living Lab e infrastrutture di ricerca che operano in un quadro agroecologico in tutta Europa.
L’incontro, ricco di sessioni interattive, è stato un’occasione unica per dialogare tra casi studio di successo che mostrano come l’agroecologia possa essere applicata con successo in contesti rurali e periurbani. Inoltre i lavori si sono anche concentrati sulla co-definizione di una struttura di governance che fosse inclusiva ed efficiente, capace di garantire dialogo interno ed esterno e sulla definizione di strategie per migliorare lo scambio di conoscenze e la comunicazione fra i membri.
Un altro tema centrale ha riguardato come la Rete possa rafforzare e scalare le politiche agroecologiche a livello locale, nazionale ed europeo. RSR, infatti, partecipa alla rete con i Living Lab Riso Resiliente e Cereali Resilienti, entrati come full member da giugno 2025, con particolare attenzione alla promozione dell’agrobiodiversità, delle politiche agricole e sementiere radicate nel paradigma agroecologico, la resilienza climatica e le metodologie di Scienza Partecipativa nel processi di selezione genetica.
I due giorni e mezzo di lavori, conclusi con una visita in campo, hanno messo in luce obiettivi ambiziosi e un percorso impegnativo, ma anche una forte motivazione, mettendo in rete esperienze eterogenee e dimostrando come l’agroecologia possa essere applicata con successo in contesti diversi.
Questo incontro rappresenta solo l’inizio di un lungo cammino comune, volto a costruire una rete sinergica e collaborativa per una transizione agroecologica europea.
Non è vero che il modello agricolo intensivo permette di coltivare meno terra e produrre più cibo. Continuare a ripeterlo chiude a confronti più profondi e orientati.
a cura di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 285 – Ottobre2025
A luglio 2025 la rivista marxista americana Spectre ha pubblicato un interessante articolo dal titolo “La persistente fantasia di ‘sfamare il mondo’”. Si tratta di una risposta a un editoriale del New York Times di dicembre 2024 che in maniera provocatoria afferma: “Che piaccia o no, questo è il futuro del cibo”. L’autore Michael Grunwald propone la classica narrazione: definire “l’agricoltura industriale” come “cattiva” non riconosce che questo modello è quello che ci sfama e che impedisce all’umanità di mangiarsi il Pianeta. Quindi secondo lui gli allarmisti devono capire che “l’agricoltura industriale ha un vero vantaggio: produce enormi quantità di cibo su porzioni relativamente modeste di terra. E questo sarà il compito più vitale dell’agricoltura nei prossimi decenni. Entro il 2050 il mondo avrà bisogno di disponibilità ancora più enormi di cibo, circa il 50% in più di calorie per nutrire adeguatamente quasi dieci miliardi di persone”. Inoltre aggiunge che “gli allevamenti intensivi sono la migliore speranza per produrre il cibo di cui avremo bisogno senza distruggere ciò che resta dei nostri tesori naturali e senza rilasciare nell’atmosfera il loro carbonio”. Il solito ritornello che difende lo status quo e bolla qualsiasi trasformazione come naif o non basata sulla scienza, con in più un tocco ambientale: il modello industriale ci permetterà di coltivare meno terra che quindi resterà “naturale”. Un sillogismo che ritroviamo ripreso e raccontato dal mondo dell’agrobusiness, come dimostra il Rapporto ambientale, sociale e di governance di Syngenta del 2022 in cui si legge che “ridurre la quantità di terra arabile necessaria per unità di coltura è la chiave per nutrire una popolazione in crescita. I guadagni di produttività permettono di lasciare la terra incontaminata esistente nel suo stato naturale”. Come rispondere a questo paradigma produttivista che riconduce il problema agricolo a maggiore produzione con colture e cibo più economici? Alcune indicazioni le propone l’articolo di Spectre che sottolinea come non esista un “ventre globale” -un anonimo magazzino di cereali- dove immettere calorie e non ci sia una semplice correlazione tra resa e sicurezza alimentare. L’accesso al cibo è regolato da diverse politiche di distribuzione legate a fattori sociali, economici, politici e istituzionali
118 Gli studi su cui si fonda una recente meta-analisi che mette a confronto 51 Paesi e dimostra come, contrariamente alla credenza comune, le rese sono più elevate nelle piccole aziende agricole rispetto alle grandi.
Inoltre il problema della resa andrebbe disaggregato per gli ambienti in cui il cibo si produce, andando a vedere dove oggi è possibile aumentarla e con quali tecnologie. Mi spiego: in Pianura padana il mais industriale ha raggiunto un picco di produttività difficilmente migliorabile, per quanti sforzi si possano immaginare, con un costo ambientale ormai insostenibile. Al contrario la produttività della coltura di mais in collina avrebbe margini di miglioramento, ma non c’è nessuna ricerca -pubblica o privata- che lavori per questi ambienti. Né le nuove tecnologie all’orizzonte sono progettate per funzionare in questi contesti. Andrebbe ripensata la ricerca agricola, andando a lavorare in quelle aree marginali, finora dimenticate, in cui ci sono effettive possibilità di miglioramento. Purtroppo un sistema simile non è conveniente per il mercato né per il sistema di distribuzione incentrato sulla grande distribuzione organizzata. Inoltre l’unico soggetto che potrebbe avere un ruolo, la ricerca pubblica, è sempre meno finanziato e culturalmente succube del modello privato, come dimostra la fede cieca nella tecnologia di cui i nuovi Ogm sono solo l’ultima moda. Abbandonare la narrazione “dobbiamo sfamare il mondo” potrebbe aprire lo spazio a confronti più profondi orientati a pensare sistemi agricoli diversificati, in grado di coniugare valori ambientali, culturali e politici. Purtroppo la strada da fare è ancora lunga.