Verso un nuovo paradigma: il miglioramento genetico partecipativo nella transizione agroecologica

Nov 4, 2025 | Articoli, Notiziari, Seminare il cambiamento

di Chiara Brusatin – Rete Semi Rurali

La ricerca agricola europea si trova oggi dinanzi a un bivio che non riguarda soltanto le tecniche disponibili, ma il quadro di riferimento epistemologico entro cui la conoscenza viene prodotta, valutata e legittimata.

Ogni tradizione scientifica si regge su un insieme di assunzioni condivise, i paradigmi, che definiscono non solo le domande di ricerca considerate legittime, ma anche i criteri con cui si giudicano i risultati. Nel corso del Novecento il paradigma dominante nel miglioramento genetico vegetale ha orientato metodi, obiettivi di ricerca, investimenti e istituzioni verso la standardizzazione varietale e l’uniformità dei processi. Questo modello, durante la Rivoluzione Verde, ha portato a incrementi produttivi rilevanti ma ha anche determinato una drastica riduzione dell’agrobiodiversità, compromettendo la resilienza e la stabilità dei sistemi agricoli dinanzi agli stress climatici. La ricerca che lo ha sostenuto era centralizzata: le varietà venivano sviluppate nelle stazioni sperimentali, in ambienti controllati e uniformi, con input elevati di fertilizzanti, acqua e pesticidi. Una volta completato il ciclo di selezione, il risultato veniva sottoposto agli agricoltori, considerati principalmente utilizzatori finali e non interlocutori all’interno del processo. Questa distanza tra gli ambienti di selezione e i diversi contesti reali di coltivazione ha prodotto varietà inadatte a sistemi colturali a bassa intensità di input esterno e a quelli situati in contesti pedoclimatici marginali dove le condizioni standardizzate delle stazioni sperimentali non sono riproducibili.

Il limite di questo modello non è soltanto tecnico, ma epistemologico: l’idea che la validità della ricerca coincida con la capacità di standardizzare condizioni e risultati ha escluso come “non scientifiche” molte altre forme di conoscenza e di valutazione, in particolare quelle relative ai saperi indigeni e contadini. L’imposizione di un unico regime di validazione ha dato forma a quella che Santos chiama “monocultura della conoscenza”: un dispositivo che non solo marginalizza i saperi locali ma li espropria della loro capacità di definire criteri di verità e di valore, inscrivendoli in una posizione di subalternità epistemica. La crisi dell’attuale paradigma non dipende quindi soltanto dai suoi limiti produttivi, ma anche dalla sua incapacità di rendere conto della complessità ecologica e sociale in cui l’agricoltura è immersa.

Negli ultimi decenni, accanto al modello dominante del miglioramento genetico vegetale, centrato su varietà uniformi e sperimentazioni standardizzate, si sono sviluppate pratiche di ricerca che operano secondo logiche differenti. Tra queste, nel miglioramento genetico partecipativo (Participatory Plant Breeding, PPB), i criteri di validazione non sono ancorati all’omogeneità dei contesti di prova, ma alla capacità di riflettere e integrare la diversità ecologica, sociale e culturale dei sistemi colturali. La specificità epistemica del PPB risiede nella sua dimensione partecipativa e decentralizzata, che rappresenta una rottura rispetto al paradigma convenzionale del miglioramento genetico, storicamente basato sulla centralizzazione della ricerca nelle stazioni sperimentali e sulla standardizzazione degli ambienti di prova. Nel PPB, invece, la selezione e la valutazione delle varietà avvengono direttamente nei campi degli agricoltori, negli stessi ambienti in cui le varietà saranno coltivate. I criteri di selezione dell’agricoltore potranno quindi variare da quelli del ricercatore e sono spesso diversi da quelli degli agricoltori in altre aree con condizioni e obiettivi produttivi diversi.

La biodiversità agricola non è solo un insieme di tratti genetici o fenotipici, ma va concepita come una realtà bioculturale, generata dall’intreccio storico tra processi ecologici e sistemi di sapere.

In questo modo, il miglioramento genetico partecipativo ridefinisce le condizioni di validazione della conoscenza, riconoscendo i saperi locali come componenti fondamentali dei criteri di selezione, e aprendo la ricerca a forme pluraliste e localizzate, capaci di cogliere le interdipendenze socio-ambientali in gioco. In altre parole, queste conoscenze vengono riconosciute come prospettive capaci di individuare e definire le caratteristiche rilevanti in una varietà e di stabilire come vada inteso un risultato significativo all’interno del percorso di miglioramento vegetale. In questa prospettiva la biodiversità agricola non può essere concepita unicamente come insieme di tratti genetici o fenotipici, ma come una realtà bioculturale, generata dall’intreccio storico tra processi ecologici e sistemi di sapere.

Perché questi approcci partecipativi possano funzionare efficacemente, è necessario che si collochino entro strutture organizzative adeguate che facilitino l’incontro e la collaborazione tra attori diversi. Le comunità di pratica (communities of practice, CoP) rappresentano una forma organizzativa che può rendere possibile questo coordinamento. Le CoP sono luoghi di apprendimento collettivo e multi-attore, in cui agricoltori, ricercatori, tecnici e cittadini costruiscono insieme percorsi di conoscenza e validazione. Funzionano come luoghi di negoziazione istituzionale: mettono in discussione norme consolidate e aprono spazi per modelli di governance più inclusivi. La loro efficacia dipende dalla capacità di promuovere un coordinamento più stretto tra attori pubblici e privati, sviluppando strategie di finanziamento che sostengano approcci transdisciplinari a lungo termine.

Il successo della transizione agroecologica dipenderà quindi dalla capacità di costruire un ecosistema di ricerca che assuma la pluralità dei saperi come condizione di rigore. Ciò implica investire nella formazione di ricercatori capaci di lavorare nell’intersezione tra ecologia, agronomia, economia e scienze sociali, in grado di facilitare processi partecipativi e comprendere le dinamiche socio-ecologiche. Ma implica anche riconoscere che la produzione di conoscenza non è mai neutra: è un processo politico ed epistemico, in cui si decide non soltanto quali varietà coltiveremo, ma quali futuri agricoli e sociali riteniamo desiderabili.

Notiziaro 43

Send this to a friend