da Manuele Bartolini | Feb 13, 2024 | Articoli, Comunità
Comunità di pratiche e politiche transnazionali nello Spazio Alpino
di Rachele Stentella – Rete Semi Rurali
Il 16-17 Novembre 2023 si è tenuta presso la Casa del Parco di Cevo (BS) la due giorni di lavoro “Agro-biodiversità per la montagna”, evento realizzato all’interno del progetto “Diffondere Diversità, Rafforzare Comunità”. Tra i partecipanti a questo evento sono emerse alcune riflessioni tese a indirizzare il lavoro nelle aree interne.
Non si può parlare di biodiversità coltivata in montagna senza tenere conto del contesto in cui è inserita, sia a livello di sistema agricolo, complesso e con elevato tasso di biodiversità, sia per il contesto sociale ed economico. Per fare sì che la vita in montagna non solo sia possibile ma anche desiderabile bisognerebbe trovare soluzioni che facilitino l’esperienza lavorativa nelle sue diverse sfaccettature. Questo percorso è possibile solo partendo dai bisogni endogeni e facilitando la raccolta e lo scambio di competenze tecniche che favoriscano la transizione agroecologica. Una prima soluzione è fornita dagli sportelli di agroecologia, che possono rispondere alla necessità di competenze adatte alle aree montane e allo stesso tempo creare una rete delle competenze già presenti.
Il sistema multifunzionale che caratterizza l’azienda agricola di montagna, sia a livello inter-specifico (integrazione agricoltura-allevamento) sia a livello intra-specifico, vede un vuoto normativo che, seppur diverso in base alle Regioni, è accomunato dalla mancanza di riconoscimento dei sistemi poli-colturali e del loro valore. Inoltre, il ruolo nel mantenimento del territorio non è riconosciuto a livello economico (manutenzione del bosco, gestione delle acque) così come non lo sono le difficoltà logistiche e di gestione. Per renderlo efficiente, il sistema normativo andrebbe adeguato a tutti gli stadi delle filiere che originano da tali sistemi diversificati, dalla riproduzione delle sementi sino alle fasi di trasformazione e distribuzione dei prodotti, passando per la gestione in campo. Infatti, a causa dell’inadeguatezza legislativa nel riconoscere e supportare realtà consortili e comunitarie che condividono spazi e macchinari, attualmente le filiere sono spesso gestite da reti informali. Un primo passo potrebbe essere chiedere alla Regione di appartenenza l’adattamento di leggi già presenti in Regioni virtuose (PPL – Piccole Produzioni Locali in Veneto, ASS.FO – Associazioni Fondiarie in Piemonte). Il riconoscimento normativo del valore di agricoltura e allevamento in montagna risulta estremamente urgente e potrebbe essere agevolato facilitando la circolazione delle conoscenze e raccogliendo studi su casi pilota per supportare l’attività di advocacy, in modo da semplificare l’accesso a contributi legati alla biodiversità.
Le piccole aziende di montagna svolgono una funzione determinante per la salvaguardia delle risorse genetiche in situ, sia perché custodi di specie “allogame” (l’isolamento spaziale favorisce infatti la capacità di moltiplicazione in purezza spesso difficile in contesti di agricoltura intensiva) sia perché all’interno delle comunità promuovono scambi che diminuiscono il tasso di consanguineità. Riconoscere loro questo ruolo è di fondamentale importanza.
Infine, tutto il processo appena descritto deve essere supportato da un’adeguata comunicazione che deve tener conto del contesto culturale.
da Manuele Bartolini | Feb 13, 2024 | Articoli, Comunità, Notiziari
Dall’Arco Alpino un segnale alle aree interne
di Claudio Pozzi – Rete Semi Rurali
L’agricoltura di montagna (delle aree interne / territori fragili più in generale) è un gene che sta nel DNA di Rete Semi Rurali fin dalla sua fondazione.
Personalmente ho trovato spesso ristoro nelle concrete suggestioni di Massimo Angelini, quando parlava e scriveva di prezzi della patata o della farina di castagne coltivate su terrazzamenti o nei ripidi boschi dell’appennino ligure.Prezzi necessariamente avulsi dalle leggi di mercato, ma “parlanti” dell’urgenza di garantire vita dignitosa a chi per tutti noi presidia territori il cui abbandono comporterebbe il disastro anche per chi vive a valle. Il dissesto idrogeologico innanzitutto.
I Soci che vivono e animano territori marginali sono numerosi e spesso siamo stati chiamati a interagire con le comunità rurali da loro rappresentate, quando per raccontarci, quando per animare confronti e laboratori sui temi a noi più congeniali nel percorso dal seme al piatto, quando per compartecipare alla gestione di progetti del PSR.
L’incontro con la comunità della Valcamonica, inizialmente su invito del Parco dell’Adamello Lombardo e poi con le nascenti iniziative del Biodistretto, ci ha consentito di investire su attività più strutturate e su una relazione più stabile anche con altre comunità delle Aree Interne che stanno affrontando simili sfide lungo le filiere, ripartendo non solo dal seme ma anche dalla difficoltà di accesso alla terra. Siamo così tornati a riconoscerne la centralità strategica per Rete Semi Rurali, consapevoli delle grandi difficoltà di comunicazione e incontro fra comunità, complicate dalle condizioni geografiche e spesso deprivate dalle tecnologie che oggi ci rendono la vita più semplice. Proprio per questo riteniamo che la grande ricchezza di specificità culturali e territoriali sia unita da un denominatore comune: la rivendicazione di condizioni di vita non solo possibili ma anche desiderabili (vedi l’articolo “Agrobiodiversità per la Montagna”), che valorizzino la complessità relazionale e di prospettiva in perenne bilico fra restanza, abbandono e ripopolamento.
Il Biodistretto della Valcamonica, parte ormai integrante di RSR, con le sue iniziative è testimonianza concreta che gli incentivi, quando ricadono sulla costruzione di comunità, oltre che sugli indispensabili strumenti produttivi, lasciano tracce di maggior resilienza e dinamicità.
Certo è che la situazione intorno a noi non è delle migliori e tutto sembra remare contro: le difficoltà che si stanno incontrando nell’applicazione delle strategie del Green Deal, ostacolate dalla trasversalità politica e comunicativa che pratica l’accanimento terapeutico sul pozzo senza fondo dell’agroindustria così come è concepita, piuttosto che investire sulla cultura e sulle pratiche sempre più urgenti della transizione agroecologica, non fanno ben sperare.
È proprio per questo che il ruolo di RSR dovrà essere sempre più quello di fornire strumenti di scambio e valorizzazione delle esperienze di comunità, attraversate da un clima di rinascimento diffuso che necessita di riconoscimento e di infusione di nuove energie umane e culturali.
Non sarà facile vincere le difficoltà dovute a un’ apparente autoreferenzialità delle singole iniziative. Lo sforzo di visitarsi, conoscersi, scambiare, può sembrare a volte superfluo nell’imminenza della complicata quotidianità del vivere e del presidiare territori aspri e coinvolgenti: la sfida sta nel rendere proficue le occasioni di incontro. L’evento di novembre in Valcamonica ci restituisce ottimismo. Già se ne vedono alcuni benefici. Le recenti collaborazioni di RSR con Agroecology Europe, A.I.D.A. o con il movimento Paesi dell’Acqua possono essere una via per raggiungere con più slancio una maggiore capacità di penetrazione.
da Manuele Bartolini | Feb 6, 2024 | Articoli, Campagne, Seminare il cambiamento
l 7 febbraio è atteso un voto del Parlamento Europeo che potrebbe cancellare etichettatura, tracciabilità e valutazione del rischio per i nuovi OGM, contaminando così l’agricoltura e l’ambiente e togliendo il diritto di scelta ai consumatori
ROMA, 5 FEBBRAIO 2024 – Le 42 organizzazioni dell’agricoltura contadina e biologica, ambientaliste, dei consumatori e della società civile riunite nella Coalizione Italia Libera da OGM lanciano un appello a tutti gli europarlamentari italiani che il prossimo 7 febbraio saranno chiamati a votare la proposta di deregolamentazione degli OGM ottenuti da nuove tecniche genomiche (New Genomic Techniques – NGT): tutelate il principio di precauzione, i diritti degli agricoltori e dei consumatori, il diritto di moratoria per gli stati. Le elezioni sono vicine e questo voto verrà ricordato.
Le regole vigenti dal 2001 per la commercializzazione di organismi geneticamente modificati e il divieto nazionale sulla coltivazione rischiano, infatti, di essere cancellate con un colpo di spugna dal voto dell’Eurocamera. Verrebbero annullati gli obblighi di valutazione del rischio secondo il principio di precauzione, tracciabilità delle modifiche genetiche ed etichettatura dei prodotti finali al consumatore. La spinta verso questa scelta irresponsabile nasce dalle organizzazioni dell’agroindustria e dalle imprese sementiere transnazionali interessate a vendere nuovi OGM coperti da brevetti.
Il tutto mentre una protesta degli agricoltori viene ampiamente strumentalizzata dalle principali organizzazioni di categoria, che stanno per somministrare ai loro associati la pillola avvelenata delle NGT facendola passare per una medicina utile contro i problemi di un modello agricolo intensivo insostenibile la cui crisi è ormai cronica. Ma non saranno i nuovi OGM a garantire il reddito degli agricoltori. Tutt’altro.
La via d’uscita non erano gli OGM di prima generazione negli anni Novanta, così come non lo sono oggi quelli prodotti dalle NGT. Le mutazioni genetiche fuori bersaglio sono all’ordine del giorno con queste biotecnologie, propagandate invece come precise e mirate. I loro effetti sulle piante e sugli organismi viventi sono ancora largamente sconosciuti, ma vengono minimizzati da una ricerca che dipende ormai dalla vendita delle sue “innovazioni” ai signori dei semi. Gli interessi in gioco sono grandi: c’è un mercato potenziale di 550 milioni di consumatori che finora non ha voluto comprare OGM e poteva contare su delle etichette obbligatorie sui prodotti per poter scegliere. E poi ci sono i milioni di agricoltori europei nei 18 paesi che si sono dichiarati “OGM free”. Con una deregulation, rischierebbero la contaminazione dei loro campi da parte di pollini NGT portati dagli agenti atmosferici o dagli insetti impollinatori e rischierebbero ad ogni semina di violare il brevetto di qualche ditta sementiera.
La biocontaminazione sarebbe un dramma irreversibile per l’agricoltura biologica, che vieta l’uso di OGM in tutta la filiera. Ma sarebbe anche inevitabile vista la conformazione geografica del nostro paese e la lunghezza del viaggio che può compiere il polline. L’intero comparto, che oggi copre quasi il 20% della superficie agricola italiana e nutre un mercato che non è mai calato – nemmeno durante i periodi più neri dell’economia – sarebbe messo in discussione da questa deregolamentazione. Lo stesso vale per una quota importante del Made in Italy, che non utilizza nemmeno mangimi OGM d’importazione e che si è guadagnata il suo spazio e la sua notorietà anche per il fatto di poter esibire un marchio “NON-OGM”. Per non parlare dei piccoli produttori che riproducono le proprie sementi ancora oggi anche in Italia, e potrebbero finire in tribunale con l’accusa di violazione della proprietà intellettuale se tutto d’un tratto le loro piante esprimessero caratteri brevettati dalle imprese e migrati con il vento.
“Emendamenti civetta” sono già stati passati nelle commissioni per provare a tacitare le preoccupazioni diffuse. Ma non basta etichettare le sementi per consentire la scelta all’agricoltore, se poi viene contaminato in campo e non ha meccanismi di tracciabilità per denunciare il fatto come parte lesa. Non basta dichiarare che questi nuovi OGM non saranno brevettabili, se poi nella realtà occorre una riforma della Convenzione europea sui brevetti che richiede l’unanimità e un percorso di anni. Il Parlamento deve fare regole, non dichiarazioni di intenti. E ad oggi, le regole che si appresta a disfare rompono un argine che in ventiquattro anni – da quando la direttiva 2001/18 è stata approvata – aveva garantito trasparenza e libertà di scelta. Prima di minare queste norme di civiltà, gli europarlamentari ci pensino due volte e votino l’emendamento di rigetto dell’intero regolamento.
La Coalizione Italia Libera da OGM
Agorà degli Abitanti della Terra, AIAB, AltragricolturaBio, ARCI, ASCI, Assobio, Associazione Consumatori Utenti, Associazione per l’agricoltura biodinamica, Associazione rurale italiana, Attac Italia, Centro internazionale Crocevia, Civiltà Contadina, Coltivare Condividendo, Consorzio della Quarantina, Coordinamento ZeroOgm, CUB, Deafal, Demeter, Equivita, Egalité, European Consumers Aps, Fairwatch, Federazione Nazionale Pro Natura, Federbio, FIRAB, Fondazione Seminare il Futuro, Greenpeace, ISDE, Legambiente, Lipu, Navdanya International, RIES – Rete Italiana Economia Solidale, Reorient, Ress, Seed Vicious, Slow food Italia, Terra!, Terra Nuova, Transform! Italia, USB, Verdi Ambiente e Società, WWF
da Manuele Bartolini | Feb 2, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Il documento ha durata triennale e contiene strumenti essenziali. Come l’attenzione alle reti sociali e il potenziamento della ricerca.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 267 – Febbraio 2024
Lo scorso dicembre la Conferenza Stato-Regioni ha approvato il Piano d’azione nazionale per la produzione biologica e i prodotti biologici, che sostituisce quello precedente chiuso nel 2020. Si tratta di una delle azioni previste dalla nuova legge 23 per promuovere il comparto approvata nel 2023 (“Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico”). Ha una durata triennale, è articolato in quattro assi principali e otto azioni e ha come obiettivo raggiungere il 25% di superficie a coltivazioni biologiche, come previsto nelle strategie europee.
Il Piano vede la luce in un momento non facile per questa modalità di produzione. Le varie crisi in atto, infatti, hanno ridotto il potere d’acquisto dei cittadini con una contrazione dei consumi bio nel 2021 e 2022, con la sola eccezione del mondo del discount. Insomma, la strategia che la domanda da sola potesse trainare in modo virtuoso il mondo produttivo è, da una parte, naufragata sul piano dei consumi, mentre dall’altra è messa sotto attacco dai tentativi di smontare le strategie europee del Green Deal perché giudicate troppo “ambientaliste” e contrarie alle necessità del mondo agricolo. Diventa perciò importante avere uno strumento politico nazionale, in grado non solo di lavorare nella solita aggregazione della domanda, ma anche di potenziare il sistema di innovazione e ricerca del biologico, con un’attenzione alle sue reti sociali. Non andrebbe mai dimenticato, infatti, che la forza propulsiva del bio è quella di proporre non solo un altro modello produttivo, ma anche un diverso sistema economico e sociale. Questa tensione tra mera sostituzione di input e transizione ecologica della società si ritrova in alcune parti del Piano quando, ad esempio, si parla di promuovere i contratti di rete e dei distretti biologici, esperienze nate in questi anni per costruire forme ibride di aggregati economici e sociali, non rispondenti alle classiche cooperative agricole o ai sindacati.
Va, inoltre, sottolineato che il Piano è strettamente legato ad altri due strumenti a esso complementari: il Piano nazionale sementi biologiche (asse 2) e il Piano nazionale per la ricerca e l’innovazione a favore dell’agricoltura biologica (asse 3). Sementi e ricerca sono, infatti, due elementi essenziali per far compiere il salto di qualità al settore. Finalmente, il Piano d’azione riconosce che “un aspetto che è rimasto problematico per l’agricoltura biologica è la disponibilità di materiale vegetale e razze animali ad hoc con cui si perseguono obiettivi di maggiore adattabilità ai singoli contesti ambientali e robustezza/resistenza alle diverse patologie piuttosto che la mera elevata produttività” e che questi materiali si possono ottenere “promuovendo la tecnica innovativa del miglioramento genetico partecipativo ed evolutivo”.
Leggendo il Piano d’azione ci si rende conto che sono stati fatti molti passi in avanti rispetto ai tempi in cui la ricerca agricola affermava che le migliori varietà in convenzionale sono anche le migliori in biologico. Il testo, infatti, cita tra i materiali da sviluppare anche i “miscugli (popolazioni evolutive) per la selezione naturale delle varietà”.
Il Piano sementiero è stato già approvato dal ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e dalla Conferenza Stato-Regioni, ma deve esserne definita l’attuazione, mentre quello sulla ricerca è ancora in corso di redazione. L’auspicio è che tutti questi documenti possano trovare un’applicazione coerente in grado di traghettare il biologico nel futuro senza fargli perdere le sue radici.
da Manuele Bartolini | Gen 18, 2024 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Non categorizzato, Seminare il cambiamento
Sui media si parla poco dei negoziati in corso in Europa su temi fondamentali come la ricerca, gli Ogm o la commercializzazione dei semi. È un problema scrive Riccardo Bocci della Rete Semi Rurali
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 266 – Gennaio 2024
A guardare la presenza sulla stampa italiana dei temi relativi all’agricoltura, sembra che i problemi principali del comparto siano l’avvento della carne sintetica e la difesa del made in Italy. Il dibattito nostrano non riesce a estendere lo sguardo fino a Bruxelles per discutere di quei regolamenti proposti dalla Commissione europea -negoziati in questi mesi- che avrebbero dovuto essere l’impianto normativo su cui si sarebbero dovute ancorare le strategie “Farm to fork” e “Biodiversità 2030”.
Eppure si tratta di temi centrali che andranno a definire l’agricoltura europea del futuro: riduzione dell’uso dei pesticidi, maggiore integrazione tra agricoltura e ripristino della natura, nuove regole per la commercializzazione delle sementi e, in ultimo, apertura ai nuovi Organismi geneticamente modificati (Ogm) o Tecniche di evoluzione assistita (Tea). Quali posizioni sta prendendo l’Italia nel dibattito ancora in corso su questi dossier? Quali interessi difende? In che modo queste posizioni vengono negoziate? Sono tutte domande legittime in democrazia, ma a cui difficilmente oggi si riesce a rispondere.
Un ruolo importante lo giocano ancora i sindacati, ma non si vedono all’orizzonte quelle aperture necessarie per portare il dibattito nella società civile. Dovrebbe però essere ormai evidente che la produzione del cibo non riguarda solo il reddito degli agricoltori -seppur importante- ma ha un impatto sulla salute dei cittadini. Quindi le politiche agricole dovrebbero essere integrate in quelle ambientali e di salute pubblica. Non a caso a livello scientifico si parla ormai dell’approccio “One health”, in cui la prevenzione gioca un ruolo importante anche nel ridurre i costi pubblici del sistema sanitario.
Un altro tema, poi, è completamente assente dal dibattito pubblico: la ricerca agricola. In questa nuova visione dell’agricoltura che ruolo potrebbe giocare? Purtroppo, anche in questo caso, sulla stampa al massimo arriva l’eco del negoziato sui nuovi Ogm, dove non c’è spazio per il dialogo: chi non sposa queste nuove tecnologie viene visto in automatico come un retrogrado passatista, incapace di apprezzare il progresso. O si accetta il genome editing, panacea per ogni problema, o il baratro.
In realtà, la scienza è un mondo un po’ più articolato e complesso, come dimostra un articolo uscito nel 2022 sulla rivista scientifica Agronomy for sustainable development dal titolo “Pesticide-free agriculture as a new paradigm research”. Gli autori individuano le linee entro cui sviluppare un sistema di ricerca per un altro modello agricolo, il cui nodo centrale è studiare e promuovere la diversificazione a livello colturale, nel tempo (con le rotazioni) e nello spazio (con le colture associate).
Il 2033 è l’anno in cui scadrà l’autorizzazione all’uso del glifosato approvata a novembre 2023 dalla Commissione europea.
In questo quadro, bisogna indagare altri parametri rispetto alla ricerca attuale: comprendere le capacità delle piante a essere associate, studiare le relazioni tra pianta/suolo/comunità microbiche e adattare le varietà ai metodi di coltivazione senza pesticidi. Come si vede un’agenda ricca che integra le scienze agronomiche con quelle ecologiche e biologiche orientate a studiare la complessità delle comunità vegetali e microbiche.
Gli autori evidenziano anche come le politiche pubbliche potrebbero supportare questo cambiamento, ad esempio favorendo azioni collettive a livello territoriale e reti di scambio di conoscenze tra attori, rinnovando i sistemi di assistenza tecnica e formazione, oppure modificando il quadro legale sulla commercializzazione delle sementi per permettere la vendita di varietà non uniformi. Guarda caso, quest’ultimo è proprio il punto su cui si negozierà fino ad aprile 2024 al Parlamento europeo. Un’occasione da non perdere per cominciare a cambiare volto all’agricoltura europea.
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