In Europa da luglio 2023 è in corso il negoziato per definire la normativa sementiera, adeguandola alle sfide del nuovo millennio. Il regolamento proposto dalla Commissione europea prevede una serie di deroghe al sistema formale per dare una quadro legale a quel mondo di pratiche oggi definite sistemi sementieri informali, attraverso materiale eterogeneo, varietà da conservazione (comprese le varietà sviluppate attraverso la selezione partecipativa), reti che commercializzano varietà non registrate e varietà non protette condivise dagli agricoltori a livello locale. Nel corso del 2025 il testo sarà finalmente approvato e si capirà se prevarranno le forze conservatrici dello status quo o se ci sarà la capacità di aprire il mondo delle sementi alla diversità. Ma quanto si sta discutendo in Europa non è importante solo per l’agricoltura del continente. Infatti, il nostro sistema legale sulle sementi è preso come modello nel cosiddetto Sud Globale, dove tutte le legislazioni nazionali sulle sementi prevedono la registrazione delle varietà nei cataloghi previa analisi di Distinzione Uniformità e Stabilità, del Valore Agricolo eTecnologico e la certificazione delle sementi commercializzate. In questo modo mettono di fatto fuori legge i sistemi sementieri informali, su cui ancora oggi si basa, però, la maggior parte dell’agricoltura di questi paesi. Negli ultimi 60 anni tutte le politiche sementiere, incluse quelle promosse dalle agenzie delle Nazioni Unite, sono state concepite per promuovere questo modello, in una progressione ideale e lineare da un sistema arretrato a uno moderno. Questo processo di copia e incolla è stato fatto senza nessuna analisi critica per capire se quanto copiato fosse adatto ai diversi contesti, e, soprattutto, senza sapere che nel frattempo quanto prodotto in Europa negli anni ’60 era stato messo in discussione e modificato. Infatti, sono quasi 30 anni che in Europa si discute per permettere una maggiore diversificazione dei sistemi sementieri, risale al 1998 la prima direttiva che si occupa di varietà da conservazione. Così, mentre il vecchio modello europeo è diventato lo standard da seguire, in Europa è diventato evidente che questo sistema formale non è la risposta alle esigenze di ogni agricoltore e di ogni metodo di coltivazione. Ad esempio, l’agricoltura biologica non ha sementi adatte al suo sistema di produzione, così come tutti quegli agricoltori che coltivano in ambienti marginali. Le nuove varietà, infatti, sono fatte per gli ambienti ottimali e ad alto uso di input esterni, in un settore sempre più dominato dai privati. Capire cosa succede in Europa, riconoscendo anche l’esistenza di altri sistemi sementieri, sarebbe quindi, fondamentale per pianificare possibili scenari futuri nei paesi del Sud Globale. Purtroppo, la voce che sentono i governi di questi paesi è quella ufficiale dei ministeri o delle organizzazioni internazionali che sono culturalmente ancorati al vecchio sistema. Per questo motivo, Rete Semi Rurali ha organizzato nel novembre 2024 un seminario ad Harare (Zimbabwe) all’interno del progetto di cooperazione Seeds for the Future, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, con l’obiettivo di favorire la condivisione di esperienze e presentare i negoziati in corso a livello europeo. Lo scambio tra regioni a livello di organizzazioni sociali è un punto di partenza molto utile per rivedere e sviluppare legislazioni sementiere appropriate e più aperte alla diversità, in linea con le disposizioni del Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura.
Sono passati quasi venti anni dalla prima definizione di varietà da conservazione contenuta nella Direttiva Europea 98/95 (1998) e più di dieci dall’uscita delle direttive specifiche su cereali (62/2008), ortive (145/2009) e foraggere (direttiva 60/2010).
È importante cercare di trarre un bilancio da questa esperienza che è stata la prima deroga alla normativa sementiera, consentendo la registrazione di varietà non rispondenti ai criteri DUS. Inoltre, analizzare il suo impatto si rileva utile in questo momento storico in cui si sta negoziando il nuovo regolamento sementiero, con importanti modifiche proprio per le varietà da conservazione. Questo articolo riprende un lavoro pubblicato da Adriano Didonna, Riccardo Bocci et al., nel 2024 su Horticulture e si occupa in particolare dell’implementazione della direttiva 145/2009 sulle specie ortive iscritte come varietà da conservazione e non come prive di valore intrinseco. Per capire, infatti, gli effetti che questa normativa ha avuto sul mercato delle sementi è opportuno studiare i dati delle iscrizioni delle varietà da conservazione nella sezione apposita del Catalogo Comune (CC), sia a livello europeo che nazionale. In Europa, nel 2023 risultano registrate 191 varietà ortive da conservazione appartenenti a 31 specie, distribuite in 18 Paesi, pari a solo lo 0,88% del totale delle varietà ortive incluse nel CC (21.593 varietà). La specie più rappresentata è Phaseolus vulgaris L. con 36 varietà, seguita da Solanum lycopersicum L. con 35 varietà e Capsicum annuum L. con 28 varietà. La quasi totalità delle registrazioni è avvenuta a partire dal 2010, dopo l’entrata in vigore della direttiva 145/2009, con un picco nel 2015 che è stato l’anno in cui è stato registrato il maggior numero di varietà registrate (31), seguito dal 2021 (23). Spagna, Italia e Croazia sono i paesi che hanno iscritto più varietà, arrivando a rappresentare insieme oltre il 65% delle registrazioni totali (Figura 1).
L’Italia si posiziona al secondo posto con 43 varietà orticole registrate appartenenti a 15 specie, tra cui le più rappresentate sono Phaseolus vulgaris (18), Allium cepa var. cepa (5) e Solanum lycopersicum (4). Se andiamo a disaggregare il dato italiano nelle diverse regioni, notiamo che solo sette ad oggi hanno registrato varietà da conservazione, in particolare le regioni del centro-nord. La Toscana guida la classifica con 22 varietà registrate, pari a più della metà delle varietà registrate in Italia (51,26%), seguita da Piemonte (8) e Veneto (5), evidenziando un quadro frammentato (Figura 2) che vede le regioni del sud Italia, seppur più ricche di varietà locali, non in grado di sfruttare appieno le deroghe introdotte dalle direttive per le varietà da conservazione. Analizzando chi ha registrato queste varietà, vediamo che la gestione è nelle mani di solo otto responsabili, tra enti pubblici, collettivi e ditte sementiere. Un caso emblematico è proprio la Toscana che, pur vantando il maggior numero di varietà registrate, vede 21 varietà da conservazione interamente nelle mani di un’unica ditta sementiera. In generale, si può osservare che ogni responsabile gestisce un numero significativo di varietà, con poco spazio alla partecipazione di altri attori. Alla luce di questi dati, è abbastanza chiaro che le norme in materia non hanno ottenuto i risultati sperati. Infatti, non si è sviluppato un mercato sementiero basato sulle varietà da conservazione di ortive e le deroghe non sono servite per portare diversità nel settore, sia in termini di varietà commercializzate che di attori coinvolti. Ma quali sono le ragioni di questi risultati? Come RSR, abbiamo cercato di fare chiarezza già in passato (vedi notiziario n. 21, 2019) sugli ostacoli percepiti, spesso alimentati da disinformazione, che hanno frenato l’uso delle varietà da conservazione. Le ragioni principali riguardano requisiti di registrazione troppo severi, difficoltà a livello regionale nell’usare questo strumento, non interesse delle ditte sementiere per queste varietà giudicate non adatte al settore professionale, assenza di attori commerciali in grado di sviluppare un nuovo mercato per hobbisti e, in ultimo, la difficoltà nel reperire informazioni storiche sulle varietà. Inoltre, molti agricoltori vedono le varietà da conservazione come una minaccia piuttosto che un’opportunità, a causa delle restrizioni sull’areale di riferimento, dei limiti quantitativi alla vendita delle sementi, e della burocrazia legata a registrazione e certificazione. Un altro aspetto che merita attenzione è la confusione legata alle diverse normative che impattano sulle varietà locali. In Italia, infatti, abbiamo la legge 194/2015 che istituisce l’Anagrafe nazionale delle varietà locali e permette la libera circolazione delle sementi di varietà da conservazione nell’ambito della “Rete nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”. Quindi a livello regionale, dove le domande vengono valutate, bisogna decidere se registrare la varietà nella sezione di quelle da conservazione, oppure notificarla all’Anagrafe, o fare tutte e due le cose. Ovviamente, la presenza nell’Anagrafe non autorizza la vendita delle sementi, soggetta alla normativa sementiera e a quella fitosanitaria. In definitiva, a quindici anni dalla pubblicazione della Direttiva 145/2009/ CE è necessaria una revisione della normativa per facilitare la commercializzazione delle sementi delle varietà da conservazione. La proposta del nuovo regolamento sementiero pubblicata dalla Commissione europea nel luglio del 2023 e il relativo negoziato in corso sul testo (per un approfondimento vedi notiziario n.35, 2023), dovrebbe essere il momento giusto per ripensare le norme sulle varietà da conservazione, tenendo conto delle problematicità emerse in questi anni. Ad esempio, la proposta della Commissione e approvata dal Parlamento prevede di:
1. semplificare la procedura di registrazione riducendo la documentazione necessaria, eliminando l’obbligo di dimostrare il legame storico con il territorio e richiedendo semplicemente le specifiche condizioni locali in cui la varietà è coltivata;
2. permettere la vendita delle sementi come categoria standard, quindi senza certificazione e controllo in campo;
3. allargare la tipologia di varietà anche alle nuove varietà sviluppate “tramite miglioramento genetico partecipativo e adatte ai contesti locali”.
Quale futuro? Ad oggi siamo in piena negoziazione e attualmente la proposta è ancora in discussione al Consiglio dell’Unione Europea per poi passare al Trilogo (Commissione/Parlamento/Consiglio) e non è chiaro quale direzione prenderanno queste riforme. Infatti, se da un lato c’è una pressione per promuovere ed incentivare il mercato delle varietà da conservazione e la tutela dell’agrobiodiversità come uno degli obiettivi della nuova normativa sementiera, dall’altro c’è la paura che tutte le deroghe proposte possano minare il sistema attuale di registrazione e certificazione varietale, favorendo quindi le frodi e mettendo a rischio la qualità delle sementi. Non si tratta di una scelta facile, ma se è comprensibile la paura, soprattutto di chi finora ha lavorato nel sistema formale, il timore del necessario cambiamento non dovrebbe essere la guida su cui basare i sistemi sementieri del futuro. Andrebbe infatti raccolta la sfida della diversità e delle relative deroghe contenute nel testo. Questo consentirebbe di sviluppare finalmente sistemi sementieri diversificati, favorire l’uso sostenibile della biodiversità agricola, promuovere i diritti degli agricoltori, e dare anche in Europa piena applicazione al Trattato Fao sulle risorse genetiche vegetali per l’agricoltura e l’alimentazione.
La biodiversità come pratica scientifica e politica
A molti il nome di Marcello Buiatti (1938 – 2020) non dirà molto, anche se ha avuto un impatto fondamentale nella costruzione delle relazioni tra scienza e politica in Italia. Genetista e teorico dell’evoluzionismo noto in tutto il mondo per i suoi contributi di biologia teorica, Buiatti si era laureato in Scienze Agrarie all’Università di Pisa e si era specializzato presso la Scuola di Genetica allora da poco creata da Buzzati Traverso all’Università di Pavia negli anni ’60. Dopo i soggiorni all’estero, presso l’University of Swansea e il Brookhaven National Laboratory, è stato ricercatore del CNR a Pisa e successivamente dal 1981 fino al suo ritiro nel 2010 professore ordinario di genetica all’Università di Firenze. Scienziato di fama mondiale è considerato uno dei
fondatori dell’ambientalismo scientifico contrastando con il suo pensiero e le sue opere, quella cultura e ideologia che vuole l’economia dominare sulle leggi di natura. Le crisi climatiche ne sono un formidabile esempio recente. Al di là della sua vasta produzione scientifica, con oltre 200 pubblicazioni in gran parte su riviste e in volumi internazionali, Buiatti è stato socio di Legambiente e di Ambiente e Lavoro, con cui ha svolto sempre attività di divulgazione scientifica espressa in modo rigoroso e preciso, come nel 2004 quando il Ministro Moratti cercò di escludere l’evoluzionismo dai programmi ministeriali. Buiatti fu in prima linea a denunciare la stupidità di un tale provvedimento e riuscì con altri a rovesciare quell’azione oscurantista. Lo stesso impegno lo mise, pochi dopo, nella lotta agli OGM.
Il suo approccio alla genetica è sempre stato vissuto e raccontato come uno studio interdisciplinare, in dialogo con le discipline umanistiche, l’epistemologia e la società su cui le pratiche scientifiche incidono. Le sue ampie vedute hanno contribuito a fondare una nuova visione delle scienze biologiche e della biodiversità. Quel “benevolo disordine” era il suo modo per definire la vita e il suo amore per essa, per le infinite vite così differenziate e imprevedibili che aveva studiato per decenni.
La frase attribuitagli più spesso è “siamo vivi per diversi” e questa diversità era stata uno dei frutti più belli che aveva colto nel corso della sua vita. Dall’associazionismo ambientalista e scientifico, che aveva contributo a fondare, alla Scienza con la s maiuscola, alla politica Buiatti si è sempre speso con entusiasmo e passione per contrastare il riduzionismo scientifico e la perdita di biodiversità da lui sempre contrastata, a partire dal suo ruolo di professore universitario.
Nell’infanzia aveva conosciuto le leggi razziali e il rischio di venire deportato sotto il regime fascista perché di madre ebraica. Un’esperienza che lo aveva segnato profondamente trasformandolo in una persona dolce, affabile e sincera, coinvolta attivamente anche nell’associazionismo tanto da diventare presidente dell’ANPI di Pisa ed estensore del Manifesto Antirazzista di San Rossore nel 2008. Vale la pena soffermarsi un attimo su questo manifesto che si apre con un proclama chiaro e inequivocabile: “Le razze umane non esistono. L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze psicologiche e interpretate sulla base di pregiudizi secolari”.
Una chiarezza estrema che oggi sembra dimenticata e superata da un’involuzione pericolosa e perversa alla quale non avremmo voluto mai assistere.
Si terrà a Catania l’incontro annuale del progetto COUSIN (cousinproject.eu/), ospitato dal Dipartimento Agricoltura, Cibo e Ambiente (Di3A), dal 19 al 21 febbraio. A un anno dall’inizio del progetto, la riunione sarà un momento importante per definire le attività sperimentali sulle 5 colture su cui lavora il progetto (frumento, pisello, brassicaceae, orzo e lattuga), oltre che per finalizzare le modalità con cui i partner fanno circolare il materiale vegetale, ad esempio attraverso l’uso dell’easy SMTA del Trattato FAO e di regole dedicate per quel materiale già sviluppato dai partner, ad esempio tramite incroci con tra varietà e parentali selvatici. Non è un caso che l’incontro sarà in Sicilia, regione che, come abbiamo avuto modo di raccontare nel Notiziario 39 (rsr.bio/notiziario-39/), vede la presenza di parentali selvatici di brassicaceae, oggetto di raccolta in situ da parte del Dipartimento di Catania.
Rete Semi Rurali è partner del progetto europeo COUSIN (sito) che si occupa di lavorare sul tema dei parentali selvatici delle specie agrarie, in particolare su lattuga, brassicaceae, pisello e cereali. Esiste un progetto gemello, FruitDiv ( https://fruitdiv.eu/), che, invece, concentra le sue attività sulle piante da frutto. Questo progetto ha sviluppato un questionario per capire il livello di conoscenza da parte dell’opinione pubblica degli alberi da frutto selvatici.
FruitDiv è un progetto di ricerca europeo lanciato il 1° gennaio 2024 finanziato nell’ambito del programma Horizon Europe per un periodo di cinque anni (gennaio 2024-dicembre 2028). FruitDiv mira a monitorare, caratterizzare, utilizzare e conservare la diversità dei Crop Wild Relatives (CWR) degli alberi da frutto, con particolare attenzione ai frutti a pomacee (Malus, Pyrus) e a quelli a nocciolo (Prunus).
Il consorzio FruitDiv è coordinato dall’INRAE. Include 26 partner multidisciplinari provenienti da 10 Stati membri dell’UE e da altri quattro paesi europei.