da Manuele Bartolini | Feb 18, 2025 | Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Il commercio agricolo globale è nelle mani di un pugno di grandi aziende che condizionano i sistemi alimentari. Non è solo un problema economico.
di Riccardo Bocci – Altreconomia 278 – Febbraio 2025
A novembre 2024 il comitato Agricoltura del Parlamento europeo ha commissionato uno studio dal titolo “The role of commodity traders in shaping agricultural markets”, per capire come sono strutturati i sistemi alimentari e chi li controlla, soprattutto in seguito alle crisi legate alla guerra in Ucraina. Certo non si tratta di un argomento nuovo. Sono almeno vent’anni che se ne parla e alcuni ricercatori come Phil Howard negli Stati Uniti raccontano da tempo come il libero mercato sia un’invenzione accademica, dominati come siamo da oligopoli o monopoli, e di come il problema non sia meramente economico o di fallimento del mercato, ma colpisca in maniera negativa le nostre vite.
Infatti Howard già nel libro del 2021 “Concentration and Power in the Food System: Who Controls What We Eat?” scriveva che “il potere delle aziende dominanti si estende ben oltre l’aspetto economico, per esempio, gli dà la possibilità di danneggiare comunità ed ecosistemi nella loro ricerca di profitti più alti di quelli medi”.
Quindi niente di nuovo sotto il sole? In realtà no, perché questo rapporto mette nero su bianco una serie di analisi che finora non avevano mai avuto una provenienza così istituzionale, ma erano considerate frutto di movimenti sociali fondamentalmente anticapitalisti. I “cattivi” dovrebbero essere ormai noti anche al grande pubblico. Si tratta di Archer Daniels Midland (Adm, attiva dal 1902), Bunge (1818), Cargill (1865) e Louis Dreyfus Company (Ldc, 1851), anche conosciuti con l’acronimo “Abcd”, che oggi controllano il 50-60% del mercato globale delle materie prime agricole, dato in diminuzione rispetto a pochi anni fa visto che stanno emergendo altri attori come Cofco international (China), Wilmar international e Olam group (Singapore) e Kernel (Ucraina).
Se, storicamente, le “Abcd” si concentravano sulle fasi di stoccaggio, trasporto e lavorazione primaria delle materie agricole, negli ultimi anni hanno intrapreso processi di integrazione orizzontale (acquisizione di competitori) e verticale (espansione in settori diversi come l’alimentazione animale anche di quelli domestici, i biocarburanti e più recentemente le proteine vegetali) che hanno aumentato la loro posizione dominante.
Il 50/60% è la quota del mercato globale delle materie prime agricole controllata dalle aziende Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus Company (conosciute come “Abcd”)
Gli economisti non si sono mai preoccupati dei problemi causati da mono e oligopoli, troppo accecati dal fatto che questi processi di economie di scala avrebbero portato a una riduzione dei costi di transazione secondo la teoria economica, con supposti effetti benefici per tutti.
Purtroppo, si sono dimenticati i rischi presenti nel mondo reale, legati ad alti prezzi al consumo, bassi prezzi ai fornitori e ridotta innovazione. Per non citare il fatto che i gruppi dirigenti di queste società sono composti principalmente da maschi, bianchi e sessantenni.
Il rapporto si concentra sulle scorte strategiche delle materie prime, viste come possibile strumento per far fronte all’imprevedibilità dell’approvvigionamento alimentare dovuta a crisi e cambiamenti climatici. L’impatto della concentrazione del settore si fa sentire anche in questo caso, dato che “Abcd” non sono obbligate a rivelare le loro capacità, stimate intorno al 10% delle attuali scorte globali, ostacolando così un’analisi della situazione e la trasparenza del mercato.
L’ultima parte dell’analisi conferma il sempre maggior impatto della finanza e del mercato dei derivati sui prezzi delle derrate agricole, segnalando come “sebbene siano state introdotte numerose leggi dopo la crisi finanziaria del 2008, sussistono ancora lacune significative nella supervisione e nella regolamentazione dei mercati fisici e finanziari”.
Insomma, il quadro finale è a tinte fosche con pochi margini per immaginare trasformazioni del settore nei prossimi anni.
da Manuele Bartolini | Feb 3, 2025 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Scambio delle sementi e gestione dinamica delle diversità intersecano discipline differenti. Il rigido approccio del ministero competente non aiuta.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 277 – Gennaio 2025
Il 5 dicembre 2024 il ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (Masaf) ha finalmente pubblicato il decreto attuativo per permettere la commercializzazione di sementi di “Materiale eterogeneo biologico” (Meb). Si tratta di una nuova categoria di sementi non uniformi e non protette da proprietà intellettuale, istituita dal Regolamento sull’agricoltura biologica del 2018. È un importante passo avanti per la diversificazione dei sistemi sementieri, atteso da circa due anni, visto che il Regolamento sul bio è entrato in vigore nel gennaio 2022. Sarà così possibile notificare e commercializzare il Meb in maniera semplificata rispetto a quanto accade con le varietà convenzionali, che devono essere “Distinte, uniformi e stabili” (i famosi criteri Dus) per poterne vendere le sementi.
Ma perché questo ritardo nel rendere operativa una norma contenuta in un regolamento? Si trattava di un atto quasi dovuto che doveva solo individuare il soggetto a cui inviare i campioni e tradurre in italiano il facsimile di notifica.
L’iter di questo decreto ci racconta delle difficoltà delle strutture organizzative istituzionali a gestire temi complessi e trasversali, come per l’appunto il Meb. Infatti le sementi sono di competenza di un ufficio del Masaf, mentre il biologico è seguito da un altro ufficio, afferente a dipartimenti e, quindi, dirigenti diversi. Ovviamente chi si è sempre occupato di sementi convenzionali non ha visto di buon occhio le deroghe create dal regolamento bio e considera la possibilità di commercializzare sementi “non Dus” come un vulnus che mina le basi di tutto il sistema. D’altro canto, chi si occupa di biologico nel ministero è più pronto ad accettare questi nuovi concetti, stando a contatto con quegli attori che si sono battuti per ottenere queste deroghe per avere maggiore diversità nelle varietà usate nel biologico. Questi due uffici non si frequentano, purtroppo, e non esiste nessuno strumento che favorisca la loro integrazione.
Abbiamo un problema istituzionale. Non è più possibile gestire in maniera così specializzata e compartimentata temi che per loro natura sono transdisciplinari e attraversano più settori. È necessario, inoltre, costruire un nuovo sistema di trasparenza di questi processi decisionali che non può più basarsi sui classici strumenti di negoziazione sindacale. Ci sono nuovi attori da coinvolgere, in un’ottica partecipativa e inclusiva che renda le istituzioni e i loro procedimenti più vicini ai cittadini.
Sono necessari due anni anni per rendere operativa la norma che permette la vendita di sementi di “Materiale eterogeneo biologico”
Ad esempio, in questi mesi si sta negoziando il nuovo regolamento sulla commercializzazione del materiale di propagazione vegetale. Un tema centrale per l’agricoltura europea perché le sementi che usiamo definiscono i futuri sistemi agricoli e alimentari. Dopo la proposta della Commissione europea di luglio 2023 e il voto del Parlamento ad aprile 2024, ora la discussione è in seno al Consiglio, cioè ai vari ministeri dell’Agricoltura degli Stati membri. Ovviamente, l’ufficio che segue il dossier è quello delle sementi, ma il testo del Regolamento ha tra i suoi nuovi obiettivi la conservazione della biodiversità agricola e nuove regole per lo sviluppo di varietà biologiche. Si parla di gestione dinamica della diversità e di permettere a questo scopo lo scambio delle sementi tra agricoltori. Temi che non sono strettamente legati all’ufficio sementi, ma, piuttosto, di competenza di quello del biologico e di quei funzionari che si occupano di biodiversità. Quindi tre uffici diversi che, però, non comunicano tra loro. Ragione per cui non sappiamo come verrà fatta la sintesi della posizione italiana in seno al Consiglio e quale punto di vista sarà espresso.
Il rigido e ingessato apparato istituzionale ereditato dal secolo scorso non è più funzionale per rispondere alle sfide che abbiamo davanti.
da Manuele Bartolini | Gen 31, 2025 | Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
di Riccardo Bocci – Tratto da Nautilus rivista – Gennaio 2025
Le sementi hanno un immaginario sociale che le fa uscire dall’essere solo un mezzo di produzione in agricoltura. Infatti, i nomi delle varietà, le loro caratteristiche sono legate alla nostra storia, un tempo definivano i nostri orizzonti simbolici, gusti e sapori sono legati alla nostra tradizione e alla cucina. Ma c’è di più. Chi controlla i semi, controlla il sistema alimentare e quello che mettiamo nei nostri piatti. Ecco perché parlare di sementi non è facile e tocca delle corde emotive che normalmente non sono considerate dai tecnicismi con cui di solito si tratta la materia agricola. Senza capire tutti questi fili che legano le sementi alle società non si possono realizzare delle serie politiche sementiere, in grado di rispondere a tutte le aspettative dei molti e variegati attori coinvolti. Soprattutto, però, non si riesce a spiegare l’interesse che questo mezzo tecnico ha per cittadini che, ormai, sono molto lontani dalla pratica del fare agricoltura. Nel mondo urbano, che idealizza l’agricoltura vissuta come un’arcadia di cartapesta, i semi hanno un ruolo centrale, diventando antichi, naturali, autoctoni o ancestrali, nel tentativo impossibile di richiamare un mondo contadino scomparso.
Difficile se non impossibile coniugare questa nuova cosmologia nostalgica con il sistema di leggi e regole che nel frattempo sono state sviluppate sulle sementi. Proviamo a fare una veloce sintesi. A livello europeo le sementi sono regolate da 12 differenti direttive che si occupano di definire quali sementi possono essere messe in commercio. Si tratta dei famosi criteri di Distinzione, Uniformità e Stabilità (DUS), che, in essere dagli anni ’60 del secolo scorso, hanno contribuito a far scomparire la diversità dalle nostre campagne. A livello internazionale abbiamo la Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) e il relativo Protocollo di Nagoya che si occupano di definire le regole all’accesso alle risorse genetiche a fini di ricerca; il Trattato Internazionale sulle Risorse Genetiche Vegetali per l’Agricoltura e l’Alimentazione che definisce l’accesso alle sementi; e in ultimo la convenzione UPOV che riguarda la proprietà intellettuale sulle nuove varietà. In Italia, poi, il quadro si complica con la legge nazionale 194 del 2015 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare” e le molte leggi regionali sulla agrobiodiversità. Come si capisce un mare di carta e burocrazia nel quale non è facile navigare.
Uno dei temi più di battuti è quello della proprietà: a chi appartengono i semi? Sono degli agricoltori che li coltivano? Delle ditte sementiere o dei ricercatori che creano le nuove varietà? Sono un bene comune, patrimonio dell’umanità? Oppure hanno un proprietario, il presunto inventore, così come capita a un qualsiasi oggetto?
Non è facile rispondere. Il sistema legale descritto prima ci racconta che le nuove varietà, se distinte, uniformi e stabile, sono di proprietà di chi le crea, addirittura si possono brevettare, con il classico brevetto industriale. All’opposto le varietà antiche, o meglio locali se vogliamo uscire dalla narrazione da Mulino bianco, sono in pubblico dominio perché non uniformi o troppo vecchie per essere protette. Ma cosa vuol dire pubblico dominio? Significa che giuridicamente non hanno un proprietario, ma un possessore: l’agricoltore che le coltiva. Quando, però, queste varietà locali vengono conservate nelle banche delle sementi pubbliche (di università e centri di ricerca) diventano di proprietà dello Stato stesso, in quanto la CBD ha dato la sovranità nazionale alla biodiversità che si trova nel suo territorio. Tecnicamente, quindi, non sono più patrimonio comune dell’umanità dall’entrata in vigore della CBD nel 1994 e non possono essere considerate un bene comune.
Tutto chiaro e definito? In realtà no. Se usciamo dal mondo delle varietà migliorate, protette e rispondenti ai criteri DUS, e entriamo in quello delle varietà diversificate (popolazioni, varietà locali, materiali eterogenei biologici, solo per nominare alcuni esempi), in pubblico dominio, ci si apre uno spazio incredibile in cui lavorare per ricostruire quei legami sociali che si sono persi intorno alle sementi, negoziando un nuovo sistema di regole che ogni comunità può definire intorno ad uso, scambio e circolazione delle proprie sementi. Non proprio un bene comune ad accesso libero, ma qualcosa di diverso dove l’azione collettiva trova la sua centralità nel processo di innovazione sociale e le sementi diventano volano per la costruzione di sistemi alimentari alternativi, non solo da un punto di vista agronomico.
Negli interstizi dimenticati dalla modernizzazione le sementi sono di chi se ne prende cura e le usa come strumento di costruzione di un’altra società.
da Manuele Bartolini | Gen 15, 2025 | Articoli, legislazione sementiera, Notiziari, Seminare il cambiamento
Quest’anno il Trattato internazionale compie 20 anni dalla sua entrata in vigore. Nel celebrarne il 20° anniversario, non si può non riflettere sul profondo impatto che questo trattato ha avuto sulla conservazione e l’uso delle risorse fitogenetiche, contribuendo alla sicurezza alimentare globale e alla conservazione della biodiversità agricola. L’enfasi posta dal Trattato sul giusto ed equo accesso al materiale vegetale e sulla condivisione dei benefici derivanti dall’uso delle risorse fitogenetiche,
evidenzia il suo ruolo nel riconoscere gli agricoltori come custodi insostituibili della diversità agricola, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Il Trattato è entrato in vigore il 29 giugno 2004, solo tre anni dopo essere stato adottato dalla Conferenza della FAO nel 2001. Questa rapida ratifica era indicativa dell’urgentenecessità globale di affrontare le
questioni relative alla conservazione e all’uso sostenibile delle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (PGRFA). Esigenze che rimangono attuali oggi quanto lo erano 20 anni fa, in un periodo storico particolarmente critico, caratterizzato da rapidi progressi tecnologici e da sfide globali come i cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e la crescente minaccia alla sicurezza alimentare per una popolazione in continua crescita.
Il Trattato si conferma uno strumento indispensabile per affrontare le sfide attuali e future, come dimostra il riconoscimento da parte della comunità internazionale, del ruolo cruciale delle PGRFA per la sicurezza alimentare e della necessità di un impegno collettivo per la loro tutela e condivisione.
Mentre si cercano modalità per rafforzare ulteriormente il Sistema Multilaterale, che rappresenta il più grande meccanismo di scambio globale del germoplasma delle piante, una missione centrale è quella di garantire che il nostro “paniere alimentare”
globale possa continuare a fornire il cibo e la nutrizione necessari all’umanità.
Riflettendo sul cammino percorso finora, sono stati compiuti, grazie ad un impegno collettivo, progressi significativi, nel migliorare la collaborazione internazionale e l’equa condivisione dei benefici. Questo ha aperto la strada a pratiche agricole
innovative, rafforzando i mezzi di sussistenza degli agricoltori di tutto il mondo. Guardando al futuro, rinnoviamo il nostro impegno a sostenere i principi del Trattato, e ad affrontare le sfide e le opportunità emergenti con la stessa visione, cooperazione e determinazione che ci hanno guidato fin qui, per costruire un futuro sostenibile e giusto. Insieme, è necessario garantire che la ricca diversità delle nostre risorse vegetali continui a prosperare per le generazioni a venire e che il Trattato internazionale continui a essere una pietra miliare nella costruzione di un sistema alimentare globale equo e resiliente. Per tutto questo, la celebrazione del 20° anniversario del Trattato internazionale non è solo un traguardo, ma una riaffermazione della nostra responsabilità collettiva di “salvare, condividere e prenderci cura dei semi che nutrono il mondo”. Un ringraziamento dovrebbe andare a tutte le parti contraenti e ai soggetti interessati, per l’incrollabile impegno e contributo
in tutti questi anni.
Fonte: https://www.fao.org/plant-treaty/anniversary/en/
APPUNTAMENTI 2025
31 marzo – 4 aprile 2025 Roma
Tredicesimo incontro dell’Ad Hoc Open-ended Working Group to Enhance the Functioning of the Multilateral System
23 – 26 giugno 2025 Roma
Sesto incontro dell’Ad Hoc Technical Experts Group on Farmers’ Rights (AHTEG-FR-6)
Settembre 2025 – Filippine
Secondo Simposio Globale sui Diritti degli Agricoltori
24 – 29 novembre 2025 Lima (Perù)
Undicesima sessione dell’Organo di Governo del Trattato
Da leggere
Questa pubblicazione presenta le 32 opzioni per realizzare i diritti degli agricoltori, estratte dalle esperienze presenti nell’Inventario e organizzate in 11 categorie. Ogni categoria ha più di un’opzione, un elenco di esempi, una spiegazione dell’opzione, e quali tipi di misure possono essere prese.
Per approfondimenti:
https://www.fao.org/plant-treaty/areas-of-work/farmers-rights/en/
da Manuele Bartolini | Gen 15, 2025 | Articoli, Notiziari, Ricerca azione
Favorire lo scambio tra regioni, paesi e progetti può essere un’inizio!
di Riccardo Bocci – Rete Semi Rurali
Si è tenuto dal 25 al 27 novembre 2024 ad Harare (Zimbabwe) il workshop dal titolo “Dal miglioramento genetico per la diversità alla legislazione sementiera. Come promuovere un ambiente favorevole ai sistemi sementieri degli agricoltori? Una condivisione di esperienze tra Europa e Africa”.
L’incontro è stato organizzato all’interno del progetto di cooperazione Seeds for the Future (SEFF), dai partner Rete Semi Rurali, CTDT e Cospe. Il primo elemento emerso nella preparazione del workshop è che sul tema sono attivi diversi progetti, promossi da agenzie di cooperazione di diversi paesi europei, con poco scambio di esperienze tra di loro. Per questo motivo è stato costituito un comitato organizzatore che ha visto la partecipazione di otto progetti, attivi in nove paesi africani Zimbabwe, Zambia, Uganda, Malawi, Niger, Eswatini, Mozambico, Tanzania, Sud Africa).
Nella prima giornata sono state organizzate presentazioni dai vari paesi per avere un quadro delle difficoltà e delle possibili soluzioni trovate nei diversi contesti. Questo scambio si è arricchito con la presenza italiana che ha raccontato le deroghe contenute nella legislazione attuale in Europa (varietà da conservazione e materiale eterogeneo biologico) e le novità della proposta di regolamento della Commissione europea, oggetto del negoziato in corso con Parlamento e Consiglio.
L’evento ha visto l’attiva collaborazione del Trattato FAO sulle Risorse Genetiche Vegetali per l’Agricoltura e l’Alimentazione
(ITPGRFA), nel quadro dell’implementazione delle Risoluzioni 6 e 7 della decima riunione dell’Organo di Governo (OG) del 2023 che chiedevano ai paesi e agli stakeholder di organizzare workshop regionali sul tema dell’uso sostenibile e dei diritti degli agricoltori.
La partecipazione dello staff del segretariato dell’ITPGRFA ha consentito di avere un quadro aggiornato dei negoziati in vista della prossima riunione dell’OG nel 2025 e dei progetti in corso promossi attraverso il Benefit Sharing Fund del Trattato. Alla tre giorni hanno partecipato 80 persone, con un profilo molto ampio – agricoltori, ricercatori, tecnici, funzionari dei ministeri, responsabili di progetti arricchendo i lavori con punti di vista molto diversi tra di loro e, alcune volte, anche opposti. Per facilitare il dialogo e confrontarsi su problematiche concrete, nel secondo giorno, i partecipanti sono stati divisi in gruppi,
portando la discussione su 5 passaggi essenziali del funzionamento dei sistemi sementieri: accesso alle sementi, miglioramento e ricerca, registrazione delle varietà, certificazione delle sementi e produzione sementiera. Con la metodologia
del world-cafè i partecipanti hanno seguito tutti i cinque gruppi, entrando nel vivo delle difficoltà e delle possibili soluzioni.
Ecco alcuni dei temi che sono emersi:
• Importanza delle Case delle sementi e necessità di integrarle con le banche del germoplasma nazionali;
• Necessità di sostenere la ricerca pubblica per favorire i processi di miglioramento genetico partecipativo;
• Come passare dalle registrazione varietale a processi più semplici sul modello della notifica del Materiale Eterogeneo Biologico in Europa;
• Come mantenere la qualità delle sementi attraverso processi decentralizzati di controllo basati sulla certificazione
partecipata;
• Come sviluppare delle etichette specifiche per queste sementi;
• Come evitare i fenomeni di biopirateria.
Questi elementi sono stati portati alla riunione dell’Unione Africana a Nairobi (vedi box), dove alcuni dei partecipanti erano stati invitati. Uno dei risultati più interessanti del workshop, e non scontato all’inizio, è stata la voglia dei partecipanti a continuare questo scambio di esperienze e conoscenze, andando a costituire una Comunità di Pratiche che interagirà in
futuro al di là dei progetti in cui i singoli attori sono coinvolti. Nel concreto questa comunità sta lavorando a elaborare un information document per la prossima riunione dell’OG, per presentare i gli elementi critici e le esperienze positive rispetto
allo sviluppo di sistemi sementieri diversificati. Infatti, la sfida del futuro, emersa chiaramente durante la tre giorni, sarà quella di immaginare e costruire sistemi legali basati non solo su varietà distinte, uniformi e stabili all’interno dei cosiddetti sistemi sementieri formali, ma in grado di accogliere la diversità varietale attraverso il riconoscimento dei sistemi sementieri informali.
Unione Africana e Farmer Managed Seed Systems
L’Unione Africana vuole costruire un quadro politico per fornire una guida strutturata a governi, stakeholder e organizzazioni per riconoscere e rafforzare i sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori (Farmer Managed Seed Systems, FMSS) e integrarli in politiche agricole più ampie.
Questi sistemi sono fondamentali per sostenere la biodiversità agricola dell’Africa, migliorare la sicurezza alimentare, i mezzi di sussistenza e rafforzare la resilienza dei piccoli agricoltori ai cambiamenti climatici. I FMSS si riferiscono a sistemi basati sulle comunità, attraverso i quali gli agricoltori selezionano, conservano, producono, scambiano e commerciano le sementi, basandosi prevalentemente su varietà tradizionali, sulle conoscenze indigene, su pratiche e regole sviluppate in base alle loro abitudini, adattandosi all’ambiente in continuo mutamento. Nonostante il loro contributo, i FMSS sono ancora poco riconosciuti e non sufficientemente supportati dalle politiche nazionali, che tendono a favorire i sistemi sementieri commerciali. Dal 9 al 13 dicembre 2024 a Nairobi, in Kenya, si è tenuto il workshop per discutere la strategia e il piano di azione 2026-2035 per promuovere i FMSS, in concomitanza con la quinta riunione del gruppo direttivo della piattaforma di partenariato africano per le sementi e le biotecnologie.