da Manuele Bartolini | Apr 7, 2025 | Articoli, Case sementi
di Riccardo Bocci, Bela Bartha, Helene Maierhofer, Michaela Arndorfer e Michele Salvan – tratto da Genetic Resources Journal
Questo articolo illustra il ruolo delle banche dei semi comunitarie (CSB) in Europa all’interno della comunità delle risorse genetiche vegetali per l’alimentazione e l’agricoltura e il loro ruolo nella conservazione e nell’uso sostenibile dell’agrobiodiversità in complementarietà con il sistema di gestione
ex situ . Per oltre 40 anni, le CSB in tutto il mondo sono emerse come parte del cosiddetto sistema informale dei semi per contrastare la perdita di varietà adattate localmente attraverso lo sviluppo di sistemi di semi collettivi. La maggior parte degli studi e degli articoli fa riferimento a esperienze del Sud del mondo, mentre manca ancora un’analisi completa dell’impatto e del ruolo delle CSB sui sistemi di semi nei paesi industrializzati. Questo documento fornisce tre casi di studio che descrivono l’esperienza di banca dei semi comunitaria di diverse organizzazioni europee: Pro Specie Rara (Svizzera), Arche Noah (Austria) e Rete Semi Rurali (Italia). Queste organizzazioni esemplificano la diversità tra le CSB europee e i loro sforzi per impegnarsi con le banche genetiche e il sistema formale dei semi.
da Manuele Bartolini | Apr 7, 2025 | Articoli, Collaborazioni redazionali, Seminare il cambiamento
I nuovi Ogm sono l’ennesimo paradigma riduzionista e scientista. Mentre le centrali cooperative rinunciano a difendere la biodiversità.
di Riccardo Bocci – Altreconomia 279 – Marzo 2025
Quale sarà il futuro dell’agricoltura italiana? A sentire la discussione che si è tenuta il 29 e 30 gennaio a Verona, durante la Fieragricola, la linea è tracciata: i nuovi organismi geneticamente modificati (Ogm)/new genomic techniques (Ngt) o tecniche di evoluzione assistita (Tea), come li chiamiamo in Italia, sono l’innovazione da cui non si può prescindere.
Il Manifesto definito durante la Fiera vede la firma di tutte le componenti sindacali (Cia, Coldiretti e Confagricoltura), che già in più occasioni si sono espresse con slancio per queste tecnologie, ma anche il mondo delle cooperative nelle sue varie colorazioni (Legacoop, Confcooperative e Copagri) e, ovviamente, Assobiotec e Assosementi.
Rispetto alla partita giocata venti anni fa intorno agli Ogm il panorama è completamente diverso. Una parte del mondo sindacale ha “cambiato sponda”, così come quello delle cooperative, mentre la grande distribuzione organizzata resta silente a osservare, tanto ormai ha in mano il mercato, come certifica il XXI Rapporto Marca realizzato da Circana, che indica la marca del distributore (Mdd) al 30,1% delle vendite del largo consumo confezionato. Non vedremo mai, quindi, la pubblicità della fragola con la lisca di pesce nei supermercati, che tanto impatto ha avuto nel costruire l’immaginario sugli Ogm nei cittadini.
Il Manifesto sulle Tea siglato a Verona chiede cose precise al governo italiano: un comitato interministeriale per seguire e favorire l’approvazione del regolamento europeo che si sta negoziando, un Tavolo permanente dedicato, una campagna di comunicazione istituzionale che dovrebbe “convincere” cittadini e agricoltori a usare questa tecnologia, una rete di ricerca pubblica e privata dedicata anche attraverso prove in campo aperto e, infine, risorse per ricerca di base e applicata. Come si vede una strategia precisa che individua nello sviluppo dei nuovi Ogm la salvezza per l’agricoltura italiana, dimentica di come il problema agricolo non sia risolvibile da una singola tecnologia.
Volendo semplificare si tratta dell’ennesima riproposizione di un paradigma riduzionista e scientista a un tema che, invece, andrebbe affrontato mettendo in discussione la modernizzazione stessa e il concetto di progresso che ci hanno portato alla situazione attuale. Purtroppo, a differenza di quanto successo ai tempi degli Ogm in cui la destra al governo si era fermamente opposta al loro utilizzo, oggi la situazione è cambiata.
La pagina Facebook del ministro Lollobrigida informa che “con la Legge di Bilancio 2025 destiniamo 21 milioni di euro alla ricerca” e che con questi fondi “sosteniamo lo sviluppo delle Tea, strumenti che consentono di migliorare le colture senza ricorrere agli Ogm”. Una presa di posizione precisa che, unita al decreto siccità del 2023 che permetteva la sperimentazione in pieno campo, fa dell’Italia uno dei Paesi europei più impegnato nel promuovere questa tecnologia.
Sono 21 milioni di euro i fondi stanziati dal Governo Meloni nell’ultima Legge di Bilancio per la “ricerca e sviluppo” delle Tea
Mentre si stanziavano queste risorse, il ministero ha ridotto il fondo destinato all’implementazione del Trattato Fao sulla diversità vegetale agricola a cui già dedicava soltanto un milione di euro all’anno circa. Sarà quindi ancora più difficile mantenere le banche delle sementi, luoghi deputati alla conservazione della biodiversità agricola per fini di ricerca o di uso diretto da parte degli agricoltori.
Ricordiamo che gestire queste banche non vuol dire solo mantenere le sementi nei frigoriferi, ma anche caratterizzarle e moltiplicarle ogni tanto per garantire buoni tassi di germinabilità. Un lavoro nascosto, delicato e rigoroso che non è sulla prima pagina dei giornali. Eppure, è in questi luoghi, che spaziano dai centri di Crea e Cnr, alle Università, agli orti botanici fino alle case delle sementi e ai campi degli agricoltori, che si cela il futuro della nostra agricoltura. Non saranno i nuovi Ogm o Tea con una spruzzata di Made in Italy a risvegliare l’agricoltura nostrana dalla crisi di senso e identità.
da Manuele Bartolini | Mar 3, 2025 | agrobiodiversità, Articoli, Legislazione, Seminare il cambiamento, UE
11 associazioni italiane denunciano nel documento sulla visione dell’agricoltura e l’alimentazione presentato dalla Commissione UE il 19 febbraio la mancanza di una chiara spinta al cambiamento e una pericolosa sottovalutazione dei problemi ambientali e sociali
Lo scorso 19 febbraio il Commissario europeo Hansen in una conferenza stampa congiunta con il vicepresidente Fitto ha presentato la visione a lungo termine dell’UE per l’agricoltura e l’alimentazione, che definisce i piani per il sistema agroalimentare verso il 2040 e oltre. Il documento avrebbe dovuto fare seguito a quanto emerso dal Dialogo strategico per l’agricoltura, firmato anche dalle associazioni agricole. La visione ha però cambiato direzione, tradendo l’accordo raggiunto e attirando le critiche di 11 associazioni italiane, che unendosi alle analisi delle ONG di conservazione della natura, dell’agroecologia e dei consumatori europei, esprimono insoddisfazione per un documento che sottovaluta i problemi ambientali e sociali connessi ai sistemi agroalimentari, puntando in modo miope solo sulla competitività delle imprese a breve termine.
Il documento della Commissione UE non cita mai gli obiettivi delle due Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, ignorando che i problemi ambientali e sociali che li hanno motivati restano senza soluzioni ed avranno certamente impatti negativi sull’agricoltura dei 27 Paesi europei dell’Unione, in primis per le piccole e medie aziende, che continueranno inesorabilmente a chiudere (dal 2010 al 2020 il numero di aziende agricole è diminuito di ben 487.000 unità).
“Auspicavamo che con questo documento la Commissione promuovesse piani concreti per dare attuazione alle raccomandazioni del dialogo strategico – affermano le Associazioni italiane – ma purtroppo questo non è avvenuto. I pochi elementi positivi presenti nella Visione della Commissione non bastano ad avviare il necessario e urgente cambio dei modelli di produzione e consumo nelle filiere agroalimentari della UE. Ancora una volta ha prevalso la volontà di mantenere lo status quo in difesa degli interessi delle grandi aziende e corporazioni agricole a spese di tanti medi e piccoli agricoltori europei”.
Le Associazioni, pur apprezzando alcuni aspetti della visione, come l’attenzione al riconoscimento del giusto prezzo per i produttori, al biologico, al ricambio generazionale favorendo l’ingresso dei giovani in agricoltura, l’impegno per un’etichettatura più trasparente e per una reciprocità delle regole ambientali e sociali negli scambi commerciali, insieme al richiamo seppur vago alle soluzioni basate sulla natura, sottolineano come non vengano affrontati i grandi problemi che determinano gli impatti ambientali e sociali dei settori agroalimentari dell’Unione europea.
Il documento della Commissione non prevede una dismissione dei pagamenti della Politica Agricola Comune (PAC) non mirati, come invece indicato nelle conclusioni del dialogo strategico, e conferma anzi la scelta dei pagamenti diretti basati sulla superficie delle aziende agricole, ignora la necessità di sostenere gli agricoltori più bisognosi di aiuto e più virtuosi. Il documento non cita in alcun modo la possibilità di considerare tra i criteri per i pagamenti diretti della PAC anche l’intensità del lavoro e i risultati degli interventi per il clima e l’ambiente.
“Pur comprendendo il disagio del mondo agricolo rispetto alla grande mole di burocrazia, che va certamente ridotta, non crediamo che l’indebolimento delle regole e degli impegni per la tutela dell’ambiente sia la strada da perseguire” continuano le Associazioni. La visione, infatti propone di semplificare ulteriormente la PAC, rinunciando a un controllo ancora maggiore su ciò che accade a un terzo del bilancio dell’UE. Con meno regole vincolanti ci saranno meno probabilità che i Paesi dell’UE promuovano un’agricoltura sostenibile, come è avvenuto dopo la semplificazione della PAC del 2024.
Poco incisivo per le Associazioni anche l’approccio al sistema zootecnico. Se è vero che nella visione si propone di migliorare le norme sul benessere degli animali e di eliminare gradualmente le gabbie negli allevamenti, il settore zootecnico viene in gran parte assolto dal suo impatto sul clima e sulla salute dei cittadini europei. Il documento non indica con chiarezza la necessità di promuovere una transizione agroecologica della zootecnia, con obiettivi di riduzione degli allevamenti intensivi e la promozione di una zootecnia estensiva collegata alla gestione della superficie agricola utilizzata. Una transizione agroecologica della zootecnia che dovrebbe essere accompagnata da una riduzione dei consumi di carne e proteine di origine animale, attraverso la promozione di diete sane ed equilibrate.
“La visione rimane ancora troppo vaga su come incoraggiare uno spostamento a diete più sostenibili e salutari. Se non si affronta seriamente una strategia che miri alla modifica del modello alimentare, i buoni propositi rimarranno, di nuovo, solo sulla carta” concludono le Associazioni.
Il documento della Commissione UE è disponibile al link: https://agriculture.ec.europa.eu/vision-agriculture-food_en
Le 11 Associazioni: AIAB, ACU-Associazioni Consumatori Utenti – AIDA-Associazione Italiana di Agroecologia, Associazione Italiana per l’Agricoltura Biodinamica, FIRAB, GreenPeace Italia, Lipu, ProNatura, Rete Semi Rurali, Terra!, WWF Italia
da Manuele Bartolini | Feb 18, 2025 | Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Il commercio agricolo globale è nelle mani di un pugno di grandi aziende che condizionano i sistemi alimentari. Non è solo un problema economico.
di Riccardo Bocci – Altreconomia 278 – Febbraio 2025
A novembre 2024 il comitato Agricoltura del Parlamento europeo ha commissionato uno studio dal titolo “The role of commodity traders in shaping agricultural markets”, per capire come sono strutturati i sistemi alimentari e chi li controlla, soprattutto in seguito alle crisi legate alla guerra in Ucraina. Certo non si tratta di un argomento nuovo. Sono almeno vent’anni che se ne parla e alcuni ricercatori come Phil Howard negli Stati Uniti raccontano da tempo come il libero mercato sia un’invenzione accademica, dominati come siamo da oligopoli o monopoli, e di come il problema non sia meramente economico o di fallimento del mercato, ma colpisca in maniera negativa le nostre vite.
Infatti Howard già nel libro del 2021 “Concentration and Power in the Food System: Who Controls What We Eat?” scriveva che “il potere delle aziende dominanti si estende ben oltre l’aspetto economico, per esempio, gli dà la possibilità di danneggiare comunità ed ecosistemi nella loro ricerca di profitti più alti di quelli medi”.
Quindi niente di nuovo sotto il sole? In realtà no, perché questo rapporto mette nero su bianco una serie di analisi che finora non avevano mai avuto una provenienza così istituzionale, ma erano considerate frutto di movimenti sociali fondamentalmente anticapitalisti. I “cattivi” dovrebbero essere ormai noti anche al grande pubblico. Si tratta di Archer Daniels Midland (Adm, attiva dal 1902), Bunge (1818), Cargill (1865) e Louis Dreyfus Company (Ldc, 1851), anche conosciuti con l’acronimo “Abcd”, che oggi controllano il 50-60% del mercato globale delle materie prime agricole, dato in diminuzione rispetto a pochi anni fa visto che stanno emergendo altri attori come Cofco international (China), Wilmar international e Olam group (Singapore) e Kernel (Ucraina).
Se, storicamente, le “Abcd” si concentravano sulle fasi di stoccaggio, trasporto e lavorazione primaria delle materie agricole, negli ultimi anni hanno intrapreso processi di integrazione orizzontale (acquisizione di competitori) e verticale (espansione in settori diversi come l’alimentazione animale anche di quelli domestici, i biocarburanti e più recentemente le proteine vegetali) che hanno aumentato la loro posizione dominante.
Il 50/60% è la quota del mercato globale delle materie prime agricole controllata dalle aziende Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus Company (conosciute come “Abcd”)
Gli economisti non si sono mai preoccupati dei problemi causati da mono e oligopoli, troppo accecati dal fatto che questi processi di economie di scala avrebbero portato a una riduzione dei costi di transazione secondo la teoria economica, con supposti effetti benefici per tutti.
Purtroppo, si sono dimenticati i rischi presenti nel mondo reale, legati ad alti prezzi al consumo, bassi prezzi ai fornitori e ridotta innovazione. Per non citare il fatto che i gruppi dirigenti di queste società sono composti principalmente da maschi, bianchi e sessantenni.
Il rapporto si concentra sulle scorte strategiche delle materie prime, viste come possibile strumento per far fronte all’imprevedibilità dell’approvvigionamento alimentare dovuta a crisi e cambiamenti climatici. L’impatto della concentrazione del settore si fa sentire anche in questo caso, dato che “Abcd” non sono obbligate a rivelare le loro capacità, stimate intorno al 10% delle attuali scorte globali, ostacolando così un’analisi della situazione e la trasparenza del mercato.
L’ultima parte dell’analisi conferma il sempre maggior impatto della finanza e del mercato dei derivati sui prezzi delle derrate agricole, segnalando come “sebbene siano state introdotte numerose leggi dopo la crisi finanziaria del 2008, sussistono ancora lacune significative nella supervisione e nella regolamentazione dei mercati fisici e finanziari”.
Insomma, il quadro finale è a tinte fosche con pochi margini per immaginare trasformazioni del settore nei prossimi anni.
da Manuele Bartolini | Feb 3, 2025 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Scambio delle sementi e gestione dinamica delle diversità intersecano discipline differenti. Il rigido approccio del ministero competente non aiuta.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 277 – Gennaio 2025
Il 5 dicembre 2024 il ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (Masaf) ha finalmente pubblicato il decreto attuativo per permettere la commercializzazione di sementi di “Materiale eterogeneo biologico” (Meb). Si tratta di una nuova categoria di sementi non uniformi e non protette da proprietà intellettuale, istituita dal Regolamento sull’agricoltura biologica del 2018. È un importante passo avanti per la diversificazione dei sistemi sementieri, atteso da circa due anni, visto che il Regolamento sul bio è entrato in vigore nel gennaio 2022. Sarà così possibile notificare e commercializzare il Meb in maniera semplificata rispetto a quanto accade con le varietà convenzionali, che devono essere “Distinte, uniformi e stabili” (i famosi criteri Dus) per poterne vendere le sementi.
Ma perché questo ritardo nel rendere operativa una norma contenuta in un regolamento? Si trattava di un atto quasi dovuto che doveva solo individuare il soggetto a cui inviare i campioni e tradurre in italiano il facsimile di notifica.
L’iter di questo decreto ci racconta delle difficoltà delle strutture organizzative istituzionali a gestire temi complessi e trasversali, come per l’appunto il Meb. Infatti le sementi sono di competenza di un ufficio del Masaf, mentre il biologico è seguito da un altro ufficio, afferente a dipartimenti e, quindi, dirigenti diversi. Ovviamente chi si è sempre occupato di sementi convenzionali non ha visto di buon occhio le deroghe create dal regolamento bio e considera la possibilità di commercializzare sementi “non Dus” come un vulnus che mina le basi di tutto il sistema. D’altro canto, chi si occupa di biologico nel ministero è più pronto ad accettare questi nuovi concetti, stando a contatto con quegli attori che si sono battuti per ottenere queste deroghe per avere maggiore diversità nelle varietà usate nel biologico. Questi due uffici non si frequentano, purtroppo, e non esiste nessuno strumento che favorisca la loro integrazione.
Abbiamo un problema istituzionale. Non è più possibile gestire in maniera così specializzata e compartimentata temi che per loro natura sono transdisciplinari e attraversano più settori. È necessario, inoltre, costruire un nuovo sistema di trasparenza di questi processi decisionali che non può più basarsi sui classici strumenti di negoziazione sindacale. Ci sono nuovi attori da coinvolgere, in un’ottica partecipativa e inclusiva che renda le istituzioni e i loro procedimenti più vicini ai cittadini.
Sono necessari due anni anni per rendere operativa la norma che permette la vendita di sementi di “Materiale eterogeneo biologico”
Ad esempio, in questi mesi si sta negoziando il nuovo regolamento sulla commercializzazione del materiale di propagazione vegetale. Un tema centrale per l’agricoltura europea perché le sementi che usiamo definiscono i futuri sistemi agricoli e alimentari. Dopo la proposta della Commissione europea di luglio 2023 e il voto del Parlamento ad aprile 2024, ora la discussione è in seno al Consiglio, cioè ai vari ministeri dell’Agricoltura degli Stati membri. Ovviamente, l’ufficio che segue il dossier è quello delle sementi, ma il testo del Regolamento ha tra i suoi nuovi obiettivi la conservazione della biodiversità agricola e nuove regole per lo sviluppo di varietà biologiche. Si parla di gestione dinamica della diversità e di permettere a questo scopo lo scambio delle sementi tra agricoltori. Temi che non sono strettamente legati all’ufficio sementi, ma, piuttosto, di competenza di quello del biologico e di quei funzionari che si occupano di biodiversità. Quindi tre uffici diversi che, però, non comunicano tra loro. Ragione per cui non sappiamo come verrà fatta la sintesi della posizione italiana in seno al Consiglio e quale punto di vista sarà espresso.
Il rigido e ingessato apparato istituzionale ereditato dal secolo scorso non è più funzionale per rispondere alle sfide che abbiamo davanti.