“Recovering res communis from res propia: how does open source seed contribute to farmers’ seed rights and breeding for diversity?

“Recovering res communis from res propia: how does open source seed contribute to farmers’ seed rights and breeding for diversity?

Pubblicato l’articolo in collaborazione con G.O.S.S.I

di Raquel Ajates · Riccardo Bocci · Shalini Bhutani · Almendra Cremaschi · Jack Kloppenburg · Johannes Kotschi · Georie Pitong · Patrick Van Zwanenberg · Daniel Wanjama

Contesto:

L’attuale complesso quadro normativo in materia di governance delle sementi e l’industria delle sementi sempre più oligopolistica che lo ha sostenuto hanno creato una serie di recinti che impediscono agli agricoltori e a molti coltivatori di accedere liberamente alle sementi, condividerle e migliorarle, limitando la loro libertà di operare e cooperare. In opposizione alla conseguente perdita continua sia della diversità coltivata che dei diritti degli agricoltori sulle sementi, sono emerse iniziative sperimentali che applicano modelli open source e principi copyleft al settore delle sementi. Questo articolo presenta sei iniziative provenienti da cinque continenti diversi che applicano modelli di semi open source (OSS) in contesti culturali, politici e agronomici molto diversi: Bioleft in Argentina, Seed Savers Network in Kenya, MASIPAG nelle Filippine, OpenSourceSeeds in Germania, Open Source Seed Initiative negli Stati Uniti e Rete Semi Rurali in Italia. Analizziamo i meccanismi con cui i modelli OSS cercano di superare i vincoli legali, di conoscenza e finanziari creando spazi operativi sicuri negli attuali quadri di governance, promuovendo la diversità e ricostruendo ponti tra agricoltori e selezionatori, mentre esplorano modelli finanziari innovativi per finanziare la selezione per la diversità colturale. I risultati mostrano che l’OSS emerge come una strategia sinergica per amplificare i diritti sulle sementi attraverso tre dimensioni: in primo luogo, geograficamente, collegando gli sforzi locali e internazionali per migliorare la diversità colturale e i diritti sulle sementi. In secondo luogo, una dimensione temporale, agendo ora, nell’attuale contesto giuridico.


Non c’è spazio per il dialogo sui nuovi Ogm

Non c’è spazio per il dialogo sui nuovi Ogm

Ogni voce fuori dal coro viene silenziata e bollata come antiscientifica. Non solo nell’accademia. Un problema per la ricerca agricola e per tutti.

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 283 – Luglio/Agosto 2025

Dove sta andando la ricerca agricola pubblica italiana? Risposta non facile in un momento come questo in cui il dibattito pubblico si è polarizzato sui nuovi Ogm o sulle Tecniche di evoluzione assistita (Tea).

Questa nuova tecnologia ha assunto il ruolo taumaturgico e salvifico sul futuro della ricerca: se le regole faciliteranno il suo uso il progresso sarà garantito, altrimenti finiremo in un’epoca oscurantista. Ogni dialogo è interrotto e ogni voce fuori da questo coro silenziata e bollata come antiscientifica. Fa effetto leggere sulle riviste di settore articoli di commento alla prossima Politica agricola comune (Pac), che, nelle rivendicazioni politiche per dare un futuro all’agricoltura, mettono anche l’approvazione del nuovo regolamento sulle New genomic techniques (Ngt).

Il sillogismo è semplice nella sua banalità: volete ridurre i pesticidi e far fronte ai cambiamenti climatici? Allora l’unica strada sono le Ngt. Un’affermazione che dimentica che da anni modelli agricoli alternativi come il biologico coltivano senza input chimici di sintesi e come la sfida climatica sia legata alla diversificazione dei sistemi agroalimentari, all’interno della transizione verso l’agroecologia.

La stessa retorica la ritroviamo nelle affermazioni della senatrice Elena Cattaneo che, dalle pagine di D di Repubblica nello speciale “Food” del 7 giugno scorso, ammonisce quanti hanno paura dell’innovazione e della ricerca. La sua narrazione è anch’essa semplice e banale: abbiamo sempre fatto miglioramento genetico delle piante e non dobbiamo temere queste nuove tecnologie che sono precise e sicure. Questo approccio, riduzionista e scientista, dimentica come la questione della ricerca agricola sia un tema complesso e socialmente costruito, che coinvolge diversi e variegati attori: gli agricoltori, che dovrebbero usare le innovazioni, i cittadini, che dovrebbero accettarle nei loro piatti, e in generale la società.

Non tiene in considerazione, inoltre, dell’evoluzione della genetica negli ultimi trent’anni, che ha disegnato un genoma sempre più fluido e in interazione continua con il suo ambiente, ben lontano dal dogma centrale della biologia in cui un gene codifica una proteina. Nel 2025 non è più possibile immaginare questo tema lasciato solo nelle mani degli esperti, sempre più settoriali e, nel caso della genetica agraria, sempre più lontani dal campo. Non è accettabile relegare nell’angolo del pensiero oscurantista quanti si permettono di criticare la scienza ufficiale, e allo stesso tempo, portano avanti nuovi modelli di ricerca e azione. Manca, purtroppo, un luogo in cui questo dialogo possa avvenire, ma non nell’ottica classica con cui molti studiosi fanno comunicazione della scienza.

La dotazione finanziaria del Pnrr destinata all’innovazione e alla meccanizzazione nel settore agricolo e alimentare è pari a mezzo miliardo

Il fine del dialogo, infatti, non è convincere i non scienziati della bontà della tecnologia ma valutarne insieme la sua efficacia e accettabilità. Avendo come opzione anche la scelta di non usarla. Varrebbe la pena domandarsi quante promesse dei “vecchi” Ogm degli anni Novanta del secolo scorso siano state mantenute per capire il contesto in cui quell’innovazione ha funzionato e quale modello agricolo ha promosso.

Nel frattempo, dopo la pandemia da Covid-19, la ricerca agraria ha vissuto un periodo d’oro, forse come mai nella sua storia, inondata dalle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che ha favorito una proliferazione di progetti, attività e contratti precari. Tutti rigorosamente in scadenza a fine 2026. Purtroppo questi fondi non sono serviti per ristrutturare il sistema della ricerca agricola, mettendo un po’ di ordine tra i troppi enti suddivisi tra Cnr, Crea, Enea e università, e facenti capo a due ministeri diversi. Il Pnrr ha tappato e mascherato deficienze pregresse, mancando, però, di rispondere alle domande di fondo. Per chi e con chi si fa la ricerca? Quale modello agricolo si vuole promuovere?

Coltiviamo la diversità 2025, l’incontro annuale all’azienda agricola Floriddia

Coltiviamo la diversità 2025, l’incontro annuale all’azienda agricola Floriddia

Si è svolto dal 13 al 14 giugno 2025 il consueto appuntamento di Rete Semi Rurali presso l’azienda agricola biologica Floriddia a Peccioli (PI) nell’ambito delle attività di Coltiviamo la Diversità! Un mese di cereali.
Quest’anno il tema principale è stato dedicato all’agroecologia. Il primo giorno abbiamo provato a vedere nella pratica cosa si può fare di trasformativo in questo senso: abbiamo fatto delle fermentazioni, giocato con le consociazioni e provato a scoprire come i microrganismi del suolo influenzano la vita delle piante di cereali. Il secondo giorno abbiamo affrontato da un punto di vista tecnico le stesse tematiche e presentato alcuni risultati di progetto: Tribiome, Liveseeding, Intercropvalue e Dialogo strategico.


Come sempre siamo stati insieme con buon cibo e buona musica!


Romolo Onor

Romolo Onor

di Daniele Vergari

Pioniere dell’agronomia coloniale italiana

Romolo Onor (1880 – 1918) nacque a San Donà di Piave il 14 febbraio in una famiglia di modeste condizioni: il padre era maestro elementare. Dopo la precoce scomparsa della madre, riuscì a proseguire la sua formazione grazie a una borsa di studio, frequentando il prestigioso Convitto “Marco Foscarini” di Venezia. Mostrò sin da giovane eccezionali doti intellettuali e si laureò con lode in Agraria alla Scuola Superiore di Agricoltura di Pisa nel 1902 , discutendo una tesi sull’economia rurale del Basso Piave. Fu il primo studente nella storia della scuola a ricevere il massimo dei voti con lode.
Dopo esperienze formative presso diverse cattedre ambulanti di agricoltura, tra cui quelle di Cremona,

Chiavari e Arezzo, Onor si distinse come tecnico competente e divulgatore instancabile. Nel 1910, su incarico del governatore Giacomo De Martino, partì per la Somalia Italiana come consulente agrario, ruolo in cui avrebbe dato il contributo più duraturo della sua carriera.

In Somalia, Onor condusse esplorazioni approfondite e ricognizioni delle aree agricole, in particolare nelle regioni del Giuba e dello Uebi Scebeli. Realizzò la prima vera sistematizzazione delle condizioni agricole del territorio, elaborando progetti e relazioni che avrebbero influenzato profondamente la politica agraria coloniale. Fondò i campi sperimentali di Caitoi e successivamente quello di Genale, introducendo tecniche di coltivazione moderne, esperimenti con nuove varietà agricole e soluzioni per l’irrigazione, ritenendo sempre la sperimentazione scientifica il fondamento per lo sviluppo.

Accanto alla ricerca scientifica, Onor svolse anche una preziosa attività divulgativa, pubblicando articoli, relazioni e opuscoli, molti dei quali ancora oggi sono riconosciuti come testi pionieristici sull’agricoltura tropicale. Le sue osservazioni sul clima, sulle malattie delle piante e sull’organizzazione del lavoro furono frutto di un intenso contatto con l’ambiente somalo e le popolazioni locali, che lo ricordarono a lungo con rispetto e gratitudine. La sua figura, rigorosa, scrupolosa e appassionata, lasciò un’impronta duratura.

Tuttavia, il suo percorso fu segnato anche da difficoltà crescenti: la carenza di risorse, la debolezza amministrativa coloniale, l’isolamento personale e soprattutto le forti divergenze con il governatore De Martino circa la strategia di colonizzazione. Mentre Onor proponeva una colonizzazione graduale, fondata sulla collaborazione con le popolazioni indigene e su solide basi tecniche, il governatore preferiva piani più ambiziosi e accelerati di insediamento italiano, visione che Onor considerava prematura e potenzialmente fallimentare.

Profondamente deluso, indebolito fisicamente e psicologicamente provato dalle tensioni e dal senso di incomprensione, Romolo Onor si tolse la vita tra il 25 e il 30 luglio 1918 a Genale, lasciando un vuoto difficile da colmare. La sua morte segnò una battuta d’arresto nello sviluppo dell’agricoltura somala, ma il suo contributo fu in seguito rivalutato: gli furono dedicati una strada a Mogadiscio e un cippo a Genale, e nel suo paese natale, San Donà di Piave, un istituto scolastico porta oggi il suo nome.

La figura di Romolo Onor, a lungo dimenticata, è oggi riconosciuta come quella di un autentico precursore, un tecnico rigoroso e lungimirante, il cui approccio etico e scientifico all’agronomia coloniale rappresenta un raro esempio di onestà e competenza. Come ricordò un agronomo somalo molti anni dopo: “l’agricoltura somala deve tutto a Romolo Onor”.

Puglia: due progetti integrati sulla biodiversità orticola per il futuro dell’agricoltura

Puglia: due progetti integrati sulla biodiversità orticola per il futuro dell’agricoltura

di Adriano Didonna, Massimiliano Renna e Pietro Santamaria – Università di Bari Aldo Moro

La Puglia è una regione ricca di diversità. Non solo nei paesaggi, nei dialetti o nelle tradizioni culinarie, ma anche, e soprattutto, nelle sue colture orticole.

Da secoli, agricoltori e comunità locali selezionano e custodiscono varietà orticole adattate a suoli, microclimi e bisogni locali: pomodori dalla forma e dal gusto unici (fig. 1), melanzane e carote dai colori cangianti, antiche popolazioni di fava per il consumo fresco e/o secco, peperoni dolci e piccanti dalle mille sfumature, cicorie di cui si utilizzano soprattutto gli steli (fig. 2), cime di rapa, meloni immaturi e… tanto altro. Un patrimonio inestimabile di biodiversità, oggi al centro di una nuova stagione di attenzione anche grazie ai progetti BiodiverSO (“Biodiversità delle Specie Orticole della Puglia”).

Queste iniziative, finanziate dagli ultimi due PSR, sono coordinate dal Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, e condividono l’obiettivo di recuperare, caratterizzare, conservare e valorizzare la biodiversità orticola pugliese, partendo dal lavoro degli agricoltori custodi e aprendo la strada alla cittadinanza attiva e alla valorizzazione agroalimentare delle varietà locali.

Attraverso una ricerca estesa sul territorio e un dialogo continuo con i portatori di conoscenza (agricoltori, tecnici, appassionati) (figg. 3-5), i progetti hanno individuato, descritto e conservato (nelle banche del germoplasma) numerose varietà locali di ortaggi pugliesi, molte delle quali rischiavano l’oblio. Ogni varietà è stata documentata con schede morfologiche, descrizioni agronomiche e, quando possibile, anche analisi genetiche. Il lavoro svolto è reso accessibile e partecipativo grazie a due portali web (karpos.biodiversitapuglia.it e veg.biodiversitapuglia.it), che offrono banche dati, fotografie, mappe interattive, strumenti per segnalare nuove varietà e news, nonché da canali social dove vengono pubblicate ogni giorno “pillole” di agrobiodiversità (Facebook: facebook.com/BiodiverSO; Instagram: @biodiverso_biodiversitapuglia). Non mancano prodotti editoriali a carattere divulgativo resi accessibili in forma gratuita sia in formato cartaceo, sia in formato digitale.

A differenza del primo progetto BiodiverSO (PSR Puglia 2007-2013), l’azione dei progetti BiodiverSO Karpos e BiodiverSO Veg (PSR Puglia 2014-2020) non si ferma alla conservazione. Infatti, è proprio grazie alle attività di ricerca sul campo, alla promozione e ai progetti di valorizzazione ad hoc che le varietà locali diventano protagoniste anche delle filiere corte, dei mercati contadini e delle cucine del territorio. Per alcune di esse è stata possibile l’iscrizione nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali di Puglia (ad esempio la “Cima di cola” e la “Carota di Polignano”) (figg. 6, 7), per altre (ad esempio la “Melanzana Violetta di Ostuni”) (fig. 8) l’iscrizione nel Registro regionale delle risorse genetiche autoctone (che poi confluisce nell’Anagrafe nazionale). Alcune varietà locali, inoltre, sono state caratterizzate non solo dal punto di vista morfologico e genetico ma anche per le loro qualità nutrizionali, sensoriali e l’attitudine alla trasformazione, favorendo così percorsi di valorizzazione commerciale legati al concetto di identità territoriale (fig. 9).

In questo quadro articolato si inserisce anche la Settimana della Biodiversità Pugliese (settimanabiodiversitapugliese.it), iniziativa annuale nata proprio in co-progettazione con i progetti dedicati all’agrobiodiversità della Puglia. Organizzata nel mese di maggio con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Puglia, la Settimana, giunta alla sua VIII edizione, propone eventi, laboratori, convegni, mercati e attività educative su tutto il territorio regionale, con l’obiettivo di coinvolgere scuole, enti pubblici, agricoltori e cittadini in una riflessione collettiva sulla biodiversità come bene comune.

Questo evento regionale si inserisce, a sua volta, in un più ampio calendario di iniziative (Eventi in Rete per la Biodiversità) promosse in tutta Italia sotto il coordinamento di Rete Semi Rurali a testimonianza del forte legame (necessario) tra esperienze locali e visione nazionale per la salvaguardia della biodiversità agricola e alimentare.

Il successo della Settimana, così come dei progetti BiodiverSO, dimostra che l’agrobiodiversità non è materia per soli addetti ai lavori: è una questione che riguarda la qualità del cibo, la resilienza dei sistemi agricoli, la libertà e i diritti degli agricoltori, la cultura dei luoghi e il futuro delle comunità.

L’agrobiodiversità non è materia per soli addetti ai lavori: è una questione che riguarda la qualità del cibo, la resilienza dei sistemi agricoli, la libertà e i diritti degli agricoltori, la cultura dei luoghi e il futuro delle comunità.

Riscoprire, coltivare e valorizzare le varietà locali significa costruire un’agricoltura più sostenibile, sana e giusta.

Il lavoro avviato in Puglia è oggi un esempio replicabile, fatto di strumenti concreti, reti territoriali, risorse digitali e politiche pubbliche intelligenti. Ma soprattutto è il frutto di un’alleanza viva tra chi conserva i semi (i cosiddetti “agricoltori custodi” o “biopatriarchi”) e chi costruisce visioni, tra chi produce cibo e chi difende i beni comuni. Una biodiversità, insomma, non solo da preservare, ma da far conoscere… e crescere.