Lettera aperta in merito alla produzione di formaggi a latte crudo

Lettera aperta in merito alla produzione di formaggi a latte crudo

AIDA con 22 associazioni, fra cui Rete Semi Rurali, scrive ai Ministeri competenti una lettera aperta a tutela di produttori e consumatori e per smorzare gli allarmismi

L’Associazione Italiana di Agroecologia (AIDA), insieme a molte altre realtà come il WWF, RSR e altre di rilievo nazionale, ha scritto una lettera aperta ai Ministri competenti per esprimere forte preoccupazione riguardo alle nuove linee guida sul latte crudo e per rispondere all’apprensione mediatica sui rischi della consumazione di formaggio a latte crudo, divampata tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, che rischia di danneggiare irreparabilmente un intero settore. Per AIDA, le misure proposte per gestire il rischio del batterio Escherichia coli STEC, insieme a una comunicazione spesso allarmistica, minacciano di distruggere un patrimonio fatto di tradizione, biodiversità e piccole imprese, senza che i dati giustifichino un allarme così elevato. Viene sottolineato che, nonostante in Italia si rilevi una maggiore presenza del batterio STEC nel latte crudo, il numero di casi della malattia più grave correlata (Sindrome Emolitico-Uremica) rimane stabile e molto basso. Il cuore della protesta è la difesa di un patrimonio unico: il latte crudo, con i suoi batteri “buoni” specifici di ogni territorio, è un tesoro di biodiversità che dà ai formaggi aromi unici e che, secondo numerosi studi, può avere effetti benefici sul sistema immunitario, specialmente nei bambini. La pastorizzazione obbligatoria distruggerebbe per sempre questo ecosistema microbico. L’impatto socio-economico sarebbe devastante per i piccoli produttori, spesso situati in zone montane, che non hanno le risorse per adeguarsi a costose nuove attrezzature e rischiano di essere messi fuori mercato anche solo dall’etichettatura allarmistica. Per questo, l’AIDA chiede un approccio più equilibrato: valorizzare il termine “latte crudo” come segno di qualità, investire sulla formazione degli allevatori e sperimentare protocolli igienici alternativi, invece di cadere nella trappola di un allarmismo che potrebbe portare alla scomparsa di un pezzo fondamentale della nostra cultura alimentare e dei nostri territori.

“Recovering res communis from res propia: how does open source seed contribute to farmers’ seed rights and breeding for diversity?

“Recovering res communis from res propia: how does open source seed contribute to farmers’ seed rights and breeding for diversity?

Pubblicato l’articolo in collaborazione con G.O.S.S.I

di Raquel Ajates · Riccardo Bocci · Shalini Bhutani · Almendra Cremaschi · Jack Kloppenburg · Johannes Kotschi · Georie Pitong · Patrick Van Zwanenberg · Daniel Wanjama

Contesto:

L’attuale complesso quadro normativo in materia di governance delle sementi e l’industria delle sementi sempre più oligopolistica che lo ha sostenuto hanno creato una serie di recinti che impediscono agli agricoltori e a molti coltivatori di accedere liberamente alle sementi, condividerle e migliorarle, limitando la loro libertà di operare e cooperare. In opposizione alla conseguente perdita continua sia della diversità coltivata che dei diritti degli agricoltori sulle sementi, sono emerse iniziative sperimentali che applicano modelli open source e principi copyleft al settore delle sementi. Questo articolo presenta sei iniziative provenienti da cinque continenti diversi che applicano modelli di semi open source (OSS) in contesti culturali, politici e agronomici molto diversi: Bioleft in Argentina, Seed Savers Network in Kenya, MASIPAG nelle Filippine, OpenSourceSeeds in Germania, Open Source Seed Initiative negli Stati Uniti e Rete Semi Rurali in Italia. Analizziamo i meccanismi con cui i modelli OSS cercano di superare i vincoli legali, di conoscenza e finanziari creando spazi operativi sicuri negli attuali quadri di governance, promuovendo la diversità e ricostruendo ponti tra agricoltori e selezionatori, mentre esplorano modelli finanziari innovativi per finanziare la selezione per la diversità colturale. I risultati mostrano che l’OSS emerge come una strategia sinergica per amplificare i diritti sulle sementi attraverso tre dimensioni: in primo luogo, geograficamente, collegando gli sforzi locali e internazionali per migliorare la diversità colturale e i diritti sulle sementi. In secondo luogo, una dimensione temporale, agendo ora, nell’attuale contesto giuridico.


Non c’è spazio per il dialogo sui nuovi Ogm

Non c’è spazio per il dialogo sui nuovi Ogm

Ogni voce fuori dal coro viene silenziata e bollata come antiscientifica. Non solo nell’accademia. Un problema per la ricerca agricola e per tutti.

a cura di Riccardo Bocci –  Tratto da Altreconomia 283 – Luglio/Agosto 2025

Dove sta andando la ricerca agricola pubblica italiana? Risposta non facile in un momento come questo in cui il dibattito pubblico si è polarizzato sui nuovi Ogm o sulle Tecniche di evoluzione assistita (Tea).

Questa nuova tecnologia ha assunto il ruolo taumaturgico e salvifico sul futuro della ricerca: se le regole faciliteranno il suo uso il progresso sarà garantito, altrimenti finiremo in un’epoca oscurantista. Ogni dialogo è interrotto e ogni voce fuori da questo coro silenziata e bollata come antiscientifica. Fa effetto leggere sulle riviste di settore articoli di commento alla prossima Politica agricola comune (Pac), che, nelle rivendicazioni politiche per dare un futuro all’agricoltura, mettono anche l’approvazione del nuovo regolamento sulle New genomic techniques (Ngt).

Il sillogismo è semplice nella sua banalità: volete ridurre i pesticidi e far fronte ai cambiamenti climatici? Allora l’unica strada sono le Ngt. Un’affermazione che dimentica che da anni modelli agricoli alternativi come il biologico coltivano senza input chimici di sintesi e come la sfida climatica sia legata alla diversificazione dei sistemi agroalimentari, all’interno della transizione verso l’agroecologia.

La stessa retorica la ritroviamo nelle affermazioni della senatrice Elena Cattaneo che, dalle pagine di D di Repubblica nello speciale “Food” del 7 giugno scorso, ammonisce quanti hanno paura dell’innovazione e della ricerca. La sua narrazione è anch’essa semplice e banale: abbiamo sempre fatto miglioramento genetico delle piante e non dobbiamo temere queste nuove tecnologie che sono precise e sicure. Questo approccio, riduzionista e scientista, dimentica come la questione della ricerca agricola sia un tema complesso e socialmente costruito, che coinvolge diversi e variegati attori: gli agricoltori, che dovrebbero usare le innovazioni, i cittadini, che dovrebbero accettarle nei loro piatti, e in generale la società.

Non tiene in considerazione, inoltre, dell’evoluzione della genetica negli ultimi trent’anni, che ha disegnato un genoma sempre più fluido e in interazione continua con il suo ambiente, ben lontano dal dogma centrale della biologia in cui un gene codifica una proteina. Nel 2025 non è più possibile immaginare questo tema lasciato solo nelle mani degli esperti, sempre più settoriali e, nel caso della genetica agraria, sempre più lontani dal campo. Non è accettabile relegare nell’angolo del pensiero oscurantista quanti si permettono di criticare la scienza ufficiale, e allo stesso tempo, portano avanti nuovi modelli di ricerca e azione. Manca, purtroppo, un luogo in cui questo dialogo possa avvenire, ma non nell’ottica classica con cui molti studiosi fanno comunicazione della scienza.

La dotazione finanziaria del Pnrr destinata all’innovazione e alla meccanizzazione nel settore agricolo e alimentare è pari a mezzo miliardo

Il fine del dialogo, infatti, non è convincere i non scienziati della bontà della tecnologia ma valutarne insieme la sua efficacia e accettabilità. Avendo come opzione anche la scelta di non usarla. Varrebbe la pena domandarsi quante promesse dei “vecchi” Ogm degli anni Novanta del secolo scorso siano state mantenute per capire il contesto in cui quell’innovazione ha funzionato e quale modello agricolo ha promosso.

Nel frattempo, dopo la pandemia da Covid-19, la ricerca agraria ha vissuto un periodo d’oro, forse come mai nella sua storia, inondata dalle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che ha favorito una proliferazione di progetti, attività e contratti precari. Tutti rigorosamente in scadenza a fine 2026. Purtroppo questi fondi non sono serviti per ristrutturare il sistema della ricerca agricola, mettendo un po’ di ordine tra i troppi enti suddivisi tra Cnr, Crea, Enea e università, e facenti capo a due ministeri diversi. Il Pnrr ha tappato e mascherato deficienze pregresse, mancando, però, di rispondere alle domande di fondo. Per chi e con chi si fa la ricerca? Quale modello agricolo si vuole promuovere?

Coltiviamo la diversità 2025, l’incontro annuale all’azienda agricola Floriddia

Coltiviamo la diversità 2025, l’incontro annuale all’azienda agricola Floriddia

Si è svolto dal 13 al 14 giugno 2025 il consueto appuntamento di Rete Semi Rurali presso l’azienda agricola biologica Floriddia a Peccioli (PI) nell’ambito delle attività di Coltiviamo la Diversità! Un mese di cereali.
Quest’anno il tema principale è stato dedicato all’agroecologia. Il primo giorno abbiamo provato a vedere nella pratica cosa si può fare di trasformativo in questo senso: abbiamo fatto delle fermentazioni, giocato con le consociazioni e provato a scoprire come i microrganismi del suolo influenzano la vita delle piante di cereali. Il secondo giorno abbiamo affrontato da un punto di vista tecnico le stesse tematiche e presentato alcuni risultati di progetto: Tribiome, Liveseeding, Intercropvalue e Dialogo strategico.


Come sempre siamo stati insieme con buon cibo e buona musica!


Romolo Onor

Romolo Onor

di Daniele Vergari

Pioniere dell’agronomia coloniale italiana

Romolo Onor (1880 – 1918) nacque a San Donà di Piave il 14 febbraio in una famiglia di modeste condizioni: il padre era maestro elementare. Dopo la precoce scomparsa della madre, riuscì a proseguire la sua formazione grazie a una borsa di studio, frequentando il prestigioso Convitto “Marco Foscarini” di Venezia. Mostrò sin da giovane eccezionali doti intellettuali e si laureò con lode in Agraria alla Scuola Superiore di Agricoltura di Pisa nel 1902 , discutendo una tesi sull’economia rurale del Basso Piave. Fu il primo studente nella storia della scuola a ricevere il massimo dei voti con lode.
Dopo esperienze formative presso diverse cattedre ambulanti di agricoltura, tra cui quelle di Cremona,

Chiavari e Arezzo, Onor si distinse come tecnico competente e divulgatore instancabile. Nel 1910, su incarico del governatore Giacomo De Martino, partì per la Somalia Italiana come consulente agrario, ruolo in cui avrebbe dato il contributo più duraturo della sua carriera.

In Somalia, Onor condusse esplorazioni approfondite e ricognizioni delle aree agricole, in particolare nelle regioni del Giuba e dello Uebi Scebeli. Realizzò la prima vera sistematizzazione delle condizioni agricole del territorio, elaborando progetti e relazioni che avrebbero influenzato profondamente la politica agraria coloniale. Fondò i campi sperimentali di Caitoi e successivamente quello di Genale, introducendo tecniche di coltivazione moderne, esperimenti con nuove varietà agricole e soluzioni per l’irrigazione, ritenendo sempre la sperimentazione scientifica il fondamento per lo sviluppo.

Accanto alla ricerca scientifica, Onor svolse anche una preziosa attività divulgativa, pubblicando articoli, relazioni e opuscoli, molti dei quali ancora oggi sono riconosciuti come testi pionieristici sull’agricoltura tropicale. Le sue osservazioni sul clima, sulle malattie delle piante e sull’organizzazione del lavoro furono frutto di un intenso contatto con l’ambiente somalo e le popolazioni locali, che lo ricordarono a lungo con rispetto e gratitudine. La sua figura, rigorosa, scrupolosa e appassionata, lasciò un’impronta duratura.

Tuttavia, il suo percorso fu segnato anche da difficoltà crescenti: la carenza di risorse, la debolezza amministrativa coloniale, l’isolamento personale e soprattutto le forti divergenze con il governatore De Martino circa la strategia di colonizzazione. Mentre Onor proponeva una colonizzazione graduale, fondata sulla collaborazione con le popolazioni indigene e su solide basi tecniche, il governatore preferiva piani più ambiziosi e accelerati di insediamento italiano, visione che Onor considerava prematura e potenzialmente fallimentare.

Profondamente deluso, indebolito fisicamente e psicologicamente provato dalle tensioni e dal senso di incomprensione, Romolo Onor si tolse la vita tra il 25 e il 30 luglio 1918 a Genale, lasciando un vuoto difficile da colmare. La sua morte segnò una battuta d’arresto nello sviluppo dell’agricoltura somala, ma il suo contributo fu in seguito rivalutato: gli furono dedicati una strada a Mogadiscio e un cippo a Genale, e nel suo paese natale, San Donà di Piave, un istituto scolastico porta oggi il suo nome.

La figura di Romolo Onor, a lungo dimenticata, è oggi riconosciuta come quella di un autentico precursore, un tecnico rigoroso e lungimirante, il cui approccio etico e scientifico all’agronomia coloniale rappresenta un raro esempio di onestà e competenza. Come ricordò un agronomo somalo molti anni dopo: “l’agricoltura somala deve tutto a Romolo Onor”.