di Giampiero Mazzocchi – CREA-PB; Rete Italiana Politiche Locali del Cibo
Dal 30 gennaio al 1° febbraio si è tenuto a Torino, presso il Campus Luigi Einaudi, l’8° Incontro Nazionale della Rete Italiana Politiche Locali del Cibo (Rete PLC).
Si tratta di un evento che riunisce annualmente un’ampia collettività che si occupa di ricerca, amministrazione, formazione e terzo settore, interessata a incontrarsi, dibattere, scambiare pratiche e conoscenze, creare alleanze intorno alla transizione dei sistemi alimentari locali verso modelli più equi e resilienti. Il tema dell’Incontro di quest’anno ruotava intorno alla diffusione del sapere e alle sinergie tra ricerca, istituzioni e società civile verso rinnovate forme di governance territoriale. Si tratta di un argomento alquanto dibattuto non solamente all’interno della Rete PLC, ma in tutti gli ambiti nei quali la trasformazione dei modelli dominanti passa attraverso la ridefinizione di concetti e politiche, e attraverso la sistematizzazione e diffusione di pratiche innovative. In questo contesto, le Politiche Locali del Cibo (PLC) sono state, negli ultimi dieci anni, oggetto di ricerca, formazione, istituzionalizzazione e ri-concettualizzazione, con numerosi soggetti, enti, eventi, iniziative, che ne hanno rimodellato i confini, la portata e il significato. Durante l’evento di Torino, sia nelle sessioni scientifiche che nell’ambito dei seminari tematici organizzati dai Tavoli di Lavoro, è emerso un panorama di pratiche, messe in atto dalle amministrazioni locali, dagli enti del terzo settore, o da partenariati misti, dove è evidente il ruolo catalizzatore della ricerca. In particolare, in alcuni contesti, come Toscana e Piemonte, si sono creati nel tempo centri di competenza, riflessione e ricerca che hanno creato un virtuoso effetto “domino” proprio a partire dalle Università, e coinvolgendo i Comuni, le Regioni e le organizzazioni della società civile, anche grazie a importanti ed efficaci momenti di formazione.
D’altronde, negli ultimi anni in Italia il tema della governabilità dei sistemi locali del cibo è stato portato a un livello di analisi e proposta politica proprio nell’ambito delle scienze dell’economia politica, della pianificazione territoriale e della geografia umana, rafforzato ulteriormente dai filoni di ricerca sulle politiche del cibo urbane nell’ambito del cluster 6 “Cibo, Bioeconomia, Risorse Naturali, Agricoltura e Ambiente” del programma Horizon Europe. Emerge, dunque, un’inevitabile ibridazione fra ricerca e politica, nella quale diversi soggetti sono impegnati in entrambi i ruoli, affiancando all’analisi tecnico-scientifica attivismo e advocacy. Questo appare, da un lato, come un elemento di forza, dal momento in cui la spinta alla trasformazione viene dai soggetti che riescono ad attingere idee, metodi e risorse da una comunità scientifica allargata; dall’altro, in molti casi emergono i limiti di un’estrema prossimità, se non addirittura sovrapposizione, fra ruoli, con rischi legati a conflitti di interesse e approcci ideologici. Le sfide che si presentano oggi, dunque, nel rapporto fra scienza e politica, sono particolarmente evidenti nelle PLC, che nel loro essere un ambito di ricerca e azione non ancora definito da norme specifiche, lascia spazio a interpretazioni e forme innovative di governance. Tali dinamiche hanno generato un notevole fermento, non solamente scientifico ma anche e soprattutto amministrativo.
Tuttavia, come attivisti della Rete PLC abbiamo assistito, in alcuni casi alla sussunzione di pratiche già esistenti – spesso lodevoli ma dalla portata sistemica molto limitata – all’interno del concetto più ampio di PLC, limitandone dunque le potenzialità nel senso di una vera trasformazione dei sistemi alimentari, a partire dai modelli teorici, culturali e politici.
È per questo motivo che, in concomitanza all’Incontro Nazionale di Torino, si è avviato un percorso che ha portato alla pubblicazione di un documento di posizionamento e di indirizzo concettuale rispetto alle PLC dal titolo “Cosa sono le politiche locali del cibo: definizioni, principi e approcci per la trasformazione dei sistemi alimentari locali”.
Il documento sintetizza in tre sezioni (definizioni, principi, approcci e ruolo della Rete) gli elementi essenziali che, come Rete, crediamo debbano ispirare e orientare le PLC. È stato costruito in maniera tale da essere una “bussola” per chiunque lavori, faccia ricerca, o sia impegnato a vario modo sulle PLC, enunciando alcuni riferimenti concettuali che restituiscono l’ambizione sistemica delle stesse.
La Rete Italiana Politiche Locali del Cibo è un gruppo composto da quasi 600 tra accademici, ricercatori, amministratori e attivisti coinvolti, per finalità di ricerca o professionali, nella pianificazione di sistemi del cibo territoriali sostenibili.
La Rete nasce dalla convinzione, sempre più confermata dalle crescenti spinte dei movimenti dal basso e dall’interesse di vari livelli delle amministrazioni locali che
lavorare per un sistema alimentare sostenibile è oggi una priorità per garantire il benessere della popolazione urbana, periurbana e rurale.
Rete Italiana Politiche Locali Del Cibo
La Rete Italiana Politiche Locali del Cibo (Rete PLC) nasce nel 2018 a Roma, ereditando la precedente Rete dei Ricercatori Agri- coltura Urbana e Periurbana e della Pianificazione Alimentare. La sua costituzione risponde alla necessità di mettere in rete persone esperte e interessate ai sistemi alimentari che lavorano su tutto il territorio italiano, in un contesto internazionale in cui le città diventano laboratori che sperimentano differenti processi partecipativi per sviluppare politiche del cibo.
Ad oggi, riunisce un gruppo di seicento persone con differenti background e competenze, favorendo l’interazione tra politica, ricerca e società civile, e rappresentando un veicolo di scambio di conoscenze, buone pratiche ed esperienze in atto nelle città italiane. L’obiettivo è promuovere la coerenza tra politiche, programmi e strategie implementate a livello municipale e fornire linee guida in termini di policy-making, al fine di favorire la pianificazione di sistemi alimentari sostenibili e lo sviluppo di politiche del cibo che tengano conto della connessione urbana-rurale.
In questi otto anni la Rete ha avuto un ruolo propulsivo, e ha animato numerosi incontri, iniziative, tavoli di discussione al fine di creare terreno fertile per una profonda riconsiderazione culturale dei sistemi del cibo. La Rete PLC opera attraverso undici Tavoli di Lavoro, gruppi multidisciplinari che provano a restituire la complessità dei sistemi alimentari locali, attraverso attività parallele su temi quali la povertà alimentare, le mense e la ristorazione collettiva, la lotta alle perdite e allo spreco alimentare, il rapporto con i paesaggi agricoli e urbani, i consumi, le comunità e i distretti, le relazioni internazionali, la valutazione delle politiche, e altro. In fase di avviamento è un Tavolo di coordinamento fra le amministrazioni impegnate sulle Politiche del Cibo in Italia. È attiva, inoltre, la rivista Re|Cibo che nasce all’interno della Rete PLC. La rivista ospita articoli scientifici (primi piatti), articoli divulgativi (secondi piatti), una serie di rubriche che anticipano temi di ricerca e progetti (antipasti) e recensioni di buone pratiche (caffè e ammazzacaffè). A marzo 2025, grazie alla firma di 31 tra accademie, enti di ricerca e associazioni legate alla Rete PLC, è stato ratificato l’Osservatorio sulle Politiche Locali del Cibo.
Politiche dedicate alla diversità agricola sono assenti in molti Paesi o non coinvolgono in maniera adeguata tutti gli attori. L’Italia è purtroppo un caso di scuola.
a cura di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 281 – Maggio 2025
Maggio è il mese della biodiversità. Il 20 è la Giornata italiana della biodiversità coltivata e il 22 è quella mondiale della biodiversità. Due appuntamenti che finora, purtroppo, sono rimasti appannaggio degli addetti ai lavori, senza veramente arrivare alle orecchie e ai cuori dei cittadini. La vicinanza tra queste due giornate dovrebbe anche ricordarci della prossimità tra biodiversità agricola e naturale, confinate, invece, dalla burocrazia amministrativa in due diversi ministeri che non comunicano tra loro.
Questa mancanza di coordinamento tra il ministero dell’Ambiente e quello dell’Agricoltura è una delle debolezze sottolineate nel terzo “Rapporto sullo stato delle risorse genetiche vegetali mondiali per l’alimentazione e l’agricoltura”, pubblicato a marzo 2025 dalla Fao (fao.org) a distanza di 15 anni dal secondo, con l’obiettivo di monitorare e mappare lo stato di salute della biodiversità agricola. Anche se i numeri del materiale conservato ex situ (nei frigoriferi delle banche) sembra rassicurante, in realtà emerge che circa il 20% delle accessioni (le sementi collezionate, ndr) andrebbe rigenerato per garantirne la germinabilità e che, troppo spesso, le informazioni su quelle conservate sono mancanti. Inoltre le conoscenze tradizionali legate alle sementi non sono quasi mai documentate.
Questa situazione è dovuta a uno scarso interesse degli Stati per la conservazione e, infatti, il Rapporto evidenzia come il supporto pubblico a queste strutture sia insufficiente, con finanziamenti limitati o sporadici, e una mancanza di infrastrutture e di personale sufficientemente qualificato. Molta enfasi è messa sulla necessità di rafforzare la collaborazione tra ex situ, in situ (nell’ambiente naturale, ndr) e on farm (nell’azienda agricola, ndr), e tra i molti e nuovi attori che stanno giocando un ruolo importante nella conservazione e nell’uso sostenibile della diversità agricola, come le Case delle sementi. Queste realtà -organizzazioni della società civile, movimenti sociali o reti sulle sementi- hanno forti legami con gli agricoltori e le comunità rurali e sempre più spesso svolgono un ruolo centrale nel coinvolgere i cittadini.
Il Rapporto, purtroppo, registra una scarsa interazione tra attori e istituzioni nazionali, perché le “organizzazioni della società civile sono di solito non sufficientemente sostenute e non ben integrate nei programmi nazionali”. Politiche dedicate alla diversità agricola sono assenti in molti Paesi o non coinvolgono in maniera adeguata tutti gli attori. Per capire quanto tutto ciò sia vero basta guardare all’Italia dove si sta scrivendo il Piano nazionale della diversità di interesse agrario, che resta, però, un mero esercizio di stile di ministero, Regioni e università senza nessun confronto con il mondo della società civile.
Sono 5,9 milioni le “accessioni” conservate in più di 850 banche del germoplasma nel mondo
Rispetto ai sistemi sementieri, è importante registrare come in tutti i 128 Paesi che hanno contribuito all’indagine emerga la presenza di quelli formali e informali. Non si tratta di un passaggio di poco conto, ma della presa d’atto che le politiche attuate negli ultimi quarant’anni per eliminare i sistemi informali in nome del progresso non hanno funzionato ed erano profondamente sbagliate. In tutti i Paesi, anche quelli industrializzati, questi due sistemi coesistono, in funzione delle colture e dei sistemi agricoli.
Se il Rapporto registra un maggior interesse rispetto a quindici anni fa per le varietà locali e l’aumento di programmi di miglioramento genetico partecipativo con gli agricoltori, dall’altro lato sottolinea come sia ancora assente un quadro legale in grado di sostenere e far crescere queste iniziative. Insomma, la strada da fare è ancora tanta per riuscire a riportare la diversità in agricoltura. Speriamo che le giornate di maggio non diventino la commemorazione della biodiversità che non è più tra noi.
Sono passati trentuno anni dal lontano 1994 quando è entrata in vigore la Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), eppure con molta difficoltà si riescono a vedere gli impatti nel mondo reale di questo accordo adottato a Rio de Janeiro nel 1992. In Italia, l’opinione pubblica è all’oscuro di cosa viene deciso dalla CBD e di cosa dovrebbe fare il paese per metterla in pratica. La materia è diventata ostaggio di esperti e avvocati, come se non si stesse parlando del futuro del nostro Pianeta e se non fosse necessario avere una forte base popolare per attuare quella rivoluzione necessaria a ridurre la perdita di biodiversità cui stiamo assistendo. Insomma, non saranno solo gli accordi tra i governi presi alle Conferenze delle Parti (COP) a salvare il mondo. Questi resteranno fogli di carta destinati a ingiallire, se non si trasformano in pratiche della società civile, delle istituzioni locali e del mondo economico. E il primo passo in questa direzione è la conoscenza. Purtroppo, sono temi che interessano poco anche i giornalisti, per cui avere informazioni su cosa si discuta in queste famose COP è impresa impossibile. Questo Notiziario vuole colmare questo divario, raccontando come è finita la riunione di Roma della COP16 e cercando di capire come il tema dell’agrobiodiversità possa farsi strada nel mondo delle politiche del cibo e delle municipalità. Va sottolineato che l’Italia, nel 2022, si è dotata di una nuova Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030, gestita dal Ministero della Transizione Ecologica con un sistema complesso di governance, composto da Comitato di gestione (Amministrazioni centrali e territoriali), Segreteria, Tavolo di Consultazione (dove siedono le organizzazioni e la società civile) e Supporto tecnico-scientifico. A dicembre 2024 (due anni dopo l’approvazione della Strategia!) si è insediato il Comitato e con il Tavolo ha iniziato a comporre il Programma di attuazione della Strategia. Come si vede la macchina della burocrazia statale va poco d’accordo con i tempi che sarebbero richiesti per l’urgenza delle sfide che abbiamo davanti. Inoltre, non possiamo dimenticare che dal 2022 la biodiversità, insieme all’ambiente e all’interesse delle generazioni future, è entrata nella Costituzione italiana all’interno dell’articolo 9, che già tutelava il paesaggio. È interessante sottolineare la genesi di questo articolo. I due principali relatori, il comunista Marchesi e il democristiano Moro, presero l’idea dell’articolo 9 studiando le Costituzioni della repubblica di Weimar del 1919 e della breve esperienza della repubblica spagnola del 1931. Come dire che, già allora, era chiaro ai padri costituenti l’orizzonte culturale europeo nel quale si muovevano e nel quale avrebbe dovuto nascere la giovane repubblica italiana. Ma chi indica l’art. 9 come soggetto che deve attuare la tutela? Non sono lo Stato o le Regioni, ma è la Repubblica, soggetto che include l’intera collettività in questa opera di tutela che deve essere intesa come attiva e non meramente passiva o vincolistica. Il 22 maggio, in occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità, ricordiamoci dell’articolo 9 della Costituzione e delle responsabilità che come cittadini ci dà, pensando che, come scrive il sociologo francese Bruno Latour, la Natura non è la vittima da proteggere, ma essa è ciò che ci possiede.
Il mondo dell’agroindustria non menziona ancora la crisi climatica e i sistemi produttivi alternativi. La transizione non basta. Serve una rivoluzione.
a cura di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 281 – Aprile 2025
Il 19 febbraio 2025 il commissario europeo all’Agricoltura Christophe Hansen ha reso noto il documento “Una visione per l’agricoltura e l’alimentazione”. Non voglio commentarlo ma analizzare come è stato accolto dal mondo agroindustriale attraverso le parole di uno dei suoi portavoce più illustri: quelle di Paolo De Castro, l’ex europarlamentare Pd e già ministro dell’Agricoltura. L’intervista rilasciata al quotidiano ItaliaOggi, il giorno prima della conferenza del commissario, è un ottimo esempio per capire quanto ancora la politica agricola sia narrata con un linguaggio vecchio e ormai vuoto.
Dalle argomentazioni esposte sembra che De Castro sia rimasto al secolo scorso, completamente immerso nella retorica della modernità. Il problema agricolo è ancora vissuto come un negoziato sindacale per le risorse e non come la tragedia di un settore economico che è causa e, allo stesso tempo, vittima dei cambiamenti climatici. L’urgenza di attuare una rivoluzione per ripensare e ristrutturare il fare agricoltura oggi è completamente assente. Uso consapevolmente il termine “rivoluzione” e non “transizione” per evidenziare che il passaggio non è indolore o neutro, ma frutto di un conflitto tra diverse visioni di società. De Castro plaude al ritorno della competitività come tema chiave.
Ma quale senso ha oggi usare questa parola? Con chi deve competere l’agricoltore italiano? E su quale mercato? Il modello è il Parmigiano Reggiano o il prosciutto di Parma da esportare in Cina o il prosecco in America? Cioè pochi prodotti di nicchia, basati su sistemi produttivi che stanno desertificando le zone su cui insistono? Nel 2025 dovrebbe essere evidente, ormai, che alcuni di questi sono diventati distruttivi e dobbiamo sostenere solo quelli che sono anche riproduttivi delle condizioni di vita.
Purtroppo però De Castro afferma compiaciuto che finalmente la Commissione europea a Bruxelles ha capito che “la dimensione economica e sociale diventa prioritaria rispetto a quella ambientale”. Il richiamo alla modernità novecentesca si ritrova in altri passaggi dell’intervista. La debolezza strutturale dell’agricoltore nel sistema agroalimentare si risolve tramite il rafforzamento delle filiere, non come suggeriva anni fa il sociologo Johannes van Der Ploeg, scollegandosi dai mercati dei fattori produttivi e dei prodotti. La sua proposta della “ricontadinizzazione” non era un ritorno al passato ma il tentativo di traghettare nel futuro il ruolo dell’agricoltore, privato di senso dall’essere diventato un imprenditore agricolo.
Il valore delle esportazioni di prodotti agroalimentari italiani nel 2024 è stato di 69,1 miliardi di euro, che fanno segnare un nuovo record e un aumento del 7,5%. Tra i principali Paesi di destinazione ci sono la Germania, gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna (fonte: Coldiretti su rielaborazione dati Istat).
E qui De Castro si dimostra un dinosauro prima dell’estinzione, affermando che “l’agricoltore cerca di fare profitto e ridurre i costi”. Quanto di più lontano dalla molteplicità di forme in cui oggi nelle campagne si sta cercando di ridare un senso a questa professione. In questo modello del secolo scorso compare anche il consumatore, come naufrago in un mare di etichette, il cui senso non è più chiaro neanche ai produttori che le usano. De Castro si felicita di avere l’origine della materia prima in etichetta, dimentico del gioco delle tre carte su cui si basa il “Made in Italy”, in cui solo il processo di lavorazione resta nel Paese.Green
E in ultimo non poteva mancare il tema della scienza. Fare a meno della chimica pericolosa, i pesticidi che il Green Deal ha tentato di ridurre, è possibile solo se agli agricoltori si dà un’alternativa costituita dalle Nuove tecniche genomiche (Ngt). Insomma si continua nel modello agroindustriale sostituendo la chimica con la biologia, senza modificare il paradigma alla base. Sistemi produttivi alternativi, come il biologico, non trovano spazio in questa narrazione riduzionista e modernizzatrice.
Lo Scorso 13 Aprile 2025 Rete Semi Rurali con rappresentanti del Biodistretto del Riso Piemontese hanno partecipato all’evento-performance “Mi in MI”, il riso a Milano, una celebrazione a tutto tondo della cultura del riso, svoltasi presso il “Tempio del Futuro Perduto”. L’evento, coordinato dall’associazione locale JOYY!, si è articolato attraverso momenti diversi, comprendendo istallazioni, poster, condivisioni di storie personali, ricette e racconti, momenti di cucina comune, sempre seguendo il filo rosso del riso, ed è culminato col rito collettivo della semina, momento altamente simbolico e benaugurale per le vicine semine in programma. Un momento unico, frutto del lavoro di collaborazione del passato e ricco di stimoli positivi, frutto dell’incontro tra enti e culture diverse, e perciò capace di unire il vicino e il lontano, l’individuale e il collettivo e il materiale e lo spirituale, come forse solo un cereale così prezioso come il riso sa fare.