Romolo Onor (1880 – 1918) nacque a San Donà di Piave il 14 febbraio in una famiglia di modeste condizioni: il padre era maestro elementare. Dopo la precoce scomparsa della madre, riuscì a proseguire la sua formazione grazie a una borsa di studio, frequentando il prestigioso Convitto “Marco Foscarini” di Venezia. Mostrò sin da giovane eccezionali doti intellettuali e si laureò con lode in Agraria alla Scuola Superiore di Agricoltura di Pisa nel 1902 , discutendo una tesi sull’economia rurale del Basso Piave. Fu il primo studente nella storia della scuola a ricevere il massimo dei voti con lode. Dopo esperienze formative presso diverse cattedre ambulanti di agricoltura, tra cui quelle di Cremona,
Chiavari e Arezzo, Onor si distinse come tecnico competente e divulgatore instancabile. Nel 1910, su incarico del governatore Giacomo De Martino, partì per la Somalia Italiana come consulente agrario, ruolo in cui avrebbe dato il contributo più duraturo della sua carriera.
In Somalia, Onor condusse esplorazioni approfondite e ricognizioni delle aree agricole, in particolare nelle regioni del Giuba e dello Uebi Scebeli. Realizzò la prima vera sistematizzazione delle condizioni agricole del territorio, elaborando progetti e relazioni che avrebbero influenzato profondamente la politica agraria coloniale. Fondò i campi sperimentali di Caitoi e successivamente quello di Genale, introducendo tecniche di coltivazione moderne, esperimenti con nuove varietà agricole e soluzioni per l’irrigazione, ritenendo sempre la sperimentazione scientifica il fondamento per lo sviluppo.
Accanto alla ricerca scientifica, Onor svolse anche una preziosa attività divulgativa, pubblicando articoli, relazioni e opuscoli, molti dei quali ancora oggi sono riconosciuti come testi pionieristici sull’agricoltura tropicale. Le sue osservazioni sul clima, sulle malattie delle piante e sull’organizzazione del lavoro furono frutto di un intenso contatto con l’ambiente somalo e le popolazioni locali, che lo ricordarono a lungo con rispetto e gratitudine. La sua figura, rigorosa, scrupolosa e appassionata, lasciò un’impronta duratura.
Tuttavia, il suo percorso fu segnato anche da difficoltà crescenti: la carenza di risorse, la debolezza amministrativa coloniale, l’isolamento personale e soprattutto le forti divergenze con il governatore De Martino circa la strategia di colonizzazione. Mentre Onor proponeva una colonizzazione graduale, fondata sulla collaborazione con le popolazioni indigene e su solide basi tecniche, il governatore preferiva piani più ambiziosi e accelerati di insediamento italiano, visione che Onor considerava prematura e potenzialmente fallimentare.
Profondamente deluso, indebolito fisicamente e psicologicamente provato dalle tensioni e dal senso di incomprensione, Romolo Onor si tolse la vita tra il 25 e il 30 luglio 1918 a Genale, lasciando un vuoto difficile da colmare. La sua morte segnò una battuta d’arresto nello sviluppo dell’agricoltura somala, ma il suo contributo fu in seguito rivalutato: gli furono dedicati una strada a Mogadiscio e un cippo a Genale, e nel suo paese natale, San Donà di Piave, un istituto scolastico porta oggi il suo nome.
La figura di Romolo Onor, a lungo dimenticata, è oggi riconosciuta come quella di un autentico precursore, un tecnico rigoroso e lungimirante, il cui approccio etico e scientifico all’agronomia coloniale rappresenta un raro esempio di onestà e competenza. Come ricordò un agronomo somalo molti anni dopo: “l’agricoltura somala deve tutto a Romolo Onor”.
di Adriano Didonna, Massimiliano Renna e Pietro Santamaria – Università di Bari Aldo Moro
La Puglia è una regione ricca di diversità. Non solo nei paesaggi, nei dialetti o nelle tradizioni culinarie, ma anche, e soprattutto, nelle sue colture orticole.
Da secoli, agricoltori e comunità locali selezionano e custodiscono varietà orticole adattate a suoli, microclimi e bisogni locali: pomodori dalla forma e dal gusto unici (fig. 1), melanzane e carote dai colori cangianti, antiche popolazioni di fava per il consumo fresco e/o secco, peperoni dolci e piccanti dalle mille sfumature, cicorie di cui si utilizzano soprattutto gli steli (fig. 2), cime di rapa, meloni immaturi e… tanto altro. Un patrimonio inestimabile di biodiversità, oggi al centro di una nuova stagione di attenzione anche grazie ai progetti BiodiverSO (“Biodiversità delle Specie Orticole della Puglia”).
Queste iniziative, finanziate dagli ultimi due PSR, sono coordinate dal Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, e condividono l’obiettivo di recuperare, caratterizzare, conservare e valorizzare la biodiversità orticola pugliese, partendo dal lavoro degli agricoltori custodi e aprendo la strada alla cittadinanza attiva e alla valorizzazione agroalimentare delle varietà locali.
Attraverso una ricerca estesa sul territorio e un dialogo continuo con i portatori di conoscenza (agricoltori, tecnici, appassionati) (figg. 3-5), i progetti hanno individuato, descritto e conservato (nelle banche del germoplasma) numerose varietà locali di ortaggi pugliesi, molte delle quali rischiavano l’oblio. Ogni varietà è stata documentata con schede morfologiche, descrizioni agronomiche e, quando possibile, anche analisi genetiche. Il lavoro svolto è reso accessibile e partecipativo grazie a due portali web (karpos.biodiversitapuglia.it e veg.biodiversitapuglia.it), che offrono banche dati, fotografie, mappe interattive, strumenti per segnalare nuove varietà e news, nonché da canali social dove vengono pubblicate ogni giorno “pillole” di agrobiodiversità (Facebook: facebook.com/BiodiverSO; Instagram: @biodiverso_biodiversitapuglia). Non mancano prodotti editoriali a carattere divulgativo resi accessibili in forma gratuita sia in formato cartaceo, sia in formato digitale.
A differenza del primo progetto BiodiverSO (PSR Puglia 2007-2013), l’azione dei progetti BiodiverSO Karpos e BiodiverSO Veg (PSR Puglia 2014-2020) non si ferma alla conservazione. Infatti, è proprio grazie alle attività di ricerca sul campo, alla promozione e ai progetti di valorizzazione ad hoc che le varietà locali diventano protagoniste anche delle filiere corte, dei mercati contadini e delle cucine del territorio. Per alcune di esse è stata possibile l’iscrizione nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali di Puglia (ad esempio la “Cima di cola” e la “Carota di Polignano”) (figg. 6, 7), per altre (ad esempio la “Melanzana Violetta di Ostuni”) (fig. 8) l’iscrizione nel Registro regionale delle risorse genetiche autoctone (che poi confluisce nell’Anagrafe nazionale). Alcune varietà locali, inoltre, sono state caratterizzate non solo dal punto di vista morfologico e genetico ma anche per le loro qualità nutrizionali, sensoriali e l’attitudine alla trasformazione, favorendo così percorsi di valorizzazione commerciale legati al concetto di identità territoriale (fig. 9).
In questo quadro articolato si inserisce anche la Settimana della Biodiversità Pugliese (settimanabiodiversitapugliese.it), iniziativa annuale nata proprio in co-progettazione con i progetti dedicati all’agrobiodiversità della Puglia. Organizzata nel mese di maggio con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Puglia, la Settimana, giunta alla sua VIII edizione, propone eventi, laboratori, convegni, mercati e attività educative su tutto il territorio regionale, con l’obiettivo di coinvolgere scuole, enti pubblici, agricoltori e cittadini in una riflessione collettiva sulla biodiversità come bene comune.
Questo evento regionale si inserisce, a sua volta, in un più ampio calendario di iniziative (Eventi in Rete per la Biodiversità) promosse in tutta Italia sotto il coordinamento di Rete Semi Rurali a testimonianza del forte legame (necessario) tra esperienze locali e visione nazionale per la salvaguardia della biodiversità agricola e alimentare.
Il successo della Settimana, così come dei progetti BiodiverSO, dimostra che l’agrobiodiversità non è materia per soli addetti ai lavori: è una questione che riguarda la qualità del cibo, la resilienza dei sistemi agricoli, la libertà e i diritti degli agricoltori, la cultura dei luoghi e il futuro delle comunità.
L’agrobiodiversità non è materia per soli addetti ai lavori: è una questione che riguarda la qualità del cibo, la resilienza dei sistemi agricoli, la libertà e i diritti degli agricoltori, la cultura dei luoghi e il futuro delle comunità.
Riscoprire, coltivare e valorizzare le varietà locali significa costruire un’agricoltura più sostenibile, sana e giusta.
Il lavoro avviato in Puglia è oggi un esempio replicabile, fatto di strumenti concreti, reti territoriali, risorse digitali e politiche pubbliche intelligenti. Ma soprattutto è il frutto di un’alleanza viva tra chi conserva i semi (i cosiddetti “agricoltori custodi” o “biopatriarchi”) e chi costruisce visioni, tra chi produce cibo e chi difende i beni comuni. Una biodiversità, insomma, non solo da preservare, ma da far conoscere… e crescere.
di Angelo Santoro – Cooperativa sociale Semi di Vita
Nelle mani che lavorano la terra c’è un sapere concreto, costruito sull’esperienza. Un dialogo silenzioso che è fatto di attesa, cura e fiducia. Per noi della cooperativa sociale Semi di Vita, questo lavoro quotidiano non è solo un mestiere, è il centro del nostro progetto. È il linguaggio con cui costruiamo percorsi di riscatto su un terreno che, prima di noi, raccontava solo di violenza e sfruttamento.
I nostri campi si trovano in Puglia, su un terreno confiscato alla mafia: 28 ettari. Quando siamo arrivati, la terra era segnata dall’abbandono e da un passato ingombrante: erano tutti a pascolo. Nel 1988 c’erano circa 10.000 ulivi. Nel 2019, all’inizio del nostro percorso, ne abbiamo trovati 600 e salvati 200. La nostra prima sfida è stata rigenerare quel luogo. Oggi l’azienda agricola è interamente certificata bio: una scelta agronomica, ma anche una presa di posizione. Crediamo che gli esseri umani vadano coltivati con la stessa cura e rispetto che dedichiamo alle piante, senza alcuna “chimica” che ne alteri la natura. Abbiamo scelto di lavorare in ascolto della terra, costruendo un ecosistema sano e vitale. Per questo, tra ortaggi, alberi da frutto e seminativi, abbiamo introdotto i sovesci per nutrire il suolo e tutelare la biodiversità.
Nei nostri campi coltiviamo il pomodoro Regina al filo, il cece italiano, il carosello di Polignano: varietà locali che rischiavano di scomparire. Recuperare questi semi per noi significa salvaguardare un’identità, un gusto, una storia che appartiene a tutto il territorio. Ogni pianta che cresce è una piccola vittoria contro l’omologazione.
Il raccolto più importante, però, non si misura in cassette di ortaggi, ma nei legami che si creano attorno a questa terra ritrovata. Fare agricoltura sociale, per noi, significa trasformare il campo in uno spazio di accoglienza e crescita. In questo contesto persone con vissuti complessi trovano un’occupazione e l’opportunità di ricoprire un ruolo attivo e riconosciuto. Il lavoro nei campi, con i suoi ritmi e le sue regole, contribuisce a costruire stabilità e senso di responsabilità.
Questo impegno a offrire percorsi di crescita si è esteso anche oltre il nostro terreno, fino all’istituto penale per minorenni “Fornelli” di Bari, dove abbiamo realizzato una serra che oggi rappresenta uno spazio formativo concreto, anche in un contesto complesso come quello carcerario.
Il lavoro agricolo è insieme terapia e formazione. Si impara la pazienza, la resilienza e la soddisfazione per un risultato che ripaga ogni fatica. Chi entra nel progetto partecipa a tutte le fasi, dalla semina alla vendita nel nostro emporio solidale.
Davide Primucci – Tecnico del Settore Verde, Parchi e Agricoltura Urbana del Comune di Padova
Dal 2022, con l’approvazione del Piano del Verde, il Comune di Padova ha delineato una strategia volta a valorizzare l’agricoltura urbana e periurbana, integrando progressivamente pratiche agroecologiche all’interno della pianificazione territoriale. Tra queste, l’agroforestazione è stata riconosciuta come pratica innovativa per la gestione sostenibile dell’agroecosistema urbano che è così diventata parte integrante del progetto di agroforestazione comunale.
L’attuazione di queste misure presenta tuttora delle criticità, in quanto l’intervento diretto in ambito agricolo non rientra nelle competenze operative usuali degli enti locali e richiede l’elaborazione di strumenti amministrativi adeguati. Il Comune di Padova continua a muoversi attivamente per promuovere l’agroforestazione: da un lato, attraverso la diffusione della conoscenza della pratica tramite eventi pubblici – come la presentazione del bando Complementi regionali per lo Sviluppo Rurale della politica agricola comune 2023-2027 – e, dall’altro, mediante la predisposizione della sistemazione fondiaria secondo i principi dell’agroforestazione su alcune terre agricole pubbliche prossime all’affidamento. In questa cornice si colloca anche la partecipazione del Comune al progetto europeo SAUR – Suoli Agricoli Urbani Rigenerati, avviato nel 2024, volto a sviluppare e testare strumenti operativi per la rigenerazione del suolo urbano, rafforzando il ruolo degli enti locali nella transizione agroecologica.
L’efficacia di queste iniziative sarà misurabile solo nel medio-lungo periodo. Il loro avvio, tuttavia, rappresenta un punto di partenza significativo per lo studio e lo sviluppo di strumenti operativi potenzialmente utili peraltri enti locali interessati a promuovere l’adozione di pratiche agroecologiche, come l’agroforestazione, nei rispettivi territori.
Rigenerazione agroecologica e sociale su un bene comune
Intervista a Ginevra Errico // a cura di Chiara Brusatin – Rete Semi Rurali
XFarm, Agricoltura Prossima è il progetto agricolo della cooperativa sociale “Qualcosa di Diverso”, attiva a San Vito dei Normanni (BR). L’azienda agricola opera su 50 ettari di terreno confiscato alla mafia, sviluppandosi come laboratorio di rigenerazione agroecologica e sociale, sperimentando modelli di coltivazione diversificati e sistemi agroforestali.
Abbiamo incontrato Ginevra Errico, una delle socie fondatrici e lavoratrici della cooperativa, per conoscere la storia, la visione e gli obiettivi di questo importante progetto.
Come nasce XFarm e perché avete scelto di investire proprio nell’agricoltura e nella gestione di un bene confiscato?
Tutto è iniziato nel 2017, quando – mentre gestivamo un centro culturale a San Vito dei Normanni – il Comune ha pubblicato un bando per l’assegnazione di 50 ettari di terreni agricoli confiscati alla mafia. Era un’occasione rivolta alle cooperative sociali: per curiosità abbiamo partecipato, ci siamo recati a fare un sopralluogo e, alla fine, abbiamo vinto il bando. Siamo stati gli unici a candidarci. Questo dice molto su quanto poco valore venga attribuito a un terreno. Da lì a poco la nostra vita è cambiata. Entrando in quell’azienda agricola abbiamo capito da subito l’enorme lavoro da fare e quante competenze ci mancavano. Eravamo due economisti, io e Marco, e un sociologo, Roberto. Sul posto abbiamo conosciuto Dylaver e Burbuque, due signori albanesi che vivevano stabilmente nei terreni e che in passato si erano occupati di curare la parte agricola per il precedente proprietario, il confiscato. Abbiamo deciso di considerare questa situazione come una risorsa: 50 ettari abbandonati simbolo di illegalità potevano trasformarsi in 50 ettari che danno lavoro a più persone, diventando manifesto di legalità e buone pratiche. Questo ha significato riconoscere in Dylaver e Burbuque due persone che conoscono a fondo il territorio, che possono mettersi a disposizione per lavorare e prendere parte al progetto, proprio perché è anche il loro progetto di vita. Così è nato XFarm. Siamo partiti in 5, oggi siamo circa 12-15 persone in una realtà che è multifunzionale e aperta al cambiamento.
Gestire un bene confiscato comporta sfide simboliche e operative. Quali sono state le principali difficoltà che avete incontrato?
Era chiaro che fosse un enorme simbolo negativo in quanto bene confiscato e perché rappresentazione dell’agricoltura intensiva, dello sfruttamento delle risorse e del paesaggio monoculturale. Le sfide poi sono state innumerevoli, quella agricola è stata enorme, ci siamo trovati a lavorare su coltivazioni abbandonate, vigne non potate, ulivi segnati dalla Xylella e senza alcun mezzo a disposizione. E non avevamo alcun tipo di competenza, non tanto per lavorare, quanto per dirigere. Quindi la difficoltà è stata mettere le mani in qualcosa che non conoscevamo affatto. Dopodiché, sul lungo termine l’ambizione è stata far sì che XFarm potesse diventare, come lo era stato prima col centro culturale, uno strumento di cambiamento sociale. Per noi il tema non è l’azienda agricola di per sé, ma usarla come strumento di innovazione del territorio, di sostenibilità, di creazione di valore e di lavoro. Fai una formazione e la fai per tutti, non cerchi di far star bene solo l’albero ma cerchi di sperimentare sulla terra con allevamenti avicoli, utilizzi i cavalli del vicino per fertilizzare il suolo, semini senape e trifoglio per cercare di aumentare la biodiversità. E laddove c’erano solo ulivi malati abbiamo immaginato un’agroforesta e siamo riusciti a farcela finanziare. Dunque, la difficoltà più grande è stata alla fine riuscire a fare un’azienda agricola multifunzionale agroecologica e sociale all’interno di un bene comune.
L’agroforestazione, però, implica una visione di lungo periodo. Come avete affrontato questa sfida, sapendo di operare su un terreno con una concessione a tempo determinato?
L’idea era che, dopo i primi 3-4 anni di accompagnamento, l’agroforesta potesse diventare un sistema autonomo, capace di auto-sostenersi anche senza irrigazione. Sapevamo già che molti dei frutti non li avremmo raccolti, e ci andava bene così. Con questo volevamo anche dare un segnale, cioè che non ci interessava “curare” gli alberi affetti da Xylella o rincorrere la nostalgia di un paesaggio passato che non c’è più, ma piuttosto costruirne uno nuovo. La nostra non è una visione palliativa, ma trasformativa. Questo ha significato rompere con la logica della monocoltura dell’olivo, non per eliminarlo, ma per integrarlo all’interno di un sistema produttivo che consenta di immaginare un futuro in queste terre che vada oltre l’olio di oliva.Ciò che ci interessava era ragionare sull’incremento di biodiversità, per cui da qui è nato il nostro primo prototipo di agroforestazione sintropica integrato a un uliveto secolare. Questo progetto, in seguito, è presto diventato uno dei principali ambiti di sperimentazione e di ricerca di XFarm.
Quali strumenti vi hanno permesso di sostenere l’impianto agroforestale? Avete avuto accesso a bandi, fondi pubblici o altri canali di finanziamento?
Il nostro è un progetto finanziato, e questo è importante dirlo perché significa che questi temi che parlano di innovazione agricola e di paesaggio suscitano interesse e vengono supportati. Il primo passo è stato con la Scuola Radicale, un corso per giovani under 35 finanziato dalla Regione Puglia, durante il quale abbiamo progettato il primo prototipo grazie anche a un finanziamento di ZeroCO2. Da questa prima esperienza è sorta l’idea di allargare l’impronta agroforestale agli altri terreni limitrofi: il secondo prototipo è stato sostenuto dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e realizzato grazie alla collaborazione con Deafal ONG. Questo ci ha permesso di implementare ulteriori 2,5 ettari dandoci quindi la possibilità di dare al progetto un respiro nazionale, sia per il tipo di finanziamento che per il tipo di collaborazione avviata. Ha permesso di far uscire il lavoro che abbiamo fatto qui sul territorio come progetto portatore di novità e innovazione anche rispetto ai territori in cui ci troviamo.
Quali condizioni sono necessarie affinché esperienze come la vostra non restino eccezioni isolate? Che futuro vedete per chi lavora la terra oggi puntando su modelli agroecologici, comunitari e non estrattivi?
Personalmente non credo nella replicabilità rigida dei modelli perché ogni contesto ha le sue risorse e le sue criticità. Quello che è necessario è la capacità di saper leggere il contesto territoriale, riuscire a percepirne le risorse e saperlo trasformare. E fare questo non solo per sé ma per gli altri, renderlo cioè una piattaforma di arrivo dove le persone possono portare le loro competenze, idee ed energie. Questo lo abbiamo imparato con l’esperienza del centro culturale: se tu apri le porte a qualcuno, quella persona ti porterà altre persone. L’unica maniera per fare bene le cose è essere in tanti.
Oggi quello che stiamo facendo ha una forte valenza ispirativa ma non siamo gli unici. In questi anni stanno emergendo diverse “isole” che stanno provando a mettere in pratica delle strategie alternative di sopravvivenza, di costruzione di modelli economici alternativi, di produzione e di gestione del paesaggio. È vero che c’è molto fermento, ma c’è anche molto fallimento. La produzione agricola, già di per sé complessa, è ogni anno messa in crisi da problemi differenti, spesso legati ai cambiamenti climatici. Quello che stiamo cercando di fare è rendere la nostra isola quanto più efficiente possibile e far sì che sia in contatto con le isole che già esistono, ma soprattutto che possa stimolare la nascita di nuove.