Le sfide della ricerca agricola
di Riccardo Bocci – Rete Semi Rurali
Parlare di ricerca agricola, uno degli aspetti meno noti e discussi del funzionamento dei nostri sistemi agroalimentari, non è semplice. È una materia sconosciuta, delegata agli addetti ai lavori, che sta vivendo da anni un processo di privatizzazione e di riduzionismo scientifico spinto, senza alcun dibattito o processo democratico di presa delle decisioni.
In Italia, infatti, quando si parla di agricoltura al grande pubblico, il discorso si limita al made in Italy, al buono, pulito e giusto, o al biologico, senza mai approfondire come vengono sviluppate le varietà, come la ricerca influenzi i sistemi produttivi e, soprattutto, chi la gestisca e quali siano le implicazioni delle sue applicazioni.
Certo non è facile parlare di democrazia nella scienza, ambito dominato dal concetto del sapere esperto degli scienziati, convinti di dover indicare la via da seguire alla politica (e alla società in generale). Come cittadini, viviamo tutti i giorni questa difficoltà quando ci confrontiamo con alcune scelte di salute pubblica che ci riguardano. Ad esempio, di chi ci fidiamo quando si parla di vaccini? A quale sapere ci affidiamo per fare delle scelte informate e consapevoli? Sempre più spesso andiamo a cercare altre voci, altre fonti del sapere che, in alcuni casi, criticano o mettono in discussione la singola voce della scienza ufficiale, ammesso che ne esista una sola. In agricoltura la situazione è ancora più complessa a causa della presenza di un soggetto intermedio tra la scienza e l’oggetto di studio: l’agricoltore. Questa figura, nel corso dell’ultimo secolo, è stata emarginata dalla ricerca, privata dei suoi saperi e sistemi di conoscenza nell’ottica della modernizzazione del settore. Questo cambiamento è stato anche spinto dagli stessi agricoltori, alla ricerca di modalità più semplici per risolvere i problemi connessi col fare un’attività all’aria aperta. È difficile, infatti, rifiutare una varietà resistente alle malattie o più facile da coltivare con determinati prodotti chimici. Questa scelta porta con sè la sfida di affrancarsi da millenni di sofferenze e fatiche del fare agricoltura. Tuttavia, questo passaggio non è stato indolore o privo di conseguenze sociali, economiche e ambientali. All’alba del nuovo millennio tutti i nodi stanno venendo al pettine, ma la risposta alle crisi causate dalla “sbornia” della chimica novecentesca continua a essere cercata nella tecnologia, senza mai mettere in discussione il sistema stesso. La ricerca agricola è ancora dominata da una cultura profondamente scientista e colonialista.
Questo Notiziario vuole aprire una finestra su modelli di ricerca alternativi a quelli dominanti, con l’obiettivo di stimolare un dialogo sulle scelte attuali della ricerca pubblica. Dobbiamo riflettere sul fatto che criticare le tecnologie (come ad esempio i nuovi OGM) non vuol dire essere contro la scienza e la ricerca, ma semplicemente discutere dei loro impatti e mettere a confronto punti di vista e interessi diversi. Facciamo nostre le parole della genetista Erna Bennet che nel 2001 scriveva: “sta arrivando il giorno in cui scienziati e intellettuali accetteranno la necessità di intraprendere azioni sociali e assumersi la responsabilità sociale come parte integrante, e non supplementare, della loro responsabilità scientifica, aggiungendo la loro voce e le loro azioni a quelle di milioni di altre persone. Quello sarà un giorno di grande speranza per un mondo gravemente minacciato”.
Purtroppo quel giorno è ancora lontano



