COP16 BIODIVERSITÀ

COP16 BIODIVERSITÀ

Timidi passi in avanti verso il 2030

di Franco Ferroni – WWF Italia

Si sono svolte a Roma dal 25 al 27 febbraio 2025, presso la sede della FAO, le sessioni supplementari della COP16 della Convenzione sulla Diversità Biologica, dopo la battuta di arresto registrata a Cali, in Colombia, a fine ottobre 2024. Un evento internazionale fondamentale per il destino della biodiversità del Pianeta che si è svolto nella preoccupante indifferenza dei media e della politica, nonostante oltre il 50% del PIL globale sia direttamente collegato ad attività dipendenti dalla biodiversità.
Le Parti della COP (i Governi) hanno trovato un accordo per fare in modo che il Quadro Globale per la Biodiversità deciso nella COP15 svoltasi a Kunming-Montreal nel 2022 non resti solo una bella dichiarazione d’intenti, ma venga supportato dalle risorse economiche adeguate a raggiungere i 23 target individuati come fondamentali per fermare e invertire la perdita di biodiversità. Non è nato un nuovo fondo per la biodiversità, come chiedevano i paesi del Sud globale per ottenere maggiore rappresentanza nei paludati meccanismi delle conferenze internazionali, ma le risorse finanziarie sono state comunque trovate.

Alla fine, si è deciso di inserire provvisoriamente il nuovo strumento finanziario nella cornice dell’esistente Gef (Global environment facility). È stato confermato l’obiettivo di mobilitare per la biodiversità almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. I paesi sviluppati dovranno stanziare almeno 20 miliardi all’anno a favore di quelli in via di sviluppo, per arrivare ad almeno 30 miliardi entro il 2030. A Roma è stato, inoltre, approvato un pacchetto di indicatori, fondamentale per misurare i progressi nel raggiungimento dei 23 obiettivi del Quadro Globale per la Biodiversità.
Nelle prossime COP17 (2027) e COP18 (2028) sono previste decisioni chiave sullo sviluppo dello strumento finanziario deciso a Roma (cioè i dettagli operativi) e la possibilità di crearne, eventualmente, uno nuovo e separato.
L’operatività è, però, prevista solo con la COP19 del 2030, data di scadenza di molti obiettivi del Quadro Globale per la Biodiversità. I tempi, quindi, si allungano, mentre prosegue la perdita del capitale naturale del nostro Pianeta.

Chi controlla che cosa mangiamo

Chi controlla che cosa mangiamo

Il commercio agricolo globale è nelle mani di un pugno di grandi aziende che condizionano i sistemi alimentari. Non è solo un problema economico.

di Riccardo Bocci – Altreconomia 278 – Febbraio 2025

A novembre 2024 il comitato Agricoltura del Parlamento europeo ha commissionato uno studio dal titolo “The role of commodity traders in shaping agricultural markets”, per capire come sono strutturati i sistemi alimentari e chi li controlla, soprattutto in seguito alle crisi legate alla guerra in Ucraina. Certo non si tratta di un argomento nuovo. Sono almeno vent’anni che se ne parla e alcuni ricercatori come Phil Howard negli Stati Uniti raccontano da tempo come il libero mercato sia un’invenzione accademica, dominati come siamo da oligopoli o monopoli, e di come il problema non sia meramente economico o di fallimento del mercato, ma colpisca in maniera negativa le nostre vite.

Infatti Howard già nel libro del 2021 “Concentration and Power in the Food System: Who Controls What We Eat?” scriveva che “il potere delle aziende dominanti si estende ben oltre l’aspetto economico, per esempio, gli dà la possibilità di danneggiare comunità ed ecosistemi nella loro ricerca di profitti più alti di quelli medi”.

Quindi niente di nuovo sotto il sole? In realtà no, perché questo rapporto mette nero su bianco una serie di analisi che finora non avevano mai avuto una provenienza così istituzionale, ma erano considerate frutto di movimenti sociali fondamentalmente anticapitalisti. I “cattivi” dovrebbero essere ormai noti anche al grande pubblico. Si tratta di Archer Daniels Midland (Adm, attiva dal 1902), Bunge (1818), Cargill (1865) e Louis Dreyfus Company (Ldc, 1851), anche conosciuti con l’acronimo “Abcd”, che oggi controllano il 50-60% del mercato globale delle materie prime agricole, dato in diminuzione rispetto a pochi anni fa visto che stanno emergendo altri attori come Cofco international (China), Wilmar international e Olam group (Singapore) e Kernel (Ucraina).

Se, storicamente, le “Abcd” si concentravano sulle fasi di stoccaggio, trasporto e lavorazione primaria delle materie agricole, negli ultimi anni hanno intrapreso processi di integrazione orizzontale (acquisizione di competitori) e verticale (espansione in settori diversi come l’alimentazione animale anche di quelli domestici, i biocarburanti e più recentemente le proteine vegetali) che hanno aumentato la loro posizione dominante.

Il 50/60% è la quota del mercato globale delle materie prime agricole controllata dalle aziende Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus Company (conosciute come “Abcd”)

Gli economisti non si sono mai preoccupati dei problemi causati da mono e oligopoli, troppo accecati dal fatto che questi processi di economie di scala avrebbero portato a una riduzione dei costi di transazione secondo la teoria economica, con supposti effetti benefici per tutti.

Purtroppo, si sono dimenticati i rischi presenti nel mondo reale, legati ad alti prezzi al consumo, bassi prezzi ai fornitori e ridotta innovazione. Per non citare il fatto che i gruppi dirigenti di queste società sono composti principalmente da maschi, bianchi e sessantenni.

Il rapporto si concentra sulle scorte strategiche delle materie prime, viste come possibile strumento per far fronte all’imprevedibilità dell’approvvigionamento alimentare dovuta a crisi e cambiamenti climatici. L’impatto della concentrazione del settore si fa sentire anche in questo caso, dato che “Abcd” non sono obbligate a rivelare le loro capacità, stimate intorno al 10% delle attuali scorte globali, ostacolando così un’analisi della situazione e la trasparenza del mercato.

L’ultima parte dell’analisi conferma il sempre maggior impatto della finanza e del mercato dei derivati sui prezzi delle derrate agricole, segnalando come “sebbene siano state introdotte numerose leggi dopo la crisi finanziaria del 2008, sussistono ancora lacune significative nella supervisione e nella regolamentazione dei mercati fisici e finanziari”.

Insomma, il quadro finale è a tinte fosche con pochi margini per immaginare trasformazioni del settore nei prossimi anni.

L’agricoltura non funziona a compartimenti stagni

L’agricoltura non funziona a compartimenti stagni

Scambio delle sementi e gestione dinamica delle diversità intersecano discipline differenti. Il rigido approccio del ministero competente non aiuta.

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 277 – Gennaio 2025

Di chi sono le sementi? 

Di chi sono le sementi? 

di Riccardo Bocci – Tratto da Nautilus rivista – Gennaio 2025

Il Trattato FAO compie 20 anni!

Il Trattato FAO compie 20 anni!

Fonte: https://www.fao.org/plant-treaty/anniversary/en/


APPUNTAMENTI 2025

31 marzo – 4 aprile 2025 Roma

Tredicesimo incontro dell’Ad Hoc Open-ended Working Group to Enhance the Functioning of the Multilateral System

23 – 26 giugno 2025 Roma
Sesto incontro dell’Ad Hoc Technical Experts Group on Farmers’ Rights (AHTEG-FR-6)

Settembre 2025 – Filippine
Secondo Simposio Globale sui Diritti degli Agricoltori

24 – 29 novembre 2025 Lima (Perù)
Undicesima sessione dell’Organo di Governo del Trattato


Da leggere

Questa pubblicazione presenta le 32 opzioni per realizzare i diritti degli agricoltori, estratte dalle esperienze presenti nell’Inventario e organizzate in 11 categorie. Ogni categoria ha più di un’opzione, un elenco di esempi, una spiegazione dell’opzione, e quali tipi di misure possono essere prese.

Per approfondimenti:
https://www.fao.org/plant-treaty/areas-of-work/farmers-rights/en/

L’impatto dell’Europa sul Sud Globale

L’impatto dell’Europa sul Sud Globale

Il ruolo della normativa sementiera

di Riccardo Bocci – Rete Semi Rurali