Il mondo agricolo chiede dazi “ambientali” e “sociali” contro l’accordo di libero scambio tra Ue e Mercosur. Facendo emergere l’ipocrisia sui pesticidi.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 276 – Dicembre 2024
Hanno fatto discutere a fine novembre le trattative per la conclusione dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur, dopo circa un quarto di secolo di trattative. L’Ue creerebbe così un’area di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con all’interno più di settecento milioni di persone.
Si tratta di un altro tassello verso quel processo di apertura dei mercati e globalizzazione commerciale che un tempo era oggetto di critica del pensiero altermondialista. Oggi si fa fatica anche solo a scoprire che questo accordo era in agenda nel G20 che si è tenuto in Brasile dal 14 al 19 novembre.
Le uniche voci contrarie sono rimaste quelle del mondo agricolo che, questa volta compatto, chiede la revisione di un accordo che viene visto come la pietra tombale sull’agricoltura europea a causa dell’eliminazione dei dazi alle importazioni dei prodotti agricoli del Mercosur.
Infatti, come al solito, l’Unione europea negozia l’apertura dei mercati altrui a beni industriali e servizi europei e offre l’ingresso di materie prime agricole nel proprio mercato. Il tutto è perfettamente funzionale con il modello di sviluppo nel quale siamo immersi: l’agricoltura è un settore residuale destinato a scomparire dalle economie a capitalismo avanzato, fatta salva la nicchia del cosiddetto prodotto di qualità (variamente etichettato), che però lega sempre più la materia prima alle zone dove il costo della manodopera è basso e limita la mera trasformazione al territorio europeo.
Insomma non è un errore per i funzionari di Bruxelles negoziare un accordo di questo tipo, è esattamente quello che hanno imparato nelle business school che hanno frequentato e quello che gli insegnano ogni giorno. Dominati da questo pensiero unico liberista, ai sindacati non resta che difendere una battaglia di retroguardia, affermando che l’accordo non è equo perché gli agricoltori del Mercosur non devono rispettare le regole ambientali europee e quindi i nostri cittadini si troverebbero dei prodotti con bassi standard qualitativi.
Le firme raccolte dalla petizione del Pesticide action network Europe e presentate alla Commissione europea sono 260mila
In questo caso, il Green deal e le norme ambientali, tanto avversate in altre occasioni dai sindacati agricoli, tornano a essere un utile appiglio per difendere la richiesta di dazi “ambientali” e “sociali”. È però difendibile una simile posizione che da un lato protegge il nostro mercato, ma dall’altro ha come orizzonte commerciale l’esportazione e quindi le aperture dei mercati altrui ai nostri prodotti? Senza mai rimettere in discussione il modello agricolo industriale.
Anche un altro problema emerge nelle relazioni Ue/Mercosur: la nostra falsa coscienza riguardo i pesticidi. Infatti se in Europa dopo anni di lotte le politiche agricole cominciano timidamente a parlare di una loro riduzione e della messa al bando di quelli “troppo” tossici (vedi anche la petizione lanciata dal Pesticide action network Europe con più di 260mila firme e presentata a novembre alla Commissione), in Sud America la situazione è molto diversa.
In Brasile, ad esempio, il loro uso è quadruplicato negli ultimi dieci anni. Si tratta in molti casi di principi attivi che da noi non sono più ammessi, ma che sono prodotti in Europa e poi esportati in America Latina. Quindi, ricapitolando, l’Ue attua delle politiche ambientali (che però si guardano bene dal bandire la produzione dei pesticidi non commercializzabili in Europa) per rendere più green l’agricoltura, ma allo stesso tempo promuove con le politiche commerciali un’apertura dei mercati che favorisce le importazioni agricole a basso costo da zone dove queste politiche non sono attuate e per di più esporta in questi Paese quei pesticidi che mette al bando sul territorio comunitario.
A prima vista potrebbe sembrare un’incoerenza o lo strabismo frutto di competenze e direzioni diverse della Commissione europea. Ma, in realtà, tutto ciò ha un nome: capitalismo.
Sebbene la legislazione dell’UE sulle sementi sia stata modificata più volte, anche per cercare di promuovere una maggiore diversificazione del sistema sementiero formale (rsr.bio/aperture-nella-legislazione-sementiera/), i suoi principi fondamentali non sono cambiati in quasi 100 anni. Le crisi del clima e della biodiversità, così come i cambiamenti sociali, economici e tecnologici nei decenni successivi all’adozione delle regole negli anni ’60, richiedono un ripensamento fondamentale.
Il primo tentativo di riforma: nel 2013, su richiesta del Consiglio, la Commissione Europea pubblicò una proposta (2013/0137) per un nuovo Regolamento Europeo su tutto il materiale di propagazione vegetale (sementi, piante da frutto, ornamentali e specie forestali). Lo scopo era principalmente quello di sviluppare un unico strumento normativo che fosse valido sull’intero territorio dell’Unione e facilitasse la circolazione delle sementi sul mercato. Nonostante quattro anni di intensa negoziazione tra parti interessate, includendo il vasto mondo associativo, la proposta fu respinta dal Parlamento Europeo nel 2014 (per maggiori dettagli su questo processo: notiziario RSR #8).
Il nuovo processo di riforma: Nel 2019, la Commissione ha lanciato un nuovo processo di riforma, che stavolta non ambisce solo a facilitare il commercio delle sementi ma anche ad allineare la legislazione sementiera agli obiettivi del Green Deal Europeo (www.consilium.europa.eu/it/policies/green-deal/) e la Strategia Farm to Fork (food.ec.europa.eu/horizontal-topics/farm-fork-strategy_en?prefLang=it), contribuendo alla transizione agroecologica. La proposta è stata resa pubblica il 5 luglio 2023, insieme a quella per la de-regolamentazione dei nuovi OGM. Il processo di negoziazione (rsr.bio/il-negoziato-per-la-nuova-legislazione-sementiera/) in seno al Parlamento, alla Commissione e al Consiglio Europeo per arrivare alla proposta definitiva protrarrà probabilmente fino al 2025.
La proposta allarga il campo di applicazione (più specie oggetto della legislazione) e regolamenta con maggior dettaglio lo spazio di manovra di diverse categorie di attori: privati, agricoltori, reti di sementi e banche del germoplasma. Restano in piedi i due pilastri della registrazione varietale (sebbene con delle prove aggiuntive rispetto a quelle previste fino ad oggi) e la certificazione delle sementi, mentre vengono estese le deroghe per le varietà da conservazione ed il materiale eterogeneo.
Il testo integrale della proposta può essere consultato qui:
Nell’editoriale del Notiziario RSR n.35 si trova un’analisi critica dei principali punti contestati dalle organizzazioni delle sementi e del biologico. Insieme ad altre organizzazioni europee, Rete Semi Rurali partecipa attivamente al negoziato, con azioni di pressione politica sulle istituzioni italiane ed i rappresentanti europei e attraverso una campagna di sensibilizzazione (mitmachen.arche-noah.at/it/tua-voce-per-la-diversita)
L’infografica qui sotto, pubblicata nella pagina “Seminare il Cambiamento” del Notiziario RSR n.35 (https://rsr.bio/cosa-propone-la-commissione-europea/), riassume i passaggi di cui si compone il negoziato sulla proposta di nuova legislazione sementiera europea. Gli attori coinvolti sono la Commissione Europea, che ha pubblicato la prima proposta, il Parlamento ed il Consiglio Europei, ognuno dei quali può proporre emendamenti alla proposta, articolo per articolo. Quando sia il Parlamento ed il Consiglio hanno elaborato le loro (contro)proposte, le tre entità si siedono insieme nel cosiddetto “Trilogo” per arrivare ad un testo condiviso, che poi diventa legge. Lungo tutto il processo, gli attori interessati dal futuro regolamento si organizzano con attività di lobbying, advocacy ed influenza politica, per vedere rappresentati i propri interessi nella proposta finale.
La negoziazione in seno al Parlamento Europeo si è conclusa come da attese nell’Aprile 2024, con una posizione tutto sommato favorevole alla diversificazione dei sistemi sementieri ed in certi casi addirittura un allargamento delle aperture proposte dalla Commissione: le attività di accesso alle sementi conservate nelle banche del germoplasma, ma anche nelle case delle sementi, sono state messe fuori dal campo di azione della normativa; come anche tutte le attività di scambio tra hobbisti. Lo scambio dei semi tra agricoltori ha per la prima volta un articolo dedicato per consentirlo a livello locale. Inoltre, alle organizzazioni non profit che lavorano per la conservazione dell’agrobiodiversità sarà permesso di vendere sementi di varietà non iscritte. Il processo in seno al Consiglio Europeo si sta rivelando più lento, il che significa probabilmente che la successiva fase di negoziato a tre (Parlamento, Consiglio e Commissione) non inizierà prima del 2025.
Quello che è chiaro è che non tutti i Ministri Europei saranno concordi con le aperture delineate dal Parlamento; anzi, senza un’adeguata opera di informazione e sensibilizzazione sull’importanza di distinguere tra il mercato sementiero industriale e le piccole attività legate alla gestione dinamica dell’agrobiodiversità, è molto probabile che il Consiglio faccia un passo indietro rispetto al testo approvato in Parlamento.
Aggiornamenti periodici sull’andamento del negoziato vengono condivisi sui social e tramite newsletter e notiziari di RSR.
Fino agli anni ’90, la conservazione delle risorse genetiche agricole, era stata considerata soltanto da un punto di vista scientifico, esclusivo interesse di istituzioni di ricerca e di conservazione ex situ (banche del seme ecc). Il settore sementiero non era mai stato considerato parte di un possibile sistema integrato per la conservazione e l’uso sostenibile di queste risorse. A partire dagli anni ‘90 invece, anche grazie all’influenza degli accordi internazionali sulle risorse genetiche (vedi pagina sito) ed al crescente movimento di agricoltori e consumatori attenti a queste tematiche, le cose iniziano a cambiare e cominciano a comparire termini quali “varietà da conservazione” “materiale eterogeneo biologico” e “Organic Varieties”.
Varietà da conservazione: La Direttiva UE 98/95 del Dicembre 1998 introduce questa nuova categoria di cui si autorizza la commercializzazione nel territorio dell’Unione Europea. Tali varietà sono quelle, sia locali che moderne, non più iscritte ai Registri nazionali, ma ancora coltivate in modo tradizionale in luoghi specifici e particolari e minacciate dalla cosiddetta erosione genetica. La Direttiva Europea per la prima volta riconosceva il legame tra la conservazione delle risorse genetiche e le regole sulla commercializzazione delle sementi. L’idea era quella di creare un sistema semplificato per la registrazione e l’immissione sul mercato delle sementi di queste varietà, che potesse favorirne ancor meglio la conservazione tramite l’uso diretto, supportare sistemi sementieri locali e biologici e coesistere in parallelo al settore sementiero formale. Vista la difficoltà delle negoziazioni, solo a partire dal 2008 sono uscite le direttive di attuazione: la Direttiva 62 sulle varietà da conservazione di specie agrarie e patate, la Direttiva 145 sulle ortive, e la Direttiva 60 sulle miscele foraggere. L’impatto di queste Direttive è stato variabile a seconda delle specie e dei Paesi, ma in generale, soprattutto le specie agrarie sono appesantite da deroghe limitanti e da una eccessiva burocratizzazione di tutto il sistema. Per maggiori dettagli sulle varietà da conservazione: Guida ai sistemi sementieri: rsr.bio/wp-content/uploads/2021/02/Guida-ai-sistemi-sementieri.pdf Scheda Tecnica n.5
Il materiale eterogeneo biologico (MEB): Qualche anno più tardi, nel 2014, la Commissione ha lanciato un esperimento temporaneo in sei Paesi (2014-2021, EU Commission Implementing Decision 2014/150/EU) per permettere in via sperimentale l’immissione sul mercato di sementi non certificate derivanti da popolazioni eterogenee di cereali. I risultati di questo esperimento hanno aperto un’altra breccia nella legislazione sementiera, attraverso il nuovo Regolamento Europeo sull’Agricoltura Biologica (2018/848 e gli Atti Delegati 2021/1189). Questo regolamento permette ufficialmente la commercializzazione di materiale eterogeneo biologico (in inglese OHM – Organic Heterogeneous Material) tramite una semplice notifica e senza passare dal processo di registrazione varietale e di certificazione dei lotti.
Esperimento temporaneo sulle varietà adatte al bio: Ancor più recentemente, traendo spunto dai principi del nuovo regolamento Europeo per l’Agricoltura Biologica, altri due esperimenti temporanei (2023-2030) sono stati avviati per valutare ulteriori modifiche all’architettura sementiera comunitari, risultando nella possibilità di registrare varietà adatte all’agricolturabiologica (OV – Organic Varieties) con alcune eccezioni rispetto ai protocolli DUS e per un numero limitato di specie: orzo, mais, segale e frumento (Direttiva EU 2022/1647) e carota e cavolo rapa (EU 2022/1648). Alla fine di ogni anno gli Stati Membri dovranno mandare il loro rapporto sul numero di richieste di iscrizione e sui risultati dei test DUS “modificati”.
Ad oggi, la commercializzazione delle sementi nell’Unione Europea è disciplinata da una numerosa serie di Direttive comunitarie, che devono a loro volta essere recepite in ogni Stato Membro . Le prime, risalenti agli anni ’60, si proponevano di garantire l’identità, la qualità e la produttività delle sementi, rispondendo alle esigenze di aumento della produzione e agli interessi delle nascenti industrie sementiere e alimentari. Per essere commercializzate sul territorio Europeo, è obbligatorio rispettare alcune regole contenute nelle già citate Direttive: le varietà devono essere iscritte ai registri ufficiali e le sementi da esse derivate devono essere certificate ed etichettate.
L’iscrizione delle varietà: registrare una varietà, escluse poche eccezioni, è un prerequisito fondamentale per poter immettere le sue sementi sul mercato. Per poter essere registrata nei cataloghi nazionali (www.sian.it/portale/?) ed in quello comunitario (european-union.europa.eu/select-language?destination=/node/1), una varietà deve sottostare agli stessi criteri che ne permettono la protezione nel sistema UPOV (The International Union for the Protection of New Varieties of Plants)(www.upov.int/portal/index.html.en): in entrambi casi la varietà deve essere Distinta, Uniforme e Stabile, deve perciò rispettare i cosiddetti criteri “DUS”. Le prove in campo per verificare questa corrispondenza sono eseguite da autorità pubbliche e richiedono diversi cicli di moltiplicazione (anni) oltre che essere molto costose. Nel caso specifico dei cereali e delle altre colture di pieno campo si applica anche un altro criterio, il VCU (valore agronomico e di coltivazione), che valuta le qualità di una nuova varietà per stabilire se costituisce un miglioramento apprezzabile rispetto alle varietà esistenti. La VCU viene verificata in condizioni di coltivazione convenzionali, pertanto è di solito un ostacolo importante all’approvazione di varietà selezionate per sistemi agricoli biologici o a basso impatto ambientale.
La certificazione delle sementi: una volta superato il processo di registrazione di una determinata varietà, per essere commercializzata sul mercato dell’Unione Europea deve rispondere a ulteriori criteri qualitativi legati a: purezza, umidità, assenza di malattie/parassiti e germinabilità. Per garantire il rispetto degli standard, le Direttive sementiere prevedono la certificazione pre-commercializzazione dei lotti delle sementi, assicurandosi così che esse siano state riprodotte in modo adeguato (ad esempio rispettando le distanze necessarie ad impedirne la contaminazione). La certificazione è rilasciata da Autorità Pubbliche (in Italia il CREA-DC) che richiedono campioni dai produttori e conducono ispezioni in campo. Per alcune specie (ortive o fruttifere) esiste una maggior flessibilità nelle procedure di certificazione, per cui si eseguono controlli su sementi già immesse sul mercato.
Etichettatura e confezionamento: Infine, le legislazione sementiera prevede l’obbligo di confezionare le sementi in pacchetti sigillati, e di riportare in etichetta informazioni che ne permettano la tracciabilità (lotto della semente, ente certificatore, ecc.). Questo modello di legislazione sementiera, insieme alle politiche di sviluppo agricolo e le normative sulla proprietà intellettuale ha favorito l’affermazione dei sistemi sementieri formali, relegando quelli informali ai margini della legge (link a pagina sito su sistemi sementieri). Ciò ha determinato un danno non solo per il mantenimento e la creazione della diversità agricola ma anche per lo sviluppo del settore biologico, che non trova sul mercato un sufficiente numero di varietà che rispondano alle esigenze di adattamento locale, stabilità e qualità. Negli anni, sono state avanzate diverse proposte per far coesistere la conservazione della diversità agricola con la legislazione sementiera (https://rsr.bio/aperture-nella-legislazione-sementiera/) ma è anche tutt’ora in corso un processo più profondo di riforma della legislazione sementiera stessa (rsr.bio/verso-una-riforma-integrale-della-legislazione-sementiera/).
La questione agricola sarà tra i dossier più delicati per la prossima legislatura europea. Riuscirà il mondo dell’agroecologia a far sentire la sua voce?
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 275 – Novembre 2024
Si è aperta la stagione che dovrà definire la prossima politica agraria europea (Pac). A settembre 2024 si è insediata la nuova Commissione, che vede come responsabile dell’agricoltura Christophe Hansen, lussemburghese del gruppo dei Cristiano democratici.
La questione agricola sarà uno dei dossier più difficili da affrontare, da negoziare sotto il controllo della presidenza con la delega all’agricoltura al vicepresidente Raffaele Fitto. Infatti, prima delle elezioni avevamo lasciato Bruxelles sotto il tiro dei trattori, con la Commissione che aveva rivisto al ribasso le sue ambizioni ambientaliste.
Inoltre, mentre si consumava il parziale tradimento del Green deal agricolo, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel discorso sullo stato dell’Unione del 13 settembre 2023 aveva lanciato il dialogo strategico sul futuro dell’agricoltura dell’Ue, percorso iniziato nel gennaio 2024 con la partecipazione di 29 importanti stakeholder del settore agroalimentare europeo, della società civile, delle comunità rurali e del mondo accademico.
Questo gruppo il 4 settembre 2024 ha prodotto il report “Dialogo Strategico per il futuro dell’agricoltura europea”, frutto di sette incontri nei mesi precedenti. Uno dei punti interessanti del documento è la presa d’atto che “la modernità si riflette anche nel fatto che c’è sempre un pluralismo di opinioni su tali questioni fondamentali e sui concetti concreti, opinioni che possono essere contraddittorie e persino in parte inconciliabili. Pertanto, le controversie su questioni esistenziali come agricoltura, cibo e natura non sono solo inevitabili nelle società moderne, ma anche espressione della loro libertà.
In questo contesto, l’agricoltura, il finanziamento pubblico e le relative politiche devono essere ri-giustificati in base alle mutate condizioni sociali. Il reddito agricolo e la sicurezza alimentare sono argomenti importanti, ma devono essere integrati da argomenti che si concentrino in modo credibile sulla responsabilità ambientale e sociale e sui servizi ecosistemici che l’agricoltura dovrebbe fornire”.
A questo documento si rifà anche la presidente che, nella sua lettera pubblica al nuovo commissario Hansen del 17 settembre, individua la sua missione per i prossimi cento giorni. Hansen avrà l’arduo compito di coniugare le parole d’ordine europee -competitività, resilienza e sostenibilità- facendo lo sforzo di ascoltare tutte le voci per riprendere le raccomandazioni del Dialogo strategico e condensarle nella Visione per l’agricoltura e l’alimentazione.
Questa dovrà basarsi anche su tecnologie innovative e scienza, termini apparentemente neutrali ma che nascondono l’idea di basare il cambiamento in particolare sulle nuove tecniche genomiche. Interessante notare che la lettera presenta un nuovo campo d’azione strategico per il commissario: affrontare la diffusione mirata della disinformazione nelle aree rurali. Come dire, vogliamo evitare un’altra protesta dei trattori e il problema non è la visione europea e la crisi strutturale del mondo agricolo, ma la disinformazione degli agricoltori.
Le persone che lavorano nel settore agricolo nell’Ue sono 17 milioni, la loro età media è di 57 anni (Commissione europea)
Anche i sindacati si stanno organizzando per farsi trovare pronti, avendo appena eletto all’unanimità il nuovo presidente del Comitato delle organizzazioni professionali agricole della Comunità europea (Copa). Sarà l’italiano Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, a gestire i futuri negoziati comunitari. Sembra, quindi, che i conflitti nazionali tra Coldiretti e Confagricoltura si siano dissolti a livello comunitario, dove marciano insieme.
E uno dei dossier sul tavolo di Copa è l’apertura auspicata alle Tecniche di evoluzione assistita (Tea), viste come la panacea per far fronte ai cambiamenti climatici. In questa griglia di partenza, che ruolo saranno in grado giocare cittadini, associazioni di agricoltori alternativi e ambientaliste per mettere all’ordine del giorno i valori di un’agricoltura finalmente agroecologica?