da Manuele Bartolini | Set 29, 2025 | Articoli, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Pubblicato l’articolo in collaborazione con G.O.S.S.I
di Raquel Ajates · Riccardo Bocci · Shalini Bhutani · Almendra Cremaschi · Jack Kloppenburg · Johannes Kotschi · Georie Pitong · Patrick Van Zwanenberg · Daniel Wanjama
Contesto:
L’attuale complesso quadro normativo in materia di governance delle sementi e l’industria delle sementi sempre più oligopolistica che lo ha sostenuto hanno creato una serie di recinti che impediscono agli agricoltori e a molti coltivatori di accedere liberamente alle sementi, condividerle e migliorarle, limitando la loro libertà di operare e cooperare. In opposizione alla conseguente perdita continua sia della diversità coltivata che dei diritti degli agricoltori sulle sementi, sono emerse iniziative sperimentali che applicano modelli open source e principi copyleft al settore delle sementi. Questo articolo presenta sei iniziative provenienti da cinque continenti diversi che applicano modelli di semi open source (OSS) in contesti culturali, politici e agronomici molto diversi: Bioleft in Argentina, Seed Savers Network in Kenya, MASIPAG nelle Filippine, OpenSourceSeeds in Germania, Open Source Seed Initiative negli Stati Uniti e Rete Semi Rurali in Italia. Analizziamo i meccanismi con cui i modelli OSS cercano di superare i vincoli legali, di conoscenza e finanziari creando spazi operativi sicuri negli attuali quadri di governance, promuovendo la diversità e ricostruendo ponti tra agricoltori e selezionatori, mentre esplorano modelli finanziari innovativi per finanziare la selezione per la diversità colturale. I risultati mostrano che l’OSS emerge come una strategia sinergica per amplificare i diritti sulle sementi attraverso tre dimensioni: in primo luogo, geograficamente, collegando gli sforzi locali e internazionali per migliorare la diversità colturale e i diritti sulle sementi. In secondo luogo, una dimensione temporale, agendo ora, nell’attuale contesto giuridico.
da Manuele Bartolini | Set 1, 2025 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Ogni voce fuori dal coro viene silenziata e bollata come antiscientifica. Non solo nell’accademia. Un problema per la ricerca agricola e per tutti.
a cura di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 283 – Luglio/Agosto 2025
Dove sta andando la ricerca agricola pubblica italiana? Risposta non facile in un momento come questo in cui il dibattito pubblico si è polarizzato sui nuovi Ogm o sulle Tecniche di evoluzione assistita (Tea).
Questa nuova tecnologia ha assunto il ruolo taumaturgico e salvifico sul futuro della ricerca: se le regole faciliteranno il suo uso il progresso sarà garantito, altrimenti finiremo in un’epoca oscurantista. Ogni dialogo è interrotto e ogni voce fuori da questo coro silenziata e bollata come antiscientifica. Fa effetto leggere sulle riviste di settore articoli di commento alla prossima Politica agricola comune (Pac), che, nelle rivendicazioni politiche per dare un futuro all’agricoltura, mettono anche l’approvazione del nuovo regolamento sulle New genomic techniques (Ngt).
Il sillogismo è semplice nella sua banalità: volete ridurre i pesticidi e far fronte ai cambiamenti climatici? Allora l’unica strada sono le Ngt. Un’affermazione che dimentica che da anni modelli agricoli alternativi come il biologico coltivano senza input chimici di sintesi e come la sfida climatica sia legata alla diversificazione dei sistemi agroalimentari, all’interno della transizione verso l’agroecologia.
La stessa retorica la ritroviamo nelle affermazioni della senatrice Elena Cattaneo che, dalle pagine di D di Repubblica nello speciale “Food” del 7 giugno scorso, ammonisce quanti hanno paura dell’innovazione e della ricerca. La sua narrazione è anch’essa semplice e banale: abbiamo sempre fatto miglioramento genetico delle piante e non dobbiamo temere queste nuove tecnologie che sono precise e sicure. Questo approccio, riduzionista e scientista, dimentica come la questione della ricerca agricola sia un tema complesso e socialmente costruito, che coinvolge diversi e variegati attori: gli agricoltori, che dovrebbero usare le innovazioni, i cittadini, che dovrebbero accettarle nei loro piatti, e in generale la società.
Non tiene in considerazione, inoltre, dell’evoluzione della genetica negli ultimi trent’anni, che ha disegnato un genoma sempre più fluido e in interazione continua con il suo ambiente, ben lontano dal dogma centrale della biologia in cui un gene codifica una proteina. Nel 2025 non è più possibile immaginare questo tema lasciato solo nelle mani degli esperti, sempre più settoriali e, nel caso della genetica agraria, sempre più lontani dal campo. Non è accettabile relegare nell’angolo del pensiero oscurantista quanti si permettono di criticare la scienza ufficiale, e allo stesso tempo, portano avanti nuovi modelli di ricerca e azione. Manca, purtroppo, un luogo in cui questo dialogo possa avvenire, ma non nell’ottica classica con cui molti studiosi fanno comunicazione della scienza.
La dotazione finanziaria del Pnrr destinata all’innovazione e alla meccanizzazione nel settore agricolo e alimentare è pari a mezzo miliardo
Il fine del dialogo, infatti, non è convincere i non scienziati della bontà della tecnologia ma valutarne insieme la sua efficacia e accettabilità. Avendo come opzione anche la scelta di non usarla. Varrebbe la pena domandarsi quante promesse dei “vecchi” Ogm degli anni Novanta del secolo scorso siano state mantenute per capire il contesto in cui quell’innovazione ha funzionato e quale modello agricolo ha promosso.
Nel frattempo, dopo la pandemia da Covid-19, la ricerca agraria ha vissuto un periodo d’oro, forse come mai nella sua storia, inondata dalle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che ha favorito una proliferazione di progetti, attività e contratti precari. Tutti rigorosamente in scadenza a fine 2026. Purtroppo questi fondi non sono serviti per ristrutturare il sistema della ricerca agricola, mettendo un po’ di ordine tra i troppi enti suddivisi tra Cnr, Crea, Enea e università, e facenti capo a due ministeri diversi. Il Pnrr ha tappato e mascherato deficienze pregresse, mancando, però, di rispondere alle domande di fondo. Per chi e con chi si fa la ricerca? Quale modello agricolo si vuole promuovere?
da Manuele Bartolini | Mag 30, 2025 | Articoli, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Timidi passi in avanti verso il 2030
di Franco Ferroni – WWF Italia
Si sono svolte a Roma dal 25 al 27 febbraio 2025, presso la sede della FAO, le sessioni supplementari della COP16 della Convenzione sulla Diversità Biologica, dopo la battuta di arresto registrata a Cali, in Colombia, a fine ottobre 2024. Un evento internazionale fondamentale per il destino della biodiversità del Pianeta che si è svolto nella preoccupante indifferenza dei media e della politica, nonostante oltre il 50% del PIL globale sia direttamente collegato ad attività dipendenti dalla biodiversità.
Le Parti della COP (i Governi) hanno trovato un accordo per fare in modo che il Quadro Globale per la Biodiversità deciso nella COP15 svoltasi a Kunming-Montreal nel 2022 non resti solo una bella dichiarazione d’intenti, ma venga supportato dalle risorse economiche adeguate a raggiungere i 23 target individuati come fondamentali per fermare e invertire la perdita di biodiversità. Non è nato un nuovo fondo per la biodiversità, come chiedevano i paesi del Sud globale per ottenere maggiore rappresentanza nei paludati meccanismi delle conferenze internazionali, ma le risorse finanziarie sono state comunque trovate.
Alla fine, si è deciso di inserire provvisoriamente il nuovo strumento finanziario nella cornice dell’esistente Gef (Global environment facility). È stato confermato l’obiettivo di mobilitare per la biodiversità almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. I paesi sviluppati dovranno stanziare almeno 20 miliardi all’anno a favore di quelli in via di sviluppo, per arrivare ad almeno 30 miliardi entro il 2030. A Roma è stato, inoltre, approvato un pacchetto di indicatori, fondamentale per misurare i progressi nel raggiungimento dei 23 obiettivi del Quadro Globale per la Biodiversità.
Nelle prossime COP17 (2027) e COP18 (2028) sono previste decisioni chiave sullo sviluppo dello strumento finanziario deciso a Roma (cioè i dettagli operativi) e la possibilità di crearne, eventualmente, uno nuovo e separato.
L’operatività è, però, prevista solo con la COP19 del 2030, data di scadenza di molti obiettivi del Quadro Globale per la Biodiversità. I tempi, quindi, si allungano, mentre prosegue la perdita del capitale naturale del nostro Pianeta.
da Manuele Bartolini | Feb 18, 2025 | Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Il commercio agricolo globale è nelle mani di un pugno di grandi aziende che condizionano i sistemi alimentari. Non è solo un problema economico.
di Riccardo Bocci – Altreconomia 278 – Febbraio 2025
A novembre 2024 il comitato Agricoltura del Parlamento europeo ha commissionato uno studio dal titolo “The role of commodity traders in shaping agricultural markets”, per capire come sono strutturati i sistemi alimentari e chi li controlla, soprattutto in seguito alle crisi legate alla guerra in Ucraina. Certo non si tratta di un argomento nuovo. Sono almeno vent’anni che se ne parla e alcuni ricercatori come Phil Howard negli Stati Uniti raccontano da tempo come il libero mercato sia un’invenzione accademica, dominati come siamo da oligopoli o monopoli, e di come il problema non sia meramente economico o di fallimento del mercato, ma colpisca in maniera negativa le nostre vite.
Infatti Howard già nel libro del 2021 “Concentration and Power in the Food System: Who Controls What We Eat?” scriveva che “il potere delle aziende dominanti si estende ben oltre l’aspetto economico, per esempio, gli dà la possibilità di danneggiare comunità ed ecosistemi nella loro ricerca di profitti più alti di quelli medi”.
Quindi niente di nuovo sotto il sole? In realtà no, perché questo rapporto mette nero su bianco una serie di analisi che finora non avevano mai avuto una provenienza così istituzionale, ma erano considerate frutto di movimenti sociali fondamentalmente anticapitalisti. I “cattivi” dovrebbero essere ormai noti anche al grande pubblico. Si tratta di Archer Daniels Midland (Adm, attiva dal 1902), Bunge (1818), Cargill (1865) e Louis Dreyfus Company (Ldc, 1851), anche conosciuti con l’acronimo “Abcd”, che oggi controllano il 50-60% del mercato globale delle materie prime agricole, dato in diminuzione rispetto a pochi anni fa visto che stanno emergendo altri attori come Cofco international (China), Wilmar international e Olam group (Singapore) e Kernel (Ucraina).
Se, storicamente, le “Abcd” si concentravano sulle fasi di stoccaggio, trasporto e lavorazione primaria delle materie agricole, negli ultimi anni hanno intrapreso processi di integrazione orizzontale (acquisizione di competitori) e verticale (espansione in settori diversi come l’alimentazione animale anche di quelli domestici, i biocarburanti e più recentemente le proteine vegetali) che hanno aumentato la loro posizione dominante.
Il 50/60% è la quota del mercato globale delle materie prime agricole controllata dalle aziende Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus Company (conosciute come “Abcd”)
Gli economisti non si sono mai preoccupati dei problemi causati da mono e oligopoli, troppo accecati dal fatto che questi processi di economie di scala avrebbero portato a una riduzione dei costi di transazione secondo la teoria economica, con supposti effetti benefici per tutti.
Purtroppo, si sono dimenticati i rischi presenti nel mondo reale, legati ad alti prezzi al consumo, bassi prezzi ai fornitori e ridotta innovazione. Per non citare il fatto che i gruppi dirigenti di queste società sono composti principalmente da maschi, bianchi e sessantenni.
Il rapporto si concentra sulle scorte strategiche delle materie prime, viste come possibile strumento per far fronte all’imprevedibilità dell’approvvigionamento alimentare dovuta a crisi e cambiamenti climatici. L’impatto della concentrazione del settore si fa sentire anche in questo caso, dato che “Abcd” non sono obbligate a rivelare le loro capacità, stimate intorno al 10% delle attuali scorte globali, ostacolando così un’analisi della situazione e la trasparenza del mercato.
L’ultima parte dell’analisi conferma il sempre maggior impatto della finanza e del mercato dei derivati sui prezzi delle derrate agricole, segnalando come “sebbene siano state introdotte numerose leggi dopo la crisi finanziaria del 2008, sussistono ancora lacune significative nella supervisione e nella regolamentazione dei mercati fisici e finanziari”.
Insomma, il quadro finale è a tinte fosche con pochi margini per immaginare trasformazioni del settore nei prossimi anni.
da Manuele Bartolini | Feb 3, 2025 | Articoli, Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
Scambio delle sementi e gestione dinamica delle diversità intersecano discipline differenti. Il rigido approccio del ministero competente non aiuta.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 277 – Gennaio 2025
Il 5 dicembre 2024 il ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (Masaf) ha finalmente pubblicato il decreto attuativo per permettere la commercializzazione di sementi di “Materiale eterogeneo biologico” (Meb). Si tratta di una nuova categoria di sementi non uniformi e non protette da proprietà intellettuale, istituita dal Regolamento sull’agricoltura biologica del 2018. È un importante passo avanti per la diversificazione dei sistemi sementieri, atteso da circa due anni, visto che il Regolamento sul bio è entrato in vigore nel gennaio 2022. Sarà così possibile notificare e commercializzare il Meb in maniera semplificata rispetto a quanto accade con le varietà convenzionali, che devono essere “Distinte, uniformi e stabili” (i famosi criteri Dus) per poterne vendere le sementi.
Ma perché questo ritardo nel rendere operativa una norma contenuta in un regolamento? Si trattava di un atto quasi dovuto che doveva solo individuare il soggetto a cui inviare i campioni e tradurre in italiano il facsimile di notifica.
L’iter di questo decreto ci racconta delle difficoltà delle strutture organizzative istituzionali a gestire temi complessi e trasversali, come per l’appunto il Meb. Infatti le sementi sono di competenza di un ufficio del Masaf, mentre il biologico è seguito da un altro ufficio, afferente a dipartimenti e, quindi, dirigenti diversi. Ovviamente chi si è sempre occupato di sementi convenzionali non ha visto di buon occhio le deroghe create dal regolamento bio e considera la possibilità di commercializzare sementi “non Dus” come un vulnus che mina le basi di tutto il sistema. D’altro canto, chi si occupa di biologico nel ministero è più pronto ad accettare questi nuovi concetti, stando a contatto con quegli attori che si sono battuti per ottenere queste deroghe per avere maggiore diversità nelle varietà usate nel biologico. Questi due uffici non si frequentano, purtroppo, e non esiste nessuno strumento che favorisca la loro integrazione.
Abbiamo un problema istituzionale. Non è più possibile gestire in maniera così specializzata e compartimentata temi che per loro natura sono transdisciplinari e attraversano più settori. È necessario, inoltre, costruire un nuovo sistema di trasparenza di questi processi decisionali che non può più basarsi sui classici strumenti di negoziazione sindacale. Ci sono nuovi attori da coinvolgere, in un’ottica partecipativa e inclusiva che renda le istituzioni e i loro procedimenti più vicini ai cittadini.
Sono necessari due anni anni per rendere operativa la norma che permette la vendita di sementi di “Materiale eterogeneo biologico”
Ad esempio, in questi mesi si sta negoziando il nuovo regolamento sulla commercializzazione del materiale di propagazione vegetale. Un tema centrale per l’agricoltura europea perché le sementi che usiamo definiscono i futuri sistemi agricoli e alimentari. Dopo la proposta della Commissione europea di luglio 2023 e il voto del Parlamento ad aprile 2024, ora la discussione è in seno al Consiglio, cioè ai vari ministeri dell’Agricoltura degli Stati membri. Ovviamente, l’ufficio che segue il dossier è quello delle sementi, ma il testo del Regolamento ha tra i suoi nuovi obiettivi la conservazione della biodiversità agricola e nuove regole per lo sviluppo di varietà biologiche. Si parla di gestione dinamica della diversità e di permettere a questo scopo lo scambio delle sementi tra agricoltori. Temi che non sono strettamente legati all’ufficio sementi, ma, piuttosto, di competenza di quello del biologico e di quei funzionari che si occupano di biodiversità. Quindi tre uffici diversi che, però, non comunicano tra loro. Ragione per cui non sappiamo come verrà fatta la sintesi della posizione italiana in seno al Consiglio e quale punto di vista sarà espresso.
Il rigido e ingessato apparato istituzionale ereditato dal secolo scorso non è più funzionale per rispondere alle sfide che abbiamo davanti.
da Manuele Bartolini | Gen 31, 2025 | Collaborazioni redazionali, legislazione sementiera, Seminare il cambiamento
di Riccardo Bocci – Tratto da Nautilus rivista – Gennaio 2025
Le sementi hanno un immaginario sociale che le fa uscire dall’essere solo un mezzo di produzione in agricoltura. Infatti, i nomi delle varietà, le loro caratteristiche sono legate alla nostra storia, un tempo definivano i nostri orizzonti simbolici, gusti e sapori sono legati alla nostra tradizione e alla cucina. Ma c’è di più. Chi controlla i semi, controlla il sistema alimentare e quello che mettiamo nei nostri piatti. Ecco perché parlare di sementi non è facile e tocca delle corde emotive che normalmente non sono considerate dai tecnicismi con cui di solito si tratta la materia agricola. Senza capire tutti questi fili che legano le sementi alle società non si possono realizzare delle serie politiche sementiere, in grado di rispondere a tutte le aspettative dei molti e variegati attori coinvolti. Soprattutto, però, non si riesce a spiegare l’interesse che questo mezzo tecnico ha per cittadini che, ormai, sono molto lontani dalla pratica del fare agricoltura. Nel mondo urbano, che idealizza l’agricoltura vissuta come un’arcadia di cartapesta, i semi hanno un ruolo centrale, diventando antichi, naturali, autoctoni o ancestrali, nel tentativo impossibile di richiamare un mondo contadino scomparso.
Difficile se non impossibile coniugare questa nuova cosmologia nostalgica con il sistema di leggi e regole che nel frattempo sono state sviluppate sulle sementi. Proviamo a fare una veloce sintesi. A livello europeo le sementi sono regolate da 12 differenti direttive che si occupano di definire quali sementi possono essere messe in commercio. Si tratta dei famosi criteri di Distinzione, Uniformità e Stabilità (DUS), che, in essere dagli anni ’60 del secolo scorso, hanno contribuito a far scomparire la diversità dalle nostre campagne. A livello internazionale abbiamo la Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) e il relativo Protocollo di Nagoya che si occupano di definire le regole all’accesso alle risorse genetiche a fini di ricerca; il Trattato Internazionale sulle Risorse Genetiche Vegetali per l’Agricoltura e l’Alimentazione che definisce l’accesso alle sementi; e in ultimo la convenzione UPOV che riguarda la proprietà intellettuale sulle nuove varietà. In Italia, poi, il quadro si complica con la legge nazionale 194 del 2015 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare” e le molte leggi regionali sulla agrobiodiversità. Come si capisce un mare di carta e burocrazia nel quale non è facile navigare.
Uno dei temi più di battuti è quello della proprietà: a chi appartengono i semi? Sono degli agricoltori che li coltivano? Delle ditte sementiere o dei ricercatori che creano le nuove varietà? Sono un bene comune, patrimonio dell’umanità? Oppure hanno un proprietario, il presunto inventore, così come capita a un qualsiasi oggetto?
Non è facile rispondere. Il sistema legale descritto prima ci racconta che le nuove varietà, se distinte, uniformi e stabile, sono di proprietà di chi le crea, addirittura si possono brevettare, con il classico brevetto industriale. All’opposto le varietà antiche, o meglio locali se vogliamo uscire dalla narrazione da Mulino bianco, sono in pubblico dominio perché non uniformi o troppo vecchie per essere protette. Ma cosa vuol dire pubblico dominio? Significa che giuridicamente non hanno un proprietario, ma un possessore: l’agricoltore che le coltiva. Quando, però, queste varietà locali vengono conservate nelle banche delle sementi pubbliche (di università e centri di ricerca) diventano di proprietà dello Stato stesso, in quanto la CBD ha dato la sovranità nazionale alla biodiversità che si trova nel suo territorio. Tecnicamente, quindi, non sono più patrimonio comune dell’umanità dall’entrata in vigore della CBD nel 1994 e non possono essere considerate un bene comune.
Tutto chiaro e definito? In realtà no. Se usciamo dal mondo delle varietà migliorate, protette e rispondenti ai criteri DUS, e entriamo in quello delle varietà diversificate (popolazioni, varietà locali, materiali eterogenei biologici, solo per nominare alcuni esempi), in pubblico dominio, ci si apre uno spazio incredibile in cui lavorare per ricostruire quei legami sociali che si sono persi intorno alle sementi, negoziando un nuovo sistema di regole che ogni comunità può definire intorno ad uso, scambio e circolazione delle proprie sementi. Non proprio un bene comune ad accesso libero, ma qualcosa di diverso dove l’azione collettiva trova la sua centralità nel processo di innovazione sociale e le sementi diventano volano per la costruzione di sistemi alimentari alternativi, non solo da un punto di vista agronomico.
Negli interstizi dimenticati dalla modernizzazione le sementi sono di chi se ne prende cura e le usa come strumento di costruzione di un’altra società.