Dobbiamo trovare una risposta alle sfide attuali delineate nelle strategie Farm to Fork e Biodiversità.
Queste sfide includono l’adattamento ai cambiamenti climatici, l’emancipazione dalla dipendenza da fertilizzanti azotati e pesticidi e il recupero dell’enorme biodiversità coltivata che è stata persa negli ultimi cento anni. Per fare ciò, gli agricoltori europei devono essere in grado di:
adattare le colture al proprio territorio e al proprio contesto, selezionando e moltiplicando le sementi prese dai propri campi;
scambiare le proprie sementi per rinnovare costantemente la diversità;
avere accesso alla diversità delle varietà cosiddette “tradizionali”, selezionate in assenza di input chimici.
I sistemi sementieri contadini sono essenziali per rinnovare la biodiversità: il sistema formale e commerciale è stato in effetti creato estraendo tutte le sue risorse dal sistema informale. La FAO stima che il 75% della biodiversità coltivata è stato perso con l’uso di varietà commerciali omogenee e stabili. Inoltre, l’attuale dematerializzazione delle risorse genetiche causa una perdita incommensurabile di informazioni genetiche non digitalizzabili. Le centinaia di milioni di agricoltori che riproducono i loro semi ogni anno creano molta più diversità di qualche migliaio di ricercatori con attrezzature sofisticate. I numerosi tratti di adattamento poligenico che le piante mostrano di fronte ai cambiamenti climatici non appaiono nelle provette di laboratorio, poiché queste ultime si limitano a selezionare solo alcuni tratti monogenici. Rinnovare costantemente la biodiversità coltivata nei campi in questo modo è essenziale, non solo per consentire l’adattamento alle condizioni di crescita locali e mutevoli, ma anche per ricostituire le riserve di diversità che sono essenziali per la sicurezza alimentare delle generazioni future.
Incontro ERASMUS Aprentisem, Spagna, 2021
Gli articoli 5, 6 e 9 del Trattato FAO e l’articolo 19 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle zone rurali (UNDROP) definiscono i principi giuridici adeguati a queste pratiche e devono essere applicati dall’Unione Europea.
Attualmente, nella UE, i diritti degli agricoltori sulle sementi non sono garantiti. Uno dei principali ostacoli è il fatto che solo le varietà omogenee e stabili possono essere commercializzate. Queste varietà sono selezionate per essere usate in ambienti omogenei e stabili, ma gli ambienti in cui seminiamo sono diversificati e si evolvono costantemente con il clima. Inoltre, sono state selezionate per avere alte rese grazie all’uso di acqua, fertilizzanti chimici e pesticidi. C’è quindi l’obbligo di omogeneizzare e stabilizzare le condizioni di coltivazione di queste varietà. Le sementi disponibili sul mercato costringono gli agricoltori a utilizzare pesticidi, fertilizzanti chimici e a ricorrere sempre più spesso all’irrigazione. Inoltre, queste sementi non sono adatte alle consociazioni, che contribuirebbero a ridurre l’uso di tali input.
APPROFONDIMENTO Entra nei link per guardare il 7° webinar della serie Seed Policy Dialogues di ECLLD!
– La dichiarazione U.N.D.R.O.P. (United Nations Declaration on the Rights of Peasants) e il punto di vista di ViaCampesina sulla riforma sementiera. Con Guy Kastler, ECVClink
– Cos’è la Dichiarazione U.N.D.R.O.P.? Quali diritti hanno i contadini in questo contesto? Con Christophe Golay, Accademia di Ginevralink
D’altra parte, i sistemi sementieri contadini funzionano adattando le piante al loro ambiente naturale grazie a una selezione costante, anno dopo anno. Questo avviene anche attraverso una gestione dinamica e significa che c’è molto meno bisogno di ricorrere a fertilizzanti, pesticidi, monocolture, irrigazione, meccanizzazione sempre più spinta, ecc. Per essere adattate dagli agricoltori, le piante devono essere in grado di evolvere in base al clima e all’ambiente. La diversità assicura che avranno un raccolto, indipendentemente dall’andamento dell’annata. Lo stesso vale per gli agenti patogeni: la diversità permette la resilienza e garantisce agli agricoltori di avere un raccolto a prescindere dalle diverse pressioni degli agenti patogeni. La commercializzazione di queste sementi diversificate, che permettono di emanciparsi dalle monocolture industriali che usano molti pesticidi, è purtroppo vietata. Inoltre, in molti paesi europei, le leggi e i regolamenti nazionali proibiscono agli agricoltori persino di scambiare tra loro i semi. Tuttavia, dato che, per la loro stessa natura, la maggior parte delle sementi contadine utilizzate ogni anno provengono da aziende agricole, lo scambio di semi tra i contadini è essenziale. Senza di esso, la diversità intra-varietale diminuisce rapidamente e la capacità di resilienza di queste varietà si perde. Inoltre, i contadini che utilizzano molte colture diversificate, per esempio nell’orticoltura, non possono auto-prodursi tutte le sementi ogni anno, anche solo per questioni tecniche di isolamento tra le colture, per cui spesso condividono questo lavoro con i propri vicini.
Oggi, la regolamentazione europea si applica a qualsiasi scambio di semi (commerciale o no) “in vista di uno sfruttamento commerciale”. Alcuni paesi applicano questo regolamento in modo molto rigoroso e vietano lo scambio di semi e quindi la selezione dei contadini. Tuttavia, non proibiscono gli scambi tra selezionatori e/o ricercatori di sementi “in fase di sviluppo” e non registrate nel catalogo. Altri paesi ritengono che lo “sfruttamento commerciale” delle sementi riguardi solo la loro rivendita, o la produzione e la vendita di materiale di propagazione e non la produzione di colture agricole destinate principalmente ai mercati alimentari o ad altri usi (tessile, energetico, ecc.). Questi paesi, come l’Italia, autorizzano quindi lo scambio di sementi tra agricoltori la cui attività principale non è la produzione e la commercializzazione di materiale di riproduzione vegetale ma la produzione agricola. Altri paesi, come la Francia, considerano che gli scambi tra agricoltori di sementi che non appartengono a una varietà protetta da una privativa vegetale non costituiscono commercializzazione (anche se c’è un rimborso dei costi sostenuti per la loro produzione). Questo è piuttosto classificato come aiuto reciproco e non è quindi soggetto ai regolamenti relativi alla commercializzazione del materiale di riproduzione vegetale.
ECVC chiede il riconoscimento giuridico di due sistemi sementieri distinti: quello commerciale (o industriale) e quello contadino, con due regolamenti adattati a ciascuno di questi due. I contadini europei sono infatti sia acquirenti di sementi commerciali che produttori di sementi agricole o contadine. I loro diritti come consumatori e produttori devono quindi essere riconosciuti e fatti rispettare.
// Perché è fallita la precedente riforma?
Iter della precedente proposta di riforma della legislazione sementiera
Per affrontare il negoziato in corso è utile capire cosa è successo circa 10 anni fa quando la proposta di riforma della legislazione sementiera è naufragata al Parlamento Europeo. Si è trattato di un fallimento doloroso perché ha messo in luce le difficoltà di Bruxelles di negoziare temi delicati con portatori di interessi così diversificati.
Va ricordato, infatti, che la proposta di regolamento sulle sementi, che avrebbe dovuto sostituire le 12 direttive attuali, era frutto di un lungo negoziato in cui la Commissione aveva ascoltato gli attori, i soggetti economici e gli Stati membri, percorso durato 5 anni. Non si trattava, perciò, di un progetto partorito dal nulla, e, infatti, presentava molte novità. Se si leggono i commenti dopo la bocciatura del Parlamento si capisce come tutte le discussioni fatte non siano arrivate, però, a produrre una sorte di base o visione comune tra le varie posizioni. Infatti, il regolamento è stato bocciato dagli Stati membri che avevano paura di perdere potere con un regolamento in cui molti aspetti sarebbero stati decisi da successivi atti delegati della Commissione (quindi con meno potere dei singoli stati); dalle ditte sementiere e dal mondo agricolo industriale perché le aperture presenti sono state giudicate troppe con il rischio di compromettere tutto il sistema di certificazione e controllo della qualità del seme; e, in ultimo, dal mondo della società civile perché, al contrario, le aperture sono state giudicate insufficienti.
Di tutto quel percorso negoziale è rimasta in piedi solo la parte sulle popolazioni (grazie alla deroga istituita nel 2014), diventate poi materiale eterogeneo nel nuovo regolamento del biologico.
Per migliorare le condizioni per lo sviluppo di varietà adatte al biologico, sono cruciali una maggiore flessibilità e dei criteri adeguati per la registrazione delle varietà biologiche. I risultati della sperimentazione temporanea sulle popolazioni, così come le norme sul materiale eterogeneo dovrebbero essere integrati nella nuova legislazione.
Per le prove varietali, è necessaria una maggiore flessibilità per i protocolli del Valore Agronomico e di Utilizzazione (VAU), dato che attualmente sono poco adatti alle condizioni del biologico. Un VAU adattato al biologico migliorerebbe notevolmente la situazione, dato che le soglie sono attualmente un fattore limitante per portare nuove varietà biologiche sul mercato. Inoltre, i costi delle prove varietali sono significativi e le differenze all’interno dell’UE creano distorsioni di mercato. Per quanto riguarda lo scambio di sementi tra gli agricoltori, bisogna riconoscere che c’è una mancanza di sementi certificate disponibili per gli agricoltori biologici in molte parti dell’UE, che è attualmente attenuata dalle regole degli stati membri che tollerano lo scambio di sementi degli agricoltori. Regole ad hoc che tengano conto del contesto nazionale e regionale e che forniscano la possibilità di scambiare le sementi sono quindi essenziali. Questo vale ovviamente solo per lo scambio di sementi tra agricoltori di varietà non protette.
Sulle varietà di conservazione e le varietà amatoriali è importante considerare che sono utilizzate anche da operatori professionali biologici, poiché sono spesso ben adattate alle condizioni locali e regionali. Spostarle fuori dal campo di applicazione delle regole di commercializzazione delle sementi senza un percorso di registrazione facilmente disponibile per queste varietà di nicchia limiterebbe drasticamente il numero di varietà disponibili per gli agricoltori biologici. Per la commercializzazione professionale, dovremmo quindi fare attenzione a non escludere opzioni e percorsi che sono disponibili ora, considerando che i protocolli adattati per le varietà biologiche non sono pronti e il materiale eterogeneo biologico non comprenderà la maggior parte delle varietà che attualmente rientrano nella categoria di varietà da conservazione.
L’uso di tecniche biomolecolari nel processo di registrazione deve rimanere facoltativo. Mentre l’applicazione potrebbe essere utile in alcuni contesti e per alcuni operatori, la possibilità di condurre il processo di registrazione basato sul fenotipo è essenziale. Questo perché il fenotipo rimane una base affidabile per l’identificazione dell’espressione del tratto. Per quanto riguarda la coerenza con il regolamento sulla sanità delle piante e i controlli ufficiali, è necessaria una valutazione basata sul rischio, considerando la scala (dimensione del lotto di semi). Queste regole non dovrebbero impedire lo scambio di materiale tra i selezionatori. Deve essere attentamente valutato quali materiali dovrebbero essere dentro e fuori dal campo di applicazione del regolamento fitosanitario, e come una distinzione potrebbe essere basata sulle modalità di commercializzazione.
Se più compiti potranno essere condotti sotto la supervisione ufficiale del selezionatore durante il processo di certificazione e registrazione, questo avrà implicazioni di ampia portata, perché le piccole e medie imprese con risorse limitate dipendono dall’esperienza delle autorità nazionali competenti per la certificazione e la registrazione. La competenza delle autorità nazionali non deve essere messa a repentaglio nel lungo periodo delegando i compiti ai costitutori/imprese sementiere, un processo che potrebbe alla fine portare alla diminuzione delle capacità delle autorità. Tuttavia, i compiti svolti in autocontrollo dagli attori nel processo di certificazione potrebbero abbassare il costo della certificazione e quindi essere vantaggiosi. Gli impatti sugli oneri amministrativi devono essere analizzati tenendo conto di questi aspetti e considerando le implicazioni per gli operatori delle PMI in particolare. La coerenza e la chiara separazione del campo di applicazione con il regolamento sugli OGM deve essere assicurata, compreso il potenziale cambiamento legislativo per le Nuove Tecnologie di Miglioramento Genetico (TEA/ NBT/NGT).
Arche Noah: una nuova legislazione sulle sementi deve sostenere la conservazione
Una nuova legislazione sulle sementi deve sostenere la conservazione, l’uso sostenibile e la gestione dinamica dell’agrobiodiversità come patrimonio socio-culturale, base della sicurezza alimentare e fondamento della necessaria transizione verso un’agricoltura sostenibile e resiliente.
Piuttosto che sostenere e deregolamentare l’uso di nuove tecniche di ingegneria genetica, che comportano alti rischi per la salute e l’ambiente e quindi devono essere regolamentate dalla direttiva OGM, il settore ha bisogno di un cambiamento basato sull’agrobiodiversità e su un’ampia offerta di varietà ad impollinazione libera per porre le basi di una produzione alimentare sostenibile.
Il campo di applicazione della legislazione dovrebbe limitare la commercializzazione delle sementi alle attività commerciali rivolte agli utenti professionali. L’attuale legislazione ha un impatto negativo sul settore degli hobbisti, che hanno diversi incentivi, motivazioni e rischi rispetto agli operatori commerciali. La vendita di varietà amatoriali non dovrebbe essere regolamentata, in modo che essi possano svolgere il loro ruolo cruciale nella conservazione della diversità. Le reti di conservazione delle sementi sono entità formali o informali che scambiano e commercializzano le varietà in quantità limitate senza scopo di lucro per conservare la diversità. Queste reti sono importanti e il loro lavoro non dovrebbe essere limitato ma essere fuori dal campo di applicazione della legislazione. Non ci dovrebbe essere alcuna registrazione obbligatoria per queste reti e per i singoli attori.
APPROFONDIMENTO Entra nei link per guardare il 3° webinar della serie Seed Policy Dialogues di ECLLD!
Nell’incontro vengono spiegati i punti principali dello studio della Commissione europea sulla riforma, e condiviso il punto di vista di Arche Noah e altri attori per l’agrobiodiversità. Con l’avv. essa Fulya Batur. link
La vendita e lo scambio di varietà non registrate allo scopo di conservazione dovrebbero essere fuori dal campo di applicazione della legislazione. I sistemi sementieri informali devono essere fuori dal campo di applicazione della normativa o regolati da un quadro ad hoc che garantisca il diritto alle sementi nell’ambito dell’UNDROP (Dichiarazione delle Nazioni Unite per i Diritti dei Contadini e di altre Persone che lavorano nelle Aree Rurali).
LE QUATTRO OPZIONI – I 4 scenari di intervento legislativo. Il testo si può consultare visitando: ec.europa.eu
Le regole per le varietà amatoriali e da conservazione devono essere sostituite da un nuovo regime derogatorio uniforme per le “varietà della diversità” che si applicherebbe a tutte le specie. La registrazione di queste varietà dovrebbe essere basata solo su una descrizione della varietà e deve essere gratuita o almeno sostanzialmente meno costosa della registrazione delle varietà commerciali. Non ci dovrebbero essere test di iscrizione (DUS/VAU) e nessuna certificazione obbligatoria dei lotti di sementi. Non ci dovrebbero essere limiti di produzione per la commercializzazione e il necessario adattamento al cambiamento delle condizioni climatiche non lascia dubbi sul fatto che non ci dovrebbero essere più restrizioni per la produzione e la commercializzazione in specifiche regioni d’origine. Questo regime non dovrebbe basarsi solo sul rischio di erosione genetica, ma includere anche varietà e popolazioni che rispondono a esigenze diverse da quelle del settore della produzione industriale. Solo l’opzione 2 del documento della Commissione fornisce una base per incorporare tutte le preoccupazioni di sostenibilità. Tutte le altre opzioni sono inaccettabili in quanto si basano su norme industriali che non proteggono l’agrobiodiversità. Per non perdere l’occasione di fermare e invertire la perdita di agrobiodiversità in corso, chiediamo alla Commissione europea di costruire le basi per un’agricoltura veramente sostenibile e resiliente.
Il corso si rivolge a conduttori di aziende agricole a prevalente indirizzo cerealicolo, sia che abbiano già la certificazione biologica sia che abbiano l’intenzione di convertirsi al biologico o di gestire nuovi materiali genetici.
Il percorso formativo ha l’obiettivo di portare l’agricoltore a conoscere le popolazioni evolutive di frumento e le buone pratiche di coltivazione delle stesse in biologico per la produzione di granella e soprattutto per la produzione di semente.
Il corso prevede una prima parte introduttiva, per poi proseguire con aspetti tecnici nelle successive lezioni.
I docenti saranno esperti agronomi di fama nazionale ed internazionale, tra questi: Dott.ssa Alessandra Sommovigo, responsabile CREA-Difesa e Certificazione sede di Bologna; Dott.ssa Stefania Grando e Prof. Salvatore Ceccarelli, genetisti/plant breeder; Dott. Antonio Lo Fiego, Arcoiris; Dott.ssa Cristina Piazza, agronomo sperimentatore presso Az. Agraria Sperimentale Stuard.
Durante la formazione, che sarà online, verranno descritte esperienze ed osservazioni sul campo in consolidate realtà aziendali, nell’ambito delle quali sono stati ottenuti significativi risultati; tra queste, la visita alla Cooperativa Agricola Cesenate, che produce semente di popolazioni evolutive di frumento.
Il corso è rivolto a titolari, soci, dipendenti e collaboratori familiari/coadiuvanti di aziende agricole validate nell’anagrafe delle aziende agricole della Regione Emilia-Romagna.
Per info: Elena Zani (Centoform) Tel. 051-6830470; Silvia Folloni (Open Fields, coordinatore progetto) Tel. 3491754382
In questa contraddizione si inserisce il progetto “Riso Resiliente” (2018- 2022), che sta sperimentando alcune soluzioni per sviluppare varietà adatte al biologico, coerenti alle differenti e molteplici soluzioni agronomiche di campo. Il processo di ricerca partecipativa, che ha coinvolto 7 aziende e più di 200 risicoltori, si propone di identificare le varietà di riso più adatte alla coltivazione biologica e biodinamica con lo scopo di facilitare la transizione dei sistemi risicoli convenzionali.
L’obiettivo a lungo termine è quello di risolvere le questioni più critiche e urgenti dei sistemi risicoli e di quelli naturali e di paesaggio in cui sono inseriti: la scarsità d’acqua, la salinizzazione del suolo, la presenza di nuove comunità di infestanti, la coesistenza con molti animali in habitat umido, la perdita di biodiversità e l’emissione di gas serra. Il progetto ha indagato il valore di resa nelle interazioni genotipo x località e genotipo x tecnica agronomica utilizzata per il contenimento delle infestanti. I risultati hanno permesso di identificare alcune promettenti combinazioni agronomiche/varietali che possono aumentare la stabilità delle rese nel tempo e rafforzano nel loro complesso l’importanza dell’adattamento specifico anche per le scelte varietali nel riso. L’azione ha voluto contemporaneamente introdurre gli stessi risicoltori biologici allo studio dei possibili vantaggi derivanti dall’utilizzo di miscele varietali, rispettivamente costituite da 20 varietà appartenenti alla classe “lunghi B”, 14 varietà di “Medi” e 8 di “Tondi”, con lo scopo di appurare se miscele e materiali eterogenei possa- no presentare gli stessi vantaggi sul contenimento delle infestanti, sull’uso dei nutrienti e mitigazione dei patogeni riscontrati sull’utilizzo delle altre specie, in cooperazione con la conoscenza degli agricoltori dei loro agroecosistemi.
Il progetto “Riso Resiliente” è sostenuto dalla Fondazione Cariplo e si concluderà a fine 2022.
L’evoluzione varietale del Riso in Italia è stata condizionata da cinque elementi che hanno promosso la diversificazione di questa specie a partire da metà del XIX secolo: l’adattamento agli ambienti, l’incremento delle rese, la resistenza al brusone, la meccanizzazione della raccolta, il cambiamento dei regimi alimentari.
La prima menzione della presenza del riso in Italia la dobbiamo all’agronomo bolognese Crescenzio che ne scrive nel 1301, descrivendola come una coltura di zone umide, diffusa principalmente negli estuari dei fiumi delle coste italiane e commercializzata per le sue virtù salutistiche soprattutto dagli “speziali” come medicina e in cucina per il “bianco mangiare”. La grande diffusione di questa coltura si riconduce alle iniziative di bonifica del ‘500 volute dagli Sforza nel nord Italia. Il diffondersi della sua coltivazione venne favorita dalla crescita degli scambi commerciali (sia in Italia che in Europa e nel mondo) e in poco tempo raggiunse i 20 mila ettari nell’area piemontese-lombarda.
Nella metà del XVII secolo all’interno dei manuali di coltivazione troviamo i primi tentativi di descrivere le famiglie varietali coltivate. Bordiga (1880) differenzia tra “Nostrali” (presumibilmente materiali autoctoni adattati lungo i secoli) da altre varietà identificate dalla sua origine quali: la “Giavanese” il “riso Spagnuolo a scorza bianca” i risi “Giapponesi Aristati”, riso Peruviano, riso Francone, riso Catalano a scorza nera, riso Giapponese Binjuanquin, riso Giapponese Anangi, riso Bertone o Chinese. Tale repertorio testimonia l’esistenza di una intensa rete di scambi volta alla ricerca di alternative a varietà locali che in quei decenni erano soggette a continue epidemie di brusone o carbonchio (Pyricularia O.), condizione che comprometteva le rese. Nel 1919 Pinolini, nel suo trattato sulla coltivazione del riso, riportava 30 famiglie varietali, classificate in funzione dell’aspetto fenotipico (aristato, non aristato, nero, rosso, piccolo), dell’origine presunta (indiano, americano, sumatra, novara), della lunghezza del ciclo (precoce, tardivo) dalle caratteristiche organolettiche (odoroso, glutinoso).
Dal punto di vista pratico questa complicata tassonomia si riduce a 10 varietà coltivate in maniera maggioritaria: riso Nostrale o Nostrano, riso Novarese, riso Francone, riso Franconino, riso Mezza Resta, riso Ostiglia, riso Dorato, riso “Redaelli”, riso Aresta rossa, riso Spagnuolo, riso Catalana, riso Bertone,“i” risi giapponesi e riso Ranghino. Alcuni di questi sono oggi ancora coltivati come varietà da conservazione. Le prime decadi del 1900 sono state un periodo pionieristico per lo sviluppo della risicoltura: la diversificazione varietale, la razionalizzazione dell’uso delle acque, l’abbondanza di manodopera ne sono stati gli elementi sostanziali. La selezione massale effettuata sul materiale locale da decine di risicoltori (ad esempio nell’area della Baraggia a Vercelli – vedasi “Note sulla diffusione del riso in Italia” Notiziario n°23 RSR) ha contribuito a questa evoluzione, accompagnando l’avvento di innovazioni tecniche del tempo quali la semina su file, la mondatura manuale e la raccolta meccanizzata in campo.
La messa a punto della tecnica di ibridazione naturale del riso, che in Italia è stata introdotta nel 1925, ha permesso la diversificazione di questo materiale eterogeneo in una moltitudine di varietà, frutto dell’incrocio artificiale di parentali caratterizzati da cicli fenotipici anche molto distanti. Ad esempio l’incrocio fra la varietà italiana Vialone Nero (adattata a climi freddi continentali) con la varietà di origine americana denominata Lady (w)Rai(gh)t, selezionata in climi piu temperati, per dare origine a Vialone Nano; molto coltivato nella regione Veronese ma che è stato selezionato presso la stazione sperimentale di Vercelli. Grazie alla ibridazione i primi costitutori hanno posto attenzione alla taglia e alla resistenza all’allettamento, alla capacità di accestimento e alla resistenza al brusone (caratterizzato dalla continua evoluzione), fino alla resa in pileria.
UN CONTRIBUTO DIMENTICATO
In questa sommaria storia del riso in Italia vogliamo ricordare quella in- distinta ma fondamentale massa di braccianti che hanno reso possibile attraverso il loro lavoro il primato e la “modernizzazione” del coltivo nei primi decenni del 1900 . Delle inique condizioni di vita ne riportano già le cronache dell’epoca (1923):
“I mondatori incominciano la giornata alle 4:00 del mattino e la compiono 12 ore dopo, riposando mezzora alle 8:00 […] . Molti, spinti da guadagno, lavoravano dalle 4:00 pomeridiane al tramonto, ricevendo una metà o un terzo di più del compenso ordinario che oscilla per gli uomini fra 1,50 e 2 lire e per le donne fra 1,23 e 1.75 lire. [..]
Questi mondatori mangiano alla mattina nella pausa del pane di maiz, cruschello o risina con un po’ di cacio o di carne porcina di qualità inferio- re, a mezzodì una minestra di riso e fagiuoli conditi con lardo che si suol fare in comune per tutti i lavoratori del podere, alla sera sbocconcellano un po’ di pane con del cacio come alla mattina.”
In questo periodo la taglia veniva ridotta dai 160 cm di media dei primi del secolo ‘900 a circa 80 cm. Anche la durata del ciclo di produzione è scesa dai 170 giorni ai 135 degli anni 40 del secolo.
In questo periodo gli agricoltori hanno cominciato a preferire varietà precoci che permettevano di controllare meglio le infestanti e il riso crodo, così come la riduzione della taglia significava agevolare la gestione in campo della paglia che veniva lasciata in campo dalle prime mietitrebbie. Tra il 1925 e il 1962 il ciclo di produzione del riso medio viene ulteriormente ridotto di 5 giorni medi. Dal 1960 la selezione varietale si è concentrata sul miglioramento degli aspetti tecnologici, sulla produzione per il mercato internazionale ed infine per la resistenza ai patogeni. I gruppi varietali sono quindi ricondotti a classi merceologiche precise, che sono definite da tratti distintivi quali: dimensione della pianta, tipologia e dimensioni della cariosside (strette, affusolate o tonde), tecnologie di lavorazione. La selezione sposta l’attenzione dal campo al mercato. Vengono introdotte nuove varietà simil-indica (es. Thaibonnet), per competere sul mercato internazionale o più adatte ai processi di parboilizzazione, adeguando l’offerta al mutato stile di consumo del riso.
Nel 2002 l’Università della Louisiana mette a punto una tecnologia di mutagenesi più conosciuta come Clearfield per indurre la resistenza all’erbicida imazethapyr. Nel 2005 viene registrata una varietà selezionata con questa tecnica nel catalogo nazionale italiano. Tale evento modifica radicalmente il panorama varietale italiano in convenzionale: ad oggi le varietà selezionate con questa tecnologia coprono circa il 40% delle semine di riso in Italia.
Il processo di selezione negli ultimi decenni, volto al perseguimento di maggiore uniformità con lo scopo di coadiuvare il contenimento delle infestanti e aumentare la resa alla lavorazione, ha comportato una riduzione notevole della diversità varietale anche nel riso. Tale perdita costituisce un fattore critico, sia per facilitare la costruzione di un modello di selezione varietale dedicato ai regimi biologici (caratterizzato da estrema diversificazione di contesti e gestione agronomica) sia – più in generale – per alimentare una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici, di cui la diversità delle risorse genetiche costituisce lo strumento fondamentale.