Storia delle varietà risicole

Dic 3, 2021 | Articoli, Ricerca azione

L’evoluzione varietale del Riso in Italia è stata condizionata da cinque elementi che hanno promosso la diversificazione di questa specie a partire da metà del XIX secolo: l’adattamento agli ambienti, l’incremento delle rese, la resistenza al brusone, la meccanizzazione della raccolta, il cambiamento dei regimi alimentari.

La prima menzione della presenza del riso in Italia la dobbiamo all’agronomo bolognese Crescenzio che ne scrive nel 1301, descrivendola come una coltura di zone umide, diffusa principalmente negli estuari dei fiumi delle coste italiane e commercializzata per le sue virtù salutistiche soprattutto dagli “speziali” come medicina e in cucina per il “bianco mangiare”. La grande diffusione di questa coltura si riconduce alle iniziative di bonifica del ‘500 volute dagli Sforza nel nord Italia. Il diffondersi della sua coltivazione venne favorita dalla crescita degli scambi commerciali (sia in Italia che in Europa e nel mondo) e in poco tempo raggiunse i 20 mila ettari nell’area piemontese-lombarda.

Nella metà del XVII secolo all’interno dei manuali di coltivazione troviamo i primi tentativi di descrivere le famiglie varietali coltivate. Bordiga (1880) differenzia tra “Nostrali” (presumibilmente materiali autoctoni adattati lungo i secoli) da altre varietà identificate dalla sua origine quali: la “Giavanese” il “riso Spagnuolo a scorza bianca” i risi “Giapponesi Aristati”, riso Peruviano, riso Francone, riso Catalano a scorza nera, riso Giapponese Binjuanquin, riso Giapponese Anangi, riso Bertone o Chinese. Tale repertorio testimonia l’esistenza di una intensa rete di scambi volta alla ricerca di alternative a varietà locali che in quei decenni erano soggette a continue epidemie di brusone o carbonchio (Pyricularia O.), condizione che comprometteva le rese. Nel 1919 Pinolini, nel suo trattato sulla coltivazione del riso, riportava 30 famiglie varietali, classificate in funzione dell’aspetto fenotipico (aristato, non aristato, nero, rosso, piccolo), dell’origine presunta (indiano, americano, sumatra, novara), della lunghezza del ciclo (precoce, tardivo) dalle caratteristiche organolettiche (odoroso, glutinoso).

Dal punto di vista pratico questa complicata tassonomia si riduce a 10 varietà coltivate in maniera maggioritaria: riso Nostrale o Nostrano, riso Novarese, riso Francone, riso Franconino, riso Mezza Resta, riso Ostiglia, riso Dorato, riso “Redaelli”, riso Aresta rossa, riso Spagnuolo, riso Catalana, riso Bertone,“i” risi giapponesi e riso Ranghino. Alcuni di questi sono oggi ancora coltivati come varietà da conservazione. Le prime decadi del 1900 sono state un periodo pionieristico per lo sviluppo della risicoltura: la diversificazione varietale, la razionalizzazione dell’uso delle acque, l’abbondanza di manodopera ne sono stati gli elementi sostanziali. La selezione massale effettuata sul materiale locale da decine di risicoltori (ad esempio nell’area della Baraggia a Vercelli – vedasi “Note sulla diffusione del riso in Italia” Notiziario n°23 RSR) ha contribuito a questa evoluzione, accompagnando l’avvento di innovazioni tecniche del tempo quali la semina su file, la mondatura manuale e la raccolta meccanizzata in campo.

La messa a punto della tecnica di ibridazione naturale del riso, che in Italia è stata introdotta nel 1925, ha permesso la diversificazione di questo materiale eterogeneo in una moltitudine di varietà, frutto dell’incrocio artificiale di parentali caratterizzati da cicli fenotipici anche molto distanti. Ad esempio l’incrocio fra la varietà italiana Vialone Nero (adattata a climi freddi continentali) con la varietà di origine americana denominata Lady (w)Rai(gh)t, selezionata in climi piu temperati, per dare origine a Vialone Nano; molto coltivato nella regione Veronese ma che è stato selezionato presso la stazione sperimentale di Vercelli. Grazie alla ibridazione i primi costitutori hanno posto attenzione alla taglia e alla resistenza all’allettamento, alla capacità di accestimento e alla resistenza al brusone (caratterizzato dalla continua evoluzione), fino alla resa in pileria.

UN CONTRIBUTO DIMENTICATO
In questa sommaria storia del riso in Italia vogliamo ricordare quella in- distinta ma fondamentale massa di braccianti che hanno reso possibile attraverso il loro lavoro il primato e la “modernizzazione” del coltivo nei primi decenni del 1900 . Delle inique condizioni di vita ne riportano già le cronache dell’epoca (1923):

“I mondatori incominciano la giornata alle 4:00 del mattino e la compiono 12 ore dopo, riposando mezzora alle 8:00 […] . Molti, spinti da guadagno, lavoravano dalle 4:00 pomeridiane al tramonto, ricevendo una metà o un terzo di più del compenso ordinario che oscilla per gli uomini fra 1,50 e 2 lire e per le donne fra 1,23 e 1.75 lire. [..]

Questi mondatori mangiano alla mattina nella pausa del pane di maiz, cruschello o risina con un po’ di cacio o di carne porcina di qualità inferio- re, a mezzodì una minestra di riso e fagiuoli conditi con lardo che si suol fare in comune per tutti i lavoratori del podere, alla sera sbocconcellano un po’ di pane con del cacio come alla mattina.”

In questo periodo la taglia veniva ridotta dai 160 cm di media dei primi del secolo ‘900 a circa 80 cm. Anche la durata del ciclo di produzione è scesa dai 170 giorni ai 135 degli anni 40 del secolo.

In questo periodo gli agricoltori hanno cominciato a preferire varietà precoci che permettevano di controllare meglio le infestanti e il riso crodo, così come la riduzione della taglia significava agevolare la gestione in campo della paglia che veniva lasciata in campo dalle prime mietitrebbie. Tra il 1925 e il 1962 il ciclo di produzione del riso medio viene ulteriormente ridotto di 5 giorni medi. Dal 1960 la selezione varietale si è concentrata sul miglioramento degli aspetti tecnologici, sulla produzione per il mercato internazionale ed infine per la resistenza ai patogeni. I gruppi varietali sono quindi ricondotti a classi merceologiche precise, che sono definite da tratti distintivi quali: dimensione della pianta, tipologia e dimensioni della cariosside (strette, affusolate o tonde), tecnologie di lavorazione. La selezione sposta l’attenzione dal campo al mercato. Vengono introdotte nuove varietà simil-indica (es. Thaibonnet), per competere sul mercato internazionale o più adatte ai processi di parboilizzazione, adeguando l’offerta al mutato stile di consumo del riso.

Nel 2002 l’Università della Louisiana mette a punto una tecnologia di mutagenesi più conosciuta come Clearfield per indurre la resistenza all’erbicida imazethapyr. Nel 2005 viene registrata una varietà selezionata con questa tecnica nel catalogo nazionale italiano. Tale evento modifica radicalmente il panorama varietale italiano in convenzionale: ad oggi le varietà selezionate con questa tecnologia coprono circa il 40% delle semine di riso in Italia.

Il processo di selezione negli ultimi decenni, volto al perseguimento di maggiore uniformità con lo scopo di coadiuvare il contenimento delle infestanti e aumentare la resa alla lavorazione, ha comportato una riduzione notevole della diversità varietale anche nel riso. Tale perdita costituisce un fattore critico, sia per facilitare la costruzione di un modello di selezione varietale dedicato ai regimi biologici (caratterizzato da estrema diversificazione di contesti e gestione agronomica) sia – più in generale – per alimentare una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici, di cui la diversità delle risorse genetiche costituisce lo strumento fondamentale.

Notiziaro 27

20-21-22 Maggio 2022Scandicci (FI)

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