La lunga avventura dei distretti biologici tra leggi e pratiche

La lunga avventura dei distretti biologici tra leggi e pratiche

di Riccardo Bocci | Rete Semi Rurali

Uno dei prodotti concreti della nuova legge nazionale sull’agricoltura biologica (n. 23/2022) è la definizione dei distretti biologici.

L’idea dell’applicazione del concetto di distretto territoriale al mondo agricolo e rurale non è nuova, già la legge 228/2001 su “Orientamento e modernizzazione del settore agricolo” aveva definito, modificando la legge 317/1991 che istituiva i distretti industriali, come distretti rurali “i sistemi produttivi locali caratterizzati da un’identità storica e territoriale omogenea derivante dall’integrazione fra attività agricole e altre attività locali, nonché dalla produzione di beni o servizi di particolare specificità, coerenti con le tradizioni e le vocazioni naturali e territoriali”.

La stessa legge prevedeva la possibilità di creare distretti alimentari di qualità, legati a produzioni alimentari certificate. Nel 2017, la legge 205 sul Bilancio di previsione dello Stato fa un passo ulteriore nell’applicazione del concetto di distretto al mondo agricolo, istituendo all’articolo 13 i distretti del cibo, che incorporano i distretti rurali, ma anche i biodistretti o distretti biologici definiti come “territori per i quali agricoltori biologici, trasformatori, associazioni di consumatori o enti locali abbiano stipulato e sottoscritto protocolli per la diffusione del metodo biologico di coltivazione, per la sua divulgazione nonché per il sostegno e la valorizzazione della gestione sostenibile anche di attività diverse dall’agricoltura.

Nelle Regioni che abbiano adottato una normativa specifica in materia di biodistretti o distretti biologici si applicano le definizioni stabilite dalla medesima normativa”.

Sul sito del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (MASAF) si può scaricare l’elenco completo di tutti i distretti del cibo registrati in ogni Regione, da cui si evince la presenza di una pletora di denominazioni: distretti rurali, distretti agroalimentari di qualità, distretti del cibo, biodistretti, strade, comunità del cibo. Infatti, dobbiamo segnalare che nel 2014 viene approvata la legge 194, Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, che aggiunge ai distretti le Comunità del cibo, ulteriore possibilità di associare agricoltori e altre realtà a livello locale.

Al primo posto della competizione tra Regioni troviamo la Toscana con 39 registrazioni, seguita da Calabria (29) e Campania (23). Si passa da distretti legati a filiere produttive ben riconoscibili, a realtà come il Distretto Biologico delle Marche, dove il confine è tutta l’area regionale.

Alla fine, in questo turbinio di nomi, in cui ogni Regione applica una propria strategia di aggregazione sociale e territoriale, non si capisce se la diversità è sintomo di una reale necessità locale di nuove forme di programmazione e gestione dei territori, o se è semplicemente una riaggregazione delle solite forze in cerca di possibili contributi. In altre parole: siamo in presenza di un nuovo rinascimento rurale o si tratta di una nuova retorica e narrazione dell’ennesimo marketing territoriale, svuotata di ogni potere realmente innovativo e trasformativo dei sistemi agroalimentari? Difficile oggi dare una risposta a un mondo così variegato e poco conosciuto.

Nel frattempo, in attesa della legge sul bio, alcune regioni hanno iniziato a produrre normative per specificare criteri e requisiti per costituire un distretto biologico, prevedendo, in questo caso, la necessità del riconoscimento da parte dell’ente regionale stesso.

Molti sono oggi i biodistretti organizzati dalla società civile, non formalmente costituiti ma di fatto attivi, anche se non riconosciuti dalle Regioni

Ad oggi Lazio, Toscana, Marche e Liguria hanno specifiche normative regionali, che resteranno in vigore anche con l’entrata in vigore del decreto ministeriale 28 dicembre 2022, Determinazione dei requisiti e delle condizioni per la costituzione dei distretti biologici, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 24 febbraio 2023. Vediamo cosa prevede. Intanto, per fare un distretto biologico servirà un comitato promotore che deve dotarsi di un protocollo dove descrivere i soggetti coinvolti, l’ambito geografico, le attività partecipative previste e il soggetto gestore. Il comitato sarà responsabile dell’inoltro della domanda ufficiale alla regione. Nel consiglio direttivo del distretto dovrà esserci almeno il 51% di agricoltori biologici, ma la partecipazione è aperta a soggetti sia pubblici che privati. A differenza di quanto previsto in alcune Regioni, la partecipazione degli enti locali è facoltativa. Interessante sottolineare che i distretti biologici possono promuovere la costituzione di gruppi di operatori con l’obiettivo di realizzare forme di certificazione di gruppo.

Se il lato delle produzioni biologiche è uno degli obiettivi principali di questi distretti, non va dimenticato che la legge 23 prevede di promuovere e realizzare progetti di ricerca partecipata con le aziende e la diffusione delle pratiche innovative.

 In questo contesto istituzionale e legislativo, va segnalato che, già dal 2015, la società civile ha cominciato a praticare i biodistretti, creando associazioni locali mappate nel sito biodistretto.net che al 2022 riporta la presenza di 50 biodistretti formalmente costituiti. Di sicuro, però, molti di questi non sono riconosciuti dalle Regioni, ma dovranno diventarlo per poter accedere ai bandi che si prevede usciranno entro l’anno.

La distribuzione del biologico sta perdendo la sua diversità

La distribuzione del biologico sta perdendo la sua diversità

La concentrazione delle filiere in poche mani ne riduce la capacità innovativa: agricoltori e consumatori sono sempre più tenuti lontano

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 258 – Aprile 2023

È uscito lo scorso febbraio il nuovo rapporto Focus Biobank “Supermercati e specializzati” sul biologico, che conferma l’andamento degli ultimi anni. Il 2022 ha visto un aumento del mercato che ha superato la soglia degli otto milioni di euro, di cui il 40% è legato alle esportazioni. Se si allarga l’orizzonte agli ultimi dieci anni, si vede che i negozi specializzati hanno perso terreno nei confronti della grande distribuzione organizzata (Gdo), come abbiamo già avuto modo di raccontare in questa rubrica. Infatti, oggi la Gdo raggiunge quasi il 50% del totale delle vendite, mentre i negozi specializzati scendono a meno del 20%. Stiamo arrivando ai numeri di Paesi come Francia e Germania dove la soglia del 50% è già stata superata da anni.

Nel periodo del Covid-19 abbiamo assistito a una risalita delle vendite nei negozi, ma il 2022 registra una flessione sia rispetto al 2021 sia al 2020. Insomma, la pandemia non ha modificato le tendenze in corso e la marcia trionfale della Gdo continua con i prodotti a marca del distributore (Mdd) che arrivano a toccare il 20% del totale del fatturato. Stiamo assistendo, cioè, a un’integrazione sempre maggiore delle filiere all’interno della Gdo, in un mercato dove i nomi dei marchi dell’industria agroalimentare o dei produttori scompaiono per lasciare il campo a quelli delle catene della distribuzione.

Questo passaggio, che riguarda sia il biologico sia il convenzionale, è stato fotografato anche nel rapporto dello studio Ambrosetti “L’Italia di oggi e di domani: il ruolo sociale ed economico della distribuzione moderna” uscito a gennaio 2023. Il rapporto mette in evidenza come questo fenomeno abbia permesso agli italiani di contenere l’inflazione in salita di questi mesi grazie ai prezzi contenuti dei prodotti Mdd, con una stima che parla di un risparmio medio per famiglia di 77 euro. Come si capisce, diventa difficile in un momento di crisi come questa, avanzare qualche critica a un modello di distribuzione presentato non solo come efficiente e simbolo di modernità, ma anche in grado di far risparmiare le famiglie.

Tornando al biologico, il numero di negozi specializzati è sceso a 1.240 in tutta Italia, perdendone più di 200 in rapporto al 2017. Di questi, 434 fanno parte di catene specializzate, dove ormai NaturaSì è il leader indiscusso del settore con 368 negozi, seguito a lunga distanza dal mondo del macrobiotico che mantiene i suoi 28 punti vendita (erano 30 nel 2011) chiamati dal 2022 Stile Macrobiotico. Nel caso di NaturaSì assistiamo alla stessa strategia di puntare sui prodotti a marchio, proprio vista nella Gdo.

Il risparmio medio per famiglia nella spesa alimentare tramite l’acquisto di prodotti a marchio della catene della Grande distribuzione organizzata è stato di 77 euro

È triste constatare come il settore distributivo del biologico stia perdendo di diversità, in nome di una concentrazione che non riguarda solo il numero di soggetti della distribuzione, ma risale lungo la filiera per arrivare a controllare tutto il sistema agroalimentare dal seme al piatto. Meno diversità vuol dire meno concorrenza, ma non solo. Vuol dire anche che il suo valore aggiunto viene assorbito in gran parte dalle catene della distribuzione, senza avere un ritorno verso quegli attori sociali che promuovono il biologico e la trasformazione dei sistemi agroalimentari presso i cittadini, e creano innovazione con gli agricoltori nei territori.

Questa estrazione di valore riduce la capacità innovativa del biologico, che dovrebbe fondarsi, è opportuno ricordarlo, su processi di ricerca partecipativi e decentralizzati, ancora poco sostenuti dalla ricerca pubblica. Insomma, agricoltori e cittadini sono sempre più lontani fisicamente e socialmente, anche se sono anni che parliamo dell’importanza della filiera corta, del chilometro zero o del concetto di co-produttori.

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Le sementi del futuro, tra diversità e nuovi Ogm

Le sementi del futuro, tra diversità e nuovi Ogm

Al via a Bruxelles i negoziati su commercializzazione dei semi e gestione delle tecniche di miglioramento genetico. Quali sono i rischi di questo percorso

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 257 – Marzo 2023

Il 7 giugno 2023 è un giorno chiave per il futuro dell’agricoltura europea. La Direzione generale per la salute e la sicurezza alimentare della Commissione europea (Dg Sante) pubblicherà infatti le sue proposte legislative su commercializzazione delle sementi e dei materiali di propagazione vegetali, e gestione delle nuove tecniche di miglioramento genetico: i cosiddetti nuovi Ogm. A questo punto prenderà il via il negoziato nel Trilogo (Parlamento, Consiglio e Commissione europei), che si concluderà nella primavera 2024, prima delle elezioni.

Per capire l’indirizzo della Commissione e far sentire alcune voci fuori dal coro, l’organizzazione austriaca Arche Noah ha organizzato lo scorso 8 febbraio una tavola rotonda a Bruxelles, con la partecipazione di diversi membri del coordinamento europeo Liberiamo la diversità tra cui l’associazione estone Maadjas, la lussemburghese Seeds, noi di Rete Semi Rurali, dell’organizzazione europea “ombrello” per il biologico Ifoam Eu, della rete di agricoltori Arc2020 e della Dg Sante.

Il primo elemento emerso è lo spettro del fallimento, o meglio la paura della Commissione di andare a sbattere contro un muro come successo dieci anni fa, quando la proposta fu bocciata dal Parlamento. Per questo motivo la Dg ha ricordato il lungo lavoro di ascolto di tutti gli attori e la necessità di produrre un testo che possa trovare un ampio consenso. In effetti, il peggior risultato sarebbe chiudere questa fase con un’altra bocciatura e mantenere la legislazione attuale per altri dieci anni.

È quindi essenziale che la società civile arrivi con una posizione comune, che possa rappresentare sia il variegato mondo della diversità agricola, sia quello del biologico, portatore al suo interno anche delle richieste delle ditte sementiere bio. Non sarà facile, perché bisogna bilanciare le richieste di hobbisti e amatori con quelle degli agricoltori professionali. La Commissione ha posto sul tavolo le novità su cui intende lavorare: ampliare lo spazio delle varietà da conservazione alle nuove diversificate frutto di miglioramento genetico partecipativo, togliendo restrizioni geografiche e quantitative. E permettere l’uso del materiale eterogeneo biologico anche agli agricoltori convenzionali.

Il 7 giugno è il giorno in cui è prevista la presentazione delle proposte legislative su commercializzazione delle sementi e gestione dei nuovi Ogm da parte della Commissione europea

Un tema ancora non chiarito riguarda lo scambio delle sementi. Se, infatti, sembra facile poter escludere le attività di circolazione tra seed saver o amatori, più difficile è individuare i paletti per gli agricoltori, che sono considerati operatori professionali e non hobbisti. Su questo punto i prossimi due mesi saranno essenziali per fornire idee e proposte alla Commissione. Nella tavola rotonda si è anche affrontato l’argomento della valutazione del Valore agricolo e tecnologico (Vat) delle varietà prima della loro iscrizione. Fino a oggi questo passaggio ha limitato la possibilità di iscrivere varietà prodotte specificamente per il biologico, perché le prove varietali vengono effettuate in campi convenzionali dove queste varietà non riescono a esprimere il loro potenziale. In Europa solo un paio di Paesi sono in grado di fare le prove in ambienti biologici e l’Italia non è tra questi.

La Commissione ha ribadito che alcuni attori, tra cui la rappresentanza a Bruxelles dei sindacati agricoli, non vogliono sentir parlare di Vat opzionale e, addirittura, vorrebbero estendere queste prove anche alle ortive, che oggi sono esenti. Insomma, la partita è ancora da giocare e il rischio maggiore è che il negoziato sui pacchetti venga giocato sullo stesso tavolo con uno schema del tipo: volete nuove aperture sulla legislazione? Bene, allora dovrete accettare in cambio la deregolamentazione dei nuovi Ogm.

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Seed for the Future, Zimbabwe

Seed for the Future, Zimbabwe

Dal 6 al 14 marzo si è svolta la prima missione di RSR in Zimbabwe per il progetto Seed for the Future, finanziato da AICS e coordinato da COSPE. Il progetto è partito nel 2022 e prevede la realizzazione di orti comunitari e scolastici, di Case delle sementi in 3 province, la valutazione delle varietà tradizionali di sorgo, miglio e arachidi e la costituzione di materiale eterogeneo per supportare le comunità rurali locali rispetto ai cambiamenti climatici in aree con piovosità scarsa.

Partner del progetto sono organizzazioni tecniche (CTDO, SAT) e NGOs (TDH, WZL) dello Zimbabwe, le attività si svolgono con il supporto delle Farmer Field Schools e di Sheshe Agroecological School oltre che con i tecnici agronomi locali.

Dal 21 al 25 marzo si svolgerà la seconda missione con la partecipazione di RSR alla delegazione del Trattato FAO e del MASAF, si recherà in visita presso la Casa delle Sementi di Chiredzi per conoscere i progetti finanziati dal Benefit Sharing Funds grazie al contributo italiano e parteciperà all’inaugurazione dell’Anno Internazionale del Miglio.

Agricoltura avvelenata: la Coalizione Cambiamo Agricoltura presenta l’Atlante dei Pesticidi

Agricoltura avvelenata: la Coalizione Cambiamo Agricoltura presenta l’Atlante dei Pesticidi

L’edizione italiana è stata presentata a Milano nell’ambito della Festa del Bio, in concomitanza con la Giornata mondiale contro il cancro, World Cancer Day

Il report evidenzia l’impatto dell’uso delle sostanze chimiche in agricoltura sull’ambiente e la salute delle persone

Il 4 febbraio, nell’ambito della Festa del Bio, che si è tenuta a Milano a Palazzo Giureconsulti, la Coalizione Cambiamo Agricoltura con la Fondazione Heinrich-Böll hanno presentato l’edizione Italia dell’Atlante dei Pesticidi. Il volume, scaricabile gratuitamente dal sito della Coalizione Cambiamo Agricoltura, contiene oltre 60 pagine di grafici, cartine, numeri che mostrano la pervasività di queste sostanze in ogni angolo del Pianeta e gli effetti negativi sulla salute delle persone, sulle diverse matrici ambientali (suolo, acqua e aria) e sugli ecosistemi.

Oggi nel mondo si utilizzano 4 milioni di tonnellate di pesticidi, il cui mercato globale ha raggiunto un valore di 84,5 miliardi di dollari nel 2019, con un tasso di crescita annuo di oltre il 4% dal 2015. In Unione Europea i consumi hanno registrato negli ultimi anni una lieve flessione, così come nel nostro Paese che resta comunque al secondo posto dopo la Spagna per consumo di pesticidi. Sono ancora troppe le sostanze chimiche di sintesi che vengono utilizzate dalle aziende agricole europee convenzionali, soprattutto quelle ritenute altamente pericolose. Per questo la Commissione Europea ha presentato il 22 giugno 2022 la sua proposta di un nuovo Regolamento per l’Utilizzo sostenibile dei prodotti fitosanitari (il cosiddetto SUR), ora al vaglio del Parlamento e del Consiglio Europeo.

“Nonostante le evidenze scientifiche, le buone intenzioni della Commissione Europea vengono minate dall’azione delle lobby dell’agrochimica e dell’agricoltura intensiva, che vorrebbero fermare l’iter di approvazione del Regolamento e affossarne gli obiettivi di riduzione” affermano le Associazioni della Coalizione Cambiamo Agricoltura.

Ridurre l’uso dei pesticidi

Il Regolamento UE indica per l’Italia l’obiettivo di riduzione del 62% dei pesticidi entro il 2030 (la media Europea è del 50%), che non verrà certamente raggiunto se il nostro Paese non investirà più energie nella transizione ecologica dell’agricoltura. Infatti, benché il nostro Paese abbia mostrato lungimiranza nel fissare nel Piano Strategico Nazionale della Politica Agricola Comune 2023-2027 il raggiungimento dell’obiettivo del 25% di superficie agricola coltivata in biologico entro il 2027, anticipando di tre anni l’obbiettivo fissato a livello europeo, è in forte ritardo con l’aggiornamento del principale strumento per la gestione dei pesticidi: il “Piano d’Azione Nazionale per l’Uso Sostenibile dei Prodotti Fitosanitari”, abbreviato PAN.

“Nel nostro Paese il PAN è scaduto dal febbraio 2019 e l’iter per il suo rinnovo è in stallo da allora. È urgente che il Piano venga rinnovato accogliendo al suo interno gli obiettivi del Green Deal europeo, altrimenti nascerà già obsoleto” continuano le Associazioni di Cambiamo Agricoltura.

Il 4 febbraio è il World Cancer Day

La presentazione dell’edizione italiana dell’Atlante dei Pesticidi il 4 febbraio ha anche un forte significato simbolico perché coincide con la Giornata mondiale contro il cancro. Numerose sono le evidenze scientifiche che collegano l’esposizione ai pesticidi con l’insorgenza di tumori, soprattutto nelle categorie più esposte, come gli agricoltori, ma anche in quelle più sensibili come i bambini. Le schede dell’Atlante dei Pesticidi presentano dati, grafici ed informazioni utili per comprendere meglio la relazione tra uso dei pesticidi e salute umana, oltre agli impatti sul suolo, nelle acque superficiali e sotterranee e sulla biodiversità naturale.

“Siamo fiduciosi che questo documento, concepito per diffondere consapevolezza rendendo accessibili dati e conoscenze, contribuirà a un cambio di paradigma che non è più solo desiderabile, ma necessario” afferma Marc Berthold, direttore della Heinrich-Böll Stiftung Parigi, fondazione tedesca che dal 2022 segue anche numerosi progetti sui temi della transizione socio-ecologica nel nostro Paese.

Il biologico in Italia

“La crescita dell’agricoltura biologica in Italia, che nel 2022 ha coinvolto il 17,4% della superficie agricola utilizzata, è la prova che oggi esistono già tutte le buone pratiche e molti mezzi tecnici per eliminare del tutto o ridurre in modo significativo l’uso dei pesticidi. Ora i decisori politici hanno il potere e la responsabilità di dare la spinta decisiva alla transizione agroecologica della nostra agricoltura, sostenendo con convinzione l’approvazione del Regolamento UE per la riduzione dell’uso dei pesticidi entro il 2023. Devono solo averne il coraggio e la necessaria determinazione”, concludono le Associazioni della Coalizione Cambiamo Agricoltura.

dal Comunicato Stampa della Coalizione Cambiamo Agricoltura, Parma, 3 febbraio 2023

CambiamoAgricoltura è una coalizione nata nel 2017 per chiedere una riforma della PAC che tuteli tutti gli agricoltori, I cittadini e l’ambiente. Aderiscono alla Coalizione oltre 90 sigle della società civile ed è coordinata da un gruppo di lavoro che comprende le maggiori associazioni del mondo ambientalista, consumerista e del biologico italiane che aderiscono ad organizzazioni europee (Associazione Consumatori ACU, AIDA, AIAB, AIAPP, Associazione Italiana Biodinamica, CIWF Italia Onlus, FederBio, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia e WWF Italia). E’ inoltre supportata dal prezioso contributo di Fondazione Cariplo.

L’overdose di azoto minaccia i suoli e la salute

L’overdose di azoto minaccia i suoli e la salute

A livello globale se ne producono circa 130 milioni di tonnellate all’anno, la metà torna in atmosfera o contamina le falde. Un problema per l’ecosistema

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 256 – Febbraio 2023

Dal 1909 una droga ha alterato i sistemi agricoli: l’azoto di sintesi. In quella data, infatti, il chimico tedesco Fritz Haber e l’industriale Carl Bosch riuscirono a produrre ammoniaca a partire dall’azoto atmosferico. Questo processo, usato durante le Guerre mondiali per sintetizzare nitrati necessari a produrre esplosivi, dopo il 1945 è diventato la base per produrre fertilizzanti chimici di sintesi.

Da allora abbiamo inondato l’agricoltura di una quantità di azoto senza controllo, in una specie di ebbrezza legata all’illusione di aver finalmente e per sempre superato i limiti della fertilità dei suoli. Oggi a livello globale ne produciamo circa 130 milioni di tonnellate all’anno da usare come fertilizzante, ma solo la metà viene realmente utilizzata dalle colture; il resto ritorna in atmosfera o si perde nelle falde per poi finire in mare. 

Come ormai dovremmo aver imparato studiando Gaia (come si definisce la Terra nella sua complessità), le oltre 60 milioni di tonnellate disperse non sono senza conseguenze. Nel 2011, dopo cinque anni di lavoro da parte di 200 ricercatori in 21 Paesi, è stato pubblicato il rapporto “The european nitrogen assessment”, che mette nero su bianco gli effetti di questa overdose. Ecco un sintetico elenco per niente incoraggiante. Conseguenze sulla salute umana: malattie respiratorie legate alle concentrazioni eccessive di ammoniaca, ozono, ossidi di azoto e particelle fini nell’aria; contaminazione dell’acqua potabile da nitrati; produzioni di alghe tossiche.

Effetti diretti sugli ecosistemi: acidificazione dei suoli, delle foreste e degli ecosistemi acquatici, eutrofizzazione dei laghi e degli ecosistemi costieri; aumento delle malattie e dei parassiti; saturazione in azoto dei suoli forestali; contribuzione al cambiamento climatico dalle emissioni di protossido di azoto. Inoltre, l’eccesso di questa sostanza ha un effetto collaterale sulle piante: più le concimiamo più diventano appetibili per gli insetti e i patogeni fungini, in un circolo vizioso che tiene insieme fertilizzanti chimici di sintesi e pesticidi. 

Il rapporto “The european nitrogen assessment” contiene anche molte soluzioni per cercare di risolvere il problema, tutte imperniate sul rendere più efficiente l’uso dell’azoto e ridurre la sua dispersione. Così leggiamo che colture associate (graminacee e leguminose piantate insieme) e rotazioni sono da preferire alle monocolture e che il letame consente un uso più efficiente di questa sostanza agendo sulla componente biologica del suolo. Gli allevamenti intensivi, inoltre, sono una delle cause principali dello sconvolgimento del ciclo dell’azoto: il rapporto quindi consiglia un cambiamento drastico delle nostre diete con la riduzione delle proteine di origine animale. 

La stima dei costi ambientali causati da un chilogrammo di azoto oscilla tra i 25 e i 100 euro. Per acquistarne la stessa quantità, un agricoltore paga circa un euro.

Sono passati più di dieci anni dalla pubblicazione del report e ancora il modello agricolo intensivo vede nei fertilizzati chimici di sintesi l’unica via possibile per fare agricoltura.

Come mai? Per cercare di trovare la risposta ci viene in aiuto un recente libro “Les apprentis sorciers de l’azote” (“Gli apprendisti stregoni dell’azoto”, editore Terre Vivante, 2021) scritto dall’agronomo e pioniere dell’agricoltura biologica Claude Aubert. Prendendo in esame alcuni studi americani ed europei sui costi ambientali legati a questa overdose, emerge che ogni chilogrammo di concime di sintesi usato nei campi costa circa un euro all’agricoltore, ma 25-100 euro alla società sotto forma di danni ambientali. Finché le politiche pubbliche non colmeranno questa differenza, in cui i danni sono a carico della società, sarà difficile promuovere una vera transizione agroecologica dei sistemi agroalimentari.

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