4 esperienze legate al progetto europeo LiveSeeding
RENNES
Rennes, con i suoi 220.000 abitanti, è il capoluogo della regione della Bretagna, nel nord-ovest della Francia e ha aderito al Patto di Milano nel 2017, insieme ad altre 47 città francesi. È stata una delle prime 10 città a impegnarsi a sviluppare politiche agroecologiche e alimentari per nutrire i propri abitanti in modo sano, con cibo accessibile a tutti. Dal 2017 ha sviluppato un Piano Alimentare Sostenibile (PAS) per integrare alimenti sani ed equilibrati nelle mense scolastiche. Dopo 3 anni, gli obiettivi iniziali sono stati superati in termini di prodotti biologici e riduzione dei rifiuti. Il PAS è completato da un Progetto Alimentare Territoriale (PAT) firmato nel 2022 dopo due anni di ampia consultazione con gli abitanti di Rennes e della sua metropoli (43 comuni intorno alla città) sulla domanda “Quale agricoltura e quale cibo domani nella metropoli? Il PAT propone una strategia con obiettivi e azioni che riguardano l’intera catena alimentare: agricoltura, trasformazione, distribuzione e anche consumatori.
Jardin partagé, Rennes
L’obiettivo principale è quello di eliminare l’uso di pesticidi sintetici nella regione entro il 2030. Rennes è impegnata a sviluppare i suoi 500 ettari di terreno agricolo in città, che rappresentano una risorsa per lo sviluppo dell’agricoltura periurbana e delle fattorie urbane, incoraggiandole a produrre in modo biologico. La città sostiene l’insediamento di agricoltori in aziende agricole sul territorio per far incontrare il mondo rurale e quello urbano. In questi ultimi anni, inoltre, Rennes, attraverso la messa a disposizione di terreni ed edifici e investendo nella loro governance, ha creato degli spazi collaborativi con un’ampia missione: essere luoghi inclusivi, al servizio della transizione ecologica e in grado di offrire a tutti un migliore accesso al cibo locale e biologico. Uno di questi si trova nella parte occidentale della città, la Prévalaye, oggi vero e proprio laboratorio di agricoltura urbana. Gli eventi sulla Prévalaye incoraggiano le persone a riscoprire la cucina e a mettere in discussione la propria alimentazione e quindi la propria salute, al fine di rendere i cittadini attori di una transizione ecologica popolare e conviviale. Dal 2014 è nato un festival annuale “dal campo al piatto” per comunicare il progetto a un vasto pubblico, e sensibilizzare i cittadini sulla diversità coltivata e le sementi specifiche per l’agricoltura biologica.
VALENCIA
I settori agroalimentare e della pesca rivestono una grande importanza economica e sociale in Spagna, rappresentando l’11% del PIL e impiegando più di 2,6 milioni di persone. Nella Regione di Valencia le attività economiche primarie contribuiscono al 2,2% del PIL e l’industria agroalimentare all’1,8%.
Tuttavia, il sistema agricolo metropolitano di Valencia (che ha diversi riconoscimenti internazionali come quello di patrimonio immateriale dell’UNESCO e Sistema Importante del Patrimonio Agricolo Mondiale della FAO) ha perso peso nelle relazioni economiche con la città e ha innescato processi di abbandono dell’attività agricola e della pesca con conseguente degrado dell’ambiente e perdita di peso nei flussi di approvvigionamento urbano. In questo contesto, la proposta comunale sull’alimentazione sostenibile e locale, inquadrata nella Strategia Urbana 2030, cerca di rafforzare e riterritorializzare il proprio sistema agroalimentare, puntando sui valori e sulle potenzialità di un sistema agricolo città-regione e fornendo uno spazio pubblico all’aperto che possa essere utilizzato come punto di riferimento o di incontro tra prodotti locali, sostenibili, sani e culturalmente radicati, e la popolazione della città.
Allo stesso tempo, mira a trasformare la cultura agroalimentare della città, sostenendo modelli produttivi, sociali e ambientali più sostenibili, e promuovendo lo sviluppo di catene del valore più eque che possano migliorare la redditività degli agricoltori, che sono i protagonisti di questa attività. Alcune delle principali linee d’azione in corso di attuazione sono:
POLO ALIMENTARE SOSTENIBILE
Promozione di una serie di progetti alimentari sostenibili e locali coordinati nel mercato all’ingrosso, come Ecotira, iniziativa sviluppata nel 2022 come progetto pilota, articolato come food hub cooperativo. Nella fase pilota sono state servite 10 scuole dell’area metropolitana e ora il progetto è in fase di espansione. APPROVVIGIONAMENTO PUBBLICO Il progetto prevede lo sviluppo di appalti pubblici sani, sostenibili ed equi, articolati con la produzione locale, in tutti i contratti di servizi e fornitura alimentare del Comune, con un’attenzione di genere e ai gruppi in situazioni di vulnerabilità (bambini, malati, anziani, esclusione so ciale, ecc.). A tal fine, sono stati sviluppati un capitolato e un sistema di monitoraggio e valutazione (software) per regolare l’appalto del servizio mensa nelle scuole e negli asili nido comunali, al fine di migliorare la qualità e la sostenibilità del cibo offerto.
DIRITTO A UN’ALIMENTAZIONE SANA E SOSTENIBILE
Si tratta di interventi rivolti a persone in situazione di vulnerabilità per assicurare l’accesso ad alimenti freschi prodotti sul territorio e favorire la crescita delle loro capacità tramite la formazione e l’utilizzo autonomo dei servizi offerti. Uno dei progetti realizzati è legato all’uso di una Coin Card per facilitare il consumo di alimenti freschi nei mercati comunali, dando autonomia e dignità ai beneficiari, in quanto questo strumento permette loro di scegliere cosa consumare.
Il progetto LIVESEEDING arriva in città in un momento perfetto. Il Comune ha sviluppato un’ampia gamma di politiche alimentari sostenibili e salutari ed è pronto a raccogliere la sfida di analizzare e implementare l’integrazione di sementi, popolazioni e varietà selezionate per il bio nelle politiche alimentari comunali.
GINEVRA
La città di Ginevra si trova all’estremità della Svizzera, con poca continuità territoriale con essa. Il suo territorio angusto è incastrato tra due montagne e i rapporti con i suoi vicini non sono sempre stati facili, per cui nel corso della storia è stata attenta a preservare la terra intorno alla città, necessaria per nutrire i suoi abitanti. Sorprendentemente, l’enorme pressione fondiaria dovuta alla ricchezza della città non ha posto fine a questa situazione ed è ancora oggi circondata da una vasta cintura agricola.
Fin dal XVI secolo, Ginevra è stata la culla dell’orticoltura svizzera e i suoi agricoltori hanno selezionato molte famose varietà contadine, scomparse con l’arrivo delle varietà moderne nel XX secolo. La fondazione nel 1978 dei Jardins de Cocagne, prima cooperativa agricola a contratto in Europa, ha aperto la strada a una fitta rete di iniziative che collegano direttamente i produttori con i consumatori impegnati. Oggi a Ginevra sono attive una dozzina di strutture contrattuali, sostenute da un movimento di cittadini, il MAPC.
Nel 2004, il Cantone di Ginevra ha istituito GRTA, un marchio di garanzia utilizzato da 360 aziende per certificare l’origine locale dei prodotti coltivati. Il Comune di Ginevra è impegnato a promuovere la sovranità alimentare nell’agglomerato attraverso il programma “Nourrir la Ville” di Agenda 21.
Sta attuando questo programma in tre aree di azione: promuovere i circuiti brevi, incoraggiare l’alimentazione sostenibile e sviluppare l’agricoltura urbana. Nel 2011 è stata creata una nuova azienda di produzione di sementi: Semences de Pays, che lavora sulla selezione contadina delle varietà locali tradizionali, con l’obiettivo di mantenerle e diffonderle agli agricoltori e ai privati, anche attraverso una rete regionale di selezione partecipativa.
SCANDICCI
Scandicci è storicamente una città a forte vocazione agricola, anche se ad oggi molto del suo territorio in pianura è urbanizzato. L’amministrazione comunale infatti ha da sempre mostrato una certa sensibilità verso le cosiddette “Politiche del cibo”, ad esempio investendo molto sulle mense che riforniscono le scuole del territorio; quest’ultime utilizzano prodotti locali e coltivati in biologico e i cittadini stessi si sono costituiti in una commissione che partecipa attivamente alla loro gestione.
Inoltre dal 2020, grazie al progetto regionale 100 mila orti in Toscana, nel quartiere di Vingone sono stati creati 36 orti urbani, gestiti in modo comunitario e nel rispetto dei principi dell’agricoltura biologica e della biodiversità. Infine, col progetto LIVESEEDING si lavorerà per portare la diversità al centro delle politiche del cibo della città.
Spazi agricoli in città e la nascita di nuove comunità
di Elenia Penna, Elia Renzi – Società Toscana di Orticultura
L’orticoltura urbana sta diventando sempre più popolare e praticata. Coltivare è da sempre una prerogativa delle aree rurali attorno alle città: la coltivazione degli orti è una delle poche attività, insieme al florovivaismo, alla cura di giardini e alla frutticoltura, che alimenta il legame tra urbano e rurale, anche quando le città erano ancora cinte da mura in tutta Europa.
Fin dall’antichità, gli orti sono stati parte integrante di città, castelli, monasteri, eremi e insediamenti. Se pensiamo, per esempio, all’Europa medioevale troviamo molto spesso una fascia di orti urbani collocata tra la fine degli insediamenti e le mura cittadine: in quell’area marginale, che oggi potremmo chiamare periferia, sorgevano orti, con presenza di alberi da frutto e pozzi, utili in caso d’assedio o di pandemie. Gli orti erano talvolta disciplinati da regolamenti o leggi che prevedevano la coltivazione di alberi da frutto. I residui di questo antico mondo scomparso sono ancor oggi evidenti nella toponomastica di alcune strade: per esempio a Firenze, Via dell’Orto o Via dell’Ortone sono realizzate dove un tempo sorgevano gli orti.
Nel periodo delle grandi dittature e successivamente della guerra, in Italia nacquero delle vere e proprie guide per la gestione dell’orto domestico. Al termine del secondo conflitto mondiale, in Europa iniziò la ricostruzione e con essa una massiccia urbanizzazione che ha cambiato inesorabilmente la gestione e l’aspetto dei paesaggi rurali e urbani. Le aree urbane sono cresciute esponenzialmente e le reti stradali si sono intersecate alle tante aree coltivate. Inoltre, lo spostamento dalla campagna alla città ha dato luogo a territori sempre più degradati e incolti, e a città sempre più invivibili con pochi spazi verdi.
Molte persone che provenivano dalle campagne o avevano nella storia familiare un legame con la terra, nel corso degli anni si sono arrangiate conquistando lembi di terra in aree marginali e interstiziali, costruendo orti urbani spesso diventati vere e proprie discariche diffuse ai margini di strade principali, ferrovie o lungo i fiumi, accumulando sporcizia, plastica e utilizzando discutibili metodi di coltivazione.
A partire già dagli anni ’70, però, gli orti urbani hanno iniziato ad assumere un nuovo ruolo, riconnettendo le comunità alla natura e generando nuovi spazi organizzati per città sempre più affollate e affogate di cemento. I sempre più numerosi orti sociali “invadono” i centri urbani europei rivelando il bisogno delle comunità contemporanee di accedere a spazi verdi in città per migliorare la qualità della vita e confrontarsi con nuovi problemi e urgenze: la crisi climatica, la siccità, l’aumento di ondate di calore, il cambiamento dello stile di vita o l’innalzamento del tasso di urbanizzazione.
Viaggiando in Europa si scopre quanto ogni luogo verde che nasce in città sia identitario dei suoi cittadini. Chi partecipa al progetto solitamente porta qualcosa di sé, della sua vita e della sua cultura, caratterizzando la storia di quel luogo per sempre. Questa partecipazione genera co-creazione: ciascun individuo, all’interno di questa condivisione, lascia andare qualcosa di sé per il bene della collettività a cui si unisce.
Nell’orto si incontrano persone di ogni età e provenienza sociale. Il filo rosso che lega tutti questi orti urbani è il senso di comunità e collettività che alimentano.
Nella periferia di Berlino, ad esempio, è nata l’esperienza “Garten der Hoffnung / bustan-ul-amal”, un orto basato sull’inter-religione e il multiculturalismo dove l’aspetto della coltivazione si sposa con quello della spiritualità e dell’interazione pacifica tra religioni diverse. Mentre in un orto comune di prossimità situato in piccole aree verdi, gestito dall’associazione Kulturlabor Trial & Error, si dimostra che non c’è bisogno di grandi spazi per coltivare e prendersi cura di noi e della terra; qui vengono coltivate erbe aromatiche resistenti che possono essere facilmente fruibili dai vicini di quartiere in modo spontaneo e costante nell’anno. Altri orti, più vicini ai luoghi legati all’educazione (scuole, accademie e università) hanno una caratterizzazione e identità didattica per consentire a bambini e ragazzi di entrare in contatto con le piante durante e fuori dalle lezioni.
Nell’orto, inoltre, si incontrano persone di ogni età e provenienza sociale: in Spagna nella periferia di Barcellona l’organizzazione “Conreu Sereny” porta avanti un progetto di orticoltura sociale dove richiedenti asilo vengono accolti per un percorso di inclusione e inserimento lavorativo in cui si apprende la lingua locale e si impara a fare agricoltura. Il contesto caratterizza molto l’anima dell’orto urbano, come dimostra il “Petuelpark” a Monaco di Baviera, dove un parco urbano nato per rigenerare un’area degradata a causa della grande presenza di microcriminalità e mancanza di inclusione ha cambiato l’assetto paesaggistico dell’area e ridotto il tasso di criminalità.
Il filo rosso che lega tutti questi orti urbani è il senso di comunità e collettività che alimentano. Questi luoghi sono circoli virtuosi di relazione, confronto e soprattutto azione, abitati da tanto verde e movimenti sociali. Le comunità che vivono tali spazi si caratterizzano per una proattività e un entusiasmo in grado di coinvolgere nuove persone e generazioni, contaminando anche chi non fa parte dell’orto in modo diretto.
Il Milan Urban Food Policy Pact (MUFPP) è un’iniziativa lanciata dalla città di Milano nel 2015 durante Expo Milano 2015. È un accordo internazionale tra oltre 260 municipalità di tutto il mondo che si impegnano a sviluppare sistemi alimentari urbani più sostenibili.
Il MUFPP supporta le città che vogliono intraprendere questo percorso. È più di una dichiarazione, è uno strumento di lavoro concreto per le città. È composto da un preambolo e da un Quadro d’Azione che elenca 37 azioni raccomandate che le città possono adottare, raggruppate in 6 categorie: Governance, Sustainable Diets and Nutrition, Social and Economic Equity, Food Production, Food Supply and Distibution, Food Waste. Per ogni azione raccomandata sono previsti indicatori specifici per monitorare i progressi nell’attuazione del Patto. Il MUFPP è oggi il punto di riferimento principale per città, stakeholder, organizzazioni internazionali e delle società civile che si occupano di sistemi alimentari. Attraverso attività come training e formazione, azioni congiunte di advocacy, workshop, seminari, progetti, fundraising ecc, il MUFPP ha già avuto un impatto significativo sui sistemi alimentari urbani in tutto il mondo.
Ha incoraggiato le città a sviluppare politiche alimentari urbane, che possono aiutare ad affrontare problemi come l’insicurezza alimentare e la nutrizione, promuovendo al contempo sistemi di produzione e distribuzione alimentare sostenibili, lotta allo spreco alimentare, adozione di pratiche agroecologiche, supporto all’agricoltura urbana, protezione della biodiversità e dell’ambiente, educazione alimentare, sviluppo di filiere corte, adozione di criteri di procurement più sostenibili nelle mense scolastiche municipali. Inoltre, ha facilitato la condivisione di conoscenze e buone pratiche tra le città, contribuendo a costruire una comunità globale di professionisti e sostenitori che lavorano per migliorare i sistemi alimentari urbani.
Il progetto Diffondere Diversità, Rafforzare Comunità unisce le diversità agricole, culturali e sociali presenti in Val Camonica grazie al ruolo catalizzatore del biodistretto dell’omonima Valle, capace di intessere una rete sempre più fitta fra gli “attori” del progetto (Valcamonica Bio, Rete Semi Rurali, Coop. K-Pax, Comuni di Cerveno e Losine) e del territorio. Nel 2022 sono stati allestiti una Casa delle Sementi Alpina, quale strumento di supporto per gestire alcune specie minori, e un laboratorio di molitura con il fine di valorizzare le caratteristiche nutrizionali dei cereali coltivati in ambienti ad elevato tasso di naturalità.
Si sta costruendo un valore attorno alla filiera, condiviso con il territorio grazie al coinvolgimento dei trasformatori e a percorsi formativi dedicati. A fine maggio il tema delle “Arti Bianche” verrà approfondito insieme ai richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale, studiando diverse tecniche di trasformazione: locale e “dal mondo”.
Questa formazione si intersecherà con quella in agroecologia, a cui parteciperanno i ragazzi in collaborazione con la rete di aziende agricole biologiche del biodistretto (e VCB), rafforzando il percorso di continuo co-apprendimento reso possibile dalle borse lavoro e dagli inserimenti lavorativi in corso.
L’agricoltura intensiva è la principale causa della scomparsa degli habitat. Serve un nuovo paradigma agroecologico basato sulla complessità.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 259 – Maggio 2023
Il mese di maggio vede la ricorrenza di due date importanti. Il 20 si celebra la Giornata nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, istituita dalla legge 194/2015 intitolata “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”. Il 22, invece, cade la Giornata mondiale della biodiversità, istituita dalla Convenzione sulla diversità biologica (Cbd). La vicinanza tra queste due date è casuale, ma fortemente simbolica e politica: agricoltura e biodiversità sono mondi connessi uno all’altro, anche se nel corso del Novecento lo abbiamo dimenticato.
“L’agricoltura rappresenta una minaccia senza precedenti per la biodiversità in tutto il mondo -si legge sul sito della Cbd-. L’intensificazione della produzione alimentare sta danneggiando il nostro ambiente attraverso la conversione degli habitat naturali in monocolture, il degrado del suolo, il consumo smodato di acqua e l’uso insostenibile di pesticidi e fertilizzanti”.
Insomma, ci stiamo letteralmente “mangiando” il mondo nel quale viviamo, in un circolo vizioso dal quale non riusciamo a uscire e che produce obesità nei Paesi ricchi, senza risolvere il problema della fame in quelli poveri.
Certo, l’agricoltura può anche essere parte della soluzione, come raccontiamo in questa rubrica, ma sarebbe necessario un cambio di prospettiva e di analisi che ancora non si vede all’orizzonte né attuato nelle politiche agricole. Troppo spesso queste ultime sono ostaggio di dinamiche settoriali, che mirano a mantenere lo status quo, senza avere quella visione di lungo periodo che dovrebbe legare i sistemi agricoli a quelli alimentari, e quindi alla salute, e allo spazio naturale non coltivato intorno a noi. Insomma, una visione in grado di rovesciare il paradigma riduzionista ed economicista dell’agricoltura industriale, frutto del pensiero novecentesco, in nome di un nuovo paradigma agroecologico, basato su complessità, olismo e diversità.
Le specie animali e vegetali a rischio estinzione sono 41mila, secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn).
Un articolo pubblicato su Nature Food nel gennaio 2023 (“Reframing the local-global food systems debate through a resilience lens”) mette proprio la diversità in cima ai sette principi sui cui costruire i sistemi alimentari del futuro. Il tema, sostengono gli autori, non è tanto cercare di capire se è meglio il modello locale o globale di agricoltura (ognuno dei due può esserlo in contesti determinati e diversi), ma incoraggiare la diversità a tutti i livelli, lungo tutta la filiera alimentare.
Ovviamente, non si tratta solo di lavorare sulle pratiche, ma, soprattutto, sulle politiche, sui sistemi di governance e sulle dinamiche commerciali, dominate da veri e propri oligopoli e monopoli. Non a caso, l’articolo discute di governance policentrica e di ampia partecipazione della società civile alle politiche, elementi centrali per bilanciare la concentrazione di potere che viviamo oggi. E qui emerge un nodo dolente, legato al sistema di conoscenze e di informazioni sul funzionamento dei sistemi alimentari. È necessaria, infatti, una vera e propria alfabetizzazione alimentare in grado di rendere consapevoli cittadini e politici, troppo spesso influenzati dalla pubblicità e dalle attività di lobbying dell’industria agroalimentare. Per riallocare il potere tra gli attori della società e al loro interno, ci vuole un doppio percorso: politico dall’alto e sociale dal basso, come rivendicazione di diritti.
Trent’anni fa nel saggio “Monoculture della mente” Vandana Shiva scriveva: “Conservare la biodiversità è impossibile, finché essa non sia assunta come la logica stessa della produzione”, lanciando una sfida che non possiamo più eludere alla nostra società occidentale. Praticare la diversità sarebbe il mondo migliore per dare un senso compiuto alle celebrazioni di maggio.
Negli ultimi decenni il Ministero degli Affari Esteri italiano ha dato vita a quella che viene definita “diplomazia alimentare”. Questo settore della diplomazia si è andato concretizzando dopo il Vertice sui Sistemi Alimentari delle Nazioni Unite, che si è tenuto a Roma nel luglio del 2021 e ha promosso la creazione del Tavolo Nazionale Sistemi Alimentari permanente coordinato dall’inviato speciale per la sicurezza alimentare, Stefano Gatti.
Il ruolo del Tavolo è quello di riunire i maggiori esperti della filiera agroalimentare italiana con l’obiettivo di delineare la posizione dell’Italia su cibo, sostenibilità e sicurezza alimentare nei fori internazionali (G7, G20, ONU, UE). Il Tavolo si riunisce periodicamente e mantiene un dialogo aperto con tutti gli attori della filiera alimentare, come il settore privato – le aziende del settore agroalimentare –, le associazioni di categoria – dalla Coldiretti alla CIA–, i rappresentanti dei movimenti e della società civile – come Slow Food e Banco Alimentare –, e gli enti di ricerca agricola. Questa esigenza nasce perché cibo e agricoltura hanno assunto un ruolo cruciale nelle relazioni internazionali e la stessa Unione Europea ha posto particolare attenzione sui sistemi alimentari per il loro ruolo strategico per realizzare la transizione ecologica. Per rispondere a queste sollecitazioni, che prevedono un cambiamento delle politiche verso una maggiore sostenibilità, il Tavolo si è organizzato in quattro gruppi di lavoro: 1. Sistemi e politiche locali del cibo: si avvale del lavoro della Rete Italiana Politiche Locali del Cibo, che da anni studia possibili strategie per la ri-territorializzazione delle politiche legate ai sistemi alimentari per una maggiore sostenibilità. 2. Sostenibilità delle imprese agroalimentari: lavora con il mondo delle aziende agroalimentari e delle associazioni di categoria su due argomenti principali: misurazione delle performance di sostenibilità delle imprese e istituzione di un’etichettatura fronte pacco che superi i limiti delle attuali proposte. 3. Spreco alimentare e diete sostenibili: si occupa di studiare lo spreco alimentare (grazie anche all’Osservatorio sullo spreco alimentare) per elaborare politiche ad hoc in grado di contrastare questo fenomeno globale. Insieme allo spreco alimentare, il gruppo si occupa di studiare le diete sostenibili, con un focus particolare sulla dieta mediterranea. 4. Zootecnia sostenibile: lavora per costruire solide basi scientifiche per il possibile ruolo della zootecnia nella costruzione di sistemi alimentari sostenibili.
Il Rapporto “I sistemi e le politiche locali del cibo come strumento per la trasformazione verso sistemi alimentari sostenibili”. Il ruolo delle città.
Il primo gruppo di lavoro ha elaborato un Rapporto in seguito alla serie di incontri che si sono tenuti nel corso del 2021 con la partecipazione di diversi attori – movimenti, associazioni, istituzioni locali, mondo della ricerca – e l’obiettivo di elaborare un documento in cui definire problematiche e possibili soluzioni per la transizione ecologica dei sistemi alimentari. Riportiamo di seguito alcuni spunti di riflessione in merito al ruolo delle città nei sistemi locali del cibo.
Il concetto chiave che pervade tutto il Rapporto sta nella ri-territorializzazione dei sistemi alimentari, non solo dal punto di vista produttivo e di consumo, ma anche dal punto di vista politico. E quindi i canali commerciali alternativi che si basano sulla filiera corta (GAS, CSA, mercati contadini, vendita diretta in azienda) rappresentano una buona pratica sia per gli effetti positivi che hanno sull’ambiente – con una diminuzione delle food miles, del food footprint, dello spreco alimentare – sia perché portano a una democratizzazione del sistema alimentare attraverso un controllo dal basso della filiera. In questo senso le città possono diventare attori strategici della ri-territorializzazione, con la costruzione di una nuova relazione città-campagna, in cui la campagna non è più vista (e vissuta) come un territorio marginale e fragile, ma assume un ruolo centrale in quanto produttrice di cibo salutare e “a km 0” ma anche fornitrice di servizi ecosistemici che vanno a influenzare direttamente la qualità della vita delle città. Le politiche urbane del cibo sono un buon esempio di riappropriazione politica del cibo, e sempre più città in Italia le stanno adottando. Le esperienze, ad esempio, di Milano, Roma, Livorno, Lucca, Roma, Trento, Bari, Bergamo ci dimostrano che è possibile realizzare una politica di integrazione sul tema cibo, in cui le singole politiche settoriali (salute, energia, agricoltura ecc.) sono armonizzate all’interno di un quadro strategico coerente. Ri-territorializzare i sistemi alimentari vuol dire dunque anche ri-politicizzare il cibo, con processi di co-creazione e co-produzione delle politiche.
Il ruolo delle amministrazioni locali diventa, quindi, fondamentale nello sviluppo di governance orizzontali che vadano a coordinare e stimolare le diverse iniziative a livello locale. Il passo successivo è la creazione di sistemi di governance multilivello, attraverso cui sviluppare e allineare le Politiche del Cibo a livello locale, regionale e nazionale per arrivare, magari, a una politica del cibo a livello europeo. Anche in questo caso le amministrazioni locali possono assumere un ruolo cruciale.