Seminare diversità in città

Seminare diversità in città

La Casa delle Sementi a due passi da Venezia

di Nicoletta Doro

Un luogo dove poter trovare più di 800 varietà di semi di ortaggi, di erbe aromatiche, cereali e fiori. Si tratta di sementi tramandate da contadini e orticoltori e riprodotte localmente

LA STORIA

L’apertura della Casa delle Sementi Venezia, avviene dopo un lungo percorso personale di esperienze in campo agricolo e relazionale. Questo inizia nel 2009 con la condivisione di conoscenze durante un’esperienza di volontariato in diverse aziende agricole biologiche, resa possibile grazie all’Associazione WWOOF Italia. In questa occasione avviene la conoscenza dell’esistenza di sementi di varietà antica, scambiate direttamente tra contadini.
Successivamente si apre la possibilità di partecipare a quello che viene comunemente chiamato un “incontro di scambio di sementi antiche”, avvenuto ad inizio del 2010 tra i partecipanti al mercatino del Seminasogni, presso la località Palombara (MC).

Vi si respira un atmosfera di altri tempi, una voglia di scambio di esperienze, un’accoglienza ed una generosità anche nei confronti di chi si affaccia per le prime volte a questa realtà, anche se nuova non è, anche se si perpetua da millenni e grazie ad essa si è resa possibile la diffusione di tutte quelle piante commestibili coltivate attualmente. Ci si scambiava una grande varietà di sementi di ogni genere, dagli ortaggi ai fiori, dai cereali alle erbe mangerecce spontanee e da qui è partita la prima parte della raccolta di sementi, una quarantina di varietà, che hanno permesso di ottenere piantine da trapiantare in un orto condiviso iniziato nell’azienda agricola biologica Il Rosmarino a Marcon, in Provincia di Venezia.
Malgrado i partecipanti a quest’orto condiviso erano più ricchi di entusiasmo e di passione, che di vera esperienza agricola, non è stato difficile ottenere buoni risultati da questi semi rustici e pieni di vitalità, coltivati in un terreno naturale e da qualche anno a riposo produttivo, anche se dalle piante si è ricevuta abbondante verdura e una grande quantità di sementi, che sono state pulite, essiccate e selezionate.

Un successivo naturale passaggio è stato quello di portarle ai mercatini del baratto e a quelli di Genuino Clandestino, già attivi nel centro Italia, ma che dal 2010 abbiamo cominciato ad organizzare anche nella zona compresa tra le Province di Venezia, Treviso e Belluno. Verso il 2013 nascono a Belluno i primi affollati incontri di scambio di sementi antiche organizzati dal gruppo Coltivare Condividendo, dove migliaia di persone si incontrano e danno vita a numerosi scambi e doni di materiale vegetativo: talee e tuberi, oltreché sementi. Questi incontri si diffondono rapidamente anche in altre Province limitrofe e diventano imperdibili appuntamenti mensili e, nei periodi pre-semina primaverili, anche settimanali.

Le coltivazioni continuano poi a Zelarino(VE) in un terreno che acquistiamo in condivisione tra dieci conoscenti e che poi chiameremo Cerchio di paglia e nei campi del Forte Mezzacapo, un ex Forte militare rivitalizzato da un gruppo di volontari.
La raccolta iniziale si arricchisce di centinaia di altre varietà e, su incalzante richiesta dei partecipanti ai mercatini, si perfeziona con foto degli ortaggi raccolte in schede fotografiche, che riportano anche le varie caratteristiche della pianta e il periodo di semina. Si collabora con Associazioni più storiche del settore, come Civiltà Contadina e ADIPA, e con altre di nuova generazione come Seed Vicious e gli attivissimi ed informali Amici dell’Orto 2.

I banchetti diventano ogni anno più belli: le sementi esposte in vasetti di vetro, in vassoi fatti con materiale naturale o confezionate nelle bustine di carta; mentre ognuno si specializza in quello che lo appassiona di più: chi porta innumerevoli varietà di patate, chi si interessa di ortaggi insoliti e chi predilige varietà locali, mentre altri si dedicano alle varietà dimenticate di mais, oppure ai fagioli e piselli di montagna. Ognuno porta ciò che regala la natura: abbondanza, biodiversità e riproducibilità.

L’IDEA DELLA CASA DELLE SEMENTI

Già da un paio d’anni, Francesca ed altri salvatori di semi, hanno aperto la Casa dei Semi della Sardegna verso il centro dell’isola e ci si struttura in progettualità anche all’interno di RSR. A Isola Vicentina (VI) si stanno ultimando i lavori per iniziare un interessante percorso condiviso di coltivazione di cereali antichi e quindi una Casa delle sementi a tema.

Il Coordinatore della Rete, Claudio Pozzi, propone che anche a Venezia venga aperta una Casa delle Sementi, argomento che è stato approfondito all’incontro di gennaio 2020 di RSR a Passignano sul Trasimeno (PG) durante il quale di è parlato di sistemi sementieri, Case delle Sementi e ci si è aggiornati sul Trattato FAO. In seguito alla partecipazione all’incontro sorge la domanda: quale sarebbe il luogo più indicato per la sede della Casa delle Sementi Venezia? In campagna – in alcuni spazi idonei del Forte Mezzacapo – o nella città di Mestre, dove è nato un bel progetto di riqualificazione dei porticati storici vicino alla stazione dei treni? I lavori di ristrutturazione del Forte fanno propendere per la seconda opzione. A febbraio 2020 è iniziato l’allestimento dello spazio attuale, il quale prende subito forma: la partecipazione ai mercatini di scambio aveva già reso disponibile molto materiale e molte sementi. Il percorso accelera anche perché comincia la collaborazione con l’Università di Padova nell’ambito del Progetto Biosocial dove, in sinergia con il vivaio biologico La Cavàna e la Cooperativa sociale Magnolia, si produranno delle piantine sulle quali fare anche una ricerca delle caratteristiche genetiche e nutrizionali.

Si manifesta subito una buona curiosità e un buon interesse nei passanti, che da subito capiscono il messaggio e non dicono “quanto costa?!”, ma chiedono “come funziona?” e si rendono disponibili a collaborare con la riproduzione delle sementi nei loro piccoli orti, nei giardini o nei terrazzi di casa. L’idea è buona oltre che per sensibilizzare sull’argomento, anche per avere un luogo dove ricevere, scambiare e informare, in alternativa ad un appuntamento in campo o ad un mercatino. Si crea anche un fenomeno particolare: molti collaborano portando sementi che desiderano vengano salvate e diffuse ad altri. Un gesto di altruismo e responsabilità.

I passanti capiscono da subito il messaggio e non dicono “quanto costa?!” ma chiedono “come funziona?” e si rendono disponibili a collaborare

UNA COMUNITA’ SPONTANEA E DIFFUSA

Si chiamano Casa dei Semi o Casa delle Sementi e, a seguire, solo il luogo di ubicazione senza personalismi o fantasie varie, facendo così capire che i protagonisti sono solo loro, le sementi.
Queste si donano, si scambiano o al massimo si accetta un’offerta solo per coprire le eventuali spese, secondo un’etica che non ha bisogno di essere condivisa per essere tale. Funzionano allo stesso modo: c’è l’invito a restituire una parte delle sementi ricevute e riprodotte, dopo un tempo più o meno definito, a seconda che la pianta sia annuale o biennale. Magari c’è chi, più preciso, chiede di compilare una scheda di restituzione, chi elasticamente accetta anche specie diverse da quelle consegnate, chi per la consegna chiede che venga formulata una richiesta scritta, come per le Banche del seme.

Sono tutte variazioni sullo stesso tema, che certo sentono l’influenza di chi si attiva, di chi se ne occupa, come un orto del resto, che si può fare in cento modi diversi e dove ognuno segue le proprie inclinazioni.

Tramite il progetto “Seme Popolare”, le eventuali offerte ricevute in cambio delle sementi, verranno devolute alle Associazioni ambientaliste di volontariato, contribuendo così ulteriormente alla salvaguardia della biodiversità e al sostegno delle buone pratiche. Inoltre, chi riceve le sementi si impegna a riportarne alcune “rinnovate”, dopo uno o due anni, secondo il ciclo delle piante. Questo aiuta a mantenere la vitalità delle sementi e a poterle ridistribuire anche ad altri interessati.

Casa delle Sementi Venezia

via Premuda, 3, Mestre

casadellesementivenezia.wordpress.com

Il biologico cresce. La sua anima resiste?

Il biologico cresce. La sua anima resiste?

I numeri del bio sono in ascesa costante ma il mercato è più concentrato e influenzato dalla Gdo. Occorre un cambio di passo, aprendosi all’economia sociale. La rubrica della “Rete Semi Rurali” a cura di Riccardo Bocci

A novembre 2020 è stato pubblicato il rapporto di Bio Bank che fotografa il mondo del biologico. Un primo dato emerge chiaramente. Anche in questo periodo di crisi il bio cresce a due cifre: più 11% di vendite rispetto al 2019. In questi anni, però, è cambiato il panorama del mercato del biologico: i negozi specializzati hanno ceduto il passo alla grande distribuzione organizzata (Gdo) e al discount. Nel 2011 l’incidenza della Gdo nel bio era del 27%. Oggi è arrivata al 47%, e, in maniera speculare, quella dei negozi è scesa dal 45 al 21%. Inoltre, se compariamo le vendite in milioni di euro, dal 2011 ad oggi la Gdo è passata da 545 milioni di euro a 2 miliardi, mentre i negozi bio sono rimasti più o meno costanti da 895 agli attuali 924 milioni di euro. Aumenta anche il numero di prodotti bio a marchio del distributore, elemento che indica il controllo delle filiere da parte della distribuzione, con Coop leader attuale del mercato con 750 referenze. In parallelo, nel mondo dei negozi specializzati stiamo assistendo alla concentrazione delle catene distributive, con EcorNaturaSì che ha acquisito i negozi Biobottega e Piacere Terra, arrivando a un totale nazionale di 297 supermercati tra franchising e di proprietà.

4.358: nel 2020 le vendite di prodotti bio sono stimate in 4.358 milioni di euro sul mercato interno e 2.619 milioni per l’export (Fonte: Bio Bank)

Da un lato non si può che registrare positivamente la scelta bio del consumatore italiano, ma dall’altro è necessario fare alcune riflessioni. Il ruolo crescente di Gdo e discount, e la scomparsa dei piccoli negozi, pionieri storici del bio, sono indici di una costante tendenza alla concentrazione del settore e, se così si può dire, di una sua “convenzionalizzazione”. Infatti, il bio delle origini non aveva a cuore solo la certificazione del prodotto, ma si faceva promotore di una spinta etica e sociale per cambiare l’agricoltura convenzionale, basata su uniformità, industrializzazione, compressione della forza lavoro, drenaggio del valore aggiunto verso le ultime parti della filiera (trasformazione e commercio), costi ambientali non contabilizzati nel prodotto e prezzi bassi pagati agli agricoltori. Questa spinta non è più garantita dall’attuale certificazione biologica. Inoltre, la sfida di diversificare i sistemi agricoli a partire dal seme mal si concilia con l’uniformità del panorama del settore distributivo.

Come uscire da questa situazione? Come evitare che i valori del bio restino soffocati dal suo stesso successo commerciale? Sono necessari una nuova visione e un cambio di passo da parte degli attori dei negozi specializzati, che, invece di seguire metodi, strategie e messaggi pubblicitari della Gdo, dovrebbero rilocalizzarsi nei territori facendo rete con i soggetti sociali lì attivi. Aprirsi a un’economia finalmente sociale che si faccia carico di chi anima culturalmente la relazione città/campagna. Non mero marketing, ma sostegno a quei processi sociali che stanno contribuendo a fare innovazione nelle aree rurali. Anche in questo caso la parola chiave è diversificare: favorire la diversità di approcci, esperienze, pratiche e mercati, e trasformarle in cultura civica diffusa. Non è una sfida facile. Presuppone la capacità di rimettere in gioco il modello di business degli attori economici.

Il rischio, se falliremo, è di finire come negli Stati Uniti, dove, ci ammoniva già 12 anni fa Michael Pollan nel suo libro “Il Dilemma dell’Onnivoro” (Adelphi, 2008), si produceva formaggio biologico da latte in polvere bio proveniente dall’Australia. Tutto rigidamente certificato, ma socialmente e ambientalmente insostenibile e assolutamente insapore. Ma chissà se noi consumatori saremo poi in grado di accorgecene.

Riccardo Bocci è agronomo. Dal 2014 è direttore tecnico della Rete Semi Rurali, rete di associazioni attive nella gestione dinamica della biodiversità agricola