Modificare la legislazione sementiera e consentire la commercializzazione di varietà non rispondenti ai requisiti di uniformità e stabilità. In Italia questa ci era sembrata un’opportunità da cogliere al volo per legalizzare quella parte del mondo agricolo che ancora coltivava la biodiversità (le cosiddette varietà locali poi mappate dalle attività di indagine sul territorio attuate dalle varie regioni). Purtroppo, però, le varie negoziazioni con i differenti Ministri (da Alfonso Pecoraro Scanio per finire a Gianni Alemanno) non portarono da nessuna parte, fino a che, nel 2007, il Parlamento nelle pieghe di una legge comunitaria (meccanismo con cui si approvano provvedimenti volti a conformare l’ordinamento italiano agli obblighi comunitari) approvò – grazie all’appoggio dell’allora gruppo dei Verdi – alcuni dei punti essenziali contenuti nel decreto proposto per anni al MiPAAF. A distanza di 4 anni da quel “blitz” legislativo le cose non sono cambiate molto. Anche se, come abbiamo raccontato nei precedenti Notiziari, il quadro normativo sulle Varietà da Conservazione si è ormai concluso (con le direttive e i relativi recepimenti nazionali su cereali, ortive e foraggere), ancora manca un ultimo tassello per chiudere il percorso iniziato dieci anni fa. Infatti, il decreto ministeriale che avrebbe dovuto definire e spiegare come gli agricoltori possano vendere le varietà da conservazione non è stato ancora la campagna per richiedere al più presto l’approvazione di questo decreto. L’obiettivo è quello di avere formalmente scritto – nero su bianco – il diritto degli agricoltori di produrre e vendere sementi e rivendicare, quindi, un loro ruolo attivo nel settore sementiero. Non è un punto di poco conto. Non dobbiamo dimenticare che gli ultimi cento anni di storia dell’agricoltura sono andati verso un progressivo allontanamento degli agricoltori dalle sementi (prima gli ibridi, poi la legislazione sementiera, infine la proprietà intellettuale e gli organismi geneticamente modificati), con l’obiettivo dichiarato di migliorare la qualità del seme, e implicito di creare un mercato “appetibile” per il settore privato. Come può, infatti, un sistema capitalistico basarsi su un prodotto che una volta comprato può essere riprodotto a suo piacimento dal consumatore? Il seme porta in sé questo peccato originale. Che la legge italiana riconosca che ciò non costituisce più peccato non è per noi cosa di poco conto!
Claudio Pozzi
Coordinatore RSR
Fondatore dell’Associazione WWOOF Italia si occupa di temi legati alla biodiversità e alle sementi dagli anni 90 con una visione sociale ed economica legata alla sua partecipazione alle attività..
Viviamo tempi buffi. O, piuttosto, meglio vederne il lato comico per non lasciarsi deprimere. Mi piacerebbe essere un artista dello sberleffo e non lo sono ma faccio fatica a restar serio nell’introdurre un numero del notiziario il cui articolo centrale descrive una situazione legislativa ed amministrativa ai limiti della comprensibilità. Per carità non sono certo i rocamboleschi sforzi fatti per garantire la leggibilità dell’articolo che voglio mettere in discussione quanto piuttosto l’anacronistica autoreferenzialità del sistema che ne ha prodotto i contenuti. Leggi e regolamenti dovrebbero servire a dar lettura certa di ciò che è lecito e ciò che non lo è nell’interesse della comunità che delega il legislatore. Rendendo poi chiare e funzionali, sempre nell’interesse della comunità, le prassi che ottemperano alle regole. Misurando a spanne sembra che la biodiversità venga trattata pochissimo come bene comune da salvaguardare ed integrare ma piuttosto alla stregua di un’eredità da spartire fra una litigiosa genia di legislatori e burocrati che si accaniscono nella logica del potere e del drenaggio di fondi per tenere in piedi la baracca. Ma il vento potrebbe anche rapidamente cambiare. Non si tratta più di gestire un ambito che interessa a pochi e in cui tale modalità di gestione desta scalpore solamente per una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Il patrimonio di biodiversità, anche nella sua accezione agraria, sta ormai nella sensibilità di una fascia sempre più ampia di popolazione che arriverà a rivendicarne la sovranità senza magari avere gli strumenti per gestirla adeguatamente. Ed allora se i mercanti del Tempio non scendono a più miti consigli nell’interesse della collettività cosa ci può essere di meglio di una pratica diffusa di autodeterminazione? Siamo in grado di mettere insieme le competenze? Sembrerebbe proprio di sì. Stare in Rete ha proprio questo scopo. Dobbiamo solamente diventare più lungimiranti e impegnarci a reperire le risorse. Un altro passo che, fatto collettivamente, può diventare meno impegnativo di quanto possa sembrare. Ormai abbiamo imparato che il lavoro biodiverso rende in termini economici e, se siamo attenti e innovativi, anche in termini di costruzione di comunità; quindi di innalzamento della qualità della vita e della sicurezza sociale, quella vera, basata sulla resilienza e la reciproca fiducia. Ne avremo bisogno nei tempi a venire: il tempo corre e le variazioni ambientali, la mancata promessa della riduzione delle emissioni, un sempre maggior accentramento della proprietà terriera in mano di pochi gruppi di speculatori, potrebbero farci attraversare periodi bui ma la fragilità dei giganti dai piedi d’argilla è ben contrastabile dalla plasmabilità delle reti territoriali che siano in grado di condividere scopi e regole per interpretarle adattandole nel migliore dei modi alle esigenze e alla cultura del territorio di riferimento. Parole vuote? Proclami al vento? Può darsi. Ma fino a che alle parole seguono i fatti c’è solo bisogno di esser pronti a rimboccarsi le maniche e a sparger seme con criterio e consapevolezza. Nelle pagine del notiziario troverete descritti alcuni dei percorsi in atto.
di Claudio Pozzi Coordinatore RSR
Incontro “Appennini vicini. Storie di miscugli, popolazioni e futuro”, 20 luglio 2019, Biblioteca del grano di Caselle in Pittari # foto R. Franciolini/RSR