Scheda 02 – Coordinamento Europeo Let’s Liberate Diversity!
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I numeri del bio sono in ascesa costante ma il mercato è più concentrato e influenzato dalla Gdo. Occorre un cambio di passo, aprendosi all’economia sociale. La rubrica della “Rete Semi Rurali” a cura di Riccardo Bocci
A novembre 2020 è stato pubblicato il rapporto di Bio Bank che fotografa il mondo del biologico. Un primo dato emerge chiaramente. Anche in questo periodo di crisi il bio cresce a due cifre: più 11% di vendite rispetto al 2019. In questi anni, però, è cambiato il panorama del mercato del biologico: i negozi specializzati hanno ceduto il passo alla grande distribuzione organizzata (Gdo) e al discount. Nel 2011 l’incidenza della Gdo nel bio era del 27%. Oggi è arrivata al 47%, e, in maniera speculare, quella dei negozi è scesa dal 45 al 21%. Inoltre, se compariamo le vendite in milioni di euro, dal 2011 ad oggi la Gdo è passata da 545 milioni di euro a 2 miliardi, mentre i negozi bio sono rimasti più o meno costanti da 895 agli attuali 924 milioni di euro. Aumenta anche il numero di prodotti bio a marchio del distributore, elemento che indica il controllo delle filiere da parte della distribuzione, con Coop leader attuale del mercato con 750 referenze. In parallelo, nel mondo dei negozi specializzati stiamo assistendo alla concentrazione delle catene distributive, con EcorNaturaSì che ha acquisito i negozi Biobottega e Piacere Terra, arrivando a un totale nazionale di 297 supermercati tra franchising e di proprietà.
4.358: nel 2020 le vendite di prodotti bio sono stimate in 4.358 milioni di euro sul mercato interno e 2.619 milioni per l’export (Fonte: Bio Bank)
Da un lato non si può che registrare positivamente la scelta bio del consumatore italiano, ma dall’altro è necessario fare alcune riflessioni. Il ruolo crescente di Gdo e discount, e la scomparsa dei piccoli negozi, pionieri storici del bio, sono indici di una costante tendenza alla concentrazione del settore e, se così si può dire, di una sua “convenzionalizzazione”. Infatti, il bio delle origini non aveva a cuore solo la certificazione del prodotto, ma si faceva promotore di una spinta etica e sociale per cambiare l’agricoltura convenzionale, basata su uniformità, industrializzazione, compressione della forza lavoro, drenaggio del valore aggiunto verso le ultime parti della filiera (trasformazione e commercio), costi ambientali non contabilizzati nel prodotto e prezzi bassi pagati agli agricoltori. Questa spinta non è più garantita dall’attuale certificazione biologica. Inoltre, la sfida di diversificare i sistemi agricoli a partire dal seme mal si concilia con l’uniformità del panorama del settore distributivo.
Come uscire da questa situazione? Come evitare che i valori del bio restino soffocati dal suo stesso successo commerciale? Sono necessari una nuova visione e un cambio di passo da parte degli attori dei negozi specializzati, che, invece di seguire metodi, strategie e messaggi pubblicitari della Gdo, dovrebbero rilocalizzarsi nei territori facendo rete con i soggetti sociali lì attivi. Aprirsi a un’economia finalmente sociale che si faccia carico di chi anima culturalmente la relazione città/campagna. Non mero marketing, ma sostegno a quei processi sociali che stanno contribuendo a fare innovazione nelle aree rurali. Anche in questo caso la parola chiave è diversificare: favorire la diversità di approcci, esperienze, pratiche e mercati, e trasformarle in cultura civica diffusa. Non è una sfida facile. Presuppone la capacità di rimettere in gioco il modello di business degli attori economici.
Il rischio, se falliremo, è di finire come negli Stati Uniti, dove, ci ammoniva già 12 anni fa Michael Pollan nel suo libro “Il Dilemma dell’Onnivoro” (Adelphi, 2008), si produceva formaggio biologico da latte in polvere bio proveniente dall’Australia. Tutto rigidamente certificato, ma socialmente e ambientalmente insostenibile e assolutamente insapore. Ma chissà se noi consumatori saremo poi in grado di accorgecene.
Riccardo Bocci è agronomo. Dal 2014 è direttore tecnico della Rete Semi Rurali, rete di associazioni attive nella gestione dinamica della biodiversità agricola
Modificare la legislazione sementiera e consentire la commercializzazione di varietà non rispondenti ai requisiti di uniformità e stabilità. In Italia questa ci era sembrata un’opportunità da cogliere al volo per
legalizzare quella parte del mondo agricolo che ancora coltivava la biodiversità
(le cosiddette varietà locali poi mappate dalle attività di indagine
sul territorio attuate dalle varie regioni).
Purtroppo, però, le varie negoziazioni con i differenti Ministri (da Alfonso Pecoraro Scanio per finire a Gianni Alemanno) non portarono da nessuna parte, fino a che, nel 2007, il Parlamento nelle pieghe di una legge comunitaria (meccanismo con cui si approvano provvedimenti volti a conformare l’ordinamento italiano agli obblighi comunitari) approvò – grazie all’appoggio dell’allora gruppo dei Verdi – alcuni dei punti
essenziali contenuti nel decreto proposto per anni al MiPAAF.
A distanza di 4 anni da quel “blitz” legislativo le cose non sono cambiate molto. Anche se, come abbiamo raccontato nei precedenti Notiziari, il quadro normativo sulle Varietà da Conservazione si è ormai concluso (con le direttive e i relativi recepimenti nazionali su cereali, ortive e foraggere), ancora manca un ultimo tassello per chiudere il percorso iniziato dieci anni fa. Infatti, il decreto ministeriale che avrebbe dovuto definire e spiegare come gli agricoltori possano vendere le varietà da conservazione non è stato ancora la campagna per richiedere al più presto l’approvazione di questo decreto. L’obiettivo è quello di avere formalmente scritto – nero su bianco – il diritto degli agricoltori di produrre e vendere sementi e rivendicare, quindi, un loro ruolo attivo nel settore sementiero.
Non è un punto di poco conto. Non dobbiamo dimenticare che gli ultimi cento anni di storia dell’agricoltura
sono andati verso un progressivo allontanamento degli agricoltori dalle sementi (prima gli ibridi, poi la
legislazione sementiera, infine la proprietà intellettuale e gli organismi geneticamente modificati), con l’obiettivo dichiarato di migliorare la qualità del seme, e implicito di creare un mercato “appetibile” per il settore privato. Come può, infatti, un sistema capitalistico basarsi su un prodotto che una volta comprato può essere riprodotto a suo piacimento dal consumatore? Il seme porta in sé questo peccato originale. Che la legge italiana riconosca che ciò non costituisce più peccato non è per noi cosa di poco conto!

Coordinatore RSR
Fondatore dell’Associazione WWOOF Italia si occupa di temi legati alla biodiversità e alle sementi dagli anni 90 con una visione sociale ed economica legata alla sua partecipazione alle attività..
Viviamo tempi buffi. O, piuttosto, meglio vederne il lato comico per non lasciarsi deprimere. Mi piacerebbe essere un artista dello sberleffo e non lo sono ma faccio fatica a restar serio nell’introdurre un numero del notiziario il cui articolo centrale descrive una situazione legislativa ed amministrativa ai limiti della comprensibilità.
Per carità non sono certo i rocamboleschi sforzi fatti per garantire la leggibilità dell’articolo che voglio mettere in discussione quanto piuttosto l’anacronistica autoreferenzialità del sistema che ne ha prodotto i contenuti.
Leggi e regolamenti dovrebbero servire a dar lettura certa di ciò che è lecito e ciò che non lo è nell’interesse della comunità che delega il legislatore. Rendendo poi chiare e funzionali, sempre nell’interesse della comunità, le prassi che ottemperano alle regole.
Misurando a spanne sembra che la biodiversità venga trattata pochissimo come bene comune da salvaguardare ed integrare ma piuttosto alla stregua di un’eredità da spartire fra una litigiosa genia di legislatori e burocrati che si accaniscono nella logica del potere e del drenaggio di fondi per tenere in piedi la baracca.
Ma il vento potrebbe anche rapidamente cambiare.
Non si tratta più di gestire un ambito che interessa a pochi e in cui tale modalità di gestione desta scalpore solamente per una ristretta cerchia di addetti ai lavori.
Il patrimonio di biodiversità, anche nella sua accezione agraria, sta ormai nella sensibilità di una fascia sempre più ampia di popolazione che arriverà a rivendicarne la sovranità senza magari avere gli strumenti per gestirla adeguatamente.
Ed allora se i mercanti del Tempio non scendono a più miti consigli nell’interesse della collettività cosa ci può essere di meglio di una pratica diffusa di autodeterminazione? Siamo in grado di mettere insieme le competenze?
Sembrerebbe proprio di sì. Stare in Rete ha proprio questo scopo. Dobbiamo solamente diventare più lungimiranti e impegnarci a reperire le risorse. Un altro passo che, fatto collettivamente, può diventare meno impegnativo di quanto possa sembrare. Ormai abbiamo imparato che il lavoro biodiverso rende in termini economici e, se siamo attenti e innovativi, anche in termini di costruzione di comunità; quindi di innalzamento della qualità della vita e della sicurezza sociale, quella vera, basata sulla resilienza e la reciproca fiducia.
Ne avremo bisogno nei tempi a venire: il tempo corre e le variazioni ambientali, la mancata promessa della riduzione delle emissioni, un sempre maggior accentramento della proprietà terriera in mano di pochi gruppi di speculatori, potrebbero farci attraversare periodi bui ma la fragilità dei giganti dai piedi d’argilla è ben contrastabile dalla plasmabilità delle reti territoriali che siano in grado di condividere scopi e regole per interpretarle adattandole nel migliore dei modi alle esigenze e alla cultura del territorio di riferimento.
Parole vuote? Proclami al vento? Può darsi. Ma fino a che alle parole seguono i fatti c’è solo bisogno di esser pronti a rimboccarsi le maniche e a sparger seme con criterio e consapevolezza. Nelle pagine del notiziario troverete descritti alcuni dei percorsi in atto.
di Claudio Pozzi Coordinatore RSR
