Il sistema dei sussidi PAC continua a favorire un’élite di grandi proprietari terrieri e imprese agro-industriali, mentre piccole e medie aziende restano in difficoltà economica e cercano di sopravvivere in un contesto iniquo che non ne riconosce il ruolo né le remunera adeguatamente. Il report di Greenpeace Europa (2026) “Chi si intasca la PAC?” analizza la distribuzione dei sussidi in sei Paesi europei, tra cui l’Italia. I dati mostrano che il 20% assorbe circa 80% dei sussidi agricoli. In Italia, l’1% più ricco riceve circa il 31% dei fondi. Tra i maggiori beneficiari figurano grandi gruppi societari e investitori finanziari, talvolta coinvolti in controversie ambientali o sociali.
In Italia il principale beneficiario è Gruppo BF. Tra il 2007 e il 2022 l’UE ha perso quasi due milioni di piccole aziende agricole (-44%), mentre le grandi aziende sono cresciute del 56%. Alla base di questa dinamica vi è un sistema per cui più terra si controlla, maggiori sono i contributi ricevuti. Un’impostazione che rafforza l’agricoltura industriale e i modelli produttivi intensivi, senza sostenere i piccoli e medi agricoltori, che continuano a operare in un sistema ingiusto. In un’Europa che si sta riscaldando più rapidamente di altri continenti, il ruolo dei piccoli e medi agricoltori che adottano pratiche agroecologiche è cruciale per la sicurezza alimentare e per mitigare il collasso ecologico e climatico. La PAC ha mancato parte dei suoi obiettivi e ha contribuito alle disuguaglianze attuali: per questo è necessario ripensarne la struttura.
Una sentenza storica dell’Alta Corte del Kenya ha segnato una svolta per gli agricoltori, riaffermando il diritto di conservare, scambiare e condividere sementi autoctone. La decisione conclude una battaglia legale avviata nel 2022 da agricoltori e organizzazioni della società civile contro la legge su varietà vegetali e sementi (CAP 326), che prevedeva sanzioni fino a due anni di carcere e multe per chi diffondeva varietà non registrate.
Per le comunità rurali keniote, tali restrizioni minacciavano i sistemi culturali di gestione delle sementi radicati in tutta l’Africa, dove conservazione e scambio di varietà autoctone sono parte integrante della vita comunitaria da generazioni. Queste pratiche hanno salvaguardato il patrimonio alimentare locale, rafforzato la resilienza agricola e mantenuto biodiversità vitale. I ricorrenti hanno sostenuto che la normativa violasse la Costituzione del 2010, che tutela l’espressione culturale e il patrimonio genetico delle comunità, favorendo invece l’espansione di varietà commerciali.
La Corte ha dato loro ragione, riaffermando che la protezione dell’agrobiodiversità e delle conoscenze tradizionali rientra nei diritti costituzionali. Oltre alla portata giuridica, la sentenza rappresenta un segnale forte: difendere i semi significa difendere autonomia, identità e resilienza dei sistemi alimentari locali. Per gli agricoltori del Kenya, è una vittoria che restituisce libertà e dignità contro leggi ingiuste che minacciano la sovranità sementiera e le tradizioni culturali.
Uno dei temi più divisivi del Trattato FAO sono i Diritti degli Agricoltori, concetto sviluppato nel 1989 all’interno dei negoziati che hanno dato vita al Trattato stesso per controbilanciare i Diritti dei Costitutori di nuove varietà vegetali e definito nel famoso articolo 9. Sono quattro le aree entro cui questi diritti, collettivi e non individuali, trovano una loro implementazione a livello nazionale: i) la protezione delle conoscenze tradizionali legate alle sementi; ii) il diritto a una partecipazione equa ai benefici derivanti dall’utilizzo di tali risorse; iii) il diritto a partecipare ai processi decisionali in materia di conservazione e uso sostenibile dell’agrobiodiversità; iv) il diritto di conservare, utilizzare, scambiare e vendere sementi e materiale di propagazione conservati in azienda, secondo le legislazioni nazionali. Non è facile capire come realizzare questi diritti, anche perchè gli aspetti di scambio e vendita sono soggetti alle normative di ogni paese. Un altro aspetto complesso è quello legato alla ripartizione dei benefici monetari legati all’accesso alle risorse gestite dal Sistema multilaterale del Trattato. Come abbiamo visto, l’assenza di un chiaro meccanismo in questo senso è stata una delle cause del fallimento a Lima.
Ma è importante fare una riflessione sul Fondo di Ripartizione dei Benefici gestito dal Trattato che dovrebbe garantire il flusso di risorse verso processi e progetti virtuosi di gestione della diversità agricola. Infatti, i beneficiari di questo Fondo, ad oggi, ricordiamolo, sostenuto dagli Stati, sono i paesi non industrializzati, per cui, di fatto, gli attori europei non possono partecipare. Per realizzare la ripartizione dei benefici in Europa sarebbe importante realizzare un Fondo volontario regionale dedicato a sostenere progetti agroecologici di diversificazione agricola, miglioramento genetico partecipativo e decentralizzato, che corrono il rischio di sparire dai radar della ricerca pubblica infatuata dalle nuove tecnologie genetiche. Questo Fondo potrebbe essere gestito dal Coordinamento europeo Liberiamo la Diversità che ha una solida rete di 22 membri, con una rete di 170 organizzazioni nazionali operanti, in 21 paesi europei.
Il tema dei Diritti degli Agricoltori ha faticato a trovare spazio nei lavori intersessionali del Trattato, nei due anni tra le riunioni dell’Organo di Governo. Solo nel 2017 nella Risoluzione 7/2017 si decide di stabilire il Gruppo di Esperti Tecnici Ad Hoc sui Diritti degli Agricoltori. Questo passaggio è stato reso possibile da alcuni incontri che, negli anni precedenti, sono serviti per costruire le fondamenta politiche della nascita dell’AHTEG. Tra questi ricordiamo la Consultazione Internazionale Informale sui Diritti degli Agricoltori (Lusaka, Zambia, 2007), la prima (Addis Abeba, Etiopia, 2010) e seconda (Bali, Indonesia, 2016) Consultazione Globale sui Diritti degli Agricoltori, e la Consultazione per l’Africa (Harare, Zimbabwe, 2016). Dal 2017 l’AHTEG ha prodotto l’Inventario di misure nazionali, buone pratiche e lezioni apprese dalla realizzazione
dei Diritti degli Agricoltori, come stabilito dall’Articolo 9 del Trattato, e, basate sull’inventario, le Opzioni per incoraggiare, guidare e promuovere la realizzazione dei Diritti degli Agricoltori.
Nel 2011, a Bali, la riunione dell’Organo di Governo del Trattato ha stabilito la nascita di un nuovo gruppo tecnico dedicato all’uso sostenibile dell’agrobiodiversità per:
1) identificare bisogni e opportunità per facilitare l’uso sostenibile; 2) sviluppare un TOOLBOX sull’uso sostenibile per assistere le Parti Contraenti nell’attuazione dell’Articolo 6 del Trattato; 3) elaborare un programma di lavoro sulla base degli elementi generati dalle consultazioni con le parti interessate; 4) facilitare la cooperazione con la CBD, la Commissione sulle Risorse Genetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura, il Global Crop Diversity Trust, i Centri Internazionali di Ricerca Agricola del Gruppo Consultivo sulla Ricerca Agricola Internazionale, e altri processi e istituzioni internazionali nel campo dell’uso sostenibile delle risorse vegetali per l’alimentazione e l’agricoltura. Da allora questo gruppo è stato sempre attivo, diventando una delle aree di lavoro del Trattato e, nel 2019, integrando anche il concetto di conservazione della diversità vegetale agricola.
Il TOOLBOX (▼ QRcode) è stato realizzato sotto forma di un database online che archivia risorse per fornire informazioni e orientamenti su politiche, strategie e attività che possono promuovere e migliorare l’uso sostenibile delle risorse genetiche vegetali, in particolare a livello nazionale e locale. Ad oggi si possono trovare circa 2000 risorse tecniche e politiche. L’Italia ha sempre supportato i lavori dell’ACSU.