Dal 2 a 5 Ottobre si sono svolti a Vigevano presso l’Auditorium San Dionigi e Cavallerizza Gli Stati generali del Riso, occasione unica per il mondo del riso, nel suo epicentro produttivo italiano ed europeo, per confrontarsi tra ricercatori, agricoltori, esperti tecnici, decisori pubblici e società civile sui problemi più pressanti del settore, tra crisi climatica e idrica, incertezze economiche e calo della biodiversità. Rete Semi Rurali ha partecipato all’evento nel corso delle diverse sessioni, presentando una sintesi dei progetti svolti nel settore dal 2018 ad oggi, con particolare attenzione ai temi della Scienza Partecipativa e del Culinary Breeding, e offrendo la sua prospettiva di sintesi tra difesa dell’agrobiodiversità e la promozione di filiere etiche e responsabili.
Parla barese la prima varietà ortiva pugliese iscritta nel Registro nazionale delle varietà da conservazione. La ‘Cima di cola’, varietà di cavolfiore storicamente legata alla tradizione agricola di Bari, ha ottenuto con Decreto Ministeriale del 9 settembre 2025, pubblicato in G.U. n. 216 del 17 settembre 2025, il riconoscimento ufficiale che ne permetterà la conservazione e la valorizzazione anche a livello commerciale. Per questa varietà locale l’iscrizione nel registro delle varietà da conservazione rappresenta la tappa finale di un lungo percorso di recupero e salvaguardia che ci ha coinvolto in questi anni assieme ad agricoltori custodi, associazioni e istituti scolastici del territorio. Solamente un anno fa, infatti, la ‘Cima di cola’ era stata protagonista del progetto di Citizen science “Adotta un seme”. L’ingresso della ‘Cima di cola’ tra le varietà da conservazione non è solo un risultato istituzionale, ma anche un atto di riconoscenza verso coloro che ne hanno custodito negli anni i semi e le tradizioni; una tappa che apre nuove opportunità di promozione scientifica, divulgativa e gastronomica che non vediamo l’ora di raccontarvi.
Votazione in plenaria del Parlamento europeo domani 8 ottobre: 13 Associazioni dicono no all’ulteriore “semplificazione” della PAC che danneggia la natura, il suolo e la salute Le Associazioni hanno inviato una lettera agli europarlamentari per chiedere un voto responsabile e lungimirante.
13 organizzazioni della società civile, impegnate a promuovere una transizione agroecologica, hanno inviato una lettera agli europarlamentari italiani in vista del voto di domani nella plenaria del Parlamento europeo sulla proposta della Commissione che modifica ulteriormente i regolamenti della PAC 2023-2027: la Commissione continua l’opera di demolizione di tutte le misure a protezione della natura e della salute in agricoltura. Gli ultimi emendamenti adottati dalla Commissione Agricoltura del Parlamento (COMAGRI) aprono la strada alla distruzione delle aree Natura 2000, le aree più preziose d’Europa per la protezione della natura, e indeboliscono le azioni della Politica Agricola Comune (PAC) per la tutela della fertilità dei suoli, ipotecando così anche il futuro degli agricoltori. Quella che viene presentata come una “semplificazione” dalla Commissione europea è in realtà un grave indebolimento della protezione ambientale nelle produzioni agricole: una proposta avanzata senza alcuna valutazione degli impatti climatici o ambientali e senza un’adeguata consultazione con tutte le parti sociali ed economiche interessate. In definitiva, l’ennesima picconata alla sostenibilità ambientale e sociale dell’agricoltura europea. La relazione adottata dalla COMAGRI consente agli agricoltori che operano nei siti Natura 2000 di essere automaticamente considerati conformi alle norme ambientali di base della PAC, eliminando in particolare la norma che garantisce la protezione dei prati più preziosi di Natura 2000 (GAEC 9).
Le 13 Associazioni sono convinte che gran parte degli agricoltori sono consapevoli della necessità di mantenere misure rigorose di protezione dell’ambiente e della natura, per garantirsi i servizi ecosistemici indispensabili per mantenere le produzioni agricole. Ma purtroppo questi loro interessi non sono oggi rappresentati dai dirigenti delle maggiori Associazioni agricole che sollecitano la cancellazione delle norme europee per la tutela dell’ambiente e della salute, come risulta evidente dai documenti prodotti da Coldiretti e Confagricoltura in occasione della recente consultazione pubblica sulla revisione della normativa ambientale dell’Unione Europea.
Le aree agricole all’interno dei siti della Rete Natura 2000 saranno così ancora più a rischio di speculazione e accaparramento da parte dei grandi proprietari, danneggiando i piccoli agricoltori virtuosi. Essere all’interno di un sito Natura 2000 non significa che un’azienda agricola soddisfi automaticamente le norme per la tutela dell’ambiente. Alcuni di questi siti sono degradati, privi di piani di gestione adeguati e senza la definizione e l’applicazione di misure di conservazione efficaci. L’Italia per questi motivi è sotto procedura d’infrazione comunitaria dal 2015, con il rischio di pesanti sanzioni che pagherebbero tutti i cittadini. Considerando le aziende agricole nelle aree Natura 2000 come automaticamente conformi agli standard di base di protezione ambientale (GAEC) e rimuovendo la protezione esplicita per i prati di valore (GAEC 9), si rischia di dare carta bianca a pratiche dannose, in particolare la distruzione di prati di pregio. Inoltre, il rischio è anche quello di accaparramento a fini speculativi di terre fino ad oggi custodite dai piccoli agricoltori. Inoltre, la relazione COMAGRI arriva a chiedere l’eliminazione dell’obbligo di adottare misure contro l’erosione del suolo (GAEC 5). Ciò è in forte contrasto con l’urgente necessità di proteggere la fertilità dei suoli, una risorsa vitale per l’agricoltura. In tutta l’Unione europea, il 60-70% dei suoli è degradato e il suolo fertile perduto è stimato in 1 miliardo di tonnellate all’anno. Gli europarlamentari domani saranno di fronte a un bivio: proteggere i suoli europei e salvaguardare le preziose aree naturali, tutelando agricoltori, natura e salute dei consumatori, oppure permettere la distruzione del nostro capitale naturale attraverso una falsa “semplificazione”. Le 13 Associazioni auspicano un voto responsabile e lungimirante del Parlamento europeo che tuteli le risorse naturali indispensabili per garantire, nel medio e lungo periodo, un reddito adeguato degli agricoltori, tutelando così anche la credibilità delle Istituzioni europee.
Roma, 7 ottobre 2025
Le 13 Associazioni ambientaliste,e dei consumatori che inviano questo comunicato rappresentano un’ampia alleanza che sostiene le Strategie UE del Green Deal, Farm to Fork e Biodiversità 2030. Le 13 Associazioni (ACU, AIAB, AIDA, AIAPP Associazione Italiana Architetti Pianificatori e Paesaggisti, Associazione Italiana Agricoltura Biodinamica, CIWF Italia Onlus, Greenpeace, Lipu BirdLife, Pro Natura, Rete Semi Rurali, UPBio, Terra! e WWF Italia) condividono la visione di una transizione agroecologica dell’agricoltura italiana ed europea, che tuteli tutti gli agricoltori, i cittadini e l’ambiente.
I sistemi agroalimentari industriali si nutrono di combustibili fossili. Il 15% viene infatti usato per l’agricoltura. La trasformazione ecologica è lontana.
a cura di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 284 – Settembre 2025
A giugno 2025 il Panel di esperti internazionali sui sistemi del cibo sostenibili (Ipes-food) ha pubblicato un rapporto sulle relazioni tra combustibili fossili e sistemi agricoli (Fuel to fork. What will it take to get fossil fuels out of our food systems?), che delinea come senza petrolio il nostro sistema agroindustriale non starebbe in piedi.
I numeri sono abbastanza impietosi: il 15% dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas fossile) viene usato per l’agricoltura, con il 42% assorbito dalla trasformazione alimentare e dal packaging, il 38% dalla ristorazione pubblica e dalle cucine private, e solo il 20% dalla produzione agricola.
Se si considerano i prodotti petrolchimici, derivati dalla lavorazione dei combustibili fossili, il 40% viene usato in agricoltura, suddiviso tra produzione di fertilizzanti (34%) e plastica (6%). L’impatto dell’uso di quest’ultima in agricoltura, pesca e acquacoltura non è da sottovalutare, rappresentando il 3,5% di tutta quella globale.
Una parte la possiamo vedere nei campi, soprattutto nelle zone di orticoltura intensiva, sotto forma di pacciamatura, sistemi di irrigazione a goccia o vassoi e vasi per le piantine, ma una crescente porzione risulta invisibile alla nostra vista. Si tratta di microplastiche legate a sementi e fertilizzanti plastificati, responsabili di 22.500 tonnellate di inquinamento all’anno, pari al 62% di quelle rilasciate intenzionalmente in Europa.
Secondo il rapporto “Fuel to fork” l’accumulo di micro e nano-plastiche nel suolo, e la lisciviazione (dissoluzione, ndr) chimica degli additivi plastici, può modificare negativamente la salute del suolo, dei microbi, delle piante e degli animali, e quindi la fertilità. Complessivamente gli studi suggeriscono che ci sono più microplastiche contenute nei nostri terreni agricoli che negli oceani.
Se l’uso dei combustibili fossili per macchinari e impianti delle aziende agricole è l’aspetto più visibile dell’importanza del petrolio per far funzionare il sistema, meno evidente è realizzare che tutta la produzione di input chimici di sintesi, soprattutto fertilizzanti azotati, e di alimenti ultra-lavorati sia dipendente dai prodotti petrolchimici.
La quota dei gas serra prodotta dai fertilizzanti di origine fossile che viene emessa nelle aziende agricole è pari al 59%
Questi alimenti sono prodotti fabbricati industrialmente, costituiti da formulazioni di ingredienti che sono a loro volta il risultato di una serie di processi industriali, particolarmente intensivi dal punto di vista energetico, in quanto utilizzano da due a dieci volte più energia nella loro produzione rispetto agli alimenti interi. Questi beni -sovvenzionati, promossi, redditizi e progettati per indurre al consumo eccessivo- costituiscono già una porzione significativa (fino al 60%) delle calorie totali consumate in molti Paesi ricchi.
Insomma un panorama desolante dove emerge come la trasformazione dei sistemi agroalimentari sia centrale per attuare una politica energetica carbon free in grado di far fronte ai cambiamenti climatici.
Il rapporto analizza anche le alternative già disponibili, ma la domanda che dobbiamo farci è come mai siamo ancora così lontani dal promuovere la trasformazione necessaria. Infatti, già nel 2004, oltre vent’anni fa, il giornalista Richard Manning aveva scritto un articolo su Harper’s magazine dal titolo “Il Petrolio che mangiamo”, in cui scriveva: “Oggi sono tutti convinti che noi usiamo le armi per assicurarci il petrolio, non il cibo […] ma il nostro cibo è il petrolio. Dietro ogni singola caloria che ingeriamo c’è almeno una caloria di petrolio, più probabilmente dieci”.
I dati e le informazioni non mancano per indicarci la strada da percorrere ma ancora siamo in attesa di politiche pubbliche che favoriscano la transizione, e il tempo a nostra disposizione si sta riducendo.
Un gruppo di importanti organizzazioni ambientaliste – BirdLife Europa e Asia Centrale, l’Ufficio Europeo dell’Ambiente (EEB), Greenpeace e WWF – ha unito le forze per analizzare la proposta della Commissione europea per la futura Politica Agricola Comune (PAC), presentata a luglio 2025. La loro valutazione è chiara: la proposta attuale è gravemente carente e rischia di perpetuare un modello agricolo insostenibile, invece di guidare la necessaria transizione ecologica.
Il problema di fondo Il settore agricolo si trova in una posizione cruciale: è sia vittima dei cambiamenti climatici e della perdita di biodiversità, sia uno dei responsabili. L’attuale crisi geopolitica ha inoltre messo in luce la fragilità del nostro sistema alimentare. La PAC, che rappresenta una fetta enorme del bilancio UE, ha il potenziale per trasformare l’agricoltura europea in una forza positiva, a beneficio degli agricoltori, della natura e della sicurezza alimentare a lungo termine. Purtroppo, la proposta della Commissione, nonostante alcuni timidi passi avanti, non coglie questa opportunità.
Le associazioni identificano quattro grandi aree critiche
1. Finanziamenti inefficaci per l’ambiente: La proposta non garantisce che una quota sufficiente del budget sia dedicata concretamente alla protezione del clima e della natura. Il sistema per tracciare questa spesa è definito “profondamente imperfetto” e rischia di trasformarsi in un mero esercizio di “greenwashing”. Ad esempio, considera automaticamente come “spesa per il clima” alcune misure di sostegno al reddito senza che queste abbiano reali benefici ambientali. Inoltre, scompare il monitoraggio specifico per la biodiversità.
2. Sostegno al reddito ingiusto: Il sistema dei pagamenti diretti, basato principalmente sulla superficie coltivata, rimane largamente inalterato. Questo significa che la maggior parte dei fondi continua a fluire verso le aziende agricole più grandi e ricche (l’1% più ricco), invece di essere indirizzata verso chi ne ha realmente bisogno o pratica un’agricoltura più sostenibile. I criteri per rendere il sostegno più equo sono troppo deboli e non tengono conto delle diverse realtà agricole tra gli stati membri.
3. Sussidi dannosi persistono: La proposta non introduce misure abbastanza forti per eliminare i sussidi che danneggiano l’ambiente. Le norme per impedire che i fondi pubblici finanzino pratiche intensive dannose (come l’allevamento intensivo o l’uso eccessivo di pesticidi) sono vaghe e lasciano troppa discrezionalità agli stati membri, rischiando una “corsa al ribasso” negli standard ambientali.
4. Scarsa responsabilità e trasparenza: Manca un solido sistema per misurare i veri risultati della PAC. Senza indicatori chiari che misurino l’impatto concreto sulle emissioni di gas serra, sulla biodiversità o sulla riduzione dei pesticidi, è impossibile sapere se la politica sta funzionando. Anche il meccanismo per garantire che gli stati membri rispettino gli obiettivi UE è considerato troppo debole.
Per trasformare la PAC in uno strumento di vera transizione, le organizzazioni propongono una serie di cambiamenti radicali:
° Finanziare la transizione ecologica: Destinare in modo vincolante almeno il 50% del budget della PAC ad azioni concrete per il clima e l’ambiente, con fondi dedicati per aiutare ogni azienda agricola nella transizione verso pratiche sostenibili. ° Rendere il sostegno più equo: Eliminare gradualmente i pagamenti basati solo sulla superficie e privilegiare il sostegno alle aziende che forniscono benefici ambientali e sociali (come l’agricoltura biologica o quelle situate in aree protette). ° Porre fine ai sussidi dannosi: Introdurre un “elenco negativo” che escluda chiaramente il finanziamento di pratiche dannose, come gli investimenti in allevamenti intensivi in gabbia o in sistemi di irrigazione in zone a scarsità idrica. ° Garantire risultati e responsabilità: Stabilire indicatori di performance rigorosi per misurare i progressi reali (ad esempio, l’indice di abbondanza degli uccelli nei campi agricoli) e dare alla Commissione Europea il potere di bloccare i piani nazionali che non rispettano le regole.
Il messaggio è forte e chiaro: l’attuale proposta di PAC non è all’altezza delle sfide del nostro tempo. Per avere una possibilità di raggiungere gli obiettivi climatici e di biodiversità dell’UE, e per garantire un futuro prospero agli agricoltori europei, è essenziale che i legislatori modifichino profondamente il testo durante i negoziati.
Per supportare i negoziati e sviluppare la loro visione comune , questo briefing presenta i cambiamenti chiave che BirdLife Europe, EEB, Greenpeace e WWF raccomandano alle istituzioni dell’UE per migliorare il quadro giuridico proposto e fornire gli incentivi necessari al settore per effettuare una transizione significativa verso la sostenibilità e la resilienza.