Giorgio Nebbia (Bologna 1926 – Roma 2019) è considerato uno dei padri nobili dell’ambientalismo italiano. Interessatosi alla tutela ambientale fin dalla metà degli anni ’60 del secolo scorso, si laureò in chimica nel 1949 e insegnò all’università una materia che stava rapidamente scomparendo, la merceologia. La conoscenza delle merci gli dette la possibilità di esplorare i processi di produzione fino ad arrivare ad affermare che “le cause della crisi ambientale, degli inquinamenti e dell’impoverimento delle riserve di risorse naturali vanno cercate nella produzione di merci sbagliate
con processi sbagliati”. Da buon chimico, contribuì all’origine dell’ambientalismo scientifico. Passato rapidamente alla divulgazione scientifica, Nebbia ebbe una fitta collaborazione con quotidiani locali e nazionali che lo portarono a realizzare un’analisi storica retrospettiva sulle politiche ambientali e i movimenti ambientalisti i cui frutti furono raccolti nell’articolo Breve storia della contestazione ecologica del 1994. Il saggio rappresenta, forse, la più ampia trattazione del pensiero di Nebbia senza dimenticare gli oltre 300 articoli su quotidiani e periodici, e l’archivio da lui lasciato alla Fondazione Micheletti di Brescia dove aveva fondato la rivista Altronovecento. Politicamente impegnato come parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992) e come consigliere comunale a Massa al tempo del caso Farmoplant (1988), Nebbia fu associato e fondatore, in alcuni casi, di gran parte delle associazioni ambientaliste italiane, tra cui ricordiamo Italia Nostra e il WWF. Nebbia fu anche un attivo membro del comitato dell’edizione italiana della rivista Capitalismo Natura Socialismo, fondata da Giovanna Ricoveri nel 1991, e poi diventata Ecologia Politica. Tra i concetti introdotti da Nebbia ci fu il contributo alla definizione di sviluppo sostenibile, definito come quello che “sa soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni” e il contributo alla definizione dell’economia circolare, che è una delle basi, perlomeno sul piano semantico, dello sviluppo sostenibile. Si rammaricò, spesso, della scarsa cultura scientifica del Paese, oggi ancora più percepibile, e si spese in prima persona nella necessaria divulgazione delle problematiche tecnico-scientifiche che sottostavano alle sue battaglie. Dei chimici lamentò il silenzio, ricordando le parole di Linus Pauling (Nobel per la chimica nel 1954 e per la pace nel 1962) per il quale “bisogna (…) imparare a parlare a qualcuno che non siano le proprie provette”. Della chimica accademica criticò l’incapacità di superare la sua visione produttivistica, arrivando ad auspicare che al chimico, fin dagli studi universitari, si dia “un insegnamento sulle conseguenze socio-economiche della produzione”. In un periodo di grandi trasformazioni del prodotto-merce, Nebbia intravedeva un’espansione della sua materia, la merceologia, verso l’analisi sulla qualità dei processi e dei cicli correlati, sulla valutazione di un maggiore o minore “utilizzo di natura” nella determinazione di valore di prodotto. L’eredità che Nebbia ci ha lasciato è quel desiderio e quel bisogno di rigore scientifico nell’osservazioneGi del mondo che abbiamo intorno, l’indipendenza di giudizio, l’autonomia dai poteri costituiti, ai quali univa quella competenza necessaria per sostenere quei percorsi “di ribellione” che sono alla base del tentativo di costruire una società più giusta.
Il 22, 24 e 25 maggio 2025, Rete Semi Rurali organizza a Scandicci (Firenze) la 4° edizione del Festival “72 ore di Biodiversità” per portare l’attenzione sulla Giornata mondiale della biodiversità che ricorre il 22 maggio di ogni anno. Fin dalla sua prima edizione, l’intento del Festival è stato quello di sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza della biodiversità nella vita quotidiana e avviare una riflessione tra cittadini, produttori, istituzioni ed esperti del settore, sulla necessità di modificare i nostri stili di vita, a partire dal cibo che mangiamo. Anno dopo anno è aumentato il numero dei partecipanti e il successo dell’iniziativa è stato quello di sottolineare come la diversità agricola e biologica sia vitale per la salute e il benessere degli esseri umani, e che la biodiversità deve essere conservata, valorizzata e sviluppata nelle campagne e sulle tavole di tutto il mondo. L’evento si articolerà in numerose iniziative che si svolgeranno lungo l’arco delle tre giornate: un grande mercato agricolo che prevede la partecipazione, a titolo gratuito, di aziende agricole biologiche e artigiani del territorio, con concerti e spettacoli teatrali, ma anche laboratori nelle scuole e la proiezione di un docufilm a tema, oltre a un pranzo sociale aperto alla cittadinanza. Oltre a trovare il programma della tre giorni del Festival, per connettere le varie realtà e i vari eventi dedicati alla biodiversità sparsi sul territorio italiano, sul sito rsr.bio/72ore ci sarà una mappa dove sarà possibile acquisire video e informazioni per ognuno degli eventi in scaletta, a dimostrazione di quanto il tema della biodiversità stia diventando importante nel nostro paese.
Fanno parte del comitato organizzatore dell’edizione 2025: Rete Semi Rurali, Deafal, Coordinamento Europeo Let’s Liberate Diversity!, WWOOF Italia, Cospe, ManiTese, Società Toscana Orticultura, KmVero, Ricciorto.
di María Carrascosa García – Rete Spagnola dei Comuni per l’Agroecologia e Francesca Gori – Rete Semi Rurali
Nel mese dedicato alla biodiversità, è importante analizzare in che misura e con quali modalità essa viene integrata nelle Politiche Locali del Cibo (PLC) e nelle agende urbane. Le politiche del cibo rappresentano un tema sempre più centrale nei programmi di governance urbana e sono oggetto di sperimentazioni che coinvolgono processi e approcci differenziati. Elemento chiave di queste esperienze è la necessità di una transizione agroecologica. Tuttavia, nell’ambito delle sperimentazioni e delle discussioni su cosa debbano essere le PLC e come dovrebbero strutturarsi, il tema della biodiversità coltivata, delle sementi, della diversificazione produttiva e alimentare rimane ancora troppo marginale. Come rimane marginale la rappresentanza del mondo agronomico rispetto alla presenza di urbanisti, economisti e sociologi negli spazi di discussione dedicati alle politiche del cibo. Si è da poco concluso (29-30 aprile 2025) il Primo Simposio Europeo “Promuovere la biodiversità coltivata attraverso politiche locali del cibo”, ospitato dalla città di Granollers (Area Metropolitana di Barcellona) e organizzato dallo stesso Comune insieme alla Rete Spagnola dei Comuni per l’Agroecologia (RMAe), nell’ambito del progetto europeo Horizon 2020 LiveSeeding (liveseeding.eu). L’obiettivo del Simposio era proprio quello di avviare un dialogo su possibili azioni che integrano la biodiversità coltivata nelle politiche locali del cibo, poiché sistemi alimentari diversificati sono essenziali per garantire una gestione sostenibile del territorio e tutelare la nostra salute. Abbiamo avuto il piacere di conversare con María Carrascosa, Project Manager di RMAe e organizzatrice del Simposio, sul ruolo attuale della biodiversità coltivata nelle agende urbane. Il contesto da lei delineato ha scaturito la nascita – all’interno del Simposio – di un Manifesto redatto e approvato come una chiamata condivisa all’azione.
Come mai la biodiversità coltivata non è ancora un tema centrale nelle agende urbane? Attualmente le politiche locali del cibo sono ancora in una fase iniziale e sperimentale, e sono poche le municipalità che le sviluppano e implementano in modo strutturato ed efficace. A ciò si aggiunga il fatto che la biodiversità coltivata rimane un tema marginale non solo nelle politiche, ma anche all’interno del settore agricolo, della produzione agricola e delle alternative al sistema alimentare dominante. Questa scarsa attenzione si riflette inevitabilmente anche nelle politiche locali.
Non è possibile sviluppare politiche locali del cibo efficaci senza riconoscere l’importanza della biodiversità coltivata
In altre parole, se il tema delle sementi e della biodiversità coltivata è ancora considerato secondario nel settore agricolo, il suo ruolo sarà ancor più marginale nelle politiche del cibo delle città.
Esistono esempi virtuosi di politiche locali che promuovono la biodiversità coltivata? Un esempio significativo è quello della città spagnola di Granollers, in Catalogna, che ha ospitato il Simposio. Qui, grazie a un’iniziativa della società civile, è stata creata una casa delle sementi, e il comune è attivamente coinvolto nella cogestione di questa struttura, che distribuisce semi a cittadini e produttori locali desiderosi di utilizzare e moltiplicare varietà tradizionali. Inoltre, nel mercato contadino, che si tiene ogni sabato, il comune ha introdotto requisiti relativi all’uso delle sementi per l’assegnazione degli spazi: vengono infatti attribuiti più punti ai produttori che utilizzano i propri semi. La casa delle sementi offre anche semi e piantine di varietà locali per progetti scolastici di orti urbani.
Quali sono le azioni più urgenti che le municipalità dovrebbero adottare per promuovere la biodiversità coltivata? La priorità è riconoscere che la biodiversità coltivata è parte integrante del sistema alimentare. Non è possibile sviluppare politiche locali del cibo efficaci senza includere questo aspetto. Una volta compreso questo principio, è possibile mettere in atto diverse azioni mirate a rafforzare la presenza della biodiversità coltivata. Ad esempio, nell’ambito del Patto di Milano (MUFPP), sarebbe fondamentale coinvolgere le organizzazioni che si occupano di biodiversità coltivata nei Consigli del Cibo municipali. Altrettanto importante potrebbe essere la creazione di case delle sementi per promuovere il recupero delle varietà locali. Le municipalità potrebbero, inoltre, sostenere la produzione di semi attraverso strutture pubbliche o incubatori per imprese che operano nel settore delle sementi biologiche. Infine, è essenziale incentivare la presenza di prodotti da sementi locali e biologici nelle forniture pubbliche. Il simposio recentemente concluso ha visto un ampio dibattito su questi temi, con la partecipazione di 110 persone, tra cui rappresentanti di municipalità, istituzioni, ricercatori e organizzazioni della società civile. L’evento ha gettato le basi per portare la biodiversità coltivata al centro dell’agenda politica dei comuni, con l’auspicio che possa lasciare un’eredità duratura attraverso azioni concrete da parte delle municipalità e una rinnovata consapevolezza tra gli attori coinvolti nelle Politiche Locali del Cibo.
Si sono svolte a Roma dal 25 al 27 febbraio 2025, presso la sede della FAO, le sessioni supplementari della COP16 della Convenzione sulla Diversità Biologica, dopo la battuta di arresto registrata a Cali, in Colombia, a fine ottobre 2024. Un evento internazionale fondamentale per il destino della biodiversità del Pianeta che si è svolto nella preoccupante indifferenza dei media e della politica, nonostante oltre il 50% del PIL globale sia direttamente collegato ad attività dipendenti dalla biodiversità. Le Parti della COP (i Governi) hanno trovato un accordo per fare in modo che il Quadro Globale per la Biodiversità deciso nella COP15 svoltasi a Kunming-Montreal nel 2022 non resti solo una bella dichiarazione d’intenti, ma venga supportato dalle risorse economiche adeguate a raggiungere i 23 target individuati come fondamentali per fermare e invertire la perdita di biodiversità. Non è nato un nuovo fondo per la biodiversità, come chiedevano i paesi del Sud globale per ottenere maggiore rappresentanza nei paludati meccanismi delle conferenze internazionali, ma le risorse finanziarie sono state comunque trovate.
Alla fine, si è deciso di inserire provvisoriamente il nuovo strumento finanziario nella cornice dell’esistente Gef (Global environment facility). È stato confermato l’obiettivo di mobilitare per la biodiversità almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. I paesi sviluppati dovranno stanziare almeno 20 miliardi all’anno a favore di quelli in via di sviluppo, per arrivare ad almeno 30 miliardi entro il 2030. A Roma è stato, inoltre, approvato un pacchetto di indicatori, fondamentale per misurare i progressi nel raggiungimento dei 23 obiettivi del Quadro Globale per la Biodiversità. Nelle prossime COP17 (2027) e COP18 (2028) sono previste decisioni chiave sullo sviluppo dello strumento finanziario deciso a Roma (cioè i dettagli operativi) e la possibilità di crearne, eventualmente, uno nuovo e separato. L’operatività è, però, prevista solo con la COP19 del 2030, data di scadenza di molti obiettivi del Quadro Globale per la Biodiversità. I tempi, quindi, si allungano, mentre prosegue la perdita del capitale naturale del nostro Pianeta.
Il 19 febbraio 2025 il Commissario europeo Hansen, in una conferenza stampa congiunta con il vicepresidente Fitto, ha presentato la Visione per l’Agricoltura e l’Alimentazione della UE, che definisce i piani per il sistema agroalimentare verso il 2040 e oltre.
Il documento avrebbe dovuto fare seguito a quanto emerso dal Dialogo strategico per l’agricoltura. La visione ha, però, cambiato direzione, tradendo l’accordo raggiunto, come sottolineato da un gruppo di organizzazioni della società civile che esprimono insoddisfazione per un documento che sottovaluta i problemi ambientali e sociali connessi ai sistemi agroalimentari, puntando in modo miope solo sulla competitività delle imprese a breve termine.
La Visione della Commissione non cita mai gli obiettivi delle due Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, ignorando che i problemi ambientali e sociali restano senza soluzioni e avranno certamente impatti negativi sull’agricoltura dei 27 Paesi europei, in primis per le piccole e medie aziende, che continueranno inesorabilmente a chiudere (dal 2010 al 2020 il numero di aziende agricole è diminuito di ben 487.000 unità).
“Auspicavamo che con questo documento la Commissione promuovesse piani concreti per dare attuazione alle raccomandazioni del Dialogo strategico – affermano le 11 Associazioni italiane – ma purtroppo questo non è avvenuto. I pochi elementi positivi presenti nella Visione non bastano ad avviare il necessario e urgente cambio dei modelli di produzione e consumo nelle filiere agroalimentari della UE. Ancora una volta ha prevalso la volontà di mantenere lo status quo in difesa degli interessi delle grandi aziende e corporazioni agricole a spese di medi e piccoli agricoltori europei”. Le associazioni, pur apprezzando alcuni aspetti della Visione, come l’attenzione al riconoscimento del giusto prezzo per i produttori, al biologico, al ricambio generazionale favorendo l’ingresso dei giovani in agricoltura, l’impegno per un’etichettatura più trasparente e per una reciprocità delle regole ambientali e sociali negli scambi commerciali, insieme al richiamo seppur vago alle soluzioni basate sulla natura, sottolineano come non vengano affrontati i grandi problemi che determinano gli impatti ambientali e sociali dei settori agroalimentari nel continente. Il documento della Commissione non prevede una dismissione dei pagamenti della Politica Agricola Comune (PAC) non mirati, come invece indicato nelle conclusioni del Dialogo strategico, e conferma anzi la scelta dei pagamenti diretti basati sulla superficie delle aziende agricole, ignorando la necessità di sostenere gli agricoltori più bisognosi di aiuto e più virtuosi. Il documento non cita in alcun modo la possibilità di considerare tra i criteri per i pagamenti diretti della PAC anche l’intensità del lavoro e i risultati degli interventi per il clima e l’ambiente. “Pur comprendendo il disagio del mondo agricolo rispetto alla grande mole di burocrazia, che va certamente ridotta, non crediamo che l’indebolimento delle regole e degli impegni per la tutela dell’ambiente sia la strada da perseguire” continuano le associazioni. La Visione, infatti propone di semplificare ulteriormente la PAC, rinunciando a un controllo ancora maggiore su ciò che accade a un terzo del bilancio dell’UE. Con meno regole vincolanti ci saranno meno probabilità che i Paesi dell’UE promuovano un’agricoltura sostenibile, come è avvenuto dopo la semplificazione della PAC del 2024. Poco incisivo per le associazioni anche l’approccio al sistema zootecnico. Se è vero che nella Visione si propone di migliorare le norme sul benessere degli animali e di eliminare gradualmente le gabbie negli allevamenti, il settore zootecnico viene in gran parte assolto dal suo impatto sul clima e sulla salute dei cittadini. Il documento non indica con chiarezza la necessità di promuovere una transizione agroecologica della zootecnia, con obiettivi di riduzione degli allevamenti intensivi e la promozione di una zootecnia estensiva collegata alla gestione della superficie agricola utilizzata. Una transizione agroecologica della zootecnia che dovrebbe essere accompagnata da una riduzione dei consumi di carne e proteine di origine animale, attraverso la promozione di diete sane ed equilibrate. “La Visione rimane ancora troppo vaga su come incoraggiare uno spostamento a diete più sostenibili e salutari. Se non si affronta seriamente una strategia che miri alla modifica del modello alimentare, i buoni propositi rimarranno, di nuovo, solo sulla carta” concludono le associazioni.