Lettera aperta in merito alla produzione di formaggi a latte crudo

1 Ottobre 2025 | Articoli, Coltiviamo la diversità!, Seminare il cambiamento

AIDA con 22 associazioni, fra cui Rete Semi Rurali, scrive ai Ministeri competenti una lettera aperta a tutela di produttori e consumatori e per smorzare gli allarmismi

L’Associazione Italiana di Agroecologia (AIDA), insieme a molte altre realtà come il WWF, RSR e altre di rilievo nazionale, ha scritto una lettera aperta ai Ministri competenti per esprimere forte preoccupazione riguardo alle nuove linee guida sul latte crudo e per rispondere all’apprensione mediatica sui rischi della consumazione di formaggio a latte crudo, divampata tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, che rischia di danneggiare irreparabilmente un intero settore. Per AIDA, le misure proposte per gestire il rischio del batterio Escherichia coli STEC, insieme a una comunicazione spesso allarmistica, minacciano di distruggere un patrimonio fatto di tradizione, biodiversità e piccole imprese, senza che i dati giustifichino un allarme così elevato. Viene sottolineato che, nonostante in Italia si rilevi una maggiore presenza del batterio STEC nel latte crudo, il numero di casi della malattia più grave correlata (Sindrome Emolitico-Uremica) rimane stabile e molto basso. Il cuore della protesta è la difesa di un patrimonio unico: il latte crudo, con i suoi batteri “buoni” specifici di ogni territorio, è un tesoro di biodiversità che dà ai formaggi aromi unici e che, secondo numerosi studi, può avere effetti benefici sul sistema immunitario, specialmente nei bambini. La pastorizzazione obbligatoria distruggerebbe per sempre questo ecosistema microbico. L’impatto socio-economico sarebbe devastante per i piccoli produttori, spesso situati in zone montane, che non hanno le risorse per adeguarsi a costose nuove attrezzature e rischiano di essere messi fuori mercato anche solo dall’etichettatura allarmistica. Per questo, l’AIDA chiede un approccio più equilibrato: valorizzare il termine “latte crudo” come segno di qualità, investire sulla formazione degli allevatori e sperimentare protocolli igienici alternativi, invece di cadere nella trappola di un allarmismo che potrebbe portare alla scomparsa di un pezzo fondamentale della nostra cultura alimentare e dei nostri territori.

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